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Blueberry: Vendetta Apache, recensione: la visione di Joan Sfar e Christophe Blain

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Fino a poco tempo fa sembrava che a Blueberry fosse riservato un destino simile a quello di Tintin, le cui avventure non sono più riprese dopo la morte del suo creatore Hergé. Infatti, a parte qualche volume della collana spin-off dedicata alla giovinezza del personaggio, che però viene gestita da François Corteggiani fin dal 1989 (quando morì improvvisamente Jean-Michel Charlier, uno dei due autori della serie originale), è dal 2007 che non veniva pubblicato un nuovo capitolo della saga. Scomparso, poi, nel 2012 anche Jean Giraud (l’altro papà di Blueberry, più noto con lo pseudonimo di Moebius), che, tolta la breve parentesi di Marshal Blueberry, dal 1989 aveva portato avanti da solo la serie principale, nessuno sembrava intenzionato a confrontarsi con questa autentica icona del fumetto franco-belga. Difficile pensare, tuttavia, che un editore come Dargaud potesse accontentarsi dei pur cospicui introiti garantiti dalle ristampe della collana. E così, nel 2018,, è arrivato l’annuncio che sarebbero stati Joan Sfar e Christophe Blain a raccontare una nuova avventura del personaggio, in una storia divisa in due parti.

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I due fumettisti d’oltralpe, tra i più importanti rappresentanti della bande dessinée contemporanea, avevano già collaborato in passato su alcuni albi della monumentale serie La fortezza (che Sfar ha ideato assieme a Lewis Trondheim) e su Socrate il semicane, opere, però, piuttosto distanti dai classici transalpini a cui appartiene anche il fumetto di Charlier e Giraud. Per questa ragione, pur essendo uno degli albi più attesi dello scorso anno, molti fan di Blueberry hanno temuto che l’operazione potesse in parte deludere le aspettative, come già successo con L’ultimo faraone, l’avventura di Blake e Mortimer disegnata da François Schuiten. Sfar e Blain, infatti, negli anni si sono distinti come portavoce di un profondo rinnovamento stilistico della bande dessinée, una sorta di “nouvelle vague” della Nona Arte che negli anni Novanta ha cercato di portare, in terra francese, nuova linfa a un medium mai realmente allontanatosi dalla tradizione o, al massimo, ancora debitore della rivoluzione operata negli anni Settanta proprio da Moebius, assieme ai suoi colleghi de Les Humanoïdes Associés. E invece, un po’ a sorpresa, i due autori hanno deciso di riportare Blueberry alle sue origini, mantenendo, di fatto, quelle caratteristiche che hanno reso celebri le storie del personaggio, almeno finché a scriverle è rimasto Charlier.

Esemplare, in proposito, il nome scelto per questa miniserie di due volumi, Une aventure du lieutenant Blueberry, che sancisce in maniera definitiva l’intenzione di autori ed editore di inserire la nuova saga nel periodo più amato dai lettori, lo stesso delle storie che cominciarono ad apparire sulle pagine della leggendaria rivista Pilote nel 1963. Non sorprende, pertanto, che anche la trama imbastita da Sfar e Blain richiami apertamente le tematiche dei primi anni del personaggio: Rancore Apache (preferiamo la traduzione adottata da Alessandro Editore per il titolo del volume, più vicina all’originale Amertume Apache, rispetto alla più libera Vendetta Apache, con cui la storia è stata pubblicata a puntate su Linus all’inizio dell’anno) vede, infatti, Blueberry ancora alle dipendenze del governo degli Stati Uniti, impegnato come tenente dell’esercito in pieno territorio apache. Nelle prime pagine, suo malgrado, assiste all’omicidio di due donne apache da parte di tre ragazzi bianchi e per cercare di mantenere la pace appena raggiunta con la tribù delle vittime, promette al capovillaggio di assicurare i colpevoli alla giustizia. Le due donne, però, erano la moglie e la figlia del guerriero Rancore, che, pur consapevole del rischio di un nuovo scontro con l’esercito, decide di andare alla ricerca dei tre giovani per ucciderli. A partire da questa premessa, tutt’altro che inedita, il racconto prosegue rimanendo fedelmente ancorato alla tradizione del fumetto western, con gli indiani che lasciano una scia di sangue sulla loro strada e Blueberry intento a scongiurare una nuova guerra tra governo e pellerossa. Nel mentre, gli eventi principali sono inframmezzati da vicende di vario tipo, dal tono più leggero, dove non manca neppure il ripescaggio di Jimmy McClure, spalla del protagonista in tante avventure.

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Per quanto riguarda i disegni, Blain fa il possibile per contenere la sua naturale propensione a deformare le anatomie dei personaggi, riuscendo ad avvicinarsi parecchio allo stile che Giraud utilizzava nei primi capitoli della serie, e che mantenne più o meno inalterato fino alla morte di Charlier (che non aveva mai amato fino in fondo l’evoluzione artistica del collega) per poi mutarlo progressivamente fino a renderlo molto simile a quello del suo alter-ego Moebius. Anche la costruzione delle tavole è quella tipica dei primi episodi, con largo spazio alla rappresentazione di canyon e vallate, e un forte richiamo alle inquadrature dei grandi classici hollywoodiani di John Ford e Howard Hawks. È questa probabilmente la concessione principale che Blain fa al fumetto di Charlier e Giraud, una differenza che stride sensibilmente con i suoi lavori precedenti, dove le vignette presentano quasi sempre sfondi appena abbozzati e poveri di dettagli, se non quelli necessari a creare quell’atmosfera surreale, tipica delle sue opere. Il cartoonist francese si lascia andare anche a un paio di omaggi cinematografici, uno evidente dedicato a Sergio Leone, vista la somiglianza del personaggio di Ruth con la Claudia Cardinale di C’era una volta il West, l’altro più nascosto, date le poche apparizioni della Sig.ra McIntosh, che potrebbero non essere sufficienti a scorgere in lei le fattezze di Brigitte Bardot.

Ciò nondimeno, a dispetto di tutte queste considerazioni, non si può negare che Rancore Apache sia anche un fumetto di Sfar e Blain. L’impronta stilistica di quest’ultimo, infatti, non viene snaturata del tutto e rimane abbastanza riconoscibile, soprattutto nei volti di alcuni character secondari, tratteggiati in maniera meno realistica e un po’ più grottesca. I passaggi notturni e gli interni, inoltre, spesso caratterizzati da un uso molto esteso del nero e da giochi di ombre molto suggestivi, sono due elementi molto distanti sia dall’estetica del Giraud giovane, che dal tratto più moebiusiano (e luminoso) del Giraud anziano. Le scene in cui viene mostrato lo scontro tra esercito e indiani, infine, sono insolitamente cruente e ancora più lontane da quanto visto finora nelle storie classiche del personaggio. Lo stesso si può dire per i testi, dove i due autori non mancano di far trasparire un’interpretazione del Far West più al passo con i tempi, chiaramente visibile nella descrizione degli apache, non più rappresentati come semplici vittime dell’egoismo e dell’arroganza dei bianchi (aspetto che, comunque, è tutt’altro che assente), ma per quello che erano veramente: fieri guerrieri pronti a vendicarsi in maniera spietata di un torto subito. Anche il linguaggio dei vari personaggi è più crudo e realistico e molto spesso le sottotrame di contorno, oltreché a servire come alleggerimento delle fasi più drammatiche della vicenda, vengono utilizzate per conferire maggior spessore e umanità ad alcuni dei protagonisti (si pensi, per esempio, ai problemi coniugali tra il comandante del forte e sua moglie). In verità, questi appena elencati potrebbero essere anche solo dei semplici tentativi di Sfar e Blain di modernizzare la serie, mentre sarebbe più corretto cercare le suggestioni, con cui i due autori amano arricchire le loro opere, nei pochi intermezzi vagamente onirici del racconto o negli stravaganti passaggi dedicati agli automi posseduti da uno dei personaggi secondari.

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Alla fine, il risultato è abbastanza eterogeneo, anche se per nulla sgradevole e l’essere riusciti a trovare un compromesso in grado di accontentare tanto gli affezionati al Blueberry più classico, quanto i lettori maggiormente in sintonia con un approccio più contemporaneo, conferma il profondo rispetto di Sfar e Blain per la saga originale.
Speriamo solo che quanto visto di buono in questa prima parte della storia non vada perduto nel secondo capitolo, anche se l’esperienza maturata dai due cartoonist francesi nella loro più che ventennale carriera dovrebbe metterci al riparo da una simile eventualità. 

Chiudiamo con una piccola nota riguardante l’ottima edizione italiana del volume, che conferma ancora una volta l’eleganza con cui la Alessandro Editore è solita confezionare le proprie uscite in libreria, con in più la piacevole sorpresa di un prezzo alla portata di tutti.

 

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Blake e Mortimer: L'ultimo faraone, recensione: un capitolo poco convenzionale

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Il giornalista Daniel Couvreur, grande esperto di fumetto franco-belga, nel 2012 è entrato in possesso di un taccuino dove il compianto Edgar P. Jacobs aveva annotato vari spunti per nuove storie con protagonisti i suoi celeberrimi Blake e Mortimer. Dopo averne parlato con François Schuiten, questi rimase particolarmente colpito da un abbozzo di trama che aveva come sfondo l’enorme Palais de Justice di Bruxelles, una stramberia architettonica che non poteva lasciare indifferente l’autore de Le città oscure, da sempre affascinato da edifici e metropoli. Non solo, le leggende o le semplici dicerie riguardanti la costruzione del monumentale tribunale della capitale belga, su tutte le scarse notizie che si hanno sulla vita dell’architetto che lo progettò, Joseph Poelaert, che impazzì e morì, forse suicida, prima del termine dei lavori. Oppure il piano originale che prevedeva la costruzione di una piramide in cima all’edificio, poi sostituita da una semplice cupola, devono essere subito apparse al grande fumettista come lo sfondo ideale per rendere omaggio a uno dei capisaldi della bande dessinée, senza discostarsi troppo dalle sue opere precedenti.

Tuttavia, quando si diffuse la notizia che Schuiten sarebbe stato coinvolto in una nuova avventura di Blake e Mortimer, questa fu accolta dagli ammiratori di Jacobs in maniera contrastante: alcuni si dichiararono da subito entusiasti di vedere un grande autore all’opera con i due personaggi, altri non nascosero invece una certa apprensione per il fatto che un disegnatore dallo stile piuttosto lontano dalla ligne claire e più a suo agio con tematiche vagamente oniriche e surreali, potesse in qualche modo tradire la poetica del pupillo di Hergé. Infatti, da quando la Dargaud ha deciso di riprendere le avventure di Blake e Mortimer, dopo la scomparsa del loro creatore avvenuta nel 1987, tutti gli autori coinvolti nell’operazione si sono ben guardati dal prendere strade completamente diverse da quelle percorse da Jacobs. E così, i vari Jean Van Hamme, Yves Sente, Ted Benoit e André Juillard, solo per citare i più illustri, pur non rinunciando a elementi tipici del loro modo di fare fumetti, sono riusciti a mantenere nelle nuove storie quel brillante mix di fantascienza, spionaggio e archeologia avventurosa, che aveva portato i due personaggi alla popolarità (soprattutto in area francofona), accompagnando il tutto con tavole che non potevano che essere in puro stile linea chiara, tanto che, a prima vista, risultano difficilmente distinguibili da quelle realizzate dal maestro belga.

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Una continuità di contenuti che, invece, manca quasi del tutto nel volume realizzato da Schuiten e soci. Differenze che si notano appena nella bellissima copertina del disegnatore brussellese, e ancora meno nel titolo dell’opera – L’ultimo faraone – che richiama apertamente Il mistero della Grande Piramide, una delle più note avventure di Blake e Mortimer, a cui il nuovo capitolo si ricollega già dalle prime pagine. Man mano che si procede nella lettura, però, queste differenze emergono chiaramente, a cominciare dai disegni: lo stile di Schuiten, infatti, così diverso da quello di Jacobs, alla lunga crea una sorta di smarrimento nel lettore. Una sensazione accresciuta dai colori di Laurent Durieux, troppo scuri e freddi.

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È, però, la trama imbastita dallo stesso autore belga, con la collaborazione di Jaco Van Dormael e Thomas Gunzig (ai quali, pare, debba essere attribuita l’idea di riallacciarsi al Mistero della Grande Piramide), che procura le maggiori perplessità: dopo un inizio, tutto sommato, secondo le aspettative, che vede Mortimer recarsi al Palais de Justice di Bruxelles su invito di un certo Henri, il quale vuole condividere con il professore la sorprendente scoperta di misteriosi geroglifici, venuti alla luce in seguito a dei lavori di ristrutturazione dell’edificio, si ha un’improvvisa accelerazione degli eventi: mentre Mortimer è intento a decifrare i simboli egizi, infatti, Henri abbatte la parete su cui sono stati dipinti, causando la fuoriuscita di raggi energetici di origine ignota, che in brevissimo tempo bloccano il funzionamento di ogni apparecchiatura elettrica della città, rendendola, con il passare dei mesi, inabitabile. Nel frattempo, scopriamo che, sebbene l’esatto periodo temporale non venga rivelato, la vicenda è ambientata parecchi anni dopo le avventure “regolari”, con i due protagonisti ormai invecchiati e, apparentemente, non più amici come prima. Da qui in poi, la sceneggiatura comincia a diventare tortuosa e, in alcuni passaggi, anche poco chiara. Per di più, le differenze di stile con la scrittura di Jacobs diventano sempre più marcate: i raggi misteriosi che rendono Bruxelles una città fantasma, di fatto, sono l’unica, vera, concessione ai temi cari al creatore dei personaggi, i quali diventano i protagonisti di una singolare avventura, dove l’evento apocalittico che ha sconvolto la capitale belga viene usato a pretesto da Schuiten, Gunzig e Van Dormael per criticare, in maniera un po’ stravagante, gli eccessi e lo stile di vita contemporanei. Non si spiegherebbe altrimenti il lungo passaggio dedicato a una comunità di persone, adattatasi a vivere nelle rovine della città e ben contenta di non potersi più avvalere di ogni forma di tecnologia, di cui fa parte anche un probabile ex operatore di borsa, stanco del potere esercitato dalla finanza sulle decisioni prese dai governi mondiali. Un’idea che contrasta non poco con quello che Jacobs pensava della modernità: nelle sue storie, la scienza e il progresso non sono mai visti in senso negativo. Sono piuttosto gli uomini, a seconda della loro indole, a decidere se utilizzarli per il bene comune o per i propri meschini interessi.

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C'è dell'altro, una delle qualità più apprezzate del maestro belga era il taglio romanzesco della sua scrittura, con tavole ricche di vignette e dialoghi fittissimi, oltre a spiegazioni molto dettagliate delle apparecchiature tecnologiche rappresentate in quelle pagine, o dei monumenti e dei protagonisti storici della vicenda. Questo approccio è stato sostanzialmente mantenuto da tutti gli autori successivi, venuti prima di Schuiten, pur con qualche inevitabile adeguamento alla sensibilità dei lettori di oggi, che troverebbero un po’ antiquate alcune ingenuità narrative presenti nelle prime storie dei personaggi. Ai realizzatori de L’ultimo faraone sarebbe bastato seguire la stessa strada per non snaturare eccessivamente la serie, invece hanno preferito avventurarsi in un tentativo di rinnovamento così radicale, da rendere difficile l’accostamento di questo nuovo capitolo all’opera di Jacobs.

L’operazione, tuttavia, non è da bocciare in toto: le tavole di Schuiten spesso sono magnifiche, soprattutto quando può cimentarsi nella rappresentazione di architetture ardite e maestose, uno dei punti fermi della sua arte, e alcuni risvolti della trama sono ingegnosi (a partire proprio dai collegamenti con Il mistero della Grande Piramide, per nulla forzati o pretestuosi). Se non ci fosse stato il desiderio degli autori di lavorare a una storia di Blake e Mortimer, probabilmente il nostro giudizio sarebbe stato meno severo. Ma quando, invece, si decide di omaggiare un classico, non bisognerebbe mai commettere l’errore di tradirne, anche se in maniera non del tutto consapevole, lo spirito originale.

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