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Punisher collection: Zona di guerra, recensione: il Punitore di Dixon e Romita Jr.

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A inizio anni ’90, ancor prima della rivoluzione Image Comics, il pubblico americano mostrò di gradire eroi violenti, oscuri e tormentati con fisici ipertrofici che tutta una generazione di nuovi artisti rappresentava con soluzioni grafiche originali e moderne, spesso con figure smodate e lontane da un realismo e da una compostezza compositiva più classicheggiante. La bomba Image amplificò tutto all’eccesso e per qualche anno l’onda d’urto fu molto forte.

La Marvel, fra nuovi e vecchi character, trovò nel Punitore un ottimo compromesso fra passato e presente. Il personaggio aveva esordito addirittura nel 1974 sulle pagine di The Amazing Spider-Man, creato da un team classico composto da Gerry Conway, Ross Andru e John Romita Sr. Tuttavia, dopo diverse comparsate come comprimario su varie testate, solo nel 1986 ottenne la sua prima miniserie da protagonista, dal cui successo nacque la sua prima serie regolare. La Marvel capì le potenzialità del personaggio e lanciò così nel 1988 The Punisher War Journal, una serie più integrata nel Marvel Universe dove Frank Castle interagiva maggiormente con gli altri eroi. Per battere il ferro finché è caldo, la Casa delle Idee diede vita prima a The Punisher Magazine, durato solo 16 numeri, e poi a una terza testata intitolata The Punisher War Zone. Di quest’ultima, Panini Comics ha da poco raccolto il primo ciclo di 6 numeri nella collana Punisher Collection.

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Dopo l’abbandono da parte del suo socio Micro, Frank Castle decide di infiltrarsi come semplice sgherro, sotto falsa identità, nella famiglia mafiosa dei Carbone alla cui giuda troviamo due fratelli, il maggiore Julius - che detiene il comando - e il minore Sal, che spesso è in disaccordo con i metodi del primo. Frank Castle utilizza la sua posizione per avere informazioni, e il suo doppio gioco (nonché qualche azione avventata) non solo complicano le cose ai Carbone, ma anche ad egli stesso. La situazione si complicherà fino al punto in cui Castle verrà scoperto e mandato a morire, se non fosse per l’intervento esterno del suo ex amico Mitraglia.

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The Punisher War Zone è scritta da Chuck Dixon, all’epoca una promessa del fumetto americano, che già si era fatto notare per alcuni lavori sia per l’Eclipse Comics che per la Marvel. Fu proprio in questo periodo, grazie contemporaneamente all’impegno alla DC su alcune testate della Bat-family, in particolare su Robin, che l’autore ottenne la consacrazione definitiva.
Le sceneggiature di Dixon sono asciutte e dirette e non risentono affatto del passare del tempo. L’intreccio delle trama, un perfetto “action-movie” a fumetti, è credibile e ben reso, seppur non particolarmente intricato. La sua versione del Punisher è perfettamente credibile e trova equilibro nel mostrare sia la parte dura che quella umana del personaggio.

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Alle matite troviamo John Romita Jr., di ritorno su una serie regolare dopo un periodo di due anni. Qui, Romita era in una fase fondamentale della sua carriera, attivo fin dalla fine degli anni ’70, l’artista aveva già realizzato diversi cicli su importanti testate, fra cui Iron Man, Amazing Spider-Man e Uncanny X-Men, tuttavia fu dal suo lavoro su Daredevil, con le chine di Al Williamson, che il fumettista avvia un’evoluzione artistica importante, smarcandosi dall’ombra ingombrante del padre e elaborando uno stile proprio. Su The Punisher War Zone Romita, dunque, è ormai un autore nel pieno della sua maturità, e il suo stile squadrato, i suoi corpi voluminosi, la sua composizione dinamica, che spesso sfocia in spettacolari splash-page, sono non solo in linea con i tempi (Romita, però, rinnega gli eccessi di alcuni suoi colleghi) ma, soprattutto, si sposano alla perfezione con il personaggio di Frank Castle. Il suo Punitore è possente, rude e violento e ritrae alla perfezione tutte le caratteristiche del personaggio e ben si adatta alle sceneggiature di Dixon.

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Punisher Collection - Diario di Guerra: Grosso Guaio ai Tropici, recensione: Gli anni '80 di Frank Castle

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Quando The Punisher apparve per la prima volta nel 1974 sulla copertina di The Amazing Spider-Man 129, fucile in mano e Tessiragnatele sotto tiro, neanche i suoi creatori Gerry Conway, Ross Andru e John Romita Sr. avrebbero mai immaginato che quel vigilante, creato sull’onda del successo di film come Il Giustiziere della Notte con Charles Bronson, avrebbe riscosso un successo clamoroso passando ben presto dallo status di comprimario a quello di protagonista assoluto. L’idea decisiva per la creazione del personaggio venne fornita a Conway dalla lettura dei romanzi dello scrittore Don Pendleton con protagonista il giustiziere The Executioner, oltre che dall’osservazione della realtà delle periferie statunitensi di quel periodo, dove i cittadini erano in balia di una criminalità che spadroneggiava e contro la quale le forze dell’ordine mostravano tutti i loro limiti.

Il periodo di maggior successo del personaggio arriva con gli anni ’80 quando, dopo le ripetute apparizioni come avversario/alleato dell’Uomo Ragno nelle collane a lui dedicate e dopo una significativa presenza nelle storie di Daredevil firmate da un giovane Frank Miller, la Marvel decide di dedicare all’alter-ego di Frank Castle delle iniziative a suo nome. Nel 1985 esce Punisher: Circle of Blood, miniserie di 5 numeri a firma Steven Grant / Mike Zeck che ottiene un successo clamoroso, e che inizia a definire la personalità del Punisher a cui siamo abituati, più cupo e determinato nella sua missione sanguinaria. Sono gli anni in cui furoreggiano sugli schermi gli action-movie traboccanti sangue e pallottole in cui divi come Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger non usano mezze misure nello sbarazzarsi dei “cattivi” di turno: in film come Cobra, Commando e Codice Magnum, le città americane dell’era Reagan sono ritratte come moderne giungle colme di pericoli nelle quali è lecito farsi giustizia da soli a suon di proiettili. Da questo punto di vista, il Punisher incarna lo zeitgeist di quei tempi: quando la Marvel decide di lanciare finalmente la prima serie regolare dedicata al personaggio nel 1987, a firma Mike Baron / Klaus Janson, i lettori tributano un’accoglienza calorosa ad un prodotto che stavano aspettando da tempo. Anche in questo caso il riscontro di vendite è senza precedenti per una serie che non è collegata in alcun modo al bestseller dell’editore di quel periodo, X-Men, e ha legami piuttosto tenui col resto dell’Universo Marvel data la volontà degli autori di privilegiare una dimensione urbana e realista.

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Già nell’anno successivo la Casa delle Idee soddisfò le richieste sempre più pressanti dei lettori che chiedevano a gran voce ulteriori dosi delle avventure di Frank Castle: nel 1988 uscì il primo numero di The Punisher War Journal, secondo mensile dedicato al vigilante, per i testi dell’editor Carl Potts e per i disegni di un giovane talento che, nel giro di un paio d’anni sarebbe diventata la star più idolatrata del settore: Jim Lee. Panini Comics ha recentemente mandato in libreria il secondo volume dedicato alla ristampa delle storie di Potts & Lee, all’interno della collana Punisher Collection. La riproposta delle storie del Punitore di questo classico duo è un piccolo evento editoriale: all’epoca della loro prima pubblicazione italiana datata 1989/91 l’editore di allora, la Star Comics, scelse un formato cosiddetto “bonellide”, ridotto e in b/n, tipico dei polizieschi all’italiana come Nick Raider che a quei tempi furoreggiavano in edicola. Peccato che le vicende di Frank Castle c’entrassero poco con quel tipo di prodotto, e ad essere penalizzate furono soprattutto le tavole di uno già spettacolare Lee. I due volumi rendono quindi giustizia al lavoro del disegnatore coreano, dandoci la possibilità di ammirarne le matite nel loro splendore originale. Detto questo, non sempre la memorie ci restituisce le cose per quello che sono veramente, e rileggendo queste storie a distanza di quasi 30 anni ci si può rendere conto di quanto la fama di queste prime uscite di Punisher War Journal sia ad attribuire unicamente alla presenza di un artista come Lee che, sebbene ancora alle prime armi e con qualche incertezza, già lasciava intravedere il talento straripante che lo avrebbe accompagnato nei suoi incarichi successivi.

Leggendo il primo volume, eravamo rimasti perplessi di fronte alla pochezza dei testi di Potts, datati e verbosi, e all’utilizzo frequente di escamotages narrativi come il riassunto degli eventi precedenti tramite l’utilizzo del flashback, ed altri artifici oggi fortunatamente superati. Esilarante, in tal senso, la scena in cui il Cecchino, avversario del Punisher, ferito gravemente e a terra, chiede al suo carnefice, un ex commilitone, di rinfrescargli le idee su come siano arrivati a quel punto. Le due pagine di flashback che ne seguono sono francamente irritanti ed inaccettabili per gli standard di oggi. Anche l’approfondimento psicologico del protagonista è inesistente, lontano anni luce dalla versione che ne aveva dato Grant: Potts si concentra unicamente sull'azione, confezionando storie di scarso spessore simili per tono a quelle dei film di cassetta sopra citati.  Le cose fortunatamente migliorano col secondo volume, Diario di Guerra: Grosso guaio ai Tropici, che contiene elementi di maggior interesse rispetto al primo. Su tutti, la crescita esponenziale di Jim Lee: abbandonate completamente le incertezze da semi esordiente, il futuro disegnatore di X-Men libera tutta la sua esplosività con tavole straripanti d’azione e, per la prima volta, con l’utilizzo di spettacolari splash-pages. La confidenza col mezzo è ormai evidente e la trasformazione è già avvenuta: il Lee che disegna le ultime pagine del volume è gia il Jim Lee, dal tratto potente e muscolare, che di li a poche settimane, si traferirà sulle pagine di Uncanny X-Men per realizzare in coppia con Chris Claremont il fumetto più venduto di tutti i tempi.

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Al contrario di The Punisher, la collana madre scritta da Mike Baron che non aveva contatti con la continuity Marvel dell’epoca ed era chiusa in una sua autoreferenzialità, Punisher War Journal era aperta all’apparizione di altri personaggi della Casa delle Idee. Se nel primo volume avevamo assistito all’apparizione di stelle di prima grandezza come Daredevil e la Vedova Nera, oltre che ad una minisaga in 2 parti con co-protagonista Wolverine, nel primo blocco del secondo volume il Punitore viene coinvolto in Atti di Vendetta, evento Marvel del 1989 in cui un consorzio di criminali capitanato da Kingpin e dal Dr. Destino, manovrati a loro insaputa da Loki, decidono di scambiarsi le loro nemesi, affinché siano impreparati nell’affrontare avversari mai incontrati prima. Al Punisher tocca Bushwacker, il “Guerrigliero”, assassino di mutanti creato da Ann Nocenti sulle pagine di Daredevil, fanatico dotato di un braccio cibernetico che può trasformare in qualsiasi arma. Inutile dire che lo scontro tra due tipi così è una manna per la matita potente di Lee. Il secondo blocco del volume offre un buon team-up con Spider-Man, alle prese con una pericolosa banda di neonazisti, in cui Lee si prende una pausa ed è sostituito dal classico David Ross, oltre a quella che è forse la storia più interessante dell’intero volume scritta, guarda caso, non da Potts ma da Mike Baron. Da sempre interessato ai temi sociali, Baron sceneggia un ottimo episodio su un tema ancora oggi odioso ed attuale, quello della speculazione finanziaria ai danni dei piccoli risparmiatori, mettendo Frank Castle sulle tracce di un faccendiere che ha rovinato un’intera comunità. Inutile dire che la punizione arriverà, e sarà tremenda. Un’altra futura star della matita, Mark Texeira, ripassa egregiamente a china le matite del carneade Neil Hansen.

L’ultimo blocco di storie è composto dalla saga in tre parti che dà il titolo al volume, e segna il canto del cigno di Lee sulla testata. Qui un Frank Castle in versione “vacanziera” deve affrontare un’imprevista trasferta alle Hawaii, per salvare la famiglia del suo assistente Microchip dalla banda di narcotrafficanti nella quale sono incappati. Anche in questa trama da telefilm anni ’80 si innesta una bizzarria di Potts, che fa accorrere in aiuto di un Punisher in difficoltà un “Kahuna” locale, condendo la storia di un misticismo spicciolo e di una dimensione “new age” da supermercato. Jim Lee saluta personaggi, testata e lettori con le solite tavole esplosive, dirigendosi verso remunerativi lidi mutanti. Di li a poco saluterà anche Potts, lasciando il campo al più capace Baron, che si dividerà così su due testate.

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Il successo editoriale del Punitore si manterrà stabile fino ai primi anni ’90, per poi scendere inesorabilmente verso la metà del decennio con la chiusura di tutte le iniziative a lui collegate. L’avvicinarsi del nuovo millennio richiedeva una voce diversa per narrare le vicende di Frank Castle, una voce che non avesse il timore di scendere negli abissi della sua follia, dei suoi traumi e della sua ossessione per la vendetta. Quell’uomo, nonché lo scrittore definitivo del Punisher, sarebbe stato l’irlandese Garth Ennis, reduce dal successo di Preacher. Ma questa è un’altra storia, buona per un altro giorno.

Panini Comics presenta Diario di guerra: Grosso guaio ai Tropici in un pregevole cartonato, contraddistinto dalla consueta cura editoriale, arricchendolo di tutte le cover e le pin-up realizzate da Jim Lee durante la sua permanenza sulla testata, elemento che lo rende un acquisto imprescindibile per tutti gli estimatori di questo straordinario artista.

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Fresh Star: annunciata la nuova serie del Punitore

  • Pubblicato in News

La Marvel ha annunciato la nuova serie de Il Punitore per il rilancio Fresh Start scritta da Matthew Rosenberg e disegnata da Riccardo Burchielli. La testata riporterà Frank Castle alla sua condizione originaria dopo aver abbandonato l'armatura di War Machine:

"Torneremo a Frank Castle con una pistola e un coltello per le strade di New York e sporcandosi le mani", ha detto Rosenberg a Marvel.com. "Ma vedremo anche un uomo che è cambiato dalla sua esperienza in armatura. Ha sviluppato un gusto per le cose in grandi e obiettivi più grandi, e non ha intenzione di rinunciarvi facilmente. Quindi in un certo senso è tornato alle origini - ma su una scala più grande."

Frank affronterà i classici criminali a cui i fan si sono abituati, ma questo non significa che il vigilante non si confronterà con i personaggi (criminali ed eroi) più importanti della Marvel.

The Punisher #1 di Rosenberg e Burchielli uscirà il primo agosto, di seguito la cover dell'albo.

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Wolverine / Punisher / Ghost Rider - Cuori di tenebra, recensione: artigli, pallottole e catene infernali

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Allo scoccare degli anni ’90 la scena fumettistica americana è ancora influenzata dall’onda lunga del cosiddetto revisionismo, il movimento che nel decennio precedente aveva rinnovato profondamente il genere supereroistico, lanciando nel firmamento del comicdom, tra le altre, le stelle di Alan Moore e Frank Miller. Opere come Watchmen e Il Ritorno del Cavaliere Oscuro avevano mostrato la definitiva perdita dell’innocenza dei superuomini, diventati ormai il simbolo delle nevrosi di una società occidentale che, da li a poco, avrebbe perso i punti di riferimento tradizionali a causa degli eventi scatenati dalla caduta del Muro di Berlino. Il successo dei lavori di Moore e Miller esercitò una forte influenza su tutto il settore, che sarebbe stato presto dominato da una schiera di anti-eroi, cupi e violenti, capaci di oscurare per un paio di lustri i supereroi classici con l’unica eccezione di Batman, personaggio dalle caratteristiche che ben si adattavano al nuovo filone. E mentre la DC si godeva il successo del Cavaliere Oscuro, trainato delle straordinarie performance al botteghino dei due lungometraggi firmati da Tim Burton, preparandosi contemporaneamente ad uccidere Superman con una memorabile saga-evento, in casa Marvel Capitan America e il resto degli Avengers erano stati surclassati nelle preferenze dei lettori da un terzetto di “duri” che non disdegnavano il ricorso alle maniere forti quando le circostanze lo richiedevano: Wolverine, Punisher e Ghost Rider.

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La grande popolarità di Wolverine era legato a doppio filo allo straordinario successo della saga degli X-Men, di cui l’artigliato canadese era il membro più riconoscibile ed amato. Durante la sua lunga gestione delle vicende mutanti, Chris Claremont ne aveva definito il carattere di eroe solitario ma capace di fare squadra, del duro che sotto la scorza apparentemente impenetrabile nasconde un animo romantico. Altro elemento di grande fascinazione per i lettori era l’assoluto riserbo sul suo misterioso passato, di cui alcuni elementi erano stati solo accennati da Claremont e che, in quei primi anni ’90, cominciava ad essere esplorato dal successore di X-Chris sulla collana personale di Logan, Larry Hama.
Nel frattempo il Punitore, nome con il quale era conosciuto in Italia l’alter-ego di Frank Castle fin dalla sua prima apparizione, si era affrancato dalla condizione di comprimario della testata dell’Uomo Ragno grazie ad un’eccellente miniserie, Circle of Blood, a cui avevano fatto seguito non una ma ben due collane a lui dedicate: Punisher, di Mike Baron, Klaus Janson e, successivamente, Whilce Portacio, e Punisher War Journal, scritta dall’editor Carl Potts, che aveva rivelato il talento esplosivo di un giovane ma già straripante Jim Lee. In anni in cui dominavano gli action-movie interpretati da Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger, che si sbarazzavano spesso dei loro avversari ammazzandoli senza tanti complimenti, il Punitore era il tipo di anti-eroe che i lettori bramavano.
Ultimo ma non meno importante, Ghost Rider, che era tornato inaspettatamente al successo nel 1990 dopo anni di oblio. Artefice del rilancio e delle rinnovate fortune del Teschio Fiammeggiante era stato Howard Mackie, artigiano della macchina da scrivere che ben rappresenta la Marvel di quel decennio, in cui scriverà un lungo e importante ciclo di Peter Parker: Spider-Man e testate mutanti come X-Factor e Mutant X. Mackie riprende un personaggio cult della linea horror della Marvel dei ’70, aggiornandolo per i tempi: ne esce fuori un noir urbano dai toni sovrannaturali che diventa un best-seller assoluto di quegli anni, lasciando incredulo lo stesso Mackie. La collana ha come protagonista un nuovo ospite per lo Spirito della Vendetta, il giovane Dan Ketch che sostituisce Johnny Blaze, e ruota intorno al mistero riguardante l’identità del demone che possiede il ragazzo, che non risulta essere più Zarathos, l’entità che infestava Blaze.

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Nel 1991, i tre personaggi sono accomunati da un successo straripante e da un interesse crescente da parte del pubblico, elemento che provoca un aumento esponenziale delle iniziative a loro dedicate: Wolverine comincia ad apparire, oltre che nelle serie degli X-Men e nella sua collana personale, in una miriade di miniserie e one-shot oltre che a collezionare comparsate, tutte adeguatamente reclamizzate, sulle principali testate Marvel; viene varata una terza serie per il Punitore, Punisher War Zone, che si aggiunge alle due già esistenti; a Ghost Rider viene affiancata Spirits of Vengeance, collana che racconta l’alleanza tra il Centauro di fuoco e Johnny Blaze, il precedente ospite dello Spirito della Vendetta che, dopo un’iniziale diffidenza, accompagnerà il nuovo Ghost nelle sue avventure, anche lui ovviamente in sella ad una moto rombante e dotato di un look alla Lorenzo Lamas, divo del piccolo schermo di allora.
Constatata la crescente popolarità dei tre personaggi, nel 1991 la Marvel decise di farli incontrare in uno speciale one-shot, Ghost Rider/Wolverine/Punisher: Hearts Of Darkness, che ottenne un successo di vendite straordinario e che oggi Panini Comics ristampa all’interno della collana Grandi Tesori Marvel, a più di 25 anni dalla prima pubblicazione italiana.
Il team creativo era composto dallo stesso Howard Mackie, lo sceneggiatore demiurgo della testata di Ghost Rider, e da un giovane ma già affermato John Romita Jr ai disegni.

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La storia inizia col ritorno di Cuorenero, il demone figlio di Mefisto, creato da Ann Nocenti e dallo stesso Romita Jr. nella loro splendida run di Daredevil. Eternamente in lotta col padre, che cerca di spodestare dal suo trono, la progenie infernale cerca di assicurarsi la collaborazione di tre guerrieri che non temono di spingersi al limite del lecito quando necessario. A tale scopo, attira nella cittadina di Christ’s Crown, nello stato di New York, Wolverine, Punisher e Ghost Rider, che si ritrovano in un b&b locale nelle loro identità civili di Logan, Frank Castle e Dan Ketch. Gli eroi sono giunti qui dopo aver ricevuto ciascuno una lettera, che promette ai tre ciò che più desiderano a patto di convergere nel piccolo centro di provincia. Durante la notte, Cuorenero si rivela a quelli che spera diventeranno i suoi campioni. A Logan promette di squarciare la nube di mistero che circonda il suo passato, a Dan di rivelargli la verità sull’origine del demone che lo possiede nei panni di Ghost Rider; a Castle promette di riportare in vita la sua famiglia, la cui morte era stata la causa della nascita del Punitore. Con queste offerte, l’erede di Mefisto è convinto di portare i tre anti-eroi dalla sua parte, certo che saranno allettati, oltretutto, dalla possibilità di eliminare l’incarnazione stessa del male. Giusto? Sbagliato. Perché i tre non sono tipi da scendere a compromessi con un demonio come Cuorenero. Il quale, seccato, pensa di scatenare l’Inferno a Christ’s Crown per costringere i tre ad obbedire ai suoi ordini, possedendo la popolazione del paesino e rapendo Lucy, la figlia della proprietaria del bed & breakfast. Abbandonati gli abiti civili, sguainati gli artigli, accese le moto infernali e imbracciate le armi, Wolverine, Ghost Rider e il Punitore affronteranno insieme la minaccia di Cuorenero, salvando la piccola città e la sua popolazione.

La sceneggiatura di Howard Mackie, pur non essendo meritevole di un Eisner o un Harvey Award, è comunque divertente e avvincente come un action movie dell’epoca, tipico prodotto d’evasione di un periodo più semplice della storia del fumetto americano. Ma, soprattutto, è un servizio reso all’arte di un John Romita Jr. scatenato, qui già all’apice della sua carriera. È un momento cruciale per l’artista, che ha raggiunto la maturità stilistica alla fine del decennio precedente con lo strepitoso ciclo di Daredevil scritto da Ann Nocenti citato prima. Stimolato dalla collaborazione con una leggenda del tavolo da disegno come Al Williamson, che si era occupato delle chine delle sue matite, Romita Jr. aveva dato una svolta determinante al suo stile e alla sua carriera: messa da parte l’influenza del celebre padre, con le sue matite morbide e arrotondate, l’artista aveva virato verso un tratto spigoloso e squadrato, che da quel momento in poi diventò il suo marchio di fabbrica. Cuori di tenebra rappresenta il trait d’union tra il Romita Jr. di fine anni ’80 e quello dei primi anni ’90, periodo in cui consegna alla storia quello che è da molti ritenuto il suo lavoro definitivo, Daredevil: Man Without Fear su testi di Frank Miller. Ma quell’artista sublime è già sbocciato sulle pagine di Hearts of Darkness, che è diventato un oggetto di culto soprattutto per la sua prova maiuscola: le sue tavole alternano l’uso di vignette orizzontali o verticali con straordinarie splash-page straripanti di azione e cura per i dettagli. È il periodo in cui furoreggiano i vari Todd McFarlane, Jim Lee e Rob Liefeld, che l’anno successivo lasceranno la Marvel per fondare la Image: Romita Jr. non si sottrae alla vocazione spettacolare del fumetto in voga in quegli anni, ma la sua è una spettacolarità funzionale alla trama, capace di aumentare la carica epica dello script, e mai una banale esibizione muscolare. È nella produzione di questo periodo, tanto in queste pagine come nel precedente Iron Man scritto per lui da John Byrne, che nasce la vocazione di Romita Jr. per uno stile monumentale, di chiara ispirazione kyrbiana, che proseguirà nel corso del decennio con la miniserie dedicata a Cable, col suo ritorno sulle pagine di Uncanny X-Men e, soprattutto, con lo splendido ciclo di Thor su testi di Dan Jurgens. Assolutamente funzionali le chine del veterano Klaus Janson, che ripassano le matite di Romita Jr. donandogli un look sporco e ombroso perfetto per una storia come questa.

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Il volume è completato dalla riproposta di Dark Design, il sequel di Cuori di Tenebra datato 1994. La storia, sempre scritta da Mackie, vede il trio di eroi riunirsi ancora una volta per correre in aiuto di un’ adolescente Lucy, e affrontare Cuorenero in una ormai perduta Christ’s Crown, che è diventata l’Inferno in terra. Fumetto d’azione senza infamia e senza lode, Dark Design si segnala per la buona prova ai disegni di un acerbo ma già capace Ron Garney. L’autore risente della moda “Image” imperante all’epoca, con tavole dominate da un gusto per le pin-up spesso svincolate da una necessità narrativa, ma tra le pagine già si intravedono gli scampoli dell’eccellente artista che sarà.

Panini Comics ripropone Cuori di tenebra e il suo seguito in uno strepitoso volume della collana Grandi Tesori Marvel: il formato “gigante” esalta la già spettacolari tavole di Romita Jr. e Garney, rendendo giustizia soprattutto all’arte sopraffina del primo, artista indimenticabile che è stato sinonimo di “Marvel Style” per più di tre decadi, lasciando il suo segno inconfondibile su tutti i principali personaggi dell’editore. Un’occasione per riscoprire una piccola e sottovalutata gemma di questo grande autore, capace di divertire oggi come ieri tra artigli sguainati, sibili di proiettili e rombi di motori infernali, con buona pace dei “salotti chic” del fumetto.

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