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Intervista a David Mack: La carriera dell'artista di Kabuki, passando per Daredevil, Echo e Dark Shots

Durante l’ultima edizione del Napoli Comicon, grazie a Mirage Comics, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare David Mack, l’autore di Kabuki (qui la nostra recensione del volume pubblicato dalla Mirage) e di un noto ciclo di Daredevil, nel quale ha dato vita al personaggio di Echo.
Potete ascoltare le sue risposte nel video qui di seguito oppure leggerle nella sua trascrizione.

Intervista a cura di Antonio Ausilio e Luca Tomassini. 
Editing video di Gennaro Costanzo.



Antonio: Ciao David, come stai?
Bene grazie. Sono molto felice di essere qui!

Antonio: È la tua prima volta a Napoli, giusto?
Sì, è la mia prima volta a Napoli. Sono arrivato in aereo a Milano, sono andato a Como, quindi in auto a Firenze, Perugia, Roma e infine a Napoli.

Antonio: Praticamente hai visitato quasi tutta l'Italia?
Sì, è stato un bel viaggio che ho fatto nelle ultime due settimane. In passato sono stato anche a Bologna e all’Etna Comics in Sicilia. Vengo in Italia ogni anno. Amo il vostro paese.

Antonio: Mirage Comics sta ristampando Kabuki, il tuo primo capolavoro. Ti piace questa nuova edizione? Potresti anche spiegare ai nuovi lettori la genesi del personaggio? Da dove ti è venuta l’ispirazione?
Sono molto grato alla Mirage Comics per aver deciso di pubblicare integralmente Kabuki. Il primo volume è già disponibile e speriamo che il secondo sia pronto per Lucca, alla fine di ottobre. Vorrei tornare in Italia per quell’occasione. Per completare tutta la saga di Kabuki saranno necessari quattro volumi. Si tratta del mio primo fumetto, grazie al quale la Marvel mi ha poi chiamato per scrivere Daredevil.È un’opera che ho realizzato mentre ero al college e a ogni lezione, che fosse di grafica, storia, mitologia o letteratura convincevo l’insegnante a farmici lavorare, spiegando perché avesse i requisiti per far parte di quello specifico corso, fino a utilizzarla come tesi di laurea.

Luca: David, il tuo stile è una sofisticata combinazione di tecniche differenti. All’inizio della tua carriera è stato difficile passare dalle case editrici indipendenti ai grandi editori come la Marvel? È stato difficile mantenere intatta la tua visione artistica?
Sono molto grato di aver avuto il tempo di sviluppare il mio stile per conto mio, lavorando in una casa editrice indipendente e realizzando le mie opere creator-owned. Ho potuto raccontare molte delle mie storie con Kabuki e lasciare che fosse la storia stessa a guidare la mia evoluzione come autore. Credo che questo mi abbia giovato. Se avessi iniziato direttamente alla Marvel o presso un editore più grande, forse avrei sentito il peso di certe aspettative e la necessità di seguire quello che viene percepito come uno “stile della casa”. Io, invece, non l’ho vissuta così. Quando la Marvel mi assunse come sceneggiatore di Daredevil, avevo già accumulato un corpus abbastanza ampio di lavori grazie a Kabuki. Sentivo che mi avevano scelto proprio sulla base di quel percorso. Successivamente mi chiesero anche di realizzare dei disegni. Fu Joe Quesada ad assumermi. Joe Quesada e Jimmy Palmiotti stavano occupandosi della parte artistica di Daredevil, mentre io subentrai alla sceneggiatura dopo Kevin Smith. A un certo punto Joe mi disse: “Perché non fai anche qualche copertina? Sei anche un disegnatore”. E io risposi: “Ma no, nessuno alla Marvel vuole vedere i miei disegni. Sono felice di scrivere la serie”. Lui invece insistette: “Vogliono vedere il tuo lavoro”. Sono davvero riconoscente a Joe per aver insistito affinché iniziassi dalle copertine. Così ho semplicemente fatto il lavoro che so fare, ed era proprio ciò che desideravano. Non ho avuto la sensazione di dover cambiare troppo .Penso che alcune persone vivano quell’esperienza in modo diverso, ma la mia impressione è che le grandi aziende vogliano assumerti proprio perché fai qualcosa di differente. E credo che il modo migliore per essere notati da un grande editore sia costruirsi una voce unica, distinta da quella di tutti gli altri.

Antonio: Restando a Daredevil, quando hai sviluppato il personaggio di Echo, hai evitato di creare un character speculare al Diavolo Rosso, ma, in ogni caso, hai cercato di bilanciare la cecità di Matt Murdock con la sordità di Maya Lopez. Per quale motivo hai preso questa decisione?
Stavo portando avanti Daredevil e Joe Quesada mi disse che potevo realizzare qualsiasi storia volessi, purché creassi un personaggio completamente nuovo. Secondo lui, infatti, tutti quelli che cominciavano a scrivere Daredevil volevano sempre utilizzare Elektra, Bullseye, Wilson Fisk. Kingpin, oltretutto, è stato pure preso in prestito da Spider-Man. Fu un’autentica sfida dal punto di vista creativo e sono davvero grato a Joe per avermelo proposto. A ogni modo, guardando a Daredevil, si tratta di un personaggio che percepisce il mondo in maniera diversa dalle altre persone. Quindi, ho pensato che potesse essere interessante avere un altro personaggio con caratteristiche simili, in modo che si creasse una sintonia tra i due, considerando che entrambi si sentivano diversi dalla maggior parte delle persone. Ma, come tu hai detto, Maya Lopez raccoglie le sue informazioni sul mondo attraverso la vista, non attraverso l’udito come Daredevil. Pertanto, anche se potevano relazionarsi l’uno con l’altro, proprio perché diversi dalle altre persone, allo stesso tempo, le loro diversità avrebbero potuto creare dei malintesi e allontanarli. Una dinamica secondo me interessante da esplorare.

Luca: David, parliamo della tua collaborazione con Brian Michael Bendis. Siete amici molto stretti. Se ricordo bene, avete lavorato insieme per la prima volta insieme (in Marvel) a un arco narrativo di Daredevil intitolato Wake Up, che ricordo con grande affetto. Puoi raccontarci qualcosa della chimica tra te e Brian? E una domanda: è più facile o più difficile lavorare con un amico?
Grazie per avermi chiesto di Brian Michael Bendis. Sì, Brian Bendis e io siamo migliori amici dal 1993. Ci siamo conosciuti durante una convention a Chicago. Io stavo scrivendo Kabuki e cercavo un disegnatore. Quando incontrai Brian, lui scriveva e disegnava i suoi fumetti noir e polizieschi.Mi mostrò uno dei suoi fumetti crime e io gli suggerii di usare più ombre nell'inchiostrazione, perché la storia aveva un'atmosfera noir. Gli piacque molto il mio consiglio. All'epoca Brian trovava lavoro soprattutto come disegnatore a matita e, la prima volta che ci incontrammo, fu proprio lui a procurarmi un lavoro come suo inchiostratore. Così, nei primi anni Novanta, lavorammo insieme come team matitista-inchiostratore su diversi progetti indipendenti che... probabilmente è meglio non nominare, perché non dovreste andare a cercarli! Non erano un granché, ma erano il nostro periodo di formazione. Realizzammo insieme un adattamento di The Call of Cthulhu di H.P. Lovecraft, lavorammo su alcuni progetti per Caliber Comics, facemmo una serie dedicata a Dracula e varie altre cose. Come coppia artistica funzionavamo davvero molto bene.In origine Brian avrebbe dovuto essere il disegnatore di Kabuki. Ho ancora alcuni disegni di Kabuki realizzati da lui nel 1993. Mentre lavoravamo ai nostri progetti creator-owned, grazie a Kabuki ricevetti l'offerta di scrivere Daredevil. Come dicevo prima, Joe Quesada mi chiese di realizzare anche le copertine. Io risposi: "No, alla Marvel vogliono vedere solo i tuoi disegni."E lui disse: "Fai la prima copertina da solo. Le altre le realizzeremo insieme."All'epoca non esistevano né le e-mail né gli scanner. Siamo negli anni Novanta. Io preparavo uno schizzo della copertina di Daredevil, Joe Quesada la disegnava a matita, Jimmy Palmiotti la inchiostrava e poi mi spedivano l'originale in una scatola FedEx.Io prendevo quella tavola originale e ci dipingevo direttamente sopra, sperando di non rovinarla. Poi la rimettevo nella scatola FedEx e la rispedivo indietro. In una di quelle spedizioni infilai anche alcuni fumetti indipendenti in bianco e nero di Brian. Inserii nella scatola la sua miniserie in quattro numeri Torso. Era un po' come un cavallo di Troia. Quesada mi chiamò e disse:"Ho ricevuto la copertina... ma cosa sono tutti questi fumetti indipendenti in bianco e nero?" Gli risposi: "Appartengono al mio migliore amico, Brian Bendis. Sono suoi lavori. Collaboriamo insieme e pensavo fosse giusto farteli vedere." Joe mi disse: "Il suo stile grafico non mi convince molto." E io risposi: "Va bene, però leggili comunque. Magari ti piaceranno le storie." Qualche tempo dopo mi richiamò e disse: "Come scrittore ha davvero del potenziale." In quel periodo io scrivevo Daredevil e Joe lo disegnava, ma nel frattempo era diventato Editor-in-Chief della Marvel. Le uscite della serie iniziavano ad accumulare ritardi perché il suo nuovo incarico gli lasciava poco tempo per disegnare. Così mi chiese: "Tu stai già scrivendo Daredevil. Perché non ti occupi anche dei disegni?" Io gli risposi: "Sì... però sto realizzando contemporaneamente anche Kabuki per Image Comics. Sarebbe davvero troppo lavoro." Allora gli proposi: "Perché non coinvolgiamo Brian?" In pratica passai dall'essere solo sceneggiatore di Daredevil a occuparmi temporaneamente anche dei disegni del numero successivo, così da poter far ottenere a Brian Bendis un incarico come sceneggiatore e lavorare insieme. Da quella scelta nacque proprio la storia Wake Up di cui parlavi. Quello fu il nostro primo lavoro alla Marvel. Grazie a quel progetto Brian ebbe poi l'opportunità di proporre Ultimate Spider-Man. Successivamente realizzammo insieme Alias con Jessica Jones, per il quale io dipinsi anche le copertine. Più avanti scrivemmo insieme Daredevil: End of Days. Nel corso degli anni abbiamo collaborato moltissimo, sia nei fumetti indipendenti sia alla Marvel. Infine abbiamo creato una nostra serie creator-owned intitolata Cover. Dopo oltre trent'anni di amicizia siamo finalmente riusciti a realizzare una serie completamente nostra, ideata insieme dall'inizio alla fine.»

Luca: Dopo così tanti anni è stato difficile ritrovare la stessa sintonia lavorando di nuovo con Brian?
Direi che ogni progetto ha avuto una chimica tutta sua. Lavorare con Brian non è mai stato difficile. Anzi, è sempre un piacere. È un collaboratore eccezionale. Contribuisce tantissimo al progetto, ma allo stesso tempo vuole che chi lavora con lui si senta libero di esprimersi e abbia lo spazio necessario per dare il proprio contributo creativo. È una cosa che apprezzo molto. Da Brian ho imparato tantissimo su come comunicare con gli altri collaboratori in modo efficace e diplomatico.  È davvero molto bravo in questo. Lavorare insieme è stato semplicemente un piacere.»

Antonio: L’ultima domanda riguarda il nuovo libro con Mirage, Dark Shots. Una collaborazione di diversi artisti. Puoi dirci qualcosa a riguardo?
Ho incontrato Francesco Marcantonini, l’editore, due anni fa a Como e dopo solo un anno aveva già pubblicato quattro delle mie opere in volumi cartonati. E adesso, dopo un altro anno, ancora nuovi libri, tra cui l’integrale di Kabuki e Dark Shots. Quest’ultimo è un’antologia in cui l’amico Federico Mele ha scelto vari artisti, a cui ha suggerito alcune idee per nuove storie. A me ha mandato una lista con sei diverse proposte. Ognuna aveva solo una o due righe di descrizione. Io ho scelto l’ultima e gli ho detto: “Facciamola insieme” e lui ha usato la copertina basata sulla nostra storia come variant del libro. Ci sono molti autori italiani nel volume, tra i quali anche Sara Pichelli, che ha creato Miles Morales insieme a Bendis. Insomma, si è trattato di una collaborazione incredibile assieme a meravigliosi partner italiani.

Antonio: Grazie mille, David!
David Mack: grazie a voi. È stato davvero un piacere.

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Kabuki Vol. 1, recensione: l'edizione definitiva del capolavoro di David Mack

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Il ritorno di Kabuki sugli scaffali delle fumetterie italiane, grazie a Mirage Comics che ha programmato la ristampa e la conclusione dell’intero corpo narrativo in una edizione prestigiosa, concede al lettore la possibilità di riportare le lancette dell’orologio indietro nel tempo, facendolo immergere in uno dei periodi più fecondi della storia del fumetto americano, gli anni ’90. Un’epoca su cui spesso si ha un giudizio stereotipato e banale, basato sul successo dei supereroi “tamarri” della prima Image Comics, certamente effimero ma ricco di conseguenze positive: primo tra tutti, quello di rompere il monopolio di Marvel e DC e di dimostrare che c’era uno spazio per una editoria indipendente, che molto presto si rivelò capace anche di concepire opere più audaci e meno conservative del mero fumetto supereroistico. E che c’era spazio, soprattutto, per una generazione di giovani artisti che avrebbero presto lasciato il segno. Tra i più fulgidi talenti emersi in quegli anni troviamo, senza alcun dubbio, David Mack.

La cosa che più colpisce, rileggendo Kabuki, è la ricchezza dell’immaginario del suo giovane autore, che si abbevera a influenze allora molto in voga e ad altre niente affatto banali, e che vengono rielaborate con una padronanza stupefacente per un esordiente in una distopia in cui si fondono il genere del katakiuchi, ovvero il classico genere giapponese dei racconti di vendetta qui rielaborato con gusto postmoderno, il noir, il cyberpunk e lo spionaggio. In modo manifesto e niente affatto velato, Mack usa la vicenda di Kabuki per lanciare un avvertimento al lettore circa il mondo che l’allora giovane autore vedeva arrivare: un mondo in cui politica e criminalità sono intrecciati in un legame indissolubile, e in cui il controllo dei media equivale a controllo sociale e manipolazione dell’opinione pubblica. Sono talmente tanti, gli spunti forniti dalla lettura del lavoro di David Mack, che vale davvero la pena analizzarli subito dopo aver ricordato la trama dell'opera.

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La vicenda è ambientata in un Giappone futuristico dove, come abbiamo detto, politica e crimine organizzato sono legati e intrecciati tra loro in un delicato equilibrio garantito da una società segreta chiamata Noh. Si tratta di una organizzazione paramilitare che opera ai massimi livelli di riservatezza nonché di efferatezza quando si tratta di eliminare chiunque venga percepito come minaccia all’ordine di cui questa associazione si è fatta garante. Di questi omicidi viene incaricato un corpo d’élite di spietati sicari, le assassine mascherate tra cui spicca l’enigmatica Kabuki.
La donna ha un passato doloroso, di cui veniamo a conoscenza grazie all’inserimento di una serie di flashback. Le origini della ragazza, il cui vero nome è Ukiko, affondano in uno degli episodi più tristi della storia giapponese, l’assimilazione forzata (a partire dalla fine dell’800) da parte del governo centrale della popolazione Ainu, ovvero gli antichi abitanti del Giappone settentrionale. Degli Ainu oggi sopravvivono solo piccoli gruppi, concentrati soprattutto nella zona di Hokkaido. Un destino particolarmente crudele fu riservato alle donne di questa comunità: durante la Seconda Guerra Mondiale molte giovani vennero strappate a forza alle loro famiglie, per essere inviate alle basi militari giapponesi. Denominate “donne di conforto”, le ragazze erano in realtà trattate come schiave dai militari e da loro brutalizzate. Tsukiko, questo il vero nome della madre di Kabuki, finisce in una base diretta da un generale meno violento dei suoi sottoposti, ai quali intima di non violentare le ragazze. Estremamente tradizionalista, l'uomo fa esibire le giovani in spettacoli teatrali Kabuki e prende Tsukiko a ben volere, essendo rimasto affascinato dalle sue esibizioni. Decide prima di adottarla e poi, cresciuto l’affetto nei suoi confronti da parte della ragazza, di sposarla.

Il generale Kai, tuttavia, non ha fatto i conti col violento figlio Ryuchi, avuto da un matrimonio precedente: ritenendo la nuova relazione del padre un affronto alla memoria della madre, Ryuchi prima violenta Tsukiko e poi la acceca. La donna morirà dando alla luce il frutto della violenza subita, ovvero la stessa Ukiko, che viene allevata come una figlia dal generale. Ma le pene per la bambina sono appena cominciate, perché verrà rintracciata da Ryuchi che, con un atto di crudeltà inimmaginabile, sfigurerà la figlia con una lama incidendole sul volto la parola “Kabuki”. In quel momento Ukiko muore, per rinascere come l’assassina il cui nome avrà per sempre inciso sul volto. Il generale, che nel frattempo ha creato il Noh, non sapendo cosa fare con la ragazza indirizza la sua formazione nell’unico modo che conosce: mandandola nelle migliori accademie militari, dove viene addestrata all’uso delle arti marziali dai più rispettati maestri giapponesi. Ukiko diventa definitivamente Kabuki, arma mortale al servizio del Noh. Quando Ryuchi tornerà in Giappone dopo un periodo passato in America, ormai signore della yakuza e intoccabile uomo d’affari e politico, il confronto finale tra padre e figlia non potrà essere più rimandato, con Kabuki che dovrà fare i conti col suo ruolo nel Noh, rivelatosi agli occhi della ragazza come sistema corrotto moralmente non migliore degli avversari che elimina.

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Riletta oggi, Kabuki è un’opera che non finisce di sorprendere per il talento del suo allora giovane autore, la cui fase di apprendistato si risolve nel giro di poche pagine per poi esplodere con tutta la sua potenza e varietà di stili. La miniserie di debutto, Circle of Blood, col suo bianco e nero rigoroso, ricorda altri debutti folgoranti di autori che poi avrebbero conosciuto, come Mack, un'interessante evoluzione: pensiamo al Grendel di Matt Wagner ma anche ad uno dei fumetti chiave della scena indie americana come The Crow di James O’Barr. Col secondo ciclo, Dreams, che è una lunga sequenza dai toni onirici dedicata alla “rinascita” del personaggio dopo la cruda conclusione del primo arco, Mack si apre a suggestioni pittoriche che hanno come evidenti riferimenti Bill Sienkiewicz e Dave McKean, inaugurando lo stile con il quale oggi è molto conosciuto soprattutto per il suo lavoro su Daredevil.

Kabuki è un’opera che si nutre di numerose influenze e suggestioni, tutte rielaborate da Mack in modo assolutamente personale e originale: il personaggio di Ukiko deve molto alla Lady Snowblood di Kazuo Koike e Kazuo Kamimura, ma è evidente anche l’influsso di Frank Miller: quando Mack inizia a lavorare a Kabuki Miller, che per primo ha portato elementi della cultura giapponese nel fumetto americano, è un autore che esercita in modo determinante il suo ascendente sugli autori più giovani. Ma si potrebbero parimenti citare le distopie di Blade Runner di Ridley Scott e del V For Vendetta di Alan Moore e David Lloyd, con i bollettini de “La Voce del Fato” che sono stati evidentemente presi a modello da Mack per l’informazione pilotata dal Noh. La riflessione che l’autore compie sulla manipolazione dell’opinione pubblica a fini di controllo sociale è modernissima e attualissima, e aggancia Kabuki a un’altra opera che ha saputo immaginare il futuro preconizzando il nostro presente: l’American Flagg! di Howard Chaykin, il cui Plexus, come il Noh di Mack, ha anticipato l’esistenza delle multinazionali di oggi, capaci di sostituirsi alla politica con un ascendente e un peso sulla vita sociale che fino a pochi decenni fa si poteva immaginare, appunto, solo nei fumetti.
A livello artistico Mack si alimenta di tutte le influenze citate sopra e di altre ancora: tra queste ricordiamo il leggendario Jim Steranko, che contribuisce al volume con una preziosa post-fazione.

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La ristampa di Kabuki proposta da Mirage Comics offre la possibilità di riscoprire un’opera fondamentale del fumetto americano degli anni ’90, molto citata e rispettata ma poco letta nel nostro Paese, soprattutto a causa della frammentarietà delle varie edizioni italiane uscite finora. La cura editoriale del primo volume (di una serie di quattro che si propone di presentare l’intera saga creata da David Mack nel minor tempo possibile) è di altissimo livello, grazie alla nuova traduzione curata da Tiziano Scricciolo e al progetto grafico di Davide Romanini che rende questo primo tomo un oggetto bellissimo da custodire nella propria libreria. Va sottolineata, rispetto alle precedenti edizioni, l’opera di restauro e di recupero di alcune vignette, scritte interne e dettagli grafici (vedi le vignette, di “sterankiana” memoria, in cui Kabuki mette nel mirino i suoi bersagli), che vengono recuperate rendendo questa nuova edizione la più fedele alla versione originale mai uscita in Italia. Da ricordare l’indispensabile introduzione a questo primo omnibus scritta da Brian Michael Bendis, che ripercorre la sua lunga amicizia con Mack rievocando i ruggenti anni ’90 dell’editoria americana e della Caliber Press in particolare, e nella quale ci rivela che l’artista originariamente previsto per l'opera doveva essere proprio… Brian Michael Bendis.

La rilettura di Kabuki è oggi assolutamente essenziale per scoprire, o riscoprire, un’opera che ha ridefinito i confini tra fumetto d’intrattenimento e fumetto d’autore, e per essere testimoni del percorso artistico di un grande artista come David Mack. Un autore completo che ha saputo coniugare una scrittura piena di lirismo e introspezione psicologica con un’arte composta da un mix di stili impressionanti, partendo dalle tradizionali matite e chine per arrivare al collage e alla pittura, arrivando così a comporre un immaginario visivo poetico e di forte impatto. Ma l’eredità più preziosa che l’opera di Mack ci lascia è quella di aver saputo usare le influenze della cultura nipponica (seppur filtrate da una sensibilità occidentale) e le notevoli dote artistiche del suo autore per costruire un racconto che parla in realtà di identità, o meglio di recupero della propria identità manipolata da altri e del ritrovamento dell’“io”. I temi della maschera che nasconde il trauma vissuto, del controllo politico/sociale, della costruzione o meglio della ricostruzione del sé che va di pari passo con l’emancipazione femminile (contro un potere maschile che può avere l’aspetto bonario del generale o quello violento e distruttivo di Ryuchi Kai), sono ancora oggi assolutamente attuali e rappresentano uno dei motivi principali motivi per cui la lettura di Kabuki è non solo consigliata, ma necessaria.

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Marvel annuncia Alias: Red Band: Jessica Jones torna con una nuova serie

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A venticinque anni dal debutto della storica serie che ha ridefinito il genere noir nel Marvel Universe, Jessica Jones si appresta a tornare protagonista. La Casa delle Idee ha infatti annunciato "Alias: Red Band", una miniserie di cinque numeri che promette di essere la storia più oscura e violenta mai narrata per l’investigatrice privata creata nel 2001 da Brian Michael Bendis e Michael Gaydos.

Il progetto, previsto per il debutto a marzo 2026, sarà scritto da Sam Humphries (New Avengers) e disegnato da Geraldo Borges (Thunderbolts). Ad impreziosire l'operazione sarà il ritorno di David Mack, autore delle iconiche copertine pittoriche della serie originale, che firmerà anche i nuovi artwork principali.

Originariamente pubblicata sotto l'etichetta MAX, questa nuova iterazione di Alias adotterà il formato Red Band di Marvel: gli albi saranno venduti in confezioni sigillate (polybagged), a segnalare contenuti esplicitamente maturi, brutali e destinati a un pubblico adulto.

La vicenda vedrà Jessica Jones impegnata a Hell's Kitchen per indagare su una serie di omicidi particolarmente efferati. La complessità del caso la spingerà verso un’alleanza scomoda con Typhoid Mary, il tutto mentre deve gestire la pressione pubblica derivante dal suo ruolo di moglie di Luke Cage, attuale sindaco di New York.

"Nessuno è come Jessica Jones. È acuta, amaramente divertente e tenace da morire", ha dichiarato Sam Humphries a Polygon. "Bendis e Gaydos hanno creato un personaggio unico con un punto di vista singolare sul mondo dei supereroi. Sono entusiasta di spingere i limiti dei casi su cui Jessica può indagare e capire fino a che punto è disposta a spingersi per risolverli".

L'uscita di Alias: Red Band non è casuale: si colloca infatti in concomitanza con il ritorno del personaggio nel settore audiovisivo con la seconda stagione di Daredevil: Born Again. Inoltre, Marvel ha confermato che la miniserie getterà le basi per un ruolo di primo piano che Jessica e Luke Cage ricopriranno nei piani editoriali del 2026.

Oltre alla cover di David Mack, il primo numero beneficerà delle variant cover firmate da Elena Casagrande e Jeehyung Lee.

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Miti del Nord di Neil Gaiman diventa un fumetto

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Dark Horse pubblicherà nel 2020 un adattamento a fumetti di Miti del Nord di Neil Gaiman.

Il libro di Gaiman - che presenta le sue versioni delle leggende mitologiche di Thor, Odino e Loki - è uscito in libreria nel 2017 ricevendo un'ottima accoglienza da parte della critica ed è stato adattato in un programma radiofonico della BBC con Derek Jacobi e Natalie Dormer di Game of Thrones l'anno dopo.

La serie in 18 numeri sarà scritta da P. Craig Russell, con colori di Dave Stewart e Lovern Kindzierski, e vedrà coinvolto un team di artisti tra cui Jerry Ordway e Mike Mignola oltre che a Russell stesso, che realizzerà anche le cover. David Mack, invece, si occuperà delle variant. .

"Mi sono innamorato degli dei norreni leggendo i loro fumetti da ragazzo, quindi è giusto che tornino a questo medium", ha dichiarato Gaiman. "Non vedo l'ora di vedere P. Craig Russell e i suoi collaboratori raccontare queste vecchie storie per una nuova generazione."

Norse Mythology verrà lanciata il 27 maggio nei negozi di fumetti e in digitale.

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(Via THR)

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