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Terminator 35° anniversario, recensione: il ritorno dei "classici" fumetti di Terminator

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Era solo questione di tempo prima che Saldapress decidesse di affiancare alle collane dedicate ad Aliens e Predator anche quella di Terminator. Un po’ lo stesso percorso seguito dalla Dark Horse, la casa editrice americana che, nella seconda metà degli anni Ottanta, fece fortuna realizzando nuove storie a fumetti basate sui personaggi di noti franchise cinematografici. Infatti, come ricorda John Arcudi (che nel 1990 scrisse Terminator: tempesta, la prima miniserie Dark Horse ambientata nel mondo creato da James Cameron) nell’introduzione al volume Terminator – 35° anniversario (preludio alla serie mensile regolare dedicata ai cyborg viaggatori del tempo, sull’esempio di quanto Saldapress ha già fatto con i fumetti degli xenomorfi e degli yautja, le cui collane da edicola sono state precedute da analoghi volumi celebrativi, contenenti le prime storie di questi personaggi ad apparire negli USA), Mike Richardson, storico fondatore e presidente della Dark Horse, dopo gli ottimi risultati di vendita delle serie di Aliens e Predator, voleva allargare il proprio parco testate ad altri protagonisti di film di successo.

L’editore di Portland era riuscito, da poco, a strappare i diritti di Terminator alla Now Comics, che, fino a quel momento, era stata la casa editrice licenziataria per la trasposizione a fumetti della pellicola di Cameron, e dopo la pubblicazione di The Mask (che Arcudi aveva realizzato in coppia con Doug Mahnke sull’antologico Mayhem), aveva intuito le potenzialità dello sceneggiatore di Buffalo, decidendo di metterlo alle redini della nuova collana. La stessa che ritroviamo ora nel volume edito da Saldapress, il quale, sotto una bella copertina cartonata, arricchita da abbondanti effetti metallici, ci ricorda che quest’anno si celebra il 35° anniversario dell’uscita nei cinema del primo film della saga, una ricorrenza che ha portato anche alla realizzazione di un nuovo capitolo cinematografico, Terminator- Destino oscuro.

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Gli eventi raccontati in Tempesta seguono, di poco, quelli visti nella pellicola del 1984: tre mesi dopo l’invio di Kyle Reese nel passato per contrastare il terminator incaricato di uccidere Sarah Connor, un altro piccolo gruppo di soldati umani riesce a tornare indietro nel tempo, con l’obiettivo di fermare sul nascere il progetto Bellerophon, preludio alla creazione di Skynet. Nonostante le precauzioni prese dai militari per evitare che le macchine venissero a conoscenza del loro piano, tre terminator partono al loro inseguimento, trasformando per la seconda volta la città di Los Angeles nel violento terreno di scontro tra esseri umani e cyborg.

Sebbene Arcudi fosse ancora alle prime armi, e nonostante qualche piccola ingenuità nei testi, la trama dei quattro episodi che compongono la miniserie mostra già uno scrittore consapevole delle proprie capacità. Il ritmo frenetico che, fin dalle prime vignette, impone alla narrazione, contribuisce a trasferire su carta quasi la stessa travolgente energia che aveva portato al successo il film con Arnold Schwarzenegger. Il lettore non ha un attimo di tregua e, per quanto gli avvenimenti seguano un percorso che richiama apertamente l’opera cinematografica originale, non mancano anche colpi di scena di un certo effetto. Oltretutto, alcuni passaggi mostrano curiose somiglianze con la trama di Terminator 2 (uno in particolare, molto evidente, che non riveliamo per evitare di rovinare la sorpresa a chi ancora non avesse letto la miniserie), che negli anni hanno alimentato speculazioni sulla possibilità che Arcudi potesse avere avuto accesso alla sceneggiatura di Cameron, in quanto, al momento della pubblicazione del primo episodio di Tempesta, il film era ancora in lavorazione: se anche fosse andata così, non ci sarebbe nulla di male, dato che la storia di Arcudi prende strade completamente diverse rispetto alla pellicola. Ma lo scrittore americano, per quanto ne sappiamo, non ha mai chiarito i dubbi in proposito. Inoltre, malgrado i personaggi siano stati concepiti secondo i modelli in voga nelle pellicole action dell’epoca, possiedono, comunque, quella caratterizzazione minima, necessaria a rendere la lettura ancora più appassionante. Ciononostante, come ammette lo stesso Arcudi, un contributo fondamentale alla riuscita dell’opera è arrivato dai dinamici disegni di Chris Warner.

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L’autore americano, già messosi in mostra in precedenza su altre collane della Dark Horse, con il suo stile cinematografico e con le sue tavole iper-cinetiche, pur non potendo vantare le doti artistiche di altri disegnatori più famosi (un limite particolarmente evidente nella definizione dei volti dei vari personaggi), entra perfettamente in simbiosi con la sceneggiatura di Arcudi. Per di più, essere al lavoro su una serie indipendente, invece che su una di Marvel e DC, gli permette di esprimersi in totale libertà, senza temere la censura del Comics Code. Al lettore, quindi, non viene risparmiato nulla, soprattutto nelle battaglie, dove non mancano scene efferate o veri e propri passaggi al limite dello splatter. Coloro che, per ragioni anagrafiche, hanno appena letto la miniserie, difficilmente comprenderanno l’effetto dirompente che ebbe Tempesta alla sua uscita, ma quando nel dicembre del 1991, la Granata Press di Luigi Bernardi fece uscire in edicola il primo numero della neonata collana Nova Comix (che raccoglieva i primi due episodi di Tempesta), per sfruttare l’arrivo nei cinema di Terminator 2, il lettore italiano si trovò di fronte a qualcosa a cui aveva appena cominciato ad abituarsi: diverse testate nostrane avevano iniziato a proporre alcune hit indipendenti d’oltreoceano, e quelle storie così crude e violente, e, proprio per questo, così lontane dai canoni Marvel e DC, avevano fatto capire, non solo le potenzialità, ma anche la direzione irreversibile verso cui si stava muovendo l’editoria a fumetti americana. Sebbene, a quasi trent’anni dalla sua pubblicazione, Tempesta mostri qualche segno del tempo, è innegabile che la sua lettura riservi ancora parecchie emozioni.

A completare il volume, non troviamo il seguito dell’opera di Arcudi e Warner (Terminator: obiettivi secondari, che, probabilmente, verrà proposto su altre testate dell’editore emiliano), ma Terminator: one shot, una storia autoconclusiva (il titolo gioca con l’espressione inglese “one shot”, che nel fumetto americano indica gli albi singoli fuori serie, e il “solo colpo” a disposizione di un personaggio della storia per distruggere il cyborg protagonista della stessa), pubblicata dalla Dark Horse proprio alla vigilia dell’uscita sugli schermi americani di Terminator 2, e che si ricollega anch’essa alla trama del primo film della saga. Nelle pagine iniziali, infatti, apprendiamo che il terminator interpretato da Arnold Schwarzenegger non è stato il primo cyborg assassino a essere inviato nel passato, in quanto preceduto da una controparte “femminile”, che arriva fino a San Francisco, sulle tracce della Sarah Connor sbagliata.

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Ai testi di One shot troviamo il britannico James Robinson, all’inizio della sua carriera in terra americana. Quello che oggi è conosciuto come un apprezzato professionista, avendo lavorato, con successo, per tutti gli editori statunitensi più importanti, all’epoca era ancora uno scrittore acerbo, che era arrivato a collaborare con la Dark Horse dopo aver realizzato alcune opere minori sia in patria che negli USA. Poco a suo agio con le tematiche fantascientifiche del film di Cameron, Robinson decide di far evolvere la trama in un insolito intrigo noir, dove i massacri del cyborg femminile vengono inframmezzati dai piani omicidi di due amanti, inconsapevoli vittime delle macchinazioni di Skynet. Le differenze di stile con la miniserie di Arcudi e Warner sono più che evidenti e vengono ulteriormente ingigantite dalla scelta di Matt Wagner come disegnatore. Se si esclude l’evocativa copertina dell’albo, riprodotta nelle pagine interne del volume, le tavole troppo autoriali del papà di Grendel, per quanto molto belle, si conciliano ancora meno dei testi di Robinson al mondo di Terminator e, anche se One shot non manca di spunti interessanti, è inutile negare che il pezzo forte del volume sia rappresentato da Tempesta. Bene ha fatto, comunque, Saldapress a cominciare la riproposizione delle storie legate ai personaggi di James Cameron seguendo la cronologia originale, permettendo, così, a chi ancora non conoscesse questo importante tassello del fumetto americano, di potersi avvicinare ad esso nella maniera più corretta.

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Predator. 30° Anniversario HC, recensione: la trilogia Schaefer

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Predator è un cult del cinema, la creatura aliena protagonista è un’icona di fantascienza action a cavallo tra anni ’80 e ’90, che non ha mai smesso di essere presente in numerose opere multimediali. Dal 1987, anno di uscita del primigenio film di John McTiernan e con un testosteronico e muscolare Arnold Schwarzenegger, la razza aliena Yatuja (conosciuti agli essere umani come “predator”, per l’appunto) è comparsa in ben quattro film (di cui l’ultimo in uscita ad ottobre), in due crossover cinematografici (Alien vs Predator e Alien vs Predator: Requiem), in molti videogiochi e in innumerevoli serie a fumetti (arrivando a scontrarsi anche con Batman e Superman).

La Dark Horse Comics prima, e la Saldapress ora, ha realizzato un omnibus dedicato alla trilogia fumettistica scritta da Mark Verheiden, Predator 30° Anniversario. Il corposo volume, difatti, raccoglie le tre storie che vedono protagonista il detective Schaefer, fratello di Dutch, il marine interpretato da Schwarzenegger nel primo film, impegnato a combattere i Predator.
La trilogia di Verheiden è seminale per l’Alien Universe (il cui si inscrivono le avventure del “cacciatore” alieno) poiché ha avuto la capacità di influenzare, se non addirittura condizionare, il futuro cinematografico di Predator e, in misura minore, Alien.

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La prima storia, Giungla di Cemento, uscita a cavallo tra il 1989 e il 1990, vede, rispetto al primo film, cambiare il terreno di caccia degli Yatuja, dalla foresta alla città, e utilizza come sottofondo narrativo lo scontro violento tra bande, elementi usati per strutturare il film Predator 2.
La seconda miniserie contenuta nel volume è Guerra Fredda, del 1991 e porta il protagonista Schaefer nella fredda Siberia, in uno scontro Russia-Stati Uniti per accaparrarsi la tecnologia usata da questi ospiti indesiderati, architrave, questi, del crossover AvP. Il debito della pellicola nei confronti della miniserie viene sancito dal personaggio cinematografico chiamato, per l’appunto, Mark Verheiden (interpretato da Tommy Flanagan).
La terza e ultima storia è Fiume Oscuro, del 1996, che, riportando il detective nella giungla sudamericana, ciclicamente ritorna al primo capitolo fumettistico per chiudere la trama e ritorna al primo capitolo cinematografico per recuperare l’atmosfera della battaglia primordiale, bestiale, tra uomo e alieno.

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Verheiden è, senza dubbio, uno dei più importanti autori dell’Alien Universe. Oltre ad aver firmato questa trilogia dedicata a Predator, ed altre miniserie, è lo sceneggiatore della prima, fondativa, serie Aliens (edita dalla Saldapress come Aliens 30° Anniversario), seguito ormai apocrifo del film del 1979 di Ridley Scott, e dei due seguiti (contenuti nel volume Saldapress, Aliens: incubo sulla terra). Allo sceneggiatore statunitense, dunque, si deve la costruzione narrativa dell’universo che ruota attorno alla figura dei Predator: questa trilogia ne è il caposaldo. La costruzione narrativa messa in piedi da Verheiden è quella tipica del fumetto e cinema action degli anni ’90: eroi muscolosi che imbracciano armi gigantesche dalla deflagrante potenza di fuoco, dalla battuta caustica facile, incorruttibili e con un sentimento di giustizia che trascende le regole umane. E aliene, nel caso del taciturno detective Schaefer. Voci fuori campo di più protagonisti, battute taglienti e dialoghi serrati, sono al servizio di una storia in cui l’uomo è il protagonista sempre in pericolo ma mai inerme.

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Giungla di Cemento vede ai disegni Chris Warner, qui alla prima prova sul cacciatore alieno, che costruisce tavole dalla grande ricchezza compositiva e dal dichiarato gusto cinematografico. La capacità narrativa di Warner si esprime non solo nelle elaborate scene d’azione, ma anche nelle sequenze di “calma apparente” in cui i protagonisti sono in nervosa attesa dello scontro. Ron Randall si attesta sulle medesime volontà narrative, disegnando sia Guerra Fredda che Fiume Oscuro, recuperando le direttrici del suo predecessore per tavole dalla medesima articolazione compositiva, rese, forse, con un tratto meno accattivante e più scolastico.
Il volume Saldapress è un gioiello per tutti gli amanti dell’Alien Universe e di Predator, sia nella qualità grafica che nella cura editoriale. Il corposo cartonato racchiude, oltre alle tre miniserie, editoriali scritti dagli autori e illustrazioni.

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