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7 fumetti che compiono 40 anni nel 2026

  • Pubblicato in Focus

1986.

Maradona vince il mondiale con la sua Argentina e Top Gun consacra Tom Cruise. La Guerra Fredda è al suo epilogo, mentre il mondo assiste impotente all'orrore di Chernobyl.

Sulle note di The Final Countdown alla radio, milioni di persone leggevano fumetti destinati a entrare nella storia. Sì, perché il 1986 non è stato un anno qualunque ma un vero terremoto, un punto di non ritorno che ha ridefinito generi, stili e aspettative. Un'annata irripetibile che ha visto la nascita di capolavori destinati a cambiare per sempre il volto della nona arte.

Preparatevi a rivivere un viaggio attraverso le sette opere che hanno scolpito il 1986 nella leggenda e che continuiamo a leggere 40 anni dopo.

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Batman: Anno Uno – Frank Miller e David Mazzucchelli

La coppia Miller e Mazzucchelli ridefinisce le origini di Batman in chiave noir e realistica. Gli autori si concentrano sui primi mesi di Bruce Wayne come vigilante improvvisato e sull’arrivo a Gotham del detective James Gordon, esplorando parallelamente la loro ascesa in una città corrotta. Un racconto crudo e fondativo, che ha influenzato ogni iterazione successiva del Crociato Incappucciato, definendone il carattere e l’ambiente per decenni.

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Batman: Il ritorno del Cavaliere Oscuro – Frank Miller

Frank Miller reinventa Batman, segnando per sempre l'immagine del personaggio, con una visione distopica e iperviolenta. Un Bruce Wayne, ritirato a vita privata, è costretto a indossare nuovamente il mantello in una Gotham City al collasso, in una critica feroce alla società e al concetto di giustizia. Lo stile espressionista di Miller e le sue splash page iconiche hanno influenzato generazioni di artisti.

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Daredevil: Rinascita – Frank Miller e David Mazzucchelli

Dopo aver ridefinito il personaggio in uno storico ciclo, Frank Miller torna su Daredevil per scrivere la run definitiva sul Diavolo di Hell’s Kitchen, accompagnato dai disegni di David Mazzucchelli. Wilson Fisk, il Kingpin, scopre l’identità segreta di Matt Murdock e smantella ogni aspetto della sua vita, portandolo alla disperazione più nera. Un racconto di caduta, annientamento e rinascita spirituale.

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Dylan Dog 1 – L’alba dei morti viventi – Tiziano Sclavi e Angelo Stano

Sclavi crea un’icona che rivoluziona il fumetto popolare italiano. Dylan Dog unisce horror classico a spunti filosofici, umorismo surreale e malinconia esistenziale. Il primo albo, superbamente illustrato da Angelo Stano, getta le basi per un universo unico, popolato da mostri interiori ed esteriori, che ha parlato al cuore di una generazione, portando il fumetto di genere italiano a nuovi livelli di scrittura e suggestione.

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Maus – Art Spiegelman

Primo fumetto a vincere il Premio Pulitzer, Maus di Art Spiegelman narra la straziante storia dei suoi genitori sopravvissuti all’Olocausto, usando animali antropomorfi: ebrei come topi, nazisti come gatti. Un’opera monumentale che unisce testimonianza storica, riflessione sulla memoria, trauma generazionale e rapporto padre-figlio, dimostrando la capacità del fumetto di affrontare temi complessi.

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Superman: L'Uomo d'Acciaio – John Byrne

Dopo il reset di Crisi sulle Terre Infinite, John Byrne smantella decenni di continuity per reimmaginare un Kal-El più moderno e umano. Bilanciando mitologia e modernità, approfondisce la dualità tra Clark Kent e Superman, rendendo il personaggio più umano e relazionabile, e concentrandosi sull’impatto della sua presenza sulla Terra e sulle sfide etiche del suo ruolo come ultima speranza dell’umanità.

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Watchmen – Alan Moore e Dave Gibbons

Alan Moore e Dave Gibbons decostruiscono il mito del supereroe, analizzandone la psiche e smascherando fragilità e ambiguità morali sotto il manto del superpotere, in una detective story complessa e stratificata. Ambientata in una Guerra Fredda alternativa, con ex-supereroi vigilanti disillusi confrontati a un complotto apocalittico, Watchmen resta un capolavoro assoluto della Nona Arte.

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War of the Adults, recensione: quando la maturità diventa distopia digitale

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"Cos’è davvero un adulto? Chi decide quali regole dobbiamo seguire? E se la nostra maturità fosse solo un punteggio da dimostrare agli altri?"

Queste sono le domande che War of the Adults pone fin dalle prime pagine, trascinando il lettore in una distopia moderna dove la società misura la nostra esistenza come se fosse un curriculum sociale. Yutaro Urashima, il protagonista, si risveglia da un coma durato 15 anni in un mondo in cui “diventare adulti” non significa crescere, ma conformarsi a punteggi, regole e giudizi imposti da un sistema che non lascia scampo.

"Un adulto non è chi ha esperienza… è chi non osa sbagliare davanti agli altri."
Questa frase, pronunciata nei primi capitoli, sintetizza la tensione psicologica del manga: la maturità diventa un peso, la libertà un’illusione, e ogni scelta personale viene valutata da occhi invisibili. Il lettore si trova così a riflettere non solo sulla vita dei personaggi, ma sulla propria percezione di responsabilità, giudizio e controllo sociale, trasformando la lettura in un vero esperimento mentale.

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Serializzato su Shōnen Jump+ e disponibile in inglese su Manga Plus, War of the Adults, si distingue subito per il suo approccio insolito e maturo all’universo manga. Scritta da Kappy e illustrata da Masaaki Tsuzuki, la serie rompe gli schemi dei manga shōnen tradizionali, proponendo una riflessione profonda sul significato di maturità, responsabilità e libertà individuale in una società contemporanea sempre più controllata e giudicante.

La storia segue Yutaro mentre tenta di orientarsi in un mondo radicalmente cambiato. Essere “adulto” non è più legato all’età o all’esperienza, ma al rispetto di un sistema sociale distopico in cui la reputazione e i punteggi sociali determinano privilegi, diritti e persino la sopravvivenza. Chi non si conforma rischia l’emarginazione o punizioni severe, e la vita privata diventa un campo costante di osservazione e valutazione. La premessa, pur semplice, è carica di tensione psicologica e critica sociale, trasformando il manga in una lente attraverso cui osservare i meccanismi della società contemporanea.

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Uno degli aspetti più affascinanti è la costruzione dei personaggi e del loro rapporto con questo sistema oppressivo. Yutaro non è un eroe tradizionale: è un osservatore smarrito, che deve navigare in un mondo che ha subito un cambiamento radicale e non conosce più le regole “naturali” della vita adulta. La sua esperienza riflette le ansie e le pressioni contemporanee legate alla conformità, alla reputazione online e al controllo sociale, rendendo la lettura estremamente coinvolgente.

Dal punto di vista grafico, Tsuzuki alterna vignette dettagliate a pagine più minimaliste, accentuando il senso di isolamento e di tensione psicologica. Il tratto riesce a trasmettere l’angoscia e la fragilità dei protagonisti senza ricorrere a eccessi drammatici, concentrandosi sull’espressività dei volti e sulle dinamiche di gruppo. La pubblicazione digitale, con capitoli brevi e ritmi serrati, esalta queste scelte stilistiche: ogni episodio mantiene alta l’attenzione e stimola riflessioni profonde più che inseguire colpi di scena superficiali.

I temi affrontati sono complessi e attuali: controllo sociale, giudizio altrui, la confusione tra maturità reale e conformismo imposto, responsabilità individuale vs sistemi collettivi. War of the Adults non si limita a raccontare una storia distopica; invita il lettore a interrogarsi sul proprio rapporto con la società, sui valori che consideriamo fondamentali e sulla pressione costante della valutazione sociale, elementi che oggi risuonano in maniera potente nella vita reale, tra social network e aspettative sociali.

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La serializzazione digitale influenza profondamente la narrazione. I capitoli brevi, tipici della piattaforma Shōnen Jump+, permettono di sperimentare cliffhanger psicologici e momenti di riflessione che difficilmente sarebbero possibili in un formato cartaceo tradizionale. Questo approccio rende la lettura più immediata e immersiva, ma anche più stimolante dal punto di vista critico, perché ogni capitolo invita a una pausa di riflessione sui temi affrontati.

In definitiva, War of the Adults si distingue per la sua capacità di unire tensione narrativa, profondità psicologica e critica sociale in un’opera fresca e originale. Non è il classico shōnen d’azione o fantasy, ma una serie che sa far riflettere, inquietare e intrattenere allo stesso tempo. È perfetta per chi cerca un manga che vada oltre la superficie, che stimoli pensieri critici e offra una prospettiva nuova sulla società contemporanea e sul concetto di maturità. Una piccola perla da seguire.

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Comic(US) Book Annual: I migliori e i peggiori comic book del 2025

  • Pubblicato in Focus

Puntata speciale di Comic(US) Book in cui tiriamo le somme del 2025. Due liste di quattro titoli ciascuna che rappresentano, secondo noi, il meglio e il peggio di quanto è stato pubblicato in Italia nell’anno che sta per concludersi, nel classico albo spillato all’americana.

I QUATTRO MIGLIORI COMIC BOOK DEL 2025

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Batman e Robin: anno uno
Ribadiamo quello che abbiamo detto nella prima puntata di questa rubrica. Batman e Robin: anno uno è una maxiserie di livello altissimo, più che degna di un vero articolo di approfondimento (a cui faremo in modo di provvedere nelle prossime settimane). Non potevamo però non includerlo nella lista dei migliori comic book del 2025, anche perché nel corso dei suoi dodici numeri, non ha mai mostrato il minimo cedimento qualitativo.
Mark Waid e Chris Samnee si sono rivelati una coppia affiatatissima, arrivando persino a superare l’ottimo lavoro fatto nel loro celebre ciclo di Daredevil di diversi anni fa. Merito, a quanto pare, soprattutto di Samnee, che ha spinto fortissimamente per la realizzazione dell’opera (di cui, per giunta, è pure co-autore del soggetto), non risparmiandosi in nessuna vignetta, in ognuna delle quali (grazie anche ai bellissimi colori di Matheus Lopes) è riuscito a far convivere il suo tratto pulito e lineare (e dal fascinoso gusto retro, che ben si sposa a una rievocazione di questo tipo) con inquadrature altamente dinamiche. Waid, invece, confermando di trovarsi in uno dei momenti migliori della sua lunga carriera, ci regala una sceneggiatura scoppiettante, in cui ironia e drammaticità si amalgamano con estrema naturalezza, evitando che il suo conclamato amore per i personaggi possa trasformarsi in un limite narrativo. I testi sono leggeri, ma scolpiti su misura sulle caratteristiche dei protagonisti, che appaiono molto credibili tanto nella risolutezza delle loro azioni quanto nell’insicurezza derivante dall’inesperienza di entrambi.
Cosa dire di più? Naturalmente che speriamo che presto i due autori annuncino Batman e Robin: anno due.

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Absolute Wonder Woman

Per il poco che si è visto da noi, forse la palma di miglior serie dell’Universo Absolute dovrebbe essere assegnata a Martian Manhunter, ma, preferiamo premiare la testata dedicata a Wonder Woman, per l’altissimo livello qualitativo che gli autori sono riusciti a mantenere in tutti gli episodi pubblicati finora in Italia (quasi il triplo di quelli del fumetto di Deniz Camp e Javier Rodríguez). Inoltre, la Diana tratteggiata da Kelly Thompson è il personaggio che più di ogni altro pare incarnare lo spirito dark del nuovo universo DC. Non solo per il suo essere, contemporaneamente, sia una guerriera che una strega, ma anche perché immediatamente contrapposta a nemesi tanto mostruose, da rendere la vicenda ancora più tenebrosa. Tuttavia – ed è questo il pregio maggiore della serie - l’umanità sprigionata dall’eroina è realmente palpabile e ciò crea un legame empatico quasi indissolubile con il lettore. La Thompson è bravissima nel far emergere da subito una forte dicotomia nelle azioni di Diana, sovrapponendo al suo enorme coraggio insicurezze e fragilità teoricamente non associabili a una semidivinità. Il tutto raccontato attraverso una prosa potente, che – tolti i due episodi illustrati da Mattia De Iulis, comunque notevoli - non poteva trovare alleati migliori di Hayden Sherman e Jordie Bellaire per essere magnificata. L’artista statunitense sfoggia di continuo tavole visionarie e straordinariamente evocative, esaltate dall’incessante mutare della gabbia, che riescono nel difficile compito di suggestionarci con la mitologia greca pur essendo realizzate con un tratto modernissimo. Bellaire, invece, amalgamando tonalità grigie e spente a rossi infuocati e verdi fosforescenti ammanta la narrazione di cupezza e disperazione.

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Ultimates

Salita gradualmente (ma inesorabilmente) di tono, la serie dedicata alla nuova incarnazione degli Ultimates nella seconda metà dell’anno ha definitivamente sostituito Ultimate Spider-Man come albo portante di Terra 6160. Un ribaltone difficilmente prevedibile qualche mese fa e per certi versi sorprendente, dato che Jonathan Hickman viene tuttora considerato il demiurgo di questa seconda parentesi Ultimate. A ogni modo, un risultato del genere non è che la diretta conseguenza del talento di Deniz Camp, praticamente sconosciuto prima dell’esordio della testata, ma affermatosi velocemente come uno degli sceneggiatori più promettenti della sua generazione. A differenza di Hickman, maggiormente portato a mostrare scenari puramente supereroistici, con rari sottotesti di altra natura, l’autore turco-filippino sceglie spesso e volentieri la strada opposta, arricchendo le avventure del team di temi sociali e politici, attraverso i quali il mondo distopico del Creatore diventa una chiara metafora della deriva autoritaria a cui sta andando incontro l’America di oggi. Una decadenza morale e civile, alla quale Camp risponde con uno schietto messaggio di ribellione, che si riflette nelle azioni dei suoi personaggi più riottosi (Occhio di Falco, Luke Cage, She-Hulk), o nelle dissertazioni esistenziali di Destino, figura tormentata ed enigmatica, tra le più innovative del fumetto americano.
Non è un caso che proprio a Camp siano stati affidati i testi di Ultimate Endgame, l’evento che, apparentemente, segnerà la fine del secondo Universo Ultimate.

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Teenage Mutant Ninja Turtles

In maniera forse inaspettata, inseriamo come quarto miglior comic book del 2025 la nuova serie delle Tartarughe Ninja, che, in effetti, non era mai comparsa in questa rubrica. La nostra scelta è stata determinata dalla semplice constatazione che Jason Aaron sembra finalmente tornato a essere lo scrittore che avevamo apprezzato su Scalped, Southern Bastards e Thor, dopo parecchi anni inspiegabilmente sottotono spesi in vari progetti creator owned poco riusciti e, soprattutto, in una lunga run degli Avengers, quasi totalmente da dimenticare. A ulteriore prova della rinascita di Aaron citiamo pure l’ottimo Absolute Superman, che viene raramente preso in considerazione, solo perché oscurato da due meraviglie come Absolute Wonder Woman e Absolute Martian Manhunter. Ma il lavoro fatto con le creature di Peter Laird e Kevin Eastman si posiziona su un gradino più alto rispetto al kryptoniano “proletario” della DC, non fosse altro che per la difficoltà di raccontare qualcosa di nuovo su icone pop dalla storia pluridecennale. Il fumettista statunitense aggira brillantemente l’ostacolo coinvolgendo Raffaello & C. in una trama dove le vicende passate dei personaggi sono nominate solo di striscio, pur facendo capire chiaramente di conoscerle a fondo. Esattamente come dimostra di saper caratterizzare ognuno dei quattro protagonisti, che, difatti, non vengono mai snaturati. Una precisa strategia per attrarre nuovi lettori, evitando, tuttavia, di correre il rischio di perdere quelli storici. Aaron, in più, ci offre una rappresentazione estremamente matura delle quattro tartarughe mutanti, esplorandone in dettaglio i conflitti interiori, senza, però, rinunciare all’azione, che resta, necessariamente, una parte imprescindibile del racconto.
Inizialmente la serie prevedeva un artista diverso a ogni numero, finché Juan Ferreyra non ne è diventato il disegnatore titolare, esaltando con il suo stile tendente al grottesco, l’originale anima underground dei personaggi.

I QUATTRO PEGGIORI COMIC BOOK DEL 2025

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I Fantastici Quattro

Tra le serie più brutte del 2025, non potevamo non includere quella dedicata ai Fantastici Quattro. Abbiamo spiegato varie volte in questa rubrica le ragioni del nostro giudizio negativo, ma tanto vale ripeterlo, dato che – per motivi a noi ignoti – le storie di Ryan North continuano ad avere un numero consistente di estimatori. Nessuno discute la bravura dello scrittore canadese. Finora, però, in ambito fumettistico, si è sempre distinto per opere rivolte a un pubblico di giovanissimi, caratterizzate da uno humor leggero e innocuo e con vicende che mettono in risalto l’amicizia e i legami famigliari. Temi trasportati di peso all’interno dei Fantastici Quattro, con la conseguenza di far perdere progressivamente alla collana ogni elemento che l’aveva resa famosa, primo fra tutti quel sense of wonder che permeava le storie di Stan Lee e Jack Kirby, ma che, poi, era stato coltivato anche dagli autori successivi (John Byrne e Walter Simonson in testa), persino in cicli meno riusciti come quello di Dan Slott, che ha preceduto proprio la gestione di North. Tutte le saghe viste al momento si sono, invece, esaurite in pochi numeri, senza una vera narrazione di lungo respiro. L’avventura è spesso risultata latitante a favore di scene casalinghe che avrebbero dovuto essere solo di contorno, ma che, al contrario, sono diventate largamente predominanti. I personaggi principali sono apparsi di frequente privi di spessore, se non addirittura ridotti a macchiette e i criminali sono stati quasi sempre utilizzati come semplici comparse. Non parliamo, poi, dell’aspetto grafico, dato che sulla testata dei Fab Four, negli ultimi due anni, si sono alternati alcuni dei peggiori disegnatori attualmente in forza alla Marvel.
Avevamo sperato che il film dei Marvel Studios con protagonisti Mr. Fantastic e soci potesse portare a una svolta anche nel team creativo del comic book e almeno sul fronte artistico è effettivamente arrivata una superstar come Humberto Ramos. North, però, è stato confermato alle sceneggiature, per cui immaginare un cambio di rotta nell’immediato futuro non è che una mera utopia.

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L’incredibile Hulk

Altra serie storica da tempo precipitata in un tunnel di mediocrità, da cui pare non essere più in grado di uscire è quella del Golia Verde. In questo caso le colpe della Marvel sono persino maggiori rispetto ai Fantastici Quattro, data l’evidente noncuranza con la quale i suoi supervisori hanno fatto in modo che la gestione di Phillip Kennedy Johnson si muovesse verso una direzione, in cui la presenza dell’alter ego di Bruce Banner venisse presto considerata superflua. Come spiegare altrimenti interi episodi ridotti a capitoli di una saga horror, dove personaggi praticamente mai visti prima hanno assunto un’importanza spropositata, diventando, di fatto, i veri protagonisti dell’albo (con tanto di noiosissime pagine di approfondimento di solo testo poste in coda al fumetto)? Le cose, poi, sono ulteriormente peggiorate, fino ad arrivare alle storie attuali, in cui Johnson (probabilmente più interessato a mettere a punto i dettagli della seconda fase del suo ciclo, dove Hulk verrà trasformato in un essere infernale) ha sostanzialmente abbandonato ogni tentativo di dare un minimo di coerenza alla vicenda in corso. I vari character sono ormai l’ombra di se stessi e la trama si trascina stancamente senza che succeda nulla di veramente rilevante, con l’aggravante di voler mantenere viva l’attenzione attraverso il ricorso sconclusionato a scene così raccapriccianti, da fare invidia agli slasher movie più efferati.
Per fortuna, almeno sul lato artistico, dopo troppi numeri sfigurati dagli imbarazzanti scarabocchi di Danny Earls, Nic Klein è tornato a disegnare con maggiore regolarità. Ma può davvero bastare la presenza di qualche bella tavola per considerare l’albo degno di essere letto?

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Ultimate Spider-Man: Incursion
Quando pensavamo che, pur con fisiologici alti e bassi, il nuovo Ultimate Universe potesse considerarsi un progetto narrativo compiuto, ecco arrivare questa miniserie, che è riuscita nell’arduo compito di far vacillare i nostri convincimenti. Scritta letteralmente con i piedi da Deniz Camp (lontano anni luce dall’autore che ci sta entusiasmando con Ultimates e Absolute Martian Manhunter) e Cody Ziglar (che, benché non si sia mai distinto con storie a fumetti degne di essere ricordate, ha sicuramente fatto di meglio), racconta l’arrivo di Miles Morales su Terra 6160. Attraverso soluzioni di trama talmente forzate che anche i più accondiscendenti tra i lettori faranno fatica ad accettare come sensate, lo Spider-Man del precedente Universo Ultimate incontra praticamente ogni eroe del mondo plasmato dal Creatore, così come parecchi dei “cattivi” più rappresentativi. Ciò che ne viene fuori è una vicenda senza capo né coda, popolata da personaggi piatti e totalmente irriconoscibili rispetto a quelli che compaiono sulle relative testate a loro dedicate, ma, soprattutto, con nessun vero collegamento con gli eventi che stanno portando dritti a Ultimate Endgame, se non la scoperta da parte di Destino (cioè il Reed Richards di Terra 6160) che il Creatore è in realtà il Reed Richards di un mondo che non esiste più. Una rivelazione che occupa un paio di pagine e che non può, di sicuro, essere considerata sufficiente a giustificare ben cinque numeri di nulla assoluto

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Chiudiamo con il peggio del 2025 con lo strombazzatissimo ritorno dei crossover tra Marvel e DC. Tralasciando le storielline a contorno, spesso inconsistenti o di livello così basso da costringerci a verificare più volte il nome degli autori, essendo rimasti letteralmente increduli per l’infima qualità di quello che avevamo appena letto (con un irriconoscibile Frank Miller a fare da capofila in questa fiera dell’orrido), sono in particolare le storie principali ad aver deluso su tutta la linea. Il match di andata, opera di Zeb Wells e di un apatico Greg Capullo, è l’ennesima riproposizione dell’infinito duello tra Batman e Joker, con Deadpool come terzo incomodo. La trama è talmente banale che non vale nemmeno la pena di provare a raccontarla, il pathos è inesistente e i personaggi sono caratterizzati in maniera così ridicola che, arrivati alla fine, abbiamo subito rimpianto i soldi spesi per acquistare una simile nefandezza.
Va poco meglio con la sfida di ritorno, dove Grant Morrison si esibisce in un inutile esercizio di stile metafumettistico, in cui l’unico passaggio veramente divertente è lo scambio di battute tra Batman e Deadpool, nel quale il Cavaliere Oscuro fa capire di ritenere il Mercenario Chiacchierone un’imitazione di Deathstroke della DC (cosa peraltro vera). Per il resto, un vuoto e pedante citazionismo, che ha il solo scopo di consentire a Morrison di autocelebrarsi. Scusate la battuta, ma sprecare il talento di Dan Mora con una storia del genere dovrebbe essere considerato un crimine contro l’umanità.
Ciò che, però, abbiamo trovato realmente sgradevole è l’enorme superficialità con cui è stata realizzata l’intera operazione, dove il numero esagerato di copertine variant, è immediatamente apparso come un chiaro segnale della volontà di entrambe le case editrici di utilizzare un evento di questo tipo esclusivamente per fini speculativi.

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Comicus compie 25 anni!

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Un quarto di secolo di articoli, approfondimenti e tanto altro, fatti sempre con passione e mettendoci tutta la nostra professionalità.

In questi anni il mondo attorno a noi è cambiato, così come il modo di fare informazione e critica, grazie anche a strumenti sempre nuovi. Siamo cambiati anche noi, e continueremo a farlo, ma l’obiettivo è quello di arrivare a 50 anni mantenendo sempre il nostro entusiasmo, la nostra indipendenza e il nostro amore per i fumetti.

Non serve dire altro, se non che vi attendono numerose novità nel corso del 2026, sperando di trovarvi sempre qui. Ma la cosa che ci tenevamo a fare è quella di ringraziare tutti voi che ci avete seguito e sostenuto finora, sperando che continuerete a farlo ancora a lungo. E se siete appena arrivati, grazie anche a voi!

Ps. Naturalmente, buone feste!

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