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Historica: Le Spie di Cambridge, recensione: tradire per una causa

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Lo spionaggio è un genere d’intrattenimento enormemente popolare che ha saputo ritagliarsi, nel corso del tempo, uno spazio importante nell’immaginario collettivo. Spesso associata a trame avventurose, intrighi, scenari esotici, donne ammalianti e gadget tecnologici di “bondiana” memoria, la narrativa spionistica ha saputo declinarsi anche in versioni più realistiche, come nei romanzi di John LeCarré, ex agente segreto britannico divenuto scrittore di best-seller di successo. Nei suoi libri le spie rifuggono da qualsiasi caratterizzazione densa di superomismo alla 007 per rivelarsi, spesso, come grigi burocrati immersi nello squallore di uffici soffocati dal fumo delle sigarette. È il caso di George Smiley, antieroe per eccellenza e presenza ricorrente nei romanzi dello scrittore inglese, come ne La Talpa, romanzo del 1974 da cui è stato tratto nel 2011 l’omonimo film di successo diretto da Tomas Alfredson con Gary Oldman protagonista. La vicenda narrata nel libro ruota intorno alla riorganizzazione dei servizi segreti britannici in seno ai quali opera, ai più alti livelli, una spia doppiogiochista al soldo dell’Unione Sovietica. La trama fu ispirata a LeCarré da una reale e clamorosa vicenda di spionaggio che sconvolse l’opinione pubblica britannica: la storia dei “Cinque di Cambridge”. Si trattava di cinque esponenti dell’alta borghesia che, dopo aver aderito alla causa del comunismo, riuscirono ad infiltrarsi in ruoli chiave della diplomazia di sua maestà e a fornire informazioni riservatissime ai servizi segreti sovietici per più di trent’anni. Una storia incredibile ma realmente accaduta, che ha fornito l’ispirazione per Le Spie di Cambridge, avvincente bd di spionaggio scritta da Valerie Lémaire per i disegni di Olivier Neuray, coppia affiatata tanto nel lavoro quanto nella vita.

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Per capire le motivazioni dietro al tradimento della propria patria da parte dei cinque inglesi e la situazione storica nel quale questo è maturato, bisogna tornare indietro nel tempo fino agli anni successivi alla fine del primo conflitto bellico. In quel periodo una nuova classe dirigente cominciava a rifiutare la tradizionale impostazione della vita pubblica britannica, conservatrice in politica e liberista in economia, ritenendo che fosse stata determinante nel condurre il paese prima in guerra e poi alla rovina economica. Come se non bastasse, alla fine degli anni venti cominciarono a farsi sentire gli effetti della grande crisi economica iniziata oltreoceano. Disoccupazione e miseria facevano sentire la loro morsa. Le politiche di austerity portate avanti dal governo conservatore di Stanley Baldwin finirono per aggravare la situazione, portando allo sciopero generale. Guerra, recessione e disordine sociale convinsero un gruppo di giovani britannici che l’Europa come era stata conosciuta fino ad allora era destinata a un’inesorabile declino. Subendo le suggestioni della Rivoluzione d’Ottobre, aderirono segretamente all’ideologia comunista in nome di un sovvertimento dell’ingessata società inglese, rigida e snob, che si sarebbe dovuta aprire così ad una maggiore libertà sociale e di costumi, oltre all’eliminazione di ogni differenza di classe.

Appartenendo alla classe dirigente britannica, i personaggi della storia raccontata da Lemaire & Neuray divennero una preda ambita dello spionaggio sovietico. I cinque protagonisti di questa bd e della clamorosa vicenda storica che l’ha ispirata, pur appartenendo alla stessa classe agiata, presentavano caratteri molto differenti tra loro. Se Kim Philby, figlio di un diplomatico inglese di stanza in India che gli aveva dato il nome del bambino spia dell’omonimo romanzo di Rudyard Kipling, conduceva una vita da donnaiolo impenitente, di diverso orientamento sessuale erano il libertino Guy Burgess e l’austero Anthony Blunt. Nel caso di questi ultimi due, la contrapposizione alla rigida società inglese derivava anche dalla difficoltà di vivere liberamente la propria condizione di omosessuali in un periodo in cui essere gay in Inghilterra era considerato un reato. Completavano il quintetto Donald MacLean e John Cairncross, sui quali però la coppia di autori si sofferma di meno, puntando i riflettori soprattutto su Philby, Burgess e Blunt.

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È l'ormai anziano Blunt a rievocare l’intera vicenda, tornata agli onori della cronaca dopo che il governo Thatcher l’ha strumentalmente riesumata per distrarre l’opinione pubblica britannica dai disordini sociali, in primis lo sciopero dei minatori, causati dai propri interventi di natura conservativo/liberista nel campo del lavoro. Ripercorriamo così l’incontro tra i cinque all’università di Cambridge, sul finire degli anni 20, la condivisione degli ideali rivoluzionari e la profonda amicizia che li unirà per tutta la vita. Partendo dalla cellula comunista fondata in seno alla prestigiosa università da Maurice Dobb e aderendo in seguito alla società segreta degli “Apostoli”, che sosteneva il libertarismo in campo filosofico e il libertinismo in quello sessuale oltre alla fiducia nel marxismo, i cinque ebbero buon gioco nello sfruttare la propria posizione sociale per scalare i vertici della diplomazia britannica ed occupare posti chiave in seno ad enti come l’ MI5, preposto alla sicurezza interna del paese, e ambasciate inglesi all’estero. Entrati in contatto con i servizi segreti russi, il quintetto inglese cominciò una collaborazione ultradecennale con il regime sovietico, tradendo di fatto il proprio paese. Tale tradimento non avvenne però per interesse personale o per denaro, ma per una fede spontanea verso la dottrina comunista. La prima fase dell’attività spionistica dei cinque coincise con l’ascesa del nazismo in Germania e la successiva Seconda Guerra Mondiale, che rese meno sofferto il loro status di spie sovietiche: in fondo in quel momento Gran Bretagna e Unione Sovietica erano alleate contro il nazifascismo e i loro interessi, in linea di massima, coincidevano. Ben diverso lo scenario che gli si presentava davanti nel periodo post-bellico, con un riposizionamento politico inglese in ottica anticomunista. Senza dilungarci ulteriormente sulla trama per non svelarne troppo, diremo che i cinque dovranno vivere sia con il pericolo costante di essere scoperti, sia con il peso di una inevitabile disillusione.

Valerie Lémaire imbastisce una trama avvincente che è intimamente connessa agli avvenimenti storici del periodo preso in esame. A causa dell’intrecciarsi di molteplici eventi storici, la narrazione non è molto fluida e potrebbe mettere in difficoltà il lettore occasionale non troppo avvezzo alla materia storica. Ciò nonostante, la scrittrice riesce comunque a fornire un’interessante caratterizzazione di personaggi, sfuggendo così al pericolo di realizzare un’opera troppo didascalica, concentrandosi soprattutto sul trio Philby, Burgess e Blunt. A vario titolo, i tre resteranno fedeli all’ideale comunista fino alla fine, anche se sarà Burgess, il più spontaneo e disincantato del gruppo, a pagare il prezzo più alto.

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Dal punto di vista artistico, l’opera si inserisce pienamente nel solco della tradizione della bd francofona, tanto per lo stile del suo disegnatore quanto per l’organizzazione a bande orizzontali della tavola. Oliver Neuray è un classico esponente della linea chiara, ma il suo tratto pulito, per quanto giovi alla chiarezza espositiva, a tratti risulta freddo e non si segnala per particolare originalità. Risulta evidente il metodo di lavoro dell’artista basato su riferimenti fotografici: le fattezze di Burgess, in particolare, sono modellate su quelle del divo del cinema classico Cary Grant. Ciò nonostante, la semplicità del suo stile risulta funzionale a una narrazione già piuttosto ingarbugliata per la vicenda raccontata e ben si sposa tanto con la sceneggiatura della Lémaire, quanto con i colori altrettanto chiari di Dominique Osuch.

A conti fatti, Le Spie di Cambridge è una lettura imperdibile per qualsiasi fan dello spionaggio e degli intrighi internazionali, che potrebbe però risultare intrigante anche per chi volesse approfondire uno dei “casi” storici più clamorosi dello scorso secolo.

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