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Gianluca Vici

Gianluca Vici

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Lake of Fire, recensione: Crociati contro demoni che escono dalle fottute pareti!

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Lake of Fire è una di quelle avventure che non ti aspetti. Non per chissà quale incredibile concept o sperimentazione grafica, ma per la solida, lucida ed ispirata realizzazione.
Un grande “What if?” di marvelliana memoria ma dove al posto dei supereroi abbiamo un manipolo di crociati, in piena crisi catara, che si ritrova ad affrontare la più incomprensibile delle situazioni, per quanto riguarda gli uomini del medioevo.

Nathan Fairbairn ai testi e Matt Smith alle matite ci conducono in un’ambientazione che si è vista poco o nulla sia al cinema che nei fumetti, durante le crociate europee che la chiesa mosse contro l’eresia catara. La sensazione di scansonata avventura che apre l’opera rimanda ad alcune suggestioni del fumetto franco-belga e ci riempie di una sottile ma persistente curiosità su come i nostri eroi, manipolo di coraggiosi “guerrieri di Cristo” affronteranno l’incredibile situazione.

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Si, perché quale sia la minaccia è ben chiaro dalle primissime tavole, che mette subito sulla scacchiera della vicenda una situazione da paleocontatto, dove però non sono Dei scesi sulla terra ad insegnare ai primitivi umani tecniche e virtù, quanto la mostruosità tipica della serie Alien, fuori scala, fuori dalla comprensione e che getterà nel panico e nel caos i protagonisti.
Ed è qui che Fairbairn e Smith sorprendono e mostrano di avere le idee ben chiare ed ispirate su questa storia, mostrandoci come i coraggiosi soldati visti dagli occhi del giovane cavaliere, siano più mercenari che eroi. Senza fede, senza onore e solo con una gran rabbia dentro per aver scoperto che la nobile causa altro non è che la solita causa, il potere.
Bellissima, per quanto classica, la figura di Sir Raymond, disilluso cavaliere che guiderà la compagnia verso un destino inaspettato e terribile.
Anche il tono della storia cambia e si trasforma, precipitandoci in un assedio da incubo dove il terrore regnerà sovrano, la gente morirà e morirà molto male e il coraggio sarà l’unica speranza rimasta.
A complicare ulteriormente la situazione il fanatismo dell’inquisitore mandato con la compagnia a stanare eretici e traditori della chiesa di Roma, che sfogherà su di una giovane ragazza catara le sue frustrazioni ed i suoi deliri di purificazione spirituale.

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I rimandi all’Aliens di James Cameron sono evidenti e palesi, una gradevole citazione voluta dagli autori che, soprattutto nella parte centrale, omaggia i momenti più concitati della lotta degli Space Marines contro gli xenomorfi. E proprio come loro anche i nostri cavalieri si troveranno costretti a partire verso la tana di quelle demoniache creature, verso quel biblico lago di fuoco dove dimorano i demoni e dove scopriranno una realtà molto più vasta e complessa, oltre che a ritrovare onore e coraggio.

Dal punto di vista tecnico è squisito e studiatissimo il montaggio della tavola, che rimane ben chiuso nella sua gabbia europea per esplodere sempre nel momento giusto, con ritmo e cognizione di causa. Lo stile di Smith, così ricercato nella sua classicità, risulta esaltato in questo modo potendo, nelle fasi più ricche d’azione della storia, mostrarci tutta la spettacolarità e la potenza assolutamente moderna ed efficace di cui è capace.

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Potrebbe però non piacere a tutti, abituati ormai agli ipertrofismi grafici e alle esasperazioni anche narrative che il fumetto moderno, a volte, tende a ritenere necessari per attirare pubblico e critica.
La sensazione invece è quella di un’opera amata e realizzata secondo una precisa scelta stilistica, che strizza l’occhio alle avventure di cappa e spada ma in salsa SF.
Originalissima ed inaspettata nella sua messa in scena, Lake of Fire è in realtà la prova di come si possa scrivere una storia classica e tradizionale nei suoi elementi e renderla assolutamente irresistibile e accattivante.

Gasolina 1: recensione: Ancora a caccia di mostri, abomini e narcotrafficanti

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Sean Mackiewicz e Niko Walter aprono le danze di questa nuova, anomala avventura di una altrettanto anomala coppia di eroi, “El Doctor y La Asasina” (il Dottore e l’Assassina), impegnati in una inquietante serie di eventi dove la criminalità si mescola a strani eventi soprannaturali e a suggestioni da complotto internazionale, per quanto ancora vaghe.
Una vicenda che parte dai campi coltivati del Sud, quella realtà quasi fuori dal tempo di un certo mondo agreste tipicamente americano ma nel contempo povero, segnato da immigrati messicani, cartelli e narcotrafficanti. Un’atmosfera che inizialmente strizza l’occhio ai tanti survival moderni, quasi a confondere e farti credere di trovarti di fronte ad un mondo di sopravvissuti dopo chissà quale catastrofe, dove non mancano una strana setta di fanatici e un eco a Stephen King ed al suo I figli del grano.

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Il pretesto di un rapimento aprirà la strada a strani ed oscuri avvenimenti, dove l’elemento soprannaturale si mischia ad una avventura nel profondo sud e al poliziesco più classico e manierista, fatto di sbirri duri e disillusi ma ancora pieni di coraggio e pericolosi boss del cartello dei narcotrafficanti.
Molta, forse troppa la carne al fuoco messa in scena dagli autori nel tentativo di disegnare un mondo oscuro e doppiamente pericoloso, fatto di malavita e orrori Lovecraftiani, situazioni da poliziesco e su tutte il percorso dei nostri eroi.

Ora, siamo consapevoli che si tratta della prima parte di una serie di avventure che sembrano trattare tematiche legate ai classici stilemi dell’horror e che ci sarà tempo per eventuali approfondimenti, ma la sensazione generale è quella che si sia voluto essere originali ad ogni costo, cercando una commistione di troppi generi e situazioni senza un vero criterio narrativo globale.
Il tutto a pesantissimo discapito, appunto, dei protagonisti. Non sappiamo chi sono, ci viene fatto intuire che sono in fuga e con un passato turbolento e violento, eppure le loro motivazioni risultano poco chiare, il loro agire sempre sicuro se non strano delle volte, come per quanto riguarda El Doctor.
La questione della setta che fa da apripista alle vicende legate alle strane creature, dovrebbe essere legata al grande villain della storia, ma rimane quasi una vicenda isolata.
Di colpo la storia vira verso un poliziesco classico, granitico e che solo verso la fine dovrebbe in qualche modo legarsi alla vicenda principale.
L’impressione generale che se ne trae è quella di storie sconnesse, slegate tra loro. Un missaggio poco riuscito perché non attento a trovare quegli elementi dei singoli generi che possano fondersi con quelli dell’altro. Una situazione tipica di tutte quelle storie che mischiano generi diversi nel tentativo di creare una situazione o un ambiente originale, ma che naufraga spesso proprio a causa di questa difficoltà. Non basta mettere uno di fianco all’altro generi e tematiche diverse, si rischia solo una pesantezza dovuta all’incedere incerto e macchinoso della vicenda.
Forse proprio perché non si è tentato una interpretazioni di questi generi, che vengono invece sbattuti in faccia al lettore al lordo dei loro stilemi più classici.

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Inevitabile il paragone di tutto questo genere di opere col paradigma dell’opera contaminata per eccellenza, quell’Alien di Ridley Scott che di fatto resuscitò il genere fanta-horror, sempre esistito, ma plasmato con la maestria del grande chef, generando quel colosso della storia del cinema che andrebbe sempre preso in considerazione quando si gioca con più generi. Alien funziona non perché mescola horror e fantascienza ma perché trova i punti di contatto tra i due reinterpretandoli e non gettandoli nel calderone senza criterio.

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Dunque un fiasco su tutta la linea? Assolutamente no, il concept è onestamente interessante, le situazioni ed i personaggi, se virati nei prossimi numeri verso la giusta direzione, potrebbero regalarci qualcosa di fresco e non nego che già così Gasolina potrebbe trovare l’apprezzamento di molti lettori.
Mackiewicz è uno sceneggiatore solido, Walter una mano veramente felice. Non possiamo che augurarci una più armoniosa gestione di questo mondo e di questi personaggi perché il potenziale per emergere c’è ed è molto interessante.
Sicuramente va data all’opera il beneficio del dubbio e della sua stessa apertura, ma se certe macchinosità, certe disarmoniche situazioni non verranno risolte sarà una grande occasione sprecata.

La recensione di Solo: A Star Wars Story

Arriva nelle sale italiane Solo: A Star Wars Story, secondo spin-off della saga creata da George Lucas. Dimenticate i toni seri ed i temi drammatici di Rogue One, siamo in presenza di un'avventura con forti elementi di commedia nella più classica tradizione hollywoodiana. E mai scelta fu più indovinata per parlare delle origini di uno dei personaggi più iconici e amati di Star Wars, Han Solo.

Siamo tutti a conoscenza delle vicissitudini di questa produzione, l'ingaggio di Ron Howard a riprese inoltrate e il cambio di rotta del regista riguardo il tono del film. Tutti elementi che facevano temere il peggio e un disastro annunciato ma che Howard è riuscito ad evitare, donandoci una pellicola dove l'umorismo, le corse sfrenate ed i colpi di scena si mescolano alla perfezione. Elettrizza, tiene incollati allo schermo tra la fuga da Corellia e le trincee della guerra dell'Impero che tanto ricordano quelle della Prima Guerra Mondiale. Dal concitato assalto al treno, alla leggendaria partita a Sabbac, fino alla mitica rotta di Kessel e all'incontro con Chewbacca, che ci regala alcuni dei momenti più fedeli e divertenti del mitico duo. Nulla sembra fuori posto nella storia, i viaggi sono numerosi in altrettanti pianeti ed i fan avranno un gran bel lavoro nello scovare gli infiniti rimandi alla saga.
Il lato oscuro della criminalità galattica, sempre presente in Star Wars, è qui mostrato in tutto il suo terribile potere fatto di colpi da milioni di crediti, contrabbando, gioco d'azzardo e corruzione. Il tono però non è mai greve, tende a non prendersi troppo sul serio e la risata, quella sincera, è sempre dietro l'angolo.

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Tutto magnifico quindi, meglio di Rogue One? No, ci sono dei problemi e sono proprio dove sarebbe stato meglio che non ci fossero. Parliamo della performance di Alden Ehrenreich, per nulla facile e osteggiata da una buona parte del fandom già dal suo annuncio.
Alden porta a casa un'interpretazione per nulla banale, dove lo studio e le movenze di Harrison Ford sono ricalcate e interpretate con grande perizia, non apparendo mai forzate e posticce. In alcuni momenti la sensazione è proprio quella di vedere un giovane Han, ma è spesso una posa, uno sguardo, un movimento. Non sembra quasi mai di avere a che fare con il cinico contrabbandiere che tutti noi conosciamo e amiamo e non a causa del fatto che stiamo osservando un Han più giovane. Il problema è da ricercarsi nel modo nel quale è stato scritto il personaggio e non nell'ottima prova di Alden. Un Han troppo poco incisivo, troppo innocente e ingenuo. La situazione migliora verso la fine, dove l'illusione si fa finalmente perfetta e il sorrisetto da canaglia di Alden trionfa e nasce l'Han Solo che tutti conosciamo. Una crescita del personaggio che ovviamente andava mostrata, che sicuramente continuerà visti gli anni che ancora lo separano dal primo incontro con Luke, ma che comunque risulta poco coinvolgente.

Stesso discorso, anche se in misura decisamente minore, riguardo Donald Glover ed il suo Lando. Qui la sensazione di trovarsi di fronte all'originale è molto forte, l'interpretazione di Donald è fantastica e quasi perfetta, con addirittura un momento che ci mostra come l'altra simpatica canaglia della galassia sia in realtà un uomo solo. Eppure anche qui la sensazione è di non aver preso in pieno la gioventù di questi personaggi, rendendoli forse troppo sopra le righe nel tentativo di rimarcarne i personaggi originali.
Discorso diverso per Woody Harrelson, qui nella parte di Tobias Beckett, in un certo senso mentore e modello del giovane Han. Woody è strabordante, incisivo, divertentissimo e totalmente immerso in un personaggio che gli è stato di fatto cucito addosso. Ruba spesso la scena agli altri ed è già un personaggio entrato nel mito.
Nei panni di Qi'Ra, il primo amore di Han, troviamo Emilia Clarke. Femme fatale mutuata dal noir e quindi perfettamente in linea con le tematiche del film, gioca col tradizionale ruolo ambiguo di donna innamorata ma impossibilitata da terribili doveri. E ultimo, ma non ultimo, l'eccellente Paul Bettany nel ruolo dell'antagonista, il temibile ed inquietante boss dell'Alba Cremisi, Dryden Vos.

Non ci sono però grandi eventi importanti legati alla saga principale come avveniva in Rogue One, ad eccezione di un particolare colpo di scena che farà la gioia di molti.
L'impressione generale è quella di un primo capitolo, una divertentissima avventura nel pieno rispetto di tutte le cose che rendono Star Wars divertente ed affascinante, ma che richiederebbe di una seconda parte per essere conclusa.
Howard porta a casa un eccellente prodotto targato Star Wars, risolleva una produzione che rischiava di naufragare e la trasforma in qualcosa che merita sicuramente una seconda visione, oltre a ricordarci, finalmente, che... Han shot first.

La recensione di Black Panther

Siamo ormai abituati ai film introduttivi dei personaggi Marvel, una cosa normale nell’ottica dell’ambizioso progetto MCU e quando hai a disposizione uno dei più vasti parchi supereroi di sempre.
Black Panther arriva nelle sale seguito in patria da qualche polemica di boicottaggio da parte di un gruppo di fan DC che hanno accusato la Disney di pagare i critici - forse pilotata più dal marketing che altro - e da noi con la curiosità per questo personaggio meno noto al pubblico nostrano rispetto ad altri.

La storia di T’Challa, re del Wakanda e Pantera Nera, interpretato da Chadwick Boseman è strutturata sul più classico canovaccio dell’ascesa dell’eroe, dalla presa di consapevolezza e responsabilità del peso del comando, di caduta e riscatto, di vittoria. Il classico cammino dell’eroe che non aggiunge nulla al canone se non fosse che, con tutte le dovute attenzioni tipiche di un blockbuster hollywoodiano, l’intero film si porta dietro un messaggio chiarissimo e sorprendente per il mercato mainstream.
Non aspettatevi un manifesto politico, non sentirete mai termini troppo espliciti ma, in questo film - fedele al fumetto originale nelle tematiche più di quanto lo siano mai stati gli altri - il tema del razzismo, della segregazione etnica della comunità afroamericana, del colonialismo e della difesa a oltranza dei propri confini sono chiari, serviti senza un eccessivo uso di metafore "buoniste" e politically correct. Là dove il plot è tutt’altro che originale e a tratti scontato, esso si dimostra invece essere in funzione del messaggio ben poco velato del film.

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In patria, anche a causa del tema molto sentito dalla comunità afroamericana, il film si sta dimostrando un successo. Non lesina di chiarezza sulla condizione della discriminazione razziale, aprendo discorsi scomodi lontani dai prodotti di puro intrattenimento. Un velato ma persistente razzismo che, sembra dirci il regista, non è insito in questa o quella etnia ma nell’uomo in quanto tale, quando sente che a torto o ragione i confini del suo orto vengono minacciati. Tuttavia, anche da noi il film ha il suo momento nella realtà che ci colpisce e che stiamo vivendo. Quell’odioso ma realistico dialogo tra T’Challa e W’Kabi sull’accoglienza ai profughi, sul lasciare al confine loro ed i loro problemi. Perché il Wakanda è una nazione prospera e in pace non solo perché si eclissa dalla conoscenza del mondo ma anche perché fa ben attenzione a lasciare quel mondo e i problemi dei suoi abitanti fuori dai patri confini. Pena morte o marchiatura stile bestiame.
Anomalo, forse anche coraggioso, non esplicito ma allude chiaramente, come quando si cita il suicidio in mare degli schiavi che venivano portati in America, perché meglio la morte che la schiavitù.
O la necessità di uomini buoni ma disperati di abbracciare la lotta armata. Insomma il regista non trascura i temi, li tratta perché siano fruibili da tutti ma in modo che nessuno possa fare finta di non averli capiti.
Il resto forse è scontato, a tratti banale per quanto gradevole. Si sorride, ma non si ride come al solito, quasi che si voglia sdrammatizzare senza ridicolizzare.

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In questo contesto forse è proprio la figura T’Challa quella che ne viene maggiormente schiacciata durante la narrazione, rispetto non solo alle tematiche ma anche all’approfondimento degli altri comprimari e antagonisti, per riprendersi nel finale di lotta e affermazione dei propri doveri di re.
Su tutti Michael B. Jordan, un Killmonger ispirato ed inquietante, che ci dona un avversario molto più intenso di quanto siamo stati abituati fino ad ora con i villain del MCU. Ed Andy Serkis, con un Klaue sopra le righe, quasi un cattivo di bondiana memoria.

Spesso sentiamo parlare di quanto, dopo Infinity War, l’MCU non sarà più lo stesso, ma è probabile che dopo questo film molte cose siano già cambiate. Perché il regista Ryan Coogler e i Marvel Studios hanno dimostrato di poter mettere le mani su temi delicati e difficili, cosa che sui propri comics la Marvel ha sempre fatto, e poterlo fare con intelligenza proprio attraverso il mezzo del colossal, spesso restio al rischio di un chiaro impegno sociale e politico.
Non una novità nel corso dei precedenti film ma una maggiore chiarezza che, forse anche complice l’amministrazione Trump, assume un significato decisamente più forte e chiaro.
“Costruire ponti, non muri.”

Black Panther è diretto da Ryan Coogler (Creed) su sceneggiatura co-scritta insieme a Joe Robert Cole (The People v. O.J. Simpson: American Crime Story). Nel cast troviamo Chadwick Boseman (Captain America: Civil War), Michael B. Jordan (Creed), Lupita Nyong’o (12 anni schiavo), Danai Gurira (The Walking Dead), Martin Freeman (Lo Hobbit, Sherlock), Daniel Kaluuya (Sicario), Angela Bassett (American Horror Story), Forest Whitaker (Rogue One: A Star Wars Story, Il Maggiordomo), Andy Serkis (Avengers: Age of Ultron), Letitia Wright (Urban Hymn), Winston Duke (Person of Interest, Modern Family), Florence Kasumba (Captain America: Civil War), Sterling K. Brown (The People v. O.J. Simpson: American Crime Story) e John Kani (Captain America: Civil War).

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