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Blake e Mortimer: L'ultimo faraone, recensione: un capitolo poco convenzionale

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Il giornalista Daniel Couvreur, grande esperto di fumetto franco-belga, nel 2012 è entrato in possesso di un taccuino dove il compianto Edgar P. Jacobs aveva annotato vari spunti per nuove storie con protagonisti i suoi celeberrimi Blake e Mortimer. Dopo averne parlato con François Schuiten, questi rimase particolarmente colpito da un abbozzo di trama che aveva come sfondo l’enorme Palais de Justice di Bruxelles, una stramberia architettonica che non poteva lasciare indifferente l’autore de Le città oscure, da sempre affascinato da edifici e metropoli. Non solo, le leggende o le semplici dicerie riguardanti la costruzione del monumentale tribunale della capitale belga, su tutte le scarse notizie che si hanno sulla vita dell’architetto che lo progettò, Joseph Poelaert, che impazzì e morì, forse suicida, prima del termine dei lavori. Oppure il piano originale che prevedeva la costruzione di una piramide in cima all’edificio, poi sostituita da una semplice cupola, devono essere subito apparse al grande fumettista come lo sfondo ideale per rendere omaggio a uno dei capisaldi della bande dessinée, senza discostarsi troppo dalle sue opere precedenti.

Tuttavia, quando si diffuse la notizia che Schuiten sarebbe stato coinvolto in una nuova avventura di Blake e Mortimer, questa fu accolta dagli ammiratori di Jacobs in maniera contrastante: alcuni si dichiararono da subito entusiasti di vedere un grande autore all’opera con i due personaggi, altri non nascosero invece una certa apprensione per il fatto che un disegnatore dallo stile piuttosto lontano dalla ligne claire e più a suo agio con tematiche vagamente oniriche e surreali, potesse in qualche modo tradire la poetica del pupillo di Hergé. Infatti, da quando la Dargaud ha deciso di riprendere le avventure di Blake e Mortimer, dopo la scomparsa del loro creatore avvenuta nel 1987, tutti gli autori coinvolti nell’operazione si sono ben guardati dal prendere strade completamente diverse da quelle percorse da Jacobs. E così, i vari Jean Van Hamme, Yves Sente, Ted Benoit e André Juillard, solo per citare i più illustri, pur non rinunciando a elementi tipici del loro modo di fare fumetti, sono riusciti a mantenere nelle nuove storie quel brillante mix di fantascienza, spionaggio e archeologia avventurosa, che aveva portato i due personaggi alla popolarità (soprattutto in area francofona), accompagnando il tutto con tavole che non potevano che essere in puro stile linea chiara, tanto che, a prima vista, risultano difficilmente distinguibili da quelle realizzate dal maestro belga.

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Una continuità di contenuti che, invece, manca quasi del tutto nel volume realizzato da Schuiten e soci. Differenze che si notano appena nella bellissima copertina del disegnatore brussellese, e ancora meno nel titolo dell’opera – L’ultimo faraone – che richiama apertamente Il mistero della Grande Piramide, una delle più note avventure di Blake e Mortimer, a cui il nuovo capitolo si ricollega già dalle prime pagine. Man mano che si procede nella lettura, però, queste differenze emergono chiaramente, a cominciare dai disegni: lo stile di Schuiten, infatti, così diverso da quello di Jacobs, alla lunga crea una sorta di smarrimento nel lettore. Una sensazione accresciuta dai colori di Laurent Durieux, troppo scuri e freddi.

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È, però, la trama imbastita dallo stesso autore belga, con la collaborazione di Jaco Van Dormael e Thomas Gunzig (ai quali, pare, debba essere attribuita l’idea di riallacciarsi al Mistero della Grande Piramide), che procura le maggiori perplessità: dopo un inizio, tutto sommato, secondo le aspettative, che vede Mortimer recarsi al Palais de Justice di Bruxelles su invito di un certo Henri, il quale vuole condividere con il professore la sorprendente scoperta di misteriosi geroglifici, venuti alla luce in seguito a dei lavori di ristrutturazione dell’edificio, si ha un’improvvisa accelerazione degli eventi: mentre Mortimer è intento a decifrare i simboli egizi, infatti, Henri abbatte la parete su cui sono stati dipinti, causando la fuoriuscita di raggi energetici di origine ignota, che in brevissimo tempo bloccano il funzionamento di ogni apparecchiatura elettrica della città, rendendola, con il passare dei mesi, inabitabile. Nel frattempo, scopriamo che, sebbene l’esatto periodo temporale non venga rivelato, la vicenda è ambientata parecchi anni dopo le avventure “regolari”, con i due protagonisti ormai invecchiati e, apparentemente, non più amici come prima. Da qui in poi, la sceneggiatura comincia a diventare tortuosa e, in alcuni passaggi, anche poco chiara. Per di più, le differenze di stile con la scrittura di Jacobs diventano sempre più marcate: i raggi misteriosi che rendono Bruxelles una città fantasma, di fatto, sono l’unica, vera, concessione ai temi cari al creatore dei personaggi, i quali diventano i protagonisti di una singolare avventura, dove l’evento apocalittico che ha sconvolto la capitale belga viene usato a pretesto da Schuiten, Gunzig e Van Dormael per criticare, in maniera un po’ stravagante, gli eccessi e lo stile di vita contemporanei. Non si spiegherebbe altrimenti il lungo passaggio dedicato a una comunità di persone, adattatasi a vivere nelle rovine della città e ben contenta di non potersi più avvalere di ogni forma di tecnologia, di cui fa parte anche un probabile ex operatore di borsa, stanco del potere esercitato dalla finanza sulle decisioni prese dai governi mondiali. Un’idea che contrasta non poco con quello che Jacobs pensava della modernità: nelle sue storie, la scienza e il progresso non sono mai visti in senso negativo. Sono piuttosto gli uomini, a seconda della loro indole, a decidere se utilizzarli per il bene comune o per i propri meschini interessi.

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C'è dell'altro, una delle qualità più apprezzate del maestro belga era il taglio romanzesco della sua scrittura, con tavole ricche di vignette e dialoghi fittissimi, oltre a spiegazioni molto dettagliate delle apparecchiature tecnologiche rappresentate in quelle pagine, o dei monumenti e dei protagonisti storici della vicenda. Questo approccio è stato sostanzialmente mantenuto da tutti gli autori successivi, venuti prima di Schuiten, pur con qualche inevitabile adeguamento alla sensibilità dei lettori di oggi, che troverebbero un po’ antiquate alcune ingenuità narrative presenti nelle prime storie dei personaggi. Ai realizzatori de L’ultimo faraone sarebbe bastato seguire la stessa strada per non snaturare eccessivamente la serie, invece hanno preferito avventurarsi in un tentativo di rinnovamento così radicale, da rendere difficile l’accostamento di questo nuovo capitolo all’opera di Jacobs.

L’operazione, tuttavia, non è da bocciare in toto: le tavole di Schuiten spesso sono magnifiche, soprattutto quando può cimentarsi nella rappresentazione di architetture ardite e maestose, uno dei punti fermi della sua arte, e alcuni risvolti della trama sono ingegnosi (a partire proprio dai collegamenti con Il mistero della Grande Piramide, per nulla forzati o pretestuosi). Se non ci fosse stato il desiderio degli autori di lavorare a una storia di Blake e Mortimer, probabilmente il nostro giudizio sarebbe stato meno severo. Ma quando, invece, si decide di omaggiare un classico, non bisognerebbe mai commettere l’errore di tradirne, anche se in maniera non del tutto consapevole, lo spirito originale.

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