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In arrivo Io dico NO! Storie di eroica disobbedienza sui disegni di Nicolò Pellizzon

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Il 6 giugno uscirà nelle librerie italiane il volume Io dico NO! Storie di eroica disobbedienza, scritto da Daniele Aristarco sui disegni dell'illustratore e fumettista Nicolò Pellizzon, pubblicato da Einaudi Ragazzi. Di seguito trovate la cover realizzata dall'artista e la descrizione ufficiale del libro, che potrete acquistare al prezzo di 16,90 € per 216 pagine.

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"Da Prometeo ad Anna Politovskaja, da Ipazia a Martin Luther King, dalle suffragette agli abitanti di Chambon-sur-Lignon. Il racconto dei "No" che hanno fatto la Storia. Questo è un libro sulla libertà. Puoi leggerlo liberamente, saltando da una storia all'altra oppure puoi berlo tutto d'un fiato, come si fa con un romanzo. Un romanzo che inizia in un tempo lontanissimo e che arriva fino a oggi. Fino a te. Protagonista è l'umanità o, meglio, quegli uomini e quelle donne che chiamiamo "eroi". Ciascuno di questi 40 personaggi ha modificato in maniera profonda la Storia. Non tutti hanno vinto la propria battaglia, ma ciascuno è riuscito a modificare il nostro modo di pensare. Questo è un libro sulla libertà, puoi leggerlo liberamente o puoi scegliere di non leggerlo. Se lo farai, saprai qualcosa in più su questo bene prezioso. Conoscerai i trionfi e le cadute delle donne e degli uomini che hanno avuto il coraggio di dire "No", che hanno vissuto e lottato per la libertà. E soprattutto capirai che adesso tocca a te. Età di lettura: da 8 anni".

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Einaudi sbarca in fumetteria con La Rabbia, antologia con Zerocalcare, Ratigher e altri

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Einaudi pubblicherà a settembre un corposo volume antologico di ben 300 pagine intitolato La Rabbia, che raccoglierà delle storie brevi di diversi artisti italiani del panorama fumettistico underground contemporaneo. 8 sono i fumetti inediti presenti nel libro, ad opera di Zerocalcare, Ratigher, Bambi Kramer, Vincenzo Filosa e Giusy Noce, Hurricane, Laura Nomisake e Annalisa Trapani, Sonno, Tsò e Federico Primosig, che hanno come fil rouge la rabbia sociale ed esistenziale del titolo che, come spiega bene la descrizione del volume disponibile a questo indirizzo, "non è la rabbia di chi ha perso la partita, ma quella di chi non ha nemmeno potuto giocarla". Il volume è a cura di Valerio Bindi e Luca Raffaelli, e sarà un brossurato 18x26 cm al prezzo di 18€.
Di seguito la cover e la descrizione disponibile al link che trovate sopra.

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"Otto storie inedite di rabbia sociale ed esistenziale. Vent'anni dopo Gioventù cannibale, una banda di autori pieni di talento, che usano immagini e parole per vivisezionare il reale, tra ferocia e poesia, tra impotenza e rifiuto, tra commedia e disincanto.

Il primo libro collettivo di fumettisti nati nella fucina underground da cui è emerso, tra gli altri, Zerocalcare, presente in questa antologia. L’autoritratto di una generazione cinica, tenera, autoironica. Soprattutto, arrabbiata.
Sono nati tra il 1978 e il 1992, anni in cui l’Italia covava la crisi definitiva che ha cancellato ogni idea di futuro. Sono autori di fumetti: spaziano dal manga al punk, dall'underground al pop, e narrano storie metropolitane, visionarie, taglienti, comiche, rabbiose. Non è la rabbia di chi ha perso la partita, ma quella di chi non ha nemmeno potuto giocarla. La rabbia di chi è rimasto bloccato in ascensore per un fine settimana che dura da una vita. Di chi non ha trovato un posto in questo mondo, eppure sa raccontarlo come nessun altro. Bambi Kramer, Vincenzo Filosa e Giusy Noce, Hurricane, Laura Nomisake e Annalisa Trapani, Ratigher, Sonno, Tsò e Federico Primosig, Zerocalcare sono un gruppo di autori interconnessi per ragioni anagrafiche, sociali e artistiche, che hanno contribuito a formare il festival internazionale Crack! Nato all’interno della fortezza occupata del Forte Prenestino e diventato negli ultimi dodici anni il punto di incontro più importante per il movimento underground del pianeta fumetto, Crack! è il luogo dove questi autori hanno costruito le forme della loro narrazione, le loro produzioni indipendenti, il loro pubblico".

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Maus, recensione

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Maus di Art Spiegelman su Amazon

Vladek Spiegelman, ebreo polacco sopravvissuto ad Auschwitz, viene intervistato dal figlio Art sui ricordi della guerra e della prigionia. Dalla sua memoria emergono le immagini affannate e dolorose del passato: l’incontro con la futura moglie Anja, madre di Art - suicidatasi molti anni dopo la fine della guerra - la vita in famiglia, la chiamata alle armi, il figlio Richieu - poi morto nei lager - le prime persecuzioni, i tentativi di sfuggire alla morsa dei nazisti, la cattura e l’internamento, la sopravvivenza disperata nel campo di sterminio, fino alla fine del conflitto, la liberazione e la riunione con Anja; tutto si riversa nel magnetofono di Art, a sua volta in difficoltà nel recepire appieno la portata di una tragedia che non lo ha toccato direttamente, forse inadeguato a descriverla e a gestire un rapporto difficile, quello col padre, pieno di incomprensioni e difficoltà di comunicazione.

Cercare di descrivere Maus a 26 anni dalla sua comparsa sulla scena fumettistica (il primo volume, infatti, uscì nel 1986 e il secondo nel 1991, sulla rivista Raw fondata da Art Spiegelman stesso) è estremamente difficile, non foss’altro per l’enorme impatto che esercitò alla sua uscita e che mantiene inalterato dopo tutto questo tempo. È un’opera che ha radicalmente modificato il modo di scrivere ed intendere i fumetti, aprendo nuovi orizzonti ad autori e lettori, e cercare di condensarne l’essenza in poche righe tentando di evitare la retorica è quasi un atto di presunzione.

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Amato, discusso, imitato da mille epigoni che non sono mai riusciti ad eguagliarlo, Maus si impone nella memoria collettiva a cominciare dalla trovata (citatissima in altre opere) di disegnare gli Ebrei come topi antropomorfi, i Tedeschi come gatti e, in generale, raffigurando ogni personaggio con fattezze di animale, a seconda della provenienza: i francesi sono rane, i polacchi maiali, i soldati statunitensi cani. Una scelta narrativa che, oltre a riportare il terreno dello scontro razziale al suo livello più intuitivo (il predatore e la preda) e, appunto, animalesco, permette anche a Spiegelman di raffigurare in maniera straordinariamente efficace la progressiva disumanizzazione cui sono sottoposti i perseguitati dal nazismo. Se all’inizio, infatti, è ancora possibile distinguere tra loro i personaggi - quasi privi di tratti fisiognomici - attraverso gli abiti e l’atteggiamento, nelle sequenze ambientate nel lager, in cui tutti sono disegnati con la divisa, diventano una massa amorfa e indistinta di prigionieri mandati al macello; prigionieri non solo ebrei, come dimostra la sequenza in cui Spiegelman, contravvenendo alle sue stesse regole, sceglie di raffigurare un tedesco detenuto nel campo, anziché con sembianze feline, con il muso di un topo (e sottolineando tale infrazione con il dialogo e il disegno), a dimostrazione dell’impossibilità di utilizzare le distinzioni di nazionalità per fare luce su un dramma in cui ci sono solo carnefici e vittime.

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Al di là del tema trattato e nonostante il taglio profondamente drammatico dei bellissimi disegni (effettuati con uno splendido tratto “graffiato” che ricorda l’espressionismo tedesco), Spiegelman ha il merito di evitare ogni tentazione retorica e pietistica ed affronta il suo racconto con una prosa asciutta, frequentemente interrotta da digressioni, flashback e ritorni al presente e talvolta con toni leggeri ed ironici, come quando descrive il proprio rapporto con il padre e le sue nevrosi. Mancano quasi completamente riferimenti alla politica e alle situazioni internazionali. L’avvento del nazismo è descritto nel suo impatto sulla realtà quotidiana e sull’ambiente familiare, con il progressivo mutare dell’atteggiamento della società e del mondo di tutti i giorni nei confronti dei perseguitati, più con sommessi mezzi toni che con scene spettacolari: una scelta narrativa che rende ancora più forte gli squarci di disumanità nel campo di Auschwitz e l’irruzione dell’orrore come una grottesca parodia del quotidiano (i cadaveri che “pavimentano” i gabinetti, il prigioniero falciato dal mitra che, osserva Spiegelman padre, muore come il cane idrofobo di un suo vicino di casa).

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Merito della riuscita dell’opera comunque, è in gran parte dello straordinario personaggio di Vladek: non un eroe e tantomeno un santo, bensì, semplicemente, un uomo non privo di tratti anche sgradevoli: avaro, nevrotico, ossessivo, razzista (con la gente di colore), quasi, come nota lo stesso figlio, l’incarnazione dello stereotipo dell’Ebreo secondo i canoni dei nazisti, ma descritto con modi e caratteristiche assolutamente credibili ed umane (e capace di reazioni repulsive ma comprensibili, come nella sequenza in cui, dopo la fine della guerra, gioisce alla vista di una casa di tedeschi distrutta dai bombardamenti, perché “così ricevono anche loro un po’ di quello che hanno dato agli Ebrei”); un essere umano che Spiegelman figlio elabora e restituisce in tutta la sua realtà quando, verso la fine dell’opera, inserisce fra i disegni anche una foto di Vladek in carne ed ossa. Un personaggio in gran parte incapace di conciliarsi con il proprio passato e che Art non riesce a comprendere, perché non condivide con lui il peso dei ricordi; quei ricordi che hanno portato al suicidio la madre (la cui memoria, analogamente a quella del nazismo con il padre, perseguita Spiegelman figlio, come evidenzia un racconto a fumetti, da lui portato a termine all’indomani della morte di Anja, che l’autore riproduce integralmente), e che Vladek cerca di esorcizzare bruciando i diari della moglie morta (che saranno, però, sempre presenti in lui finchè, come dice, le domande di Art glieli riportano in mente). Un filo di memoria che Spiegelman decide saggiamente di troncare proprio nel momento più gioioso della liberazione: il ricongiungimento con Anja, oltre il quale Vladek “più non può dire al figlio”, quando è bene che i registratori e i diari tacciano e che - come mostra la bellissima, straziante vignetta finale con la tomba comune di Vladek ed Anja - il tempo e il silenzio restituiscano i ricordi alla Storia.

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Il complotto. La storia segreta dei protocolli dei Savi di Sion, recensione

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[…] Non sono i Protocolli a produrre antisemitismo, è il profondo bisogno di individuare un Nemico che spinge a credere ai Protocolli
Umberto Eco (dall’introduzione al volume)

Si apre con un’introduzione dell’autore de Il nome della rosa, dotta e sentita allo stesso tempo, l’ultima opera di Will Eisner che avremo il piacere e l’onore di leggere. Il Maestro di Brooklyn ci lascia con un vero e proprio saggio in cui ricostruisce, con dovizia di particolari, l’assurda vicenda dei Protocolli dei Savi di Sion. Si tratta, per chi non lo sapesse, di una sorta di documento – di cui si è ripetutamente appurata la falsità clamorosa – ipoteticamente scritto da alcuni anziani ebrei, nel quale si pianificherebbe una fantomatica conquista del mondo da parte di questi e del loro popolo.

Il documento, prodotto alla fine dell’Ottocento, accompagna l’umanità attraverso i decenni, con la sua scia di ignoranza, e pregiudizi, strumentalmente usati per scopi politici e/o di propaganda.
Nonostante si immagini facilmente una paternità tedesca dei Protocolli, questi furono redatti in Russia e diffusi, con straordinario successo, in ogni angolo prima dell’Europa e poi del mondo intero.

Will Eisner, in un’opera decisamente sui generis, ci propone il frutto di approfonditi studi, compiuti con l’ausilio di esperti quali Benjamin Herzberg e, per la prima volta nella sua lunghissima carriera, la moglie Ann.

Il padre della graphic novel ci ha lasciati con un’opera pregna del rigore di uno studio inesorabilmente preciso ed attento, ma anche di una profondità, di un senso di sgomento crescente che accompagna il lettore attraverso pagine gonfie di delusione (dello stesso autore che compare nell’opera). A questo proposito: la narrazione delle vicende è sviluppata in ordine cronologico e l’avanzare del tempo è scandito dalla speranza di persone illuminate – nelle varie epoche – che finalmente si smetta di credere alle pericolose bugie contenute nei Protocolli. Speranze ed auspici che, inutile dirlo, vengono continuamente disattesi. L’avvicinarsi dei nostri tempi, nel volume, non fa che ricordare con nauseante sincerità il ricorrere della Storia: la cecità di fronte alla menzogna, il facile abboccare all’istigazione all’odio verso una qualsiasi minoranza sono oggi come furono allora. È quindi amaro il messaggio di Eisner che, figlio di immigrati ebrei fuggiti negli USA, sapeva bene cosa volessero dire discriminazione ed antisemitismo.

Senza retorica alcuna, è questo un libro che sarebbe bene che tutti leggessero, in qualunque luogo, in qualunque tempo.

Concludo con alcune note sull’edizione italiana. Dopo la Punto Zero e la Kappa Edizioni, ecco un terzo editore per il Maestro nel Belpaese: la Einaudi.
Il Complotto - lo dico senza esitazione alcuna - è un volume inutilmente costoso. Si tratta di un brossurato di meno di 200 pagine in bianco e nero, appesantito da carta patinata assolutamente non indispensabile (anzi, immagino che la resa su carta ruvida potesse dare maggiore incisività al segno di Eisner) venduto a 15 €. Sia chiaro, non è una critica sterile sul prezzo dei fumetti. È solo un’osservazione sull’ingresso, sempre più deciso, di colossi editoriali nel mondo dell’arte sequenziale e sulle loro strategie di mercato.
Un’opera di questo calibro, scritta perché venga letta da tanti, non può avere un prezzo inappropriato che, magari, scoraggerà gli incerti. Una mossa, in definitiva, che non rende merito ad un lavoro come quello di Eisner e che, di certo, non va in direzione opposta al fanatismo post-mortem ed alle conseguenti speculazioni.

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