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The Wild Storm #1 di Warren Ellis: primo sguardo alle tavole e alle variant di Jim Lee & Tula Lotay

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Del fatto che Warren Ellis avrebbe rilanciato l'etichetta WildStorm della DC Comics ve ne avevamo già parlato qui. Manca poco all'uscita del primo albo, The Wild Storm #1, previsto per il 15 febbraio e la Distinta Concorrenza ha reso disponibili online le tavole realizzate da Jon Davis-Hunt oltre alle due variant cover di Jim Lee e Tula Lotay. Potete trovare tutto nella gallery in basso, di seguito la sinossi del fumetto:

Per le strade di New York vaga miseramente una donna a cui il proprio datore di lavoro ha impedito di continuare la sua ricerca. Ci mette un po' a realizzare che tutti stanno guardando in alto: un uomo è stato buttato giù dall'ultimo piano del grattacielo Halo, e quella donna, stanca degli impianti transumani che nasconde dentro al suo corpo, è l'unica che può salvarlo. Quello che non sa ancora è che l'atto di salvataggio dell'uomo farà crollare un enorme castello di carte che riguarda tutto il mondo, se non l'intero sistema solare. Cosi comincia la Wild Storm, e questo può significare la distruzione persino della storia dell'uomo.

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In un passato recente, cinque persone straordinarie, ciascuna delle quali rappresenta un’eccellenza nel proprio ambito professionale, vengono riunite in un think tank segreto dal governo britannico allo scopo di mantenere viva la fiaccola di un progresso scientifico che sembra essersi esaurito. Personalità forti dai background più disparati: Maria Killbride, fredda e geniale scienziata; Robin Morel, ultimo di una dinastia di sciamani ed esoteristi; Brigid Roth, esperta hacker; Simeon Winters, spietato agente segreto; Vivek Headland, milionario esperto di economia. Ai giorni nostri il gruppo si è sciolto. Maria è ricoverata in un centro di igiene mentale e degli altri quattro si sono perse le tracce. Ma una minaccia imprevista si libera improvvisamente nel mondo, qualcosa capace di minacciare il tessuto stesso della realtà e che sembra connesso ad antiche credenze del folklore britannico ormai dimenticate. Qualcosa che ha a che fare con le attività segrete dei cinque e con il loro peccato più grande, l’Inoculazione. Ma cos’è l’Inoculazione? E una volta riunitisi, riusciranno i cinque ad affrontare le conseguenze della loro superbia?

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I primi numeri di Injection, la nuova serie Image scritta da Warren Ellis e proposta in Italia da SaldaPress, confermano il momento di forma straordinaria vissuto dallo sceneggiatore britannico, capace di dividersi con successo tra la reinvenzione di personaggi di secondo piano (Moon Knight e l’imminente Karnak per la Marvel), reboot di brand storici (James Bond 007 per Dynamite) e serie creator – owned. Il lettore ritroverà in Injection tutti  gli elementi che hanno fatto di Ellis un beniamino del pubblico: la dimensione fantasy, legata alla tradizione del folklore britannico; l’interesse per la scienza e il progresso tecnologico; cospirazioni segrete e atmosfere da thriller fantascientifico, condite da una spruzzata di noir e spy story. Da abile sciamano, Ellis gioca con i generi, li remixa e li ibrida con consumata maestria. Molto di quanto ci mostra è già visto, ma è inserito in un contesto inedito: la trovata intorno a cui ruota tutto il progetto Injection è l’ennesimo coniglio uscito fuori dal cilindro del magico autore inglese, che riesce a rendere concetti pseudoscientifici astrusi e complessi non solo comprensibili al lettore non iniziato, ma a farne addirittura il perno intorno a cui ruota una fiction popolare e di altissima qualità allo stesso tempo. Considerato il progressivo disimpegno di un’icona come Alan Moore dall’industria del fumetto, Ellis appare oggi come l’unico in grado di spingere il tasto flashforward per portare l’intero settore in territori narrativi ancora inesplorati, come un vero futurista della macchina da scrivere.

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Menzione speciale per la caratterizzazione dei personaggi, alcuni dei quali bucano la pagina; è il caso di Robin Morel, lo stregone che sorridendo afferma di non essere un mago mentre la pioggia che cade intorno a lui non lo bagna, un Costantine più dimesso che potrebbe presto occupare un posto importante nella galleria dei personaggi ellisiani, insieme allo Spider Jerusalem di Transmetropolitan o all’ Elijah Snow di Planetary.

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La serie segna la reunion di Ellis con Declan Shalvey e Jordie Bellaire, i suoi complici nella splendida run di Moon Knight. L’irlandese Shalvey conferma di essere uno dei talenti più luminosi dell’industria del fumetto, cesellando tavole minuziose e di grande impatto, sia che ci si trovi dentro un laboratorio segreto, o a spasso col Dottor Morel in un antico sentiero della campagna inglese. I colori della Bellaire, una vera eccellenza del settore, rivestono le illustrazioni di Shalvey con calda o livida magnificenza, a seconda della necessità dello script di Ellis. Il talento combinato dei tre conferisce all’opera un’aurea tipicamente british, come una puntata di Sherlock dai toni felicemente apocalittici, sfoderando una padronanza assoluta del mezzo espressivo che rende Injection un’uscita imperdibile di questa parte finale dell’anno.

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Warren Ellis rilancerà la linea WildStorm della DC Comics

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Apprendiamo da Comic Book che il noto scrittore e fumettista britannico Warren Ellis è stato incaricato del rilancio della linea editoriale WildStorm della DC Comics, previsto per il 2017. Tale iniziativa prenderà il via a febbraio con The Wild Storm, serie scritta da Ellis sui disegni di Jon-Davis Hunt, che presenterà le nuove versioni di personaggi come Grifter, Voodoo, the Engineer, Jenny Sparks e molti altri. La serie sarà il titolo principale del rilancio, a cui seguiranno altre testate sempre curate da Ellis, come fatto da Gerard Way per Young Animal.

"Dopo una lunga riflessione, non ho potuto declinare l'invito a rinnovare questa casa costruita da Jim Lee, e restituirle la sua combinazione unica di paranoia cosmica e cospirazionismo paramilitare per la follia spaziale post politica dei nuovi giovani".

Tra le altre testate torviamo WildC.A.T.S., Zealot e Michael Cray, vero nome del personaggio Deathblow, ma al momento non sono stati rivelati ancora i team creativi.

“Nel nostro business ci sono pochi visionari molto preziosi e ancora di meno del livello di Warren, che riesce ad elevare miti sia con una ricercatezza stilistica che con spettacolo idiosincratico. Il suo lavoro alla WildStorm rimane il tono che meglio descrive e definisce questo universo. So di parlare a nome dei fan quando dico che non vediamo l'ora di vedere cosa hanno in serbo Warren e Jon!”, ha dichiarato Jim Lee, DC Co-Publisher.

Ricordiamo che Warren Ellis ha già lavorato in passato per la WildStorm su diverse testate, ma si ricordano principalmente The Authority, di cui ha firmato i primi 12 numeri, e Planetary, di cui ha scritto tutta la saga. Nella gallery in basso trovate il redesign dei personaggi ad opera di Jon-Davis Hunt.

Qui di seguito la gallery coi redisign dei personaggi.

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Supreme: Blue Rose

Nel 1996 destò curiosità e scalpore la notizia che Alan Moore, l’osannato guru di Watchmen e Miracleman, avrebbe prestato il suo talento al servizio di Supreme, versione estrema e iper-violenta di Superman, creata da Rob Liefeld per i suoi Extreme Studios. Liefeld, che pochi anni prima aveva lasciato la Marvel in compagnia di colleghi come Todd McFarlane e Jim Lee per fondare la Image Comics, incarnava pienamente lo spirito degli anni ’90: le sue tavole gioiosamente infarcite di azione, il disinteresse per le proporzioni e la correttezza anatomica nel disegnare i suoi personaggi, spesso ritratti in pose aggressive con denti digrignati e armati di futuristici fucili al plasma e katane, sono ancora oggi il suo marchio di fabbrica. Un’estetica da b-movie che avrebbe spinto uno stimato professionista del settore come Peter David a definirlo "l'Ed Wood dei fumetti". Dopo aver battuto ogni record di vendite in Marvel con New Mutants e X-Force, testate per le quali crea, tra gli altri, il fortunatissimo Deadpool, Liefeld da inizio alla sua seconda vita alla Image dando vita a una serie di cloni delle testate maggiormente in voga in quel momento come Youngblood, Brigade e Bloodkstrike, evidentemente debitori degli X-Men di casa Marvel, e il già citato Supreme, spingendo il suo stile ipercinetico verso una deriva ipertiroidea che sfocia nella parodia involontaria. Consapevole dell’inconsistenza di trame e sviluppo dei personaggi, Liefeld prova ben presto a coinvolgere nella sua avventura di editore in proprio sceneggiatori di peso: quando annuncia Moore ai testi di Supreme, nessuno lo prende sul serio. Sarebbe come annunciare un album dei Take That scritto da Sir Andrew Lloyd Webber. Contro tutte le aspettative Moore accetta con entusiasmo, dichiarando  alla stampa specializzata di vedere nella neonata Image di Liefeld, McFarlane, Lee, Larsen e Silvestri l’energia e l’entusiasmo della Marvel degli inizi. Il bardo di Northampton arriva ai testi di Supreme col numero 41 e lascia subito il segno: fa piazza pulita di quanto accaduto nei numeri precedenti, introducendo un Supreme nuovo di zecca, con nessun punto di contatto col violento superuomo dei numeri precedenti. Moore introduce il concetto di revisione, suggerendo che l’universo dei fumetti è regolato da un meccanismo grazie al quale, dopo aver attraversato un periodo di crisi creativa, è possibile azzerare tutto e ricominciare daccapo. Nell’universo di Supreme, però, tutto ciò che è venuto prima, come le vituperate versioni pre-Moore del personaggio, non sono state inghiottite dal nulla: esistono ancora e vivono nella Supremacy, una cittadella dorata collocata in un limbo spazio temporale dove convivono tutti i Supreme che hanno preceduto quello di Moore, quello degli anni ’40, ’50 e ’60, tutte le Lady Supreme e tutte le variazioni possibili e immaginabili di cui non avevamo mai avuto notizia.

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Il Supreme di Alan Moore è un gioiello di narrazione metafumettistica, un omaggio appassionato al mito di Superman in un momento storico in cui il vero Superman è alle prese con una fase convulsa della propria vita editoriale, schiacciato da una serie di eventi editoriali, a partire dalla famigerata “Morte”, dal chiaro gusto commerciale. Il Supreme di Moore, recuperando tutto il bagaglio camp fatto di cani volanti e città in bottiglia, è tutto quello che il vero Superman non può più essere, la celebrazione nostalgica di un tempo perduto ma che può essere ancora evocato in gustosi flashbacks illustrati da Rick Veitch con stile deliziosamente Silver Age .
Dopo la splendida versione di Moore e dopo qualche effimero tentativo di rilancio da parte di Liefeld, di Supreme si erano perse le tracce. Poi lo scorso anno l’annuncio di una nuova miniserie, Supreme: Blue Rose, per i testi di Warren Ellis e i disegni della new entry Tula Lotay.

Ellis riprende il discorso metatestuale di Moore e lo porta alle estreme conseguenze: lo scrittore di Planetary e The Authority sferra un attacco di violenza inaudita contro le logiche attuali dell’industria del fumetto statunitense, basata su continui riazzeramenti della continuity, i famigerati reboot che molto spesso falliscono nel tentativo di catturare nuovi lettori scontentando al tempo stesso i vecchi fan.
Lo sceneggiatore mette al centro della vicenda Diana Dane, che nelle vecchie storie di Supreme era l’interesse amoroso di Ethan Crane, l’alter-ego dell’eroe. Diana è una giornalista investigativa, al momento disoccupata, che attraversa un momento particolare della sua vita: è affetta infatti da strane visioni, che le fanno dubitare del suo stato di salute. Ma proprio per questa sua “peculiarità” viene contattata da Darius Dax, misterioso uomo d’affari che le chiede di investigare su di un misterioso disastro avvenuto in una cittadina di provincia, Littlehaven, e che sembra ruotare intorno alla figura di un abitante del posto, disperso, di nome Ethan Crane. Un uomo di cui nessuno sa nulla e che forse, in questa realtà non dovrebbe nemmeno esistere. Diana comincia la sua indagine, tra uno strano incontro e l’altro, finendo ben presto in una vicolo cieco in cui è impossibile distinguere la realtà del sogno. Grazie all’intervento di un deus ex-machina esterno, la giornalista scoprirà che il suo mondo si è in realtà formato da pochi mesi, grazie ad un ennesimo processo di revisione di una realtà precedente di cui sopravvivono ancora elementi percepibili, rendendo questa nuova realtà pericolosamente instabile. La chiave dell’intera vicenda sarà fornita dalla scoperta della vera natura dell’incidente di Littlehaven e del ruolo di Ethan Crane e dello stesso Darius Dax in esso.

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Scegliendo la strada della metatestualità, come il Grant Morrison di Flex Mentallo e di Multiversity, Ellis ci racconta una storia di supereroi (dove l’eroe del titolo non appare mai, è bene specificarlo) per svelare la vera natura dell’attuale industria del fumetto mainstream statunitense, popolata di revenant di carta che ogni mese popolano gli scaffali delle fumetterie, protagonisti di periodici e forzati reboot. Se con Scream Wes Craven realizzava un thriller che raccontava i meccanismi del thriller stesso, in Supreme: Blue Rose Ellis si serve della decostruzione del genere supereroistico per  mettere definitivamente alla berlina le miserie del fumetto seriale a stelle e strisce. Niente sarà più lo stesso dopo aver letto la miniserie di Ellis e Lotay, e la perdita dell’innocenza sarà assicurata: le illusioni dei lettori di vecchia data non potranno che schiantarsi a terra come la cittadella dorata di Supremacy che precipita sull’inconsapevole Littlehaven. Non resta quindi che abbandonarsi alla prosa colta e romantica di Ellis, a spasso tra citazioni dirette della teoria delle stringhe, atmosfere da sogno che diventano improvvisamente incubi come in un film di David Lynch, e struggente malinconia per amori mai vissuti e mondi mai esistiti se non nella memoria di pochi esuli spazio-temporali.

I disegni di Tula Lotay completano in modo ideale i testi complessi e stratificati di Ellis, anzi ne costituiscono la traduzione in immagini: le vignette traboccano di trovate e sperimentalismi grafici, le figure in primo piano sembrano essere disturbate da linee e segni che provengono da sotto la pagina o forse da un’altra dimensione, come a sottolineare la dimensione onirica ed inquietante dell’intera vicenda, come se la nostra realtà fosse solo una pagina da sfogliare, sotto la quale ne esistono migliaia di altre. Un contributo straordinario ed entusiasmante, quello della Lotay, che impreziosisce un’altra prova smagliante del sublime Ellis.

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Supreme: Blue Rose è un oggetto da maneggiare con cura, una prova d’autore che potrebbe mettere il lettore abituale di comic books di fronte all’horror vacui delle proprie ossessioni cartacee. E dopo averla letta, recarsi alla fumetteria di fiducia per acquistare le nuove imprese dei Vendicatori o della Lega della Giustizia potrebbe non avere mai più lo stesso sapore.

 

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