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Loki: Journey into Mistery, recensione: la vita non è un libro già scritto

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A partire dalla seconda metà degli anni 2000 l’Universo Marvel viene attraversato da una lunga serie consecutiva di eventi editoriali che compongono un’unica, lunga trama che coinvolge soprattutto le testate appartenenti alla linea degli Avengers. Nel 2004 Marvel Comics decide di rilanciare la collana dei Vendicatori, che da qualche anno fatica nelle classifiche di vendita, chiamando al suo capezzale lo scrittore simbolo di quel periodo della casa editrice: Brian Micheal Bendis (qui la nostra intervista). Lo sceneggiatore di Cleveland inizia la sua lunga gestione degli eroi più potenti della Terra con una mossa controversa,  disintegrando il nucleo storico del gruppo con Avengers: Disassembled e dando così il via all’epoca dei New Avengers, che sarà protagonista di saghe come House of M, Secret Invasion, Civil War e Dark Reign. È un periodo di straordinario successo per gli Avengers (che prepara il loro debutto al cinema che avverrà nel 2012) che lascia però insoddisfatti i fan del nucleo storico del gruppo che, dopo mille traversie, si riunisce finalmente nell’evento del 2010 Assedio. La saga racconta il tentativo di Norman Osborn e dei suoi Dark Avengers, sventato dai New Avengers e dal ritorno di Capitan America, Thor e Iron Man, di prendere possesso di Asgard, situata nella città di Broxton, Oklahoma dopo l’avvenuto Ragnarok (come raccontato da J. Michael Straczynski nel suo ciclo dedicato al Dio del Tuono).

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La miccia che dà il via agli eventi di Assedio, come anche alla loro risoluzione, è la presenza di Loki, dio degli inganni, che ispira le ambizioni di conquista di Osborn salvo poi pentirsene e sacrificarsi, ucciso da Void, per salvare Asgard. Ma la storia di Loki non sarebbe finita qui: con il primo film di Thor allora di imminente uscita, ci sarebbero stati ancora importanti capitoli da raccontare. “Vivere (e morire, aggiungiamo noi) non è difficile, potendo poi rinascere”, cantava un indimenticabile cantautore: e Loki sarebbe rinato, non come il villain che conoscevamo ma come protagonista di un percorso di formazione metanarrativo che da allora ha sempre accompagnato il personaggio fino ad arrivare alla serie televisiva a lui dedicata.
Con la conclusione di Assedio e con il roster dei Vendicatori originali nuovamente riunito, le collane della linea Avengers si riorganizzavano con il rilancio, tra gli altri, di The Mighty Thor affidato alla penna di Matt Fraction, sganciandosi dalla collana storica che negli anni ’60 aveva visto il debutto del Tonante, Journey into Mistery. Quest’ultima avrebbe proseguito la sua corsa e la sua numerazione originale ospitando le avventure del rinnovato Loki, trovatello inconsapevole della sua vita precedente, ritrovato da Thor e da lui portato ad Asgard tra lo scetticismo generale degli altri Aesir. A scrivere la testata un giovane autore inglese che aveva debuttato in Marvel con alcuni numeri di Thor successivi alla gestione Straczynski che non avevano destato particolare clamore, ma che con Journey Into Mistery conoscerà la sua consacrazione definitiva: Kieron Gillen.

Gillen è all’epoca un giovane sceneggiatore britannico che si è fatto notare con Phonogram, serie pubblicata da Image Comics che unisce il gusto dell’autore per le tematiche sovrannaturali all’interesse per la musica: prima di iniziare la sua carriera nel mondo dei comics Gillen aveva infatti frequentato l’industria musicale scrivendone per diverse testate giornalistiche. Un’esperienza professionale che lo accomuna a un suo connazionale illustre, Neil Gaiman, il cui lavoro su Sandman ha certamente ispirato Gillen per il suo ciclo di Journey Into Mistery, come vedremo. Ciclo che aveva conosciuto un prologo l’anno precedente alla sua uscita con Siege: Loki, one-shot del 2010 che aveva mostrato il patto stretto tra il “vecchio” Loki e Hela, Regina degli Inferi, per essere cancellato dal Libro di Hel. Questo accordo avrebbe poi concesso alla successiva incarnazione del Principe delle Menzogne carta bianca, ovvero la possibilità di intraprendere un percorso di vita diverso da quello che tutti si aspettano da lui.

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Il tema di una identità autentica e non vissuta come specchio delle aspettative altrui, suscitate da un ruolo che non si ha più intenzione di ricoprire, è l’idea che sta alla base dell’intero ciclo di Kieron Gillen. Nel primo arco narrativo il giovane Loki non ha il tempo di far ricredere gli asgardiani che vedono ancora in lui il vecchio ingannatore di sempre, quando si profila all’orizzonte la minaccia del dio Serpente, il fratello di Odino risvegliato da Sin, la figlia del nazista Teschio Rosso per mettere a ferro e fuoco il mondo, come raccontato da Matt Fraction e Stuart Immonen nell’evento Fear Itself. Una minaccia che incombe sul destino di una Asgard già provata e che induce il giovane Loki a concepire un piano complesso, tessendo una fitta tela di inganni per scongiurare un nuovo Ragnarok. Gillen introduce una serie di personaggi che lasciano il segno come la gazza Ikol, consigliere pennuto che contiene scampoli dell’essenza del vecchio Loki (provate a leggerne il nome al contrario, ndr.) o come Leah, giovane assistente di Hela che diventa indispensabile alleata di Loki. Una ragnatela di alleanza e tradimenti che vedono protagonisti Loki, Hela, Mefisto, e una serie di alleati e avversari appartenenti al pantheon norreno come le mostruose Disir, Surtur, Fenris, Tyr, evocati dalla prosa di notevole qualità letteraria di Gillen.

L’unico limite per la fruibilità di queste storie è quello di non poter prescindere dagli eventi di Fear Itself, senza la conoscenza dei quali la lettura non può dirsi pienamente soddisfacente. Estremamente godibili sono invece i capitoli successivi all’evento, alcuni dei quali stand-alone, in cui Gillen eccelle nella caratterizzazione dei personaggi: citiamo a tal proposito due episodi molto spassosi, quello con la nascita del cucciolo di mastino infernale Thori (e i tentativi esilaranti di Loki e Leah di trovare il giusto “affidatario”) e il racconto “romanzato” fatto da Volstagg ad un gruppo di bambini circa gli eventi di Fear Itself. Un episodio condito da momenti comici molto divertenti che rientra, nonostante le apparenze, in quella riflessione sulla potenza delle storie che è centrale nell’opera di Gillen che, per stessa ammissione dello scrittore, è debitore del lavoro di Neil Gaiman su Sandman. Le due serie sono infatti accomunate da un gusto fantasy molto simile, che le allontana dal tradizionale fumetto di supereroi americano, e da una meta narrazione che fa uso della mitologia per condurre una riflessione sul tema dell’identità e del cambiamento. Se in Sandman Morfeo paga il prezzo di un errore madornale compiuto in passato che lo pone di fronte ad un dilemma amletico (cambiare o morire?), il giovane Loki deve affrontare lo scetticismo generale che vede in lui nient’altro che il vecchio dio degli inganni e lottare contro questa percezione che gli altri hanno di lui. Gli omaggi di Gillen al capolavoro di Gaiman non si contano, a partire dalla presenza della gazza Ikol che ricorda il corvo Matthew che accompagna Morfeo nelle sue avventure, ma lo scrittore cerca comunque una strada personale facendo di Journey into Mistery una centrata analisi sulle capacità delle storie di modellare la realtà, e sulle narrazioni che ingabbiano gli individui in ruoli prestabiliti percepiti come opprimenti. Ragionamenti raffinati da parte di un autore capace di produrre una prosa di livello letterario e di giocare con la rottura della quarta parete: Kid Loki infatti sa di essere il personaggio di una serie a fumetti e nell’introduzione a ciascun capitolo si rivolge direttamente ai lettori.

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Journey into Mistery può contare su un roster di artisti di livello piuttosto eterogeneo ed elevato: si va dal tratto pulito dei britannici Jaimie McKelvie e Richard Elson, collaboratori abituali di Gillen, alla linea chiara di Pasqual Ferry e alle figure possenti e monumentali del veterano Doug Braithwaite, che non a caso venne scelto da Alex Ross come suo “alter-ego” artistico per gli interni del suo progetto Justice. All’artista vengono infatti  affidati gli episodi dal gusto più “mitologico”, in cui appaiono vecchie conoscenze asgardiane come Surtur e Fenris. Fa piacere rivedere anche Whilce Portacio, il cui stile muscolare e ruvido ben si presta al tono degli episodi in cui è impegnato, e Mitch Breitweiser, artista dal tratto sporco che era nella disponibilità della Marvel di quel periodo (chi scrive ricorda con piacere la bella mini dedicata a Patriot da lui disegnata).
Negli anni successivi a Journey into Mistery il personaggio di Loki avrebbe conosciuto una ulteriore evoluzione “meta” grazie alle storie scritte da Al Ewing e alla serie tv interpretata da Tom Hiddleston ma tutto cominciò qui, con una serie (oggi considerata di culto) che raccontò la più umana delle aspirazioni, che ci riguarda tutti: la speranza che la nostra vita non sia un libro già scritto.

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Judgment Day: Eterni vs X-Men nel nuovo evento Marvel

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Partirà a luglio il nuovo evento Marvel dal titolo Judgment Day che metterà gli Eterni contro gli X-Men con gli Avengers che si intrometteranno per evitare il conflitto. Il tutto a 10 anni da Avengers vs. X-Men.
Lo sceneggiatore di Eternals e Immortal X-Men Kieron Gillen scriverà la miniserie per i disegni di Valerio Schiti e Marte Gracia.

Al centro dello scontro di Judgment Day c'è la convinzione degli Eterni che i mutanti siano solo un'altra variante dei Devianti. Tuttavia, potrebbero non avere torto, se i Celestiali hanno creato anche il genere mutante.

Dustin Weaver ha illustrato la prima immagine promozionale dell'evento, che potete vedere qui sotto.

Judgment Day Teaser

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Eterni: Solo la morte è eterna, recensione: Kieron Gillen ed Esad Ribić ridanno vita agli immortali di Jack Kirby

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Nei suoi sessant’anni di storia (più di ottanta, in realtà, se consideriamo anche la Timely e l’Atlas) la Marvel ha dato vita a tantissimi personaggi, pochi dei quali, tuttavia, hanno goduto di una popolarità immediata. Ci sono voluti la Disney e l’abilità di un produttore lungimirante come Kevin Feige per portare all’attenzione del grande pubblico un patrimonio che pareva essere destinato a rimanere confinato nella piccola schiera degli appassionati di fumetti. Oltretutto, il successo del Marvel Cinematic Universe ha portato con sé la possibilità di valorizzare alcuni character che la stessa Casa delle Idee ha sempre considerato marginali o poco appetibili per i propri lettori. Di questo gruppo estremamente eterogeneo fanno parte pure i semidei noti come Eterni, ideati da Jack Kirby a metà degli anni Settanta, al suo rientro alla Marvel, dopo un breve periodo trascorso alla DC, a seguito dei suoi continui dissidi con Stan Lee.

Gli abitanti della città segreta di Olympia rappresentavano per il Re la possibilità di continuare sotto altre vesti i concetti elaborati per il Quarto Mondo, una saga rivoluzionaria in cui, grazie all’autonomia quasi illimitata concessagli dalla casa editrice di Superman e Batman, l’autore di origine ebraica era riuscito a dare libero sfogo alla sua grande passione per mitologia e fantascienza, che solo a tratti aveva trovato spazio sulle collane della Marvel. Malgrado ciò, benché simili nei loro contenuti di base, il Quarto Mondo e gli Eterni hanno avuto una “carriera” fumettistica molto diversa, tanto che, pur non riscuotendo nell’immediato il successo sperato, Darkseid e i Nuovi Dei si sono successivamente imposti come autentici protagonisti dell’Universo DC, mentre Ikaris e compagni, al contrario, non sono mai entrati nel cuore dei fan. Non è un caso, pertanto, che i brevi momenti di popolarità vissuti da questi ultimi siano rimasti essenzialmente legati alla fama degli autori chiamati a raccontarne le gesta dopo il periodo kirbyano (su tutti, la coppia Neil Gaiman e John Romita Jr., che in una miniserie del 2006 hanno adeguato i personaggi al gusto contemporaneo, attraverso un’efficace operazione di restyling), senza dimenticare che nella loro apparizione più recente, sulle pagine degli Avengers di Jason Aaron, gli Eterni sembravano addirittura essersi uccisi tra loro e destinati a un lungo oblio editoriale.

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Nei comics americani, tuttavia, sappiamo che è bene non dare mai nulla per scontato, soprattutto quando arriva il cinema a metterci lo zampino. E così, per non essere da meno della casa madre californiana, che ha garantito ai Marvel Studios tutti i mezzi necessari per rendere il film dedicato ai semidei di Kirby uno dei più importanti della Fase 4 del MCU, anche negli uffici newyorkesi della casa editrice si è pensato di rilanciare i personaggi in maniera importante, affidandoli a un team di autori di alto profilo come Kieron Gillen ed Esad Ribić.

La nuova serie inizia esattamente da dove avevamo lasciato il gruppo nella saga di Aaron e già nelle prime pagine vediamo Ikaris tornare in vita nelle vasche di rigenerazione dell’Esclusione, apprendendo dalla Macchina che lo stesso è accaduto al resto del suo popolo. Su ordine di Zuras, anche Sprite viene ripristinato, ma con fattezze diverse - tra cui un inaspettato cambio di sesso da maschio a femmina) e ricordi di molto precedenti agli eventi che ne avevano determinato la condizione di escluso (proprio quelli raccontati nella miniserie di Gaiman e Romita Jr. -. Dopo un breve intermezzo nelle strade di New York e la lotta contro un deviante, i due fanno ritorno a Olympia dove vengono informati che, nel frattempo, il loro leader è stato ucciso. L’assassino non tarda a mostrare il suo volto: si tratta del redivivo Thanos (apparentemente morto nei primi numeri dei Guardiani della Galassia di Donny Cates), la cui inattesa capacità di spostarsi attraverso la rete di trasferimento della Macchina, genera immediatamente una ridda di sospetti e accuse. Solo un complice tra gli Eterni, infatti, avrebbe potuto garantire al titano un’abilità a lui sempre preclusa.

Già da questo accenno di trama si intuisce come Gillen scelga di accantonare la solennità tecno-mitologica kirbyana - per quanto ancora parzialmente visibile nelle tavole di Ribić -, per immergere la progenie immortale dei Celestiali in una sorta di mistery fantascientifico, utile per chiamare a raccolta un po’ tutti i protagonisti delle saghe precedenti - con un’evidente predilezione per quelli coinvolti nella pellicola di Chloé Zhao - e per cercare, al contempo, di mettere in risalto la personalità e le motivazioni di ognuno di essi, in modo da facilitare la lettura a chi – magari incuriosito dalla visione del film - si sia appena avvicinato al popolo di Olympia. Nel fare questo, tuttavia, forse nel timore di apportare qualche modifica di troppo ai personaggi, l’autore inglese decide stranamente di rinunciare alla sua tipica scrittura spigliata e vivace, preferendo esprimersi attraverso testi eccessivamente sobri e rigidi, che pur se formalmente impeccabili, non riescono a suscitare vere emozioni nel lettore, neppure nei passaggi in cui viene dato spazio a una sotto-trama più “terrena”, nella quale Ikaris si erge a paladino di un giovane essere umano, destinato, in un possibile futuro, a morire per causa sua. Per di più, il mistero che si cela dietro l’identità del traditore è poco accattivante ed è portato avanti in modo lento e macchinoso, privilegiando oltremisura gli aspetti secondari della vicenda, compresi alcuni flash-back, che, benché necessari alla caratterizzazione dei vari personaggi, finiscono per appesantire ulteriormente una narrazione troppo "austera" per risultare davvero appassionante (persino negli scontri con Thanos). Un po’ lo stesso problema che, a tratti, ha afflitto la sua opera creator owned The Wicked + The Divine - pubblicata in Italia da Bao Publishing -, in cui, pur con un approccio più originale e moderno, Gillen si era già confrontato con il tema della divinità.

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A fare le spese di questa discutibile svolta stilistica sono anche alcuni dei protagonisti che, spesso, tendono ad apparire monolitici e freddi, oltreché bloccati in un’immagine stereotipata, che, sebbene lontana dalla staticità kirbyana, riporta i personaggi a una caratterizzazione meno sofisticata rispetto a quella che ne aveva dato Gaiman. Ciò nonostante, la miniserie del 2006 rimane palesemente una delle fonti di ispirazione dello scrittore britannico, soprattutto quando nel finale il buon Kieron decide di incrinare definitivamente l’aura eroica degli Eterni, concludendo in maniera radicale l’opera di revisione iniziata quindici anni prima dal suo illustre connazionale. La stessa soluzione narrativa viene contemporaneamente utilizzata per far risuonare nel fumetto l’eco del recente lungometraggio cinematografico, grazie al parallelismo che si crea tra quello che succede nella seconda parte del film e la “ribellione” dei protagonisti nell’ultimo capitolo del fumetto, una volta appreso il terribile prezzo che l’umanità è costretta a pagare per garantire loro l’immortalità. È questo, certamente, il merito principale di Gillen che, tuttavia, si scontra non solo con il tono algido della sua sceneggiatura, ma soprattutto con la rappresentazione francamente ridicola che viene data dei Devianti e con l’ironia un po’ sbracata che di frequente contraddistingue le esternazioni della Macchina, la quale, utilizzata come voce fuori campo, avrebbe dovuto essere (assieme a varie infografiche, che richiamano apertamente quelle realizzate da Jonathan Hickman per la maggior parte delle sue opere) semplicemente un mezzo per chiarire alcuni passaggi della trama, altrimenti poco comprensibili anche a molti appassionati. Due scelte opinabili e in forte dissonanza con la narrazione principale, forse spiegabili con la difficoltà dell’autore a rinunciare del tutto ai dialoghi briosi e un po’ beffardi dei suoi lavori precedenti.

A ogni modo, è molto probabile che Gillen, di fronte alla necessità di raggiungere un equilibrio tra le versioni storiche dei personaggi e le loro controparti cinematografiche, non abbia ancora deciso quale strada percorrere, pur mostrando di sapersela cavare con astuzia quando si è presentato il problema di giustificare il cambio di sesso di alcuni di essi, per allinearli alla raffigurazione inclusiva imposta da Hollywood (oltre a Sprite, prossimamente compariranno anche le versioni femminili di Ajak e Makkari, assenti in questa prima minisaga). Gli story-arc successivi ci diranno se lo scrittore inglese sarà in grado di trovare un compromesso accettabile, ma sta di fatto che, per il momento, il vero motivo di richiamo della serie è rappresentato dal comparto grafico, dove Ribić si conferma quasi una scelta inevitabile, ogni volta che il soggetto ha a che fare con temi a carattere fantasy o fantascientifico. È lo stesso Gillen ad affermarlo nella breve intervista riportata nei corposi extra della versione absolute del volume e l'artista di Zagabria effettivamente non tradisce le aspettative, soprattutto quando il potere immaginifico dei suoi disegni viene esaltato da mirabolanti scenari abitati da figure femminili bellissime e seducenti, campioni possenti, opachi manipolatori, ma anche da un Thanos colossale, opprimente e inesorabile. Passaggi frequenti all'interno della storia, che garantiscono quel pathos pressoché irrintracciabile nella sceneggiatura.

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Gli sfondi tracciati da Ribić abbracciano poco la maestosità e il gigantismo kirbyano, a favore di forme più morbide, geometrie più lineari e atmosfere più eteree - che guardano maggiormente alle opere di François Schuiten o al Moebius de L’Incal -, anche se le architetture imponenti e gli enormi macchinari presenti nelle pagine del libro mantengono quasi intatta la potenza evocativa del Re. L’unico appunto da fare all’autore croato riguarda il suo continuo andare alla ricerca di un miglioramento estetico puramente formale, che negli anni ha fatto perdere alle sue tavole un po’ di dinamicità e lo ha forzato a raffigurare qualche personaggio con espressioni innaturali o in pose eccessivamente statuarie. Un’evoluzione dello stile più che comprensibile in un pittore - lo stesso Ribić, d’altra parte, cita spesso tra i suoi punti di riferimento i maestri del Rinascimento italiano -, ma molto meno in un "narratore per immagini", che trova, tuttavia, una conferma nelle splendide copertine dei vari numeri della serie, decisamente più vicine a un’illustrazione tout court che a un’anteprima della storia all’interno dell’albo.

È nei colori, infine, che si notano le maggiori differenze rispetto al ciclo kirbyano, dato che Matthew Wilson – probabilmente d’accordo con il disegnatore croato – abbandona gli effetti psichedelici e le gradazioni intense del Re, per virare su tonalità pastello che, tuttavia, non sempre si dimostrano azzeccate. A volte, sono più fredde del dovuto e poco luminose, anche quando a dominare dovrebbe essere il blu elettrico. Inoltre, l’esteso utilizzo di sfumature violacee ci è sembrato troppo invadente e poco coerente con quanto richiesto dalla trama.

Come già annunciato nell’ultima vignetta del capitolo finale e a vedere le preview americane, Gillen, nelle storie a venire, pare voler insistere su un personaggio di peso come Thanos, esplorandone nuovamente le origini e approfondendone il legame con i suoi “cugini” terrestri. L’intenzione sembra essere quella di incastonare definitivamente gli Eterni all’interno della continuity marvelliana, coinvolgendo alcuni di essi anche in mirate operazioni di ret-con. Se l’autore inglese saprà bilanciare meglio l’ironia con i toni dark  - praticamente scontati quando c’è di mezzo il nichilista abitante di Titano -, allora la nuova collana dedicata ai semidei di Kirby potrà davvero ambire a essere un’opera da ricordare.

Chiudiamo con i dati relativi al volume Panini Comics, che raccoglie per intero la saga Solo la morte è eterna. Di esso - come accennato in precedenza - ne sono state realizzate due versioni, entrambe cartonate: una più semplice e con le dimensioni standard di un comic book, l’altra più elegante e in formato gigante. Quest’ultima oltre ai numeri da 1 a 6 delle serie Eternals, include anche lo speciale Never Die, Never Win, una sorta di dietro le quinte dove, tra le altre cose, ci viene offerto un sostanzioso assaggio (di fatto, quasi tutto il numero uno) delle matite originali di Ribić, prima dell’intervento del colorista.

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Anteprima della nuova serie degli Eterni

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Uscirà il prossimo 6 gennaio il primo numero di Eternals, la nuova serie scritta da Kieron Gillen - di ritorno dopo 5 anni sugli eroi Marvel - e disegnata da Esad Ribić e Matthew Wilson. Ribić che ha avuto il compito di rielaborare il look dei personaggi, come mostratoci dalla casa editrice:

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La Marvel ha diffuso anche le prime tavole dell'abo, oltre alle due cover ad opera di Ribić e Alex Ross. Potete vedere il tutto qui di seguito.

"Qual è lo scopo di una battaglia eterna?" recita la sinossi diffusa dall'editore. "Per milioni di anni, 100 Eterni hanno vagato per la Terra, protettori segreti dell'umanità. Senza di loro, saremmo macchie tra i denti dei demoniaci Devianti. La loro guerra dura da un'eternità, riecheggiando nei nostri miti e incubi. Ma oggi, gli Eterni affrontano qualcosa di nuovo: il cambiamento. Potranno loro - o chiunque altro sulla Terra - sopravvivere alla loro scoperta?".

Naturalmente, cosa riguarda questa "scoperta" resta, al momento, un mistero.

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