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Quantum Age, recensione: l'universo di Black Hammer continua ad espandersi

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Quando il primo ciclo di storie di Black Hammer venne raccolto in volume, Jeff Lemire disse di aver già elaborato una serie dalle caratteristiche simili fin dai suoi esordi come fumettista. Da grande appassionato di supereroi, infatti, avrebbe voluto cimentarsi il prima possibile con qualcosa che potesse unire le suggestioni degli albi che leggeva da bambino a tematiche adatte a un pubblico più adulto. All’epoca, però, dopo la pubblicazione di Essex County, il cartoonist canadese veniva considerato un astro nascente del fumetto indipendente, quindi ammettere di adorare gli eroi in calzamaglia avrebbe potuto nuocere alla sua reputazione.

Qualche anno dopo, tuttavia, Lemire si trovò a lavorare per Marvel e DC proprio su quei personaggi che, in precedenza, sembravano essergli preclusi. Ma, nonostante l’euforia di poter mettere, finalmente, il proprio talento a disposizione degli eroi della sua giovinezza, il dover continuamente rendere conto al supervisore di turno delle scelte da prendere per i vari personaggi o per la serie nel suo complesso, gli fece capire quanto fosse importante poter gestire creazioni tutte sue. Lemire non ha mai fatto mistero dell’insofferenza provata in questi ultimi anni per le imposizioni dettate dalla continuity o dalla storia pluridecennale di un determinato character, tanto da aver deciso di continuare a collaborare con Marvel e DC unicamente per il forte legame che, tuttora, lo unisce ai personaggi delle due major. Per lo stesso motivo, non si può negare che egli abbia reso al meglio solo quando gli è stato possibile far emergere la sua naturale tendenza all’autorialità: basti citare, per esempio, l’ottimo ciclo dedicato a Hawkeye, realizzato in coppia con Ramón Pérez. Altre volte, invece, le restrizioni a cui ha dovuto sottostare, hanno determinato risultati al di sotto delle aspettative (si veda, a questo proposito, la sua insoddisfacente gestione degli X-Men o, più di recente, la poco riuscita The Terrifics per la DC).

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Stanco di quei compromessi, qualche anno fa Lemire è finalmente riuscito a portare a termine l’opera che aveva ancora nel cassetto, potendo, così, mostrare a tutti la sua personale visione dei super-eroi (trovando nella Dark Horse il partner ideale per agire in completa libertà). Il resto, come si dice, è storia: non solo Black Hammer ha ottenuto un grande successo di pubblico e riconoscimenti di ogni tipo, ma il cartoonist canadese ha, anche, cominciato a espandere il suo universo narrativo, con tutta una serie di spin-off e collane parallele, tra cui un crossover intercompany con la DC (Black Hammer/Justice League: Hammer of Justice) e persino una Black Hammer Encyclopedia (forse siamo un po’ troppo maliziosi, ma aldilà dell’indiscutibile entusiasmo di Lemire, ci viene il sospetto che tanta iperattività sia anche una diretta conseguenza dell’accordo stipulato qualche mese fa con la Legendary Enterteinment, per un prossimo adattamento live action dell’intero franchise).

Di queste nuove testate, l’ultima a essere arrivata in Italia è Quantum Age , una chiara rivisitazione della Legione dei Super-Eroi, che narra di un futuro, dove a seguito di un fallito tentativo di invasione della Terra, da parte del popolo di Marte, sul nostro pianeta si instaura una dittatura militare, quasi esclusivamente dedita allo sterminio di ogni razza aliena. Come diretta conseguenza di questa politica, i nuovi governanti decidono anche di sciogliere la Quantum League, un gruppo di super-eroi teenager “multietnico” che, prima dell’attacco dei marziani, era considerato il simbolo del senso di fratellanza consolidatosi tra gli abitanti dei diversi pianeti della galassia. In questo desolante scenario, un giovane marziano, a rischio della propria vita, sceglie di seguire le orme del grande Barbalien, il Guerriero di Marte scomparso misteriosamente molti anni prima, assieme ad altri eroi terrestri, nel tentativo di fermare l’onnipotente Anti-Dio. La missione che si è imposto, dopo la morte dei suoi genitori, è quella di porre fine al regime del sanguinario presidente terrestre, proprio attraverso la ricostituzione della Quantum League. In suo aiuto, arriveranno, a sorpresa e in una veste parzialmente inedita, alcuni dei protagonisti che abbiamo imparato a conoscere su Black Hammer.

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Così come più volte ammirato nella serie ammiraglia, Lemire realizza una storia avvincente e ricca di colpi di scena. Il sense of wonder che permea la narrazione dall’inizio alla fine (a cui contribuisce anche un ispirato Wilfredo Torres ai disegni), inoltre, non gli impedisce di affrontare temi più complessi, come il tragico genocidio dei marziani o il razzismo latente dei terrestri. Il tutto unito a personaggi ben caratterizzati, che, pur essendo un evidente omaggio ai protagonisti della Legione dei Super-Eroi (così come quelli di Black Hammer richiamano apertamente altri noti personaggi della Golden e della Silver Age del fumetto americano), rappresentano una felice amalgama tra tradizione e modernità.

Perfettamente a suo agio e palesemente divertito, l’autore canadese non si limita a realizzare un riuscito revival di una serie classica, ma mostra anche come sia possibile prendere in esame, in maniera assolutamente verosimile, argomenti difficilmente associabili a un fumetto popolato da personaggi vestiti con improbabili costumi, senza la necessità di arrivare a derive revisioniste del genere super-eroistico, come fatto in passato, tra gli altri, da Frank Miller e Alan Moore, o, negli ultimi anni da Mark Millar. In realtà, senza volere in nessun modo ridimensionare l’operato di Lemire, ma, piuttosto, con lo scopo di sottolineare ulteriormente il nostro apprezzamento per il suo lavoro, vorremmo ricordare che l’intuizione di mixare le atmosfere delle serie super-eroistiche “silver age” con una narrazione più sofisticata, l’aveva già avuta diversi anni fa proprio Alan Moore: gran parte della linea America’s Best Comics (che voleva essere anche una rievocazione della letteratura pulp o una celebrazione del genere steampunk), la sua gestione del Supreme di Rob Liefeld, o, ancora prima, l’esperimento, ormai quasi dimenticato, di 1963, per la Image, contenevano già parecchi degli elementi che adesso hanno reso Black Hammer una lettura tanto appassionante.

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I testi di Lemire, forse, non hanno la stessa raffinatezza di quelli di Moore, ma non è detto che questo sia necessariamente un limite. Se c’è un pregio nella scrittura del cartoonist canadese, infatti, questo è proprio la leggerezza delle trame, che, nelle sue opere migliori, si combina alla perfezione con dialoghi eleganti e ricercati, facendo sì che anche temi complessi e controversi possano essere affrontati senza le complicazioni cervellotiche che, a volte, appesantiscono le sceneggiature dell’autore di Watchmen. La cosa davvero sorprendente, in verità, è la qualità molto alta di tutto ciò che è stato pubblicato finora di questo cosiddetto Black Hammer Universe (almeno quello che per il momento si è visto in Italia). La prolificità di Lemire è nota, ma un conto è riuscire a scrivere più serie contemporaneamente, altra cosa è mantenerle tutte a un livello così elevato. Piuttosto, sarebbe curioso osservare come potrebbe comportarsi l’autore canadese se dovesse passare dall’altra parte della barricata. Nell’eventualità in cui il numero di collane legate a Black Hammer dovesse continuare a crescere, infatti, Lemire potrebbe essere costretto a dover chiedere la collaborazione di qualche illustre collega (per ora si è limitato a condividere con Ray Fawkes la sceneggiatura della miniserie Black Hammer ’45, ancora inedita da noi): chissà se, in quel caso, riuscirebbe a resistere alla tentazione di correggere qualche interpretazione troppo libera data da altri ai suoi personaggi.

Dati del volume

  • Editore: Bao Publishing
  • Autori: Testi di Jeff Lemire, disegni di Wilfredo Torres
  • Genere: Supereroistico
  • Formato: 17x26,176 pp., C., col.
  • Prezzo: 19€
  • ISBN: 978-8832732030
  • Voto della redazione: 8
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