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Le grandi storie western, recensione: l'epopea di Rawhide Kid by Lee & Kirby

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È curioso come un genere così profondamente americano come il western sia oggi in patria così trascurato o di come noi italiani lo abbiamo fatto nostro negli anni. Parliamo, naturalmente, di cinema (i celebri Spaghetti Western), ma anche di fumetti, dove il Vecchio West è tutt’oggi amato dal grande pubblico che continua a premiare serie quali Tex su tutte - che ricordiamo essere il fumetto più venduto in Italia - e le diverse proposte che fanno di continuo capolinea in edicola.

Se oggi i comic book americani raccontano ancora in prevalenza gesta di supereroi (ma le proposte alternative sono nettamente aumentate), il western sembra trovare davvero poco spazio. Non era così nelle epoche passate, a cominciare dalla diffusione dei Dime Novels, ovvero racconti popolari proposti a 10 cent (un dime, appunto) che narravano le gesta degli eroi del West a pochi decenni di distanza dagli stessi eventi. La nascita del fumetto, della radio, del cinema e della tv, poi, ha fatto in modo che si attingesse a piene mani da questo genere, spesso anche con crossmedialità notevoli (personaggi declinati su più media o, ad esempio, star del cinema protagoniste di serie a fumetti).

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Riguardo ai comics, il successo dei supereroi negli anni '40 mise un po’ in ombra il genere western, che tornò in auge proprio grazie al declino degli eroi con super-poteri negli anni ’50 e alla crisi del settore dopo la pubblicazione del libro La seduzione degli innocenti, con cui si scatenò una caccia alle streghe contro il fumetto, soprattutto di genere horror o thriller, molto in voga all’epoca.
Il ritorno del fumetto supereroistico, grazie agli eroi Marvel, fece maturare l’intero mondo dei comics grazie agli eroi con super-problemi, influenzando così anche il western, spingendo ad affrontare il genere con maggiore introspezione. In particolare, da tempo, vigeva anche un certo revisionismo che vedeva una maggior attenzione al problema razziale, con i ruoli degli indiani e dei messicani rivisti e non più mostrati come semplici malvagi da sconfiggere. Nonostante questo, il predominio del fumetto supereroistico portò a un lento declino del genere.

In tutto questo movimento, la Marvel (e le sue precedenti incarnazioni Timely e Atlas) ebbe i suoi eroi western con diverse testate ben accolte dal pubblico. Fra questi ricordiamo Kid Colt, Two-Gun Kid, Black Rider e Rawhide Kid. Quest’ultimo, in particolare, il cui nome reale è Johnny Bart, un giovane di sani principi spinto a spostarsi di città in città dopo la morte dello zio Ben da parte di due malviventi (sì, l’espediente verrà ripetuto più avanti da Stan Lee). Per un malinteso, in seguito, Johnny verrà perseguitato dalla legge diventando temuto in tutto il West, nonostante la sua indole pacifica e la sua volontà di far del bene agli altri.
Il personaggio nasce nel 1955 con la prima incarnazione della testata che durerà solo 16 numeri. Riprenderà le pubblicazioni solo nel 1960, proseguendo la numerazione originale, fino al numero 151 del 1979. In questa seconda vita, inizialmente Lee si occupa dei testi insieme a Jack Kirby, con l’artista che resterà a bordo fino all’albo numero 32 del febbraio 1963, quando lascerà per i troppi impegni sulle testate supereroistiche.

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A differenza del precedente volume della collana Panini Comics che sta riproponendo le storie anni ’50 dell’Atlas, dedicato l’horror, in Le Grandi Storie Western si è deciso di selezionare avventure provenienti da una sola collana, appunto Rawhide Kid, escludendo dunque le altre dello stesso genere e di conseguenza gli altri personaggi. Una scelta che rende il titolo del libro un po' fuorviante e non in linea con l'intento originario della collana; dispiace non aver goduto di una panoramica più ampia, e dunque una selezione più antologica. È da comprendere se questa scelta, comunque, sia avvenuta in base alla reperibilità delle avventure originali e alla loro rimasterizzazione in digitale.
Le storie presenti che vedono protagonista Rawhide Kid, sono tutte ad opera di Lee e Kirby, qui per la prima volta insieme su una testata dedicata a un singolo personaggio. Tuttavia, per pochi numeri (il tomo contiene Rawhide Kid #17-28), non viene presentato l’intero ciclo dei due autori, che poteva entrare nella foliazione escludendo la selezione di brevi storie dedicate a protagonisti casuali. Una vero peccato che avrebbe, quantomeno, giustificato la monotematicità della proposta. Inoltre, come per gli altri volumi della collana, non è stata inserita una selezione di storie successive agli anni ’50, che ci avrebbero mostrato incarnazioni più recenti di Rawhide Kid.

Riguardo la qualità delle storie, non aspettatevi le complesse e articolate vicende di Tex (che in genere hanno uno sviluppo superiore alle 300 pagine). Le avventure di Rawhide Kid si svolgono nel giro di 6-7 pagine, come tradizione dell’epoca, ma spesso le storie raddoppiano o triplicano il loro spazio dando vita a una trama più vasta. Nella maggior parte dei casi vediamo il protagonista coinvolto in combattimenti e duelli e, sia il suo modo di agire che il tono stesso delle avventure, più che il western ricordano proprio il genere supereroistico dove tutto si basa sull’abilità del protagonista di superare sfide o uscire da situazioni improbabili. L’intento principale degli autori è quello di sorprendere il lettore mettendo l’eroe in situazioni di inferiorità e mostrare come riuscirà a ribaltare la situazione.
Riguardo la selezione di storie senza fisso protagonista, presenti anche queste nella testata di Rawhide Kid, altro non sono che brevi avventure con tanto di morale finale che cercano di far leva sui buoni sentimenti e sulla netta distinzione fra bene e male e buoni e cattivi.

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Le Grandi Storie Western offre un interessante scorcio sulla produzione di genere firmata Atlas/Marvel di inizio anni ’60, per questo il suo valore storico è notevole, anche in considerazione della rarità del materiale proposto. La presenza di Lee e Kirby garantisce un’ulteriore punto di interesse e una certa qualità di base ad avventure, tuttavia, molto semplici e figlie del loro tempo.

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Stan Lee - Una vita di Meraviglie e L’Uomo delle Meraviglie: recensione doppia del tributo Panini Comics

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Come a tutti noto, lo scorso 12 novembre ci ha lasciati all’età di 95 anni Stanley Martin Lieber, meglio noto come Stan Lee, celebre per essere il co-creatore dell'universo Marvel. L’affetto per “Il Sorridente” è stato tale da coinvolgere in un triste e sentito saluto non solo i fan dei fumetti, ma milioni di persone che hanno amato i suoi personaggi entrati con prepotenza nella cultura popolare attraverso i vari media. È innegabile, infatti, che il contributo di Lee non si fermi solo al mondo della Nona Arte, ma a quello della cultura in generale. A partire dagli anni ’60, infatti, l’autore ed editor ha dato vita, insieme ad artisti quali Jack Kirby e Steve Ditko, a una nuova concezione di fare fumetti e a personaggi quali Spider-Man, X-Men, Fantastici Quattro, Hulk, Avengers, Iron Man e molti altri ancora.

Non è dunque una sorpresa la pubblicazione di ben due instant book da parte di Panini Comics, con il chiaro intento di celebrare la figura di Lee tramite la selezione di alcune delle sue storie più celebri. La particolarità di questa operazione risiede nel fatto che i due volumi più che essere indipendenti e distinti fra loro sono in realtà figli di un unico progetto. Se confezione (brossura e cartonatura), canale di distribuzione (edicola e libreria), prezzo e pagine (9,90€ per 176pp e 25€ per 320pp) indicano la volontà di raggiungere un pubblico diverso e più ampio possibile, è il contenuto che li avvicina. Infatti, i volumi rappresentano due edizioni dello stesso progetto, una “ridotta”, l’altra“estesa”, un po’ come ormai consuetudine delle uscite discografiche in cui lo stesso album presenta edizioni differenti con tracce o dischi extra. A seconda di come la si vede, dunque, un volume è l’edizione estesa del primo o, viceversa, l’altro ne rappresenta la versione ridotta. Il volume “esteso”, ovvero Stan Lee – L’uomo delle Meraviglie (per intenderci, quello cartonato), contiene tutte le storie e gli articoli della versione brossurata, più altro materiale per un numero di pagine quasi doppio. Viene da sé che chi acquista il cartonato può fare a meno dell’altro.

Selezionare un numero circoscritto di storie da una produzione così vasta come quella di Lee che parte dagli anni ’40, certamente non è semplice, pur concentrandosi esclusivamente sul periodo Marvel iniziato nel 1961. Lee, infatti, curava i testi di molte serie contemporaneamente, grazie in particolare al celebre “metodo Marvel” in cui l’autore discuteva con l’artista un soggetto, che veniva sviluppato poi nelle tavole dal disegnatore, passando infine nuovamente nelle mani di Lee che aggiungeva i dialoghi (se, naturalmente, non c’erano modifiche da effettuare). Questo metodo negli anni ha creato anche non pochi problemi nello stabilire il confine fra i ruoli dei fumettisti coinvolti, tuttavia è innegabile che la paternità delle storie vada divisa in maniera equa fra le parti.

Analizziamo le storie selezionate dalla redazione Panini Comics singolarmente, in modo da avere un quadro completo della situazione. Partiamo dal brossurato Stan Lee - Una vita di Meraviglie, considerando anche che le storie qui raccolte sono tutte disponibili nell’altro volume, in questo modo è anche più semplice comprenderne le differenze. Le avventure vengono presentate nei volumi in ordine cronologico. Sottolineiamo, inoltre, che ogni storia (in entrambi i libri) è introdotta da un articolo a cura della redazione Panini. La loro presenza è un valore aggiunto notevole, in special modo per i neofiti.

Stan Lee - Una vita di Meraviglie

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I Fantastici Quattro! (disegni di Jack Kirby): di sicuro la prima avventura dei Fantastici Quattro non poteva mancare in una selezione di storie di Stan Lee. Proprio questo pseudonimo, infatti, venne scelto dall’autore quando firmò la sua prima storia su Captain America #3 del maggio 1941 perché lo scrittore voleva conservare il suo vero nome per qualcosa di più “nobile”. Non sapeva ancora, infatti, che proprio i fumetti l’avrebbero consacrato definitivamente. Tuttavia, per tutti gli anni ‘40 e ’50 Lee scrisse centinaia di storie di mostri, avventure western, horror o romantiche. Quando ormai si era stancato di tutto ed era sul punto di abbandonare i fumetti, su spinta dell’editore Martin Goodman lanciò una nuova serie per seguire il successo della DC Comics ottenuto con gli albi della Justice League. La moglie di Lee, allora, lo spinse a scrivere qualcosa di diverso, qualcosa in cui credeva. Nacque così un fumetto rivoluzionario per l’epoca, che pose le fondamenta per la neonata Marvel Comics. Reed, Sue, Johnny e Ben erano diversi dagli altri eroi, la creazione di Lee e Kirby aveva una profondità e un fascino assenti in tutti i fumetti dell’epoca. E le cose erano destinate solo a migliorare… La trama è abbastanza nota, con i 4 protagonisti che affrontano un viaggio nello spazio per tornare sulla Terra completamente mutati. L’avventura presenta ancora la suddivisione in capitoli tipica dell’epoca, e in generale Lee e Kirby devono ancora rodare il loro stile, ma i semi sono ormai stati gettati.

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Spider-Man! (disegni di Steve Ditko): senza ombra di dubbio la origin story più celebre scritta da Lee. L’autore, inizialmente, si era affidato a Kirby per la creazione di questo nuovo personaggio, ma non convinto della sua prova passò il progetto a Steve Ditko per realizzare un eroe più umano e introspettivo. Il risultato è, come si suol dire, storia. La prima avventura di Spider-Man, pubblicata su Amazing Fantasy 15, che un poco lungimirante Goodman chiuse pensando che un eroe del genere fosse improponibile (dovendosi poi, dati di vendite alla mano, ricredersi) è lunga solo 11 pagine: tante ne sono bastate a Lee e a Ditko per narrare premessa, morso del ragno, sviluppo, morte dello zio Ben, cattura del ladro e nascita di un eroe. Tutto qui funziona alla perfezione e il risultato è da classico del fumetto.

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X-Men! (disegni di Jack Kirby): fra le creazioni di Lee e Kirby, gli X-Men sono forse quelli che hanno dovuto attendere di più per “mostrare i muscoli”. È solo con la lunga gestione di Chris Claremont di circa 13 anni dopo, e dunque con la “seconda genesi”, che il gruppo esplode e mostra tutto il suo potenziale. E in effetti anche questa avventura non è certo fra le più memorabili degli autori e la sua presenza è giustificata più che altro dall’essere la prima, appunto, degli X-Men. Forse, nello spazio più striminzito del volume brossurato, avremmo scelto qualcos’altro al suo posto, mentre più logica è la sua presenza nel più ampio tomo cartonato.

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Capitan America si unisce ai… Vendicatori! (disegni di Jack Kirby): la vera risposta alla Justice League arrivò con The Avengers, supergruppo che riunisce i neonati eroi Marvel. Con grande intuizione, Lee e Kirby ripescarono il personaggio di Capitan America, creato proprio dal “Re” insieme a Joe Simon negli anni ’40 e che vantava tirature da un milione di albi. La mossa si rivelò un successo trasformando i due autori in veri Re Mida dei comics. La storia in questione, che ripescava letteralmente il personaggio (Steve Rogers viene ritrovato dal team di eroi in oceano dopo 20 anni di ibernazione) vede un susseguirsi elevato di vicende, in particolar modo i Vendicatori affrontare la minaccia di un Namor senza più regno, in un albo dall’altissimo ritmo che risulta divertente e avvincente ancora oggi, nonostante evidenti e abbondanti ingenuità figlie di un intrattenimento più spensierato.

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Che ci sia… la vita! (disegni di Jack Kirby): il doppio annual numero 6 della testata Fantastic Four esce a 7 anni di distanza dal primo numero della serie. A vederne le tavole e a leggerne la storia sembra sia passata una vita. I due autori sono ormai nel pieno della maturità artistica e il loro stile è ormai rodato ed evoluto. Messe da parte le ingenuità e tutte le caratteristiche che i comics si portavano dietro da decenni, i due fumettisti danno vita a una prova che presenta personaggi complessi e realmente umani, una vicenda drammatica e mai banale e disegni che mostrano un tratto maturo capace di esplodere in splash-page e sperimentali collage ad effetto. Mentre Sue è all’ospedale in attesa di dar alla luce Franklin, il suo primo figlio, Reed, Johnny e Ben viaggiano nella Zona Negativa, affrontando il temibile Annihilus, per prendere l’antimateria che può salvare la vita a Sue nel cui sangue scorrono ancora minacciose le radiazioni cosmiche. Indubbiamente, un qualsiasi albo degli F4 del periodo sarebbe andato ugualmente bene, considerando la qualità media della serie, tuttavia la scelta di proporre questa specifica avventura, fra le più note e apprezzate, è certamente azzeccata.

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Andiamo a sceneggiar! (disegni di Marie Severin): uno dei meriti maggiori di Lee fu quello di inserire negli albi i credits con i nomi degli autori e renderli delle star. Il suo modo di interloquire colloquialmente con i lettori, sia attraverso le rubriche che tramite gli stessi fumetti, trasmetteva un’aria amichevole oltre che spensierata della redazione Marvel. Questa breve storia d’appendice all'annual numero 5 di Amazing Spider-Man vuole mostrare, in maniera ironica, come nasceva una storia dell’Uomo Ragno: nel fumetto, infatti, vediamo Lee, suo fratello Larry Lieber e John Romita (tristemente assente come disegnatore nei due volumi) discutere animatamente per trovare la giusta idea per una nuova avventura.

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Prendi la mano, Fratello! (disegni di Gene Colan): il motto “Super-eroi con super-problemi” si declinava non solo umanizzando gli eroi caricandoli degli stessi problemi della persone comuni (e quindi dei lettori), ma affrontando anche la diversità che veniva rappresentata da Lee nella maniera più corretta possibile considerando la sua sensibilità in tal senso (a lui si deve anche il primo eroe nero, ad esempio). Fra i casi più eclatanti va citato, naturalmente, Daredevil, eroe cieco ma con tutti gli altri sensi potenziati. La complessità del personaggio di Matt Murdock non si deve solo alla sua cecità, ma anche alla sua spiccata morale cattolica contrapposta al suo vestirsi da diavolo, al suo essere un difensore della legge tradizione di giorno, nelle vesti di avvocato, e vigilante “irregolare” di notte, nelle vesti di Daredevil. Questa complessità ha dato vita a cicli di avventure notevoli grazie a una sfilza infinita di autori, rendendo la testata una delle migliori per qualità media di sempre della Marvel. L’avventura qui presente, la numero 47 della testata regolare del 1968, mostra il personaggio nella duplice veste di avvocato e giustiziere impegnato nella difesa un ex poliziotto e militare divenuto cieco e incastrato da un malavitoso perché non si era lasciato corrompere. Una lettura sicuramente interessante e che ben rappresenta il personaggio.

Con Daredevil #47 si chiude, dunque, il volume Stan Lee - Una vita di Meraviglie che, considerando il numero di pagine, presenta una buona e variegata selezione di storie. A nostro avviso, la presenza di X-Men #1 sbilancia troppo il tomo con le origin-story e, considerandola anche leggermente sottotono rispetto alle altre, avremmo preferito che venisse relegata al solo volume cartonato, sostituendola magari qualche altra avventura. Nulla di così trascendentale, comunque, il volume svolge in maniera egregia lo scopo prefissato.

Sicuramente più soddisfacente e ricco risulta il cartonato Stan Lee – L’Uomo delle Meraviglie, che offre un numero di pagine quasi doppio rispetto al brossurato. Tutte le storie fin qui elencate, e contenute nell’altro libro, sono qui presenti, dunque ci concentreremo ora esclusivamente su quelle "aggiuntive". Il sommario, anche in questo caso, è cronologico, e dunque la selezione va a inframezzarsi con le avventure presenti nell’altro volume.

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Il licantropo – Dove vanno i fantasmi – L’adolescente (disegni rispettivamente di Bill Everet, Steve Ditko e Stan Goldberg): raggruppiamo in un’unica nota le tre storie di apertura, provenienti tutte dalla produzione anni ‘50 di Lee, in cui la casa editrice (all’epoca denominata Atlas) pubblicava riviste contenitrici di vario genere: dall’horror alla fantascienza, dal western alle storie rosa, etc. Trascurate dal precedente volume, queste avventure sono a testimonianza di un modo di fare fumetti completamente differente da quello che sarà poi il metodo Marvel. Abbiamo qui avventure brevi che non hanno un protagonista fisso in cui spesso il finale ribalta totalmente la situazione, colpendo il lettore. Forse ne avremmo inserito una con i “celebri” mostri dai nomi improbabili realizzate con Jack Kirby, ma ad ogni modo la breve selezione è di ottima qualità e indicativa del periodo: una palestra per Lee e i suoi collaboratori.

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L’ira di Replicus (disegni di Jack Kirby): fra le assenze più gravi del precedente volume possiamo citare il non aver inserito una storia di Thor. Dopo i Fantastici 4, il figlio di Odino è sicuramente il personaggio su cui Lee e Kirby hanno riversato più amore e cura. La storia qui presente, del 1967, quindi in piena maturità dei due artisti, è senza ombra di dubbio di alta fattura e mostra una figura umana e drammatica quale la fioraia “Nonna Gardenia”, assistita dal dottor Don Blake (all'epoca alet-ego del Dio del Tuono). Tuttavia, avremmo preferito una storia meno “terrena” è più mitologica in rappresentanza della avventure di Thor.

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Chi piangerà per lui? (disegni di John Buscema): fra le qualità maggiori di Lee troviamo quella di saper scrivere storie che sono figlie dei tempi e che intercettano il sentimento del pubblico. Silver Surfer, personaggio nato come araldo di Galactus sulle pagine di Fantastic Four, in un una celebre trilogia in cui lo vediamo ribellarsi al Divoratore di Mondi, è una figura altamente drammatica e moderna per cui Lee scriverà occasionalmente storie anche nella fase più avanzata della sua carriera, quando ormai aveva abbandonato la scrittura per incarichi più manageriali. Silver Surfer, "surfista d'argento dello spazio", è imprigionato sulla Terra, dalla quale non può scappare, e viene visto con diffidenza dagli umani. Ed è proprio la qualità dell’animo umano al centro di questa storia che lo vede affiancato dal fisico Al B. Harper e battersi contro lo Straniero, che vuole annientare la razza umana. Un’avventura matura e profonda, degna di nota.

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E adesso… Goblin! – Nella morsa di Goblin! – La fine di Goblin! (disegni di Gil Kane): la trilogia composta dagli albi di Amazing Spider-Man #96-98 del 1971 rappresenta l’essenza massima tanto del personaggio che dello stile di Lee. Su spinta dello United States Office of Health, Education and Welfare, l’autore scrive una storia il cui argomento principale è la droga. Peter, la cui relazione con Gwen Stacy è in crisi a causa della morte del padre, per cui la ragazza incolpa Spider-Man, vive con il suo amico Harry Osborn, la cui relazione con Mary-Jane è al capolinea. Proprio la forte depressione per questa rottura spinge Harry a far uso di sostanze stupefacenti. Nel frattempo, al padre Norman torna la memoria e indosserà nuovamente il costume di Goblin torturando il povero Peter. In questo ciclo sono presenti tutti gli elementi classici di Spider-Man, declinati in un racconto drammatico e perfettamente riuscito che fece a meno, per l'occasione, anche dell'approvazione del Comics Code Authority.

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Stan Lee incontra lo Stupefacente Uomo Ragno – Capitan America sventa la vendetta del traditore (disegni rispettivamente di Oliver Coipel e Bruce Timm): riuniamo qui le ultime due storie brevi presenti nel volume, entrambe appartenenti alla produzione tarda di Lee (del 2006 la prima, del 2014 la seconda). Stan Lee incontra lo Stupefacente Uomo Ragno è un’ironica avventura in cui, come dichiarato nello stesso titolo, vediamo Spider-Man incontrare il suo creatore e chiedere consigli sull’abbandonare o meno la sua attività da eroe.
Capitan America sventa la vendetta del traditore è, invece, la versione a fumetti della storia in prosa scritta da Lee su Captain America #3 del 1941, che segnò il suo esordio come autore. L’avventura, realizzata come parte dei festeggiamenti per i 75 anni della Marvel, chiude così in un cerchio ideale sia la carriera di Lee che questo volume.

Stan Lee – L’Uomo delle Meraviglie soddisfa certamente di più il lettore rispetto alla sua controparte brossurata presentando una selezione più ampia e articolata della produzione di Lee. Nonostante centinaia di storie da cui attingere (su tutte, si fa notare l’assenza di Amazing Spider-Man #50: “Spider-Mano No More!”, fra le avventure più celebri scritte dall’autore), la scelta ci appare ragionata e valida e rappresenta un ottimo volume tanto per chi vuole conosce l’autore, tanto per chi ama ricordarlo e leggere di tanto in tanto le sue avventure. Per chi ne volesse ancora, segnaliamo il mega-volume da collezione Stan Lee: Marvel Treasury Edition uscito qualche mese fa.

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Le grandi storie dell'orrore, recensione: l'horror Marvel anni '50

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Gli anni ’50 furono per il fumetto americano un decennio di transizione, ma ugualmente molto importante, se non addirittura fondamentale. Dopo il boom dei comics dedicati ai supereroi, il genere sembrò aver esaurito tutto quello che aveva da dire e le testate, anche quelle più popolari, chiusero man mano. Furono pochi i supereroi che sopravvissero (fra cui Superman & Batman) mentre altri, durante il decennio, furono protagonisti di rilanci non particolarmente apprezzati.

In questa fase, fu il parco testate della EC Comics, soprattutto grazie a testate memorabili quali Tales from the Crypt, The Vault of Horror, Weird Science e Weird Fantasy, a fiorire e in molti seguirono il loro esempio: fra questi troviamo Martin Goodman, fondatore e presidente della Timely, ovvero la futura Marvel. L’editore, che aveva perso fiducia nel settore puntando su altro, accolse bene la diminuzione di pagine dei comic book (da 64 a 48 prima, a 32 infine) che, per un prezzo di copertina invariato, garantiva un guadagno migliore a fronte di spese più contenute.
Nello stesso periodo, per la precisione nel 1951, Goodman decise anche di avviare una società di distribuzione propria, chiamata Atlas News Co., Inc., che portò a dare un nuovo marchio alle sue testate al posto del “vecchio” Timely.

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Nacquero in questo decennio serie quali Journey into Mystery, Menace, Strange Tales, Tales of Suspence e altre, alcune della quali diverranno famose in seguito per ospitare le prime avventure dei nuovi eroi Marvel. La formula di queste testate era semplice: storie brevi di 6-7 pagine, che presentassero una trama con un finale in grado di far sussultare il lettore. La redazione era composta da pochissime persone, e i disegnatori erano quasi tutti freelance, tuttavia grazie in particolare all’inventiva di un certo Stan Lee, le storie potevano vantare un ottimo livello qualitativo.

Le cose sembravano funzionare, finché nel 1954 non accadde l'impensabile. Lo psichiatra Fredric Wertham pubblicò infatti il volume Seduction of the Innocent in cui dimostrava la sua assurda teoria seconda la quale i fumetti sarebbero una delle principali cause della delinquenza giovanile. Il libro divenne un caso nazionale tanto da avere serie ripercussioni nel mondo del fumetto a cui seguirono - fra le altre cose - fallimenti, chiusure di intere testate nonché la istituzione di un codice di autoregolamentazione approvato dagli stessi editori che rassicurasse i genitori sull'affidabilità della lettura. La verve delle serie crime e horror, dunque, venne duramente colpita e questo spinse gli sceneggiatori ad aggirare l’ostacolo e ad accettare le regole o, in alternativa, a puntare sulle serie fantascientifiche.

Se le suddette vicende colpirono il mondo dell’editoria in toto, lo stesso Goodman ci mise del suo per complicare la situazione. Chiuso il suo ramo distributivo nel 1957, l’editore si affidò ad uno dei maggiori distributori nazionali - la American news company - che però a sua volta fallì di li a breve costringendo Goodman a un’alleanza col suo principale avversario (la National Comic, ovvero la DC) in un patto che gli consentiva la diffusione di solo 8 testate al mese, che l’editore trasformò - astutamente - in 16 bimestrali. Sembrava, insomma, l'inizio della fine. Tuttavia, qualcosa stava cambiando, e grazie al ritorno di Jack Kirby, che già collaborò con Goodman a inizio anni '40, e all’arrivo di artisti come John Romita Sr. e Steve Ditko, non solo il livello qualitativo restò alto, ma soprattutto si preparò il terreno per la rivoluzione Marvel di inizio anni ’60.

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Panini Comics ha deciso di varare una collana dedicata a queste storie partendo da quelle appartenenti al genere horror. Il volume si presenta, dunque, come un’elegante cartonato antologico in cui sono state selezionate un numero elevato di avventure restaurate che portano il totale delle pagine a 296. Il libro, che presenta anche un apparato redazionale inedito, è suddiviso in 5 capitoli, di cui i primi 3 dedicati alle storie anni ’50, un quarto più breve a quelle anni ’70, mentre il quinto e ultimo è composto da una breve storia umoristica che funge da parodia al genere. Una selezione ricca e soddisfacente, che spazia nei sottogeneri horror dalle minacce esterni a quelle più intime e nascoste, dai vampiri agli zombi, passando per fantasmi, mostri e così via.

Non ci troviamo dinanzi a pietre miliari della Nona Arte, Come già premesso nei redazionali dello stesso volume, ma a semplici storie che gli stessi autori sapevano che di lì a poco sarebbero state rimpiazzate nella memoria del lettore da altre. Tuttavia, proprio il loro dover catturare l’attenzione del pubblico, unito anche alla brevità delle stesse, rende queste avventure avvincenti e gradevoli ancora oggi a oltre 60 anni dalla loro pubblicazione originaria. Chi ama, dunque, le serie EC Comics e le storie stile Ai confini della realtà troverà qui pane per i propri denti. Inoltre, veder all’opera artisti come Lee, Dikto e Kirby prima dell’era Marvel non è secondario e aggiunge un valore immenso a questi lavori.

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Come anticipato sopra, il quarto capitolo è dedicato agli anni ’70, quando il genere horror tornò di moda e soprattutto spopolavano i vampiri. Abbiamo, dunque, una selezione di 5 avventure tratte da Vampire Tales in cui possiamo ammirare artisti quali Jim Steranko, John Romita Sr., Bernet e altri. Sono passati 20 anni da quando testate del genere spopolavano e questo appare evidente osservando le tavole in bianco e nero – in questa occasione – delle storie che presentano una narrazione più moderna e una costruzione della tavola più libera e con un tratto più contemporaneo.
Alla luce di quanto detto finora, non possiamo che consigliare l’acquisto del volume, per motivi storici ma non solo in quanto la lettura si è dimostrata appagante e degna di nota.

 

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Eroi Marvel in bianco e nero: Stan Lee & Jack Kirby – Capitan America: recensione

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Il fumetto popolare italiano è stato principalmente caratterizzato dal bianco e nero; nonostante nelle riviste antologiche il colore fosse spesso presente, in generale le pubblicazioni mensili hanno sempre preferito questa formula. Di conseguenza, il colore rappresentava un’eccezione, un lusso e veniva utilizzato dagli editori per edizioni di pregio o per albi celebrativi. In Giappone vale, all’incirca, la stessa regola. Nei paesi in cui invece il fumetto popolare è a colori (vedi la Francia o gli Stati Uniti) accade l’esatto opposto: è il bianco e nero a dare prestigio a un’edizione, specie quelle con l’obiettivo di mostrare l’arte di uno specifico disegnatore. Il motivo è semplice, l’assenza del colore ci permette di ammirare appieno il tratto di un artista visto che non sempre è lo stesso fumettista ad avere l’ultima parola sulla colorazione.

La collana Eroi Marvel in Bianco e Nero nasce proprio con l’intento di far apprezzare alcuni dei maggiori artisti della Casa delle Idee potendone osservare in maniera più dettagliata il tratto. Bisogna considerare inoltre che non sempre la colorazione ha reso giustizia a determinate opere o tavole e che, specie nei casi di fumetti con qualche decennio alle spalle, le tecniche e lo stile di colorazione sono cambiati.
Si parte, dunque, dal maestro per eccellenza della Marvel: Jack Kirby.

Panini Comics ha selezionato per l’occasione una sequenza di avventure di Capitan America che va da Tales of Suspance 92 a 99 e da Captain America 100 a 104 per un anno esatto pubblicazione che va dall’agosto 1967 all’agosto 1968. In Tales of Suspance, il Capitano divideva la testata con Iron Man ma dal numero 100 i due eroi, grazie all’espansione della Marvel, vivranno le loro avventure in due mensili separati. Questo permise di avere il doppio della pagine a disposizione, infatti le prime avventure raccolte nel volume sono composte da sole 10 tavole dove incredibilmente Stan Lee e Jack kirby riescono a creare intrecci avvincenti e convincenti. Naturalmente, col passaggio alle 20 tavole, le storie avranno un respiro ancora maggiore.

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Il periodo è quello d’oro della Casa delle Idee, Lee & Kirby sono nel pieno della loro forma e la avventure di Capitan America, personaggio creato dallo stesso Kirby insieme a Joe Simon a inizio anni’40, mostrano lo stesso smalto e la stessa formula (supereroi con superproblemi) delle altre serie. Steve Rogers è un uomo fuori dal tempo, rimasto ibernato per 20 anni. Si innamora dell’Agente 13 (Sharon Carter), di cui ignora l’identità, ma le loro attività ostacolano il loro amore tanto che, schiacciato dai suoi stessi doveri da Capitan America e dalle responsabilità, Steve decide di appendere il costume al chiodo, seppur per poco. Le minacce, infatti, di Modock, del Teschio Rosso e del Dormiente non gli danno alternativa se non quella di essere sempre in prima linea.
Vicende avvincenti e divertenti ancora oggi, da classico del fumetto degno delle migliori opere del duo.

La novità di questa edizione, naturalmente, è da ricercare nel bianco e nero. Una scelta che, a nostro modo di vedere, esalta ancora di più l’opera. Confrontando, infatti, le stesse storie con quelle proposte in una recente ristampa a colori possiamo notare come la colorazione  (nuova, ma rispettosa dello stile dell’epoca) caratterizzata da tinte sature e contrasti netti, sottrae molto alle matite di Kirby che qui invece possono essere ammirate in tutto il loro splendore. Della bellezza e della potenza del tratto di Kirby, ne abbiamo parlato spesso in passato: l’artista è uno degli autori più influenti della storia del fumetto, il suo tratto pop, i suoi eroi dalle pose plastiche, il sense of wonder che riesce a tramandare, lo hanno portato nell’Olimpo del fumetto per sempre.
L’edizione Panini Comics, con sovraccoperta in pvc, rende giustizia al tutto grazie la suo formato 18,3X27,7 e a una confezione ben curata con carta ruvida di pregio. Un volume godibile per tutti e consigliato ai fan del Re.

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