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Gennaro Costanzo

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Dylan Dog 280: Mater Morbi

La recente striscia positiva di albi che ha investito Dylan Dog sembra aver riportato un po’ di entusiasmo da parte dei lettori, tanto che si è più volte accennato ad una rinascita della serie. Se per fare un bilancio è sicuramente  ancora presto, quello che è certo è che in Bonelli la volontà di ri-lanciare uno dei loro personaggi di punta è chiara. Da troppo tempo l’indagatore di Craven Road n° 7 era caduto nel peggior incubo possibile per un fumetto, ovvero combattere contro se stesso, offrendo ai lettori storie ben lontane dai fasti che lo avevano reso un fenomeno di culto nei primi anni ’90. L’innesto, però, di autori con il giusto feeling con la serie può dare una svolta significativa al più anticonvenzionale degli eroi bonelliani.
Se il precedente “Il Giardino delle Illusioni” ha segnato il ritorno di uno dei migliori autori di sempre sulla testata, Paola Barbato, "Mater Morbi" è appunto il frutto (al momento più maturo) di ben due nuove leve dylaniane: Roberto Recchioni e Massimo Carnevale.

Alla sua seconda prova sulla serie regolare, Recchioni compie un gran balzo in avanti e ci regala una storia intensa e profonda in cui è difficile scindere le sue vicende personali dalla finzione, in cui chiede al lettore di andare oltre il suo semplice ruolo e di subire quasi la storia.
Si potrebbe dire che l’autore ci abbia messo l’anima in questo racconto, se non fosse che l’affermazione risulterebbe alquanto inesatta: Recchioni ci ha messo il corpo.
Mater Morbi è la madre delle malattie, una donna bellissima ma tristemente sola perché, come dice lo stesso Dylan, anche la morte e la sofferenza hanno i suoi estimatori, ma non la malattia, tutti cercano di fuggire da lei. Per questo Mater Morbi ha bisogno di trattenere i suoi figli in lunga agonia, per non lasciarli sfuggire, giocarci fin quanto non si stanca di loro e lasciarli poi morire. Una sorta di desiderio d’amore impossibile da ricambiare.

L’abilità narrativa di Recchioni è evidente, la storia è un continuo crescendo di situazioni e riflessioni che, in modo coerente e intelligente, toccano punti sempre più alti, passando di livello in livello di pari passo alla vicenda clinica di Dylan Dog. Le riflessioni e le conseguenze degli sviluppi sono sempre acuti, per un albo che fa riflettere e che non può lasciare indifferenti. Tra l’altro, difficilmente si è visto un personaggio tanto sofferente e malato come il Dylan di questa storia, dimostrazione di come il fumetto popolare sia più vivo e interessante che mai. Una storia che in certo senso è un compendio alla precedete, e già citata, della Barbato, disegnata da Marco Soldi: lì la sofferenza di Dylan era tutta psicologia, l’indagatore dell’incubo ha dovuto affrontare la sua mente. In "Mater Morbi" la sua sofferenza è tutta fisica, è il corpo ad essere minato.
 
La storia, drammatica e struggente, non poteva trovare tratto migliore che quello di Massimo Carnevale che riesce ad esaltare con il giusto tono la sceneggiatura di Recchioni dando il massimo nelle sequenze passate, realizzate in mezze tinte. L’intesa fra i due è elevata e tutto è a supporto di una fra le migliori storie del personaggio, sicuramente (almeno) per quanto riguarda gli anni zero.

Diabolik, le origini del mito 1-2

Per il fumetto italiano, il '68 è iniziato sei anni prima. Probabilmente questa frase può essere letta come una provocazione, ma l'uscita del primo numero di Diabolik nelle edicole italiane (inizialmente solo in determinate zone del nord) diede inizio ad una vera e propria rivoluzione.
Una rivoluzione per il fumetto: mai era esistito un personaggio, protagonista di una serie, dalla personalità decisamente perversa e negativa come Diabolik. Ed è probabile che lui sprigioni i nostri istinti più repressi, altrimenti non riusciremmo a spiegarci come sia possibile parteggiare per l'incarnazione della malvagità umana. Per le stesse autrici del fumetto, Diabolik non è altro che la personificazione di un mondo alla deriva, dove l'importante è l'accumulare, l'avere, e le sue azioni sono mirate a sgretolare questo piccolo mondo che ci sfugge dalle mani.

Da quel numero uno il panorama fumettistico mutò considerevolmente, non solo dando vita a una miriade di personaggi del tutto distanti dai classici canoni in vigore, ma modificando il dna stesso del fumetto. Forse è stato proprio Diabolik (e lo è di sicuro per l'Italia) ad uccidere l'innocenza del fumetto. Ed è strano come oggi questo fumetto sia visto quasi con diffidenza, con superficialità da una buona fetta di lettori, nonostante la sua storia, nonostante il successo. Si dà la sua presenza in edicola quasi per scontata, ma la rivoluzione di Diabolik fu anche un fatto culturale. L'Italia dei primi anni '60 rimase letteralmente scandalizzata da questo fenomeno in anticipo sui tempi, e partirono vere e proprie crociate giudiziarie nei confronti della grande kappa e dei suoi epigoni.
E forse non è un caso che artefici di questa rivoluzione siano due donne, Angela e Luciana Giussani, che da sole riusciranno a costruire un vero e proprio impero.

Grazie alla ristampa in splendidi cartonati allegati alla Gazzetta dello Sport, anche le nuove generazioni possono ora non solo leggere le origini e la nascita di questo personaggio, ma anche apprendere i motivi della sua innovazione.

"Il re del terrore", prima avventura di Diabolik, con disegni di Zarcone, esce nel novembre del 1962. La voglia di creare un fumetto adulto, adatto per una veloce lettura in treno, fa sì che già dal primo numero Angela Giussani imposti una struttura che, seppur ancora in via di definizione, si appresta a diventare il modello per tutte le successive avventure del criminale grazie alla costruzione di una giallo dalle forti tinte.
Lo scopo di Diabolik è quello di impossessarsi, a tutti i costi, delle ricchezze della famiglia De Semily grazie alla messa in atto di un piano ai limiti della perfezione, ma la presenza dell'ispettore Ginko mette a serio repentaglio i progetti del criminale.
La tensione emanata dal racconto è, ancora oggi, palpabile, e la scelta di presentare Diabolik, continuamente citato dai vari personaggi, a metà albo, con i suoi temibili occhi di ghiaccio, tiene il lettore col fiato in gola.

Le molteplici ingenuità ed una trama tirata rendono il secondo episodio, "L'inafferrabile criminale", sottotono rispetto al primo. Non aiuta una realizzazione grafica, ad opera di Kalissa, alquanto infelice. C'è di positivo che, da questo momento, la serie potrà fregiarsi di sceneggiature sempre più accorte e di tavole sempre più curate.

Potremmo dire, in effetti, che i primi due numeri della serie, dal sapore quasi underground, possano definirsi preparatori, spianando la strada per il fondamentale "L'Arresto di Diabolik", terzo episodio della serie che vede alle matite Luigi Marchesi.
L'importanza del terzo numero è, però, dovuta sopratutto all'esordio della futura compagna di vita di Diabolik, Eva Kant, co-protagonista a tutti gli effetti della serie. Eva è un personaggio affascinante, emancipato, ben distante dal modello classico delle eterne fidanzate dei fumetti. La Kant non vive di riflesso, non è seconda a Diabolik e anzi, brilla per la sua astuzia riuscendo a volte ad essere persino più perfida dello stesso compagno. Ma, sopratutto, l'amore incondizionato fra i due riesce a rendere umani i protagonisti agli occhi dei lettori ed equilibra l'elevata dose di atrocità sprigionata dalla serie.

Nei primi due numeri, Diabolik conosce Elisabeth, detta Tina, donna affascinante ma ingenua che non sospetta della doppia vita del proprio amato. L'incontro fra Diabolik ed Eva è fulminante e, quando Tina scopre e denuncia le attività illecite del criminale, è solo grazie all'azione risoluta della bionda Lady che il re del terrore riuscirà ad evitare la pena capitale.
E così, in "Atroce vendetta", sempre per le matite di Marchesi, Diabolik, con la complicità della sua nuova compagna, infligge la sua terribile punizione alla donna che l'ha tradito.

Da questi primi episodi è evidente come alcune ingenuità ci offrano un Diabolik ancora incerto ed una Eva ancora insicura, lontani dai personaggi perfetti che saranno in futuro. Si potrebbe vedere, in una visione idealistica, una sorta di maturazione dei protagonisti all'interno della serie nel corso degli anni. In realtà questa tetralogia di storie ci mostra un quadro ancora in via di sviluppo ma, al tempo stesso, fondamentale per la storia del personaggio perché getta le basi per la trasformazione della serie in quella alchimia meccanica che rende ancora oggi Diabolik un personaggio unico.
Una lettura assolutamente consigliata ad ogni cultore del fumetto.

Topolino 2717

Uscito, nell’attuale incarnazione, nell’aprile del 1949, il settimanale Topolino è protagonista di un nuovo restyling che ha beneficiato di un discreto supporto mediatico con tanto di conferenza stampa e vip presenti all’appello.
La svolta data in questa nuova impostazione di certo non è epocale: ricordiamo che in passato la testata ha subìto ben più drastici cambiamenti, come il passaggio da mensile a quindicinale a settimanale, da spillato a brossurato, svariati cambi di foliazione ed ultimo il passaggio dalla Mondadori alla Disney Italia.

Il nuovo Topolino, invece, ha il difficile compito di riagganciarsi ai suoi lettori e lo fa proseguendo una strada già avviata dalla stessa Valentina De Poli. A chi lamentava un Topolino senza rubriche e articoli, la nuova direttrice rispose subito, ad inizio mandato, con un incremento delle stesse.
Adesso, finalmente, si dà una sistematicità allo spazio redazionale, grazie alla suddivisione data dalle immaginarie tre linee metropolitane che conducono i lettori all’interno del giornale da una sezione all’altra. È stata incrementata la parte comunitaria, grazie anche al rilancio del sito e allo sviluppo di una comunità virtuale, nonché quella didattica e d’approfondimento, sia sulle storie che su argomenti correlati ad esse, senza scordare le consuete rubriche sul mondo dello spettacolo e dei videogiochi, nonché le immancabili pagine ludiche.
Il risultato è soddisfacente, gli apparati redazionali sono interessanti e pertinenti, e non più fini a se stessi come accadeva in passato, e stimolano la curiosità del lettore.

Sul versante fumetti è da lodare la volontà di creare un introduzione alle storie (pratica già sperimentata dalla stessa De poli in precedenza) dando anche voce agli autori. In questo numero si parte con “Zio Paperone in: Un altro Natale sul Monte Orso”, omaggio ad opera di Tito Faraci e Giorgio Cavazzano alla celebre storia “Paperino sul Monte Orso”, in cui esordì il personaggio di Paperone e riproposta nel precedente numero del Topo.
I due autori, per celebrare i sessant’anni di creazione dello “zione”, mettono in scena un’ottima commedia che risalta le loro capacità narrative, mostrandoci un quadro di Paperone molto umano.

Gradevole anche la commedia sopra le righe di Enrico Faccini e Andrea Freccero, “Paperino e la vigilia strapazzante”, e la storia “Paperino Paperotto e l’invito natalizio”, ad opera di Daniela Vetro. Quest’ultima è da segnalare per la fusione dei personaggi della versione modernista del piccolo Paperino all’interno dell’ambientazione classica, al momento, senza la creazione di eventuali “danni” di sorta.

“Topolino e l’evaso di mezzanotte”, unica storia dei topi di questo numero, vede all’opera un’eccellente Lorenzo Pastrovicchio supportato da un Carlo Panaro in forma.
Ultima nota per “Universi Pa(pe)ralleli – primo episodio”, che prosegue la scia delle saghe topolinesche, ormai presenti in ogni numero, ad opera di Fausto Vitaliano e Silvio Camboni, che ci consegnano un ottimo incipit per una storia che si preannuncia davvero interessante.

Da segnalare, inoltre, le strip di Donald Sofritti, la pagina “Gulp” di Silvia Ziche e la copertina che ci riporta con la mente ad una ventina d’anni fa, quando le copertine brillantate erano una tradizione della testata.

Un inizio promettente per il nuovo corso di Topolino a dispetto di chi sembra quasi augurare la morte del settimanale Disney. Si spera solo che adesso la nuova direzione metta al centro della propria produzione sempre più la voce degli autori piuttosto che quella dell’azienda.

Flash: A cavallo dei fulmini

FLASH: A CAVALLO DEI FULMINI (Mondadori, brossurato, 345 pagine a colori, € 12) Testi di Gardner Fox, Mark Waid, Grant Morrison, Mark Millar; disegni di Harry Lampert, Carmine Infantino, Greg La Roque, Paul Ryan, Ron Wagner, Pop Mhan


Dopo una lunga assenza del personaggio dalle edicole e dalle librerie italiane, la Mondadori propone un volume dedicato a Flash, l’uomo più veloce del mondo.
La copertina gialla, che richiama subito l’attenzione anche del più distratto acquirente, mostra ben tre personaggi in rilievo: Jay Garryck, Barry Allen e Wally West.
Il volume ripercorre un po’ tutta la carriera del personaggio indipendentemente da chi ne ha indossato la maschera, che quindi assume un valore simbolico, seguendo un tracciato logico basato sul concetto in divenire di tempo e su quello di famiglia che lega i vari Flash tra loro, su di un filo cronologico che ne traccia i momenti salienti.
Gli stessi Gardner Fox e Harry Lampert, quando nel 1940 realizzarono la prima storia del personaggio, non immaginavano che Jay Garryck sarebbe diventato il primo di una dinastia che vide nel 1956 Barry Allen e poi negli anni ’80 Wally West indossare il costume giallo-rosso.
Si parte dunque con “L’uomo più veloce del mondo” di Fox/Lampert, tipica storia della Golden Age che vede la nascita del primo Flash, Jay Garrych, e l’inizio della sua love-story con Joan Williams.
In un lampo ci trasferiamo nel 1961 quando ad indossare le vesti del velocista scarlatto c’è Barry Allen. La storia “Flash di due mondi” di Fox/Infantino mostra il primo incontro dell’eroe con Jay Garrych, ormai sposato da tempo con la bella Joan. E’ il racconto che inaugura il concetto di famiglia dei Flash.
Nel 1985 Barry Allen muore per salvare la terra, il suo posto è preso dal suo ex-assistente Wally West. “Il ritorno di Barry Allen”, arco narrativo in sei parti scritto nel 1993 da Mark Waid e disegnato da Greg La Roque, oltre ad essere la parte più sostanziosa del volume, ne rappresenta anche il cuore. Il ritorno di Allen sconvolge il nuovo Flash che vede cadere intorno a sé tutto il suo mondo, abbandonando i panni del supereore dopo una forte crisi d’identità.
In realtà Barry Allen si rivelerà diversoo dall’antico eroe, e questo segnerà la rinascita di West motivato come non mai. Con una struttura ciclica che riporta alla mente Born Again di Frank Miller, Waid costruisce un racconto esemplare che usa sapientemente la struttura ad episodi per narrarci un saga fra le migliori del personaggio.
Dal 1993 al 1998 il salto temporale questa volta è breve. Millar, insieme a Morrison prima e poi da solo, firma le ultime due saghe raccolte. I concetti di famiglia e di appartenenza alla maschera, ottimamente resi nel ciclo di Waid, qui vengono amplificati quando è l’intero mondo ad aiutare Wally West nella folle impresa di salvare il pianeta ne “La corsa umana”.
Ma West non sarà per sempre Flash: un giorno qualcun’altro prenderà il suo posto, e ideologicamente il volume si chiude con “Il Flash Nero”, dove Wally correrà al fianco della sua morte, rinviandola almeno per il momento.
La parte grafica è purtroppo la pecca del volume. I disegni dei vari artisti sono tutto fuorchè esaltanti, e si limitano ad accompagnare il testo scritto senza aggiungere altro.
In definitiva, un ottimo volume per chi vuole avvicinarsi al personaggio o per chi già lo conosce e ne vuole gustare gli inediti e rifarsi della sua lunga assenza nel nostro Paese.

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