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Spider-Man: Far From Home: la recensione del film

“Vedrai Peter, la gente di questi tempi ha bisogno di credere. Credere a qualsiasi cosa”. (Quentin Beck).

Oltre a chiudere brillantemente la Fase Tre del progetto Marvel Cinematic Studios, Spider-Man: Far From Home introduce nell’universo cinematografico concepito da Kevin Feige e soci alcuni elementi di straordinaria attualità. Il film diretto da Jon Watts, che lo faccia consapevolmente o no, racconta la difficoltà di questi nostri tempi moderni nel decifrare la realtà che si palesa davanti agli occhi e nel distinguere il vero dal falso. L’epoca del massimo sviluppo dei mezzi di comunicazione è purtroppo anche quella della maggiore diffusione di falsità spacciate per verità assolute.

Per incarnare questo paradosso, ovviamente attraverso la lente pop di un cinecomic, viene estratto dalla straordinaria galleria dei nemici di Spider-Man una delle migliori creazioni di Stan Lee e Steve Ditko: Mysterio, il Maestro delle Illusioni, al secolo Quentin Beck. Interpretato da un Jake Gyllenhaal in ottima forma, Beck si presenta al duo di ex agenti S.H.I.E.L.D. Nick Fury (Samuel L. Jackson) e Maria Hill (Cobie Smoulders) come un esule di una terra parallela, giunto sulla nostra per evitarne la distruzione da parte delle creature chiamate “Elementari”, furie della natura che hanno devastato il suo pianeta uccidendo i suoi cari. In un mondo che sta ancora piangendo la morte di Tony Stark e dove gli Avengers si devono ancora riorganizzare dopo le perdite patite durante lo scontro finale con Thanos, Fury non ha altra scelta che chiamare in soccorso il ragazzino designato da Stark come suo erede spirituale: Peter Parker, Spider-Man. Peccato però che il nipote preferito di Zia May sia impegnato con la sua classe in una gita in Europa, e abbia come unico pensiero la conquista della bella MJ.

Diretto con mano sicura da Jon Watts, alla sua seconda prova con le vicende cinematografiche dell’amichevole Uomo Ragno di quartiere, Spider-Man: Far From Home non rinuncia ai toni da teen comedy della pellicola precedente, alzando però il livello della spettacolarità (straordinaria la sequenza che strizza l’occhio a classici di Stan Lee & John Romita come The Madness of Mysterio e To Squash a Spider!).

Tom Holland si candida ad essere la versione definitiva di Peter Parker, di cui incarna con disarmante spontaneità la purezza d’animo. Ottimo tutto il cast di contorno: Jake Gyllenhaal offre una prova più che convincente come Mysterio, regalandogli spessore ed ambiguità, ed è un’aggiunta importante alla galleria di villains del MCU. Rispetto ad Homecoming acquista importanza la MJ interpretata da Zendaya: definita dall’attrice come una rivisitazione del classico character di Mary Jane Watson, il personaggio prende però una strada del tutto nuova grazie all’interpretazione brillante e carismatica della giovane diva.

Segnalazione d’obbligo per le due scene post-credit: la prima è fan service allo stato puro e vede un ritorno direttamente da un’era precedente dei cinecomic, oltre a portare avanti il discorso della manipolazione della realtà di cui parlavamo in apertura. La seconda getta una luce del tutto nuova su un personaggio centrale del Marvel Cinematic Universe e ne scuote le fondamenta. Di nuovo, molto di quello che abbiamo visto finora potrebbe non essere ciò che sembra.
La scena in cui le pene d’amore di Peter vengono sublimate sulle note di Stella Stai di Umberto Tozziall’arrivo a Venezia, per quanto surreale, è invece simpaticamente vera.

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