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Jeff Lemire annuncia un nuovo progetto Black Label con Doug Mahnke

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Jeff Lemire ha annunciato nella sua newsletter che sta lavorando su una serie segreta per l'etichetta Black Label della DC insieme al disegnatore Doug Mahnke.

Lo sceneggiatore ha detto che lui e Mahnke avevano il desiderio di collaborare insieme da circa dieci anni: "Mi sono innamorato del lavoro di Doug quando ha disegnato Frankenstein con Grant Morrison e da allora sono stato un devoto fan di Mahnke", scrive Lemire. "Una delle prime tavole originali che abbia mai comprato è stata una pagina del Frankenstein di Doug quando l'ho incontrato a una fiera a Toronto più di dieci anni fa. All'epoca avevo appena iniziato Sweet Tooth e ricordo di aver mostrato le prime pagine a Doug. Da quel momento abbiamo parlato di lavorare insieme ma i nostri programmi non sono mai stati allineati".
 
Lemire ha lavorato brevemente con Mahnke nel 2013, quando ha co-scritto Justice League of America #6 e #7 con Geoff Johns.

Riguardo il nuovo progetto, Lemire ha detto: "Le persone spesso mi chiedono: 'C'è qualche personaggio DC o Marvel che vorresti ancora scrivere?' e questo è quel personaggio. Il mio personaggio DC preferito con cui non ho mai avuto la possibilità di fare quello che volevo. Ma ora ce l'ho. Non vedo l'ora che vediate anche voi il lavoro di Doug!".

L'autore ha detto che ha un altro progetto DC Black Label non annunciato e non correlato in lavorazione, ma non ha fornito ulteriori dettagli. Sebbene Lemire non sia più in esclusiva alla DC è stato molto impegnato con la Black Label nell'ultimo periodo con Joker: Killer Smile, The Question: The Deaths of Vic Sage, Batman: The Smile Killer e Sweet Tooth: The Return.
 
(Via Newsarama)
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Anteprima di Sweet Tooth: The Return #1 di Jeff Lemire

  • Pubblicato in News

In attesa della serie tv targata Netflix, prodotta da Robert Downey Jr. e da sua moglie Susan Nicole Levine, esce oggi negli States il primo numero di Sweet Tooth: The Return, miniserie di 6 numeri scritta e disegnata da Jeff Lemire per i colori di José Villarubia.

Sweet Tooth: The Return non è un sequel effettivo della saga originale, ma piuttosto una rivisitazione audace della mitologia di Sweet Tooth. Lemire mescola per l'occasione elementi della prima serie e li remixa in qualcosa di familiare, ma totalmente nuovo. Un pianeta sul punto di devastazione e un bambino che non ha chiesto di vivere in questa realtà, ma che non ha altra scelta che cercare di forgiare un po' di vita per se stesso. Le sue visioni e i suoi sogni potrebbero non essere affatto reali... potrebbero essere solo finzioni. Ma rappresentano una speranza, e a volte la speranza è sufficiente.

Sweet Tooth è stata una saga in 40 albi pubblicati dalla Vertigo fra il 2009 e il 2013 e ha per protagonista Gus, un ragazzo mezzo uomo e mezzo cervo, ed è ambientata in un mondo devastato da un evento catastrofico.

Di seguito potete leggere un'anteprima dell'albo. La variant cover è ad opera di Jim Lee.

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In arrivo la serie tv di Discender e Ascender di Jeff Lemire e Dustin Nguyen

  • Pubblicato in Screen

Secondo quanto riportato da Variety, la Lark Productions ha appena ottenuto i diritti televisivi sui fumetti Descender (qui la nostra recensione) e la serie sequel Ascender, opera di Jeff Lemire e Dustin Nguyen.

Il duo ha lanciato Descender nel 2015 per Image Comics, in Italia per Bao Publishing. La serie ripercorre le avventure del bambino robot di Tim-21, che lotta per rimanere in vita in un universo in cui gli androidi sono fuorilegge e i cacciatori di taglie cercano sempre di collezionarli per i loro interessi. La serie, conclusa nel 2018, è stata seguita, come detto, da Ascender, che si svolge 10 anni dopo rispetto al primo capitolo della storia.       
Mentre Descender è un’opera squisitamente fantascientifica, Ascender introduce elementi fantasy, come la magia e i vampiri.

Lark Productions, che fa parte di NBC Universal International Studios, svilupperà e produrrà la serie, con Lemire e Nguyen nel ruolo di produttori esecutivi. Questa, comunque, non è la prima volta che i fumetti di Lemire e Nguyen sono oggetto di adattamento live-action. Sony, infatti, acquisì nel 2015 i diritti cinematografici per Descender, assumendo poi Jesse Wigutow come sceneggiatura.     
Ma il progetto non ha mai visto la luce.

Vi riportiamo, a seguire, le dichiarazioni rispettivamente, di Jeff Lemire e Dustin Nguyen:

“Il mondo di Descender e Ascender continua a crescere. E Dustin e io siamo molto felici di lavorare con Lark per portarlo anche sugli schermi televisivi. La loro passione per i fumetti e la devozione nel raccontare la storia nel modo giusto ci ha entusiasmati entrambi.”

“Sarà sicuramente una nuova avventura vedere i nostri personaggi prendere vita sullo schermo e condividerli con un pubblico completamente nuovo.”

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Black Hammer - L'Era del Terrore, recensione: la chiusura del ciclo

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Sapevamo da tempo che Jeff Lemire avesse deciso di chiudere l’arco narrativo principale dedicato agli eroi di Spiral City con la miniserie Black Hammer: Age of Doom (che Bao ha raccolto in due bei volumi cartonati, il secondo dei quali è arrivato in fumetteria qualche settimana fa). Eppure, sebbene l’universo creato dall’autore canadese continuerà a vivere attraverso nuovi protagonisti e svariate serie parallele, vedere compiersi il destino di personaggi entrati da subito nel cuore di molti lettori, ci ha lasciati un po’ disorientati. Non possiamo neanche permetterci di andare oltre questa affermazione un po’ sibillina, perché altrimenti rischieremmo di svelare troppo di un finale che, invece, merita di essere assaporato fino in fondo. Lo stesso finale che, tra l’altro, è anche una chiara conferma della linea seguita da Lemire per la sua opera fin dall’inizio: non una semplice celebrazione nostalgica della Golden e della Silver Age dei comics ma, piuttosto, una storia in cui i personaggi sono degli attori tridimensionali, la caratterizzazione dei quali va ben aldilà della semplice umanizzazione della figura del supereroe, a cui assistiamo periodicamente, anche se con sfumature diverse, fin dagli anni Ottanta. I poteri di Abraham Slam, Barbalien, Golden Gail e tutti gli altri non sono praticamente mai la forza motrice del racconto, che concede, invece, maggiore spazio ai sentimenti dei protagonisti, ai loro sogni, alle loro frustrazioni o, semplicemente, al desiderio di alcuni di condurre una vita normale. Il tutto, comunque, senza rinunciare a quell’ingenuità di fondo che ha caratterizzato il fumetto americano per gran parte del secolo scorso.

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È anche vero che, per apprezzare pienamente il lavoro del cartoonist canadese, occorrerebbe andarsi a rileggere non solo tutti gli episodi precedenti, ma anche i volumi dedicati agli spin-off della serie, dove i vari indizi disseminati da Lemire per anticipare la conclusione della storia, acquistano finalmente un senso. Ciò nonostante, aldilà di queste considerazioni di carattere generale, il contenuto della miniserie merita senz’altro un approfondimento maggiore, ma per fare questo è necessario ripartire dalle ultime pagine del secondo volume dell’edizione italiana, dove la giovane Lucy Weber, dopo aver impugnato il martello cosmico di suo padre, si era trasformata nella nuova Black Hammer, annunciando ad Abraham e al resto degli ex eroi di Spiral City di aver recuperato i ricordi, che gli erano stati sottratti da Madame Dragonfly al momento del suo arrivo a Rockwood. Un colpo di scena particolarmente efficace, che ha lasciato il pubblico americano con il fiato sospeso per diversi mesi, dato che negli USA quel finale ha coinciso anche con la chiusura della serie regolare dedicata ai personaggi. Una trovata un po’ insolita, che è servita a Lemire per prendere in giro Marvel e DC riguardo la loro politica editoriale degli ultimi anni, impostata sul periodico azzeramento della numerazione delle varie testate, con la scusa di eventi narrativi particolarmente significativi o di importanti cambi nel team creativo. Una strategia che, da tempo, sembra voler inseguire la serialità televisiva moderna, cercando di accomunare le “run” fumettistiche alle “season” del piccolo schermo, così da rendere il linguaggio dei comics più familiare ai giovani di oggi ma, nello stesso momento, difficilmente digeribile per chi, come il cartoonist canadese, è cresciuto con i ritmi compassati della Bronze e della Modern Age. Naturalmente, l’escamotage è servito anche per far tirare il fiato agli autori, soprattutto a Lemire, sempre impegnato in più di un progetto contemporaneamente. A ogni modo, i lettori italiani non si sono accorti praticamente di nulla, visto che la Bao ha giustamente raccolto Age of Doom nei volumi tre e quattro della sua collana dedicata ai paladini di Spiral City.

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I nuovi episodi si aprono con Madame Dragonfly che riesce, ancora una volta, a impedire a Lucy di raccontare la verità sulla fattoria, inviandola in quello che, almeno all’inizio, sembra una sorta di labirinto dimensionale. Da qui in poi, la narrazione di Lemire procede su due livelli separati: nel primo viene portata avanti in maniera classica la vicenda principale, nel secondo, invece, ci viene mostrato il tentativo di Lucy di tornare alla fattoria, attraverso un surreale viaggio su altri mondi, dove l’autore canadese non riesce neppure a resistere alla tentazione di citare sé stesso facendo comparire, in una vignetta, Gus, il protagonista di Sweet Tooth. In questi passaggi, Lemire comincia a giocare in maniera scoperta con le regole del medium, trascendendo la storia principale con citazioni più o meno nascoste di pietre miliari del fumetto (la dimensione di Storyland, per esempio, ricorda le atmosfere del Sandman di Neil Gaiman) e improbabili paradossi spazio-temporali (concentrati soprattutto nel personaggio di Jack Sabbath, che sarà uno dei protagonisti della cosiddetta Fase II del Black Hammer Universe). Questo processo raggiunge infine il suo apice in due episodi successivi dedicati quasi per intero al Colonnello Weird, dove, per accrescere lo straniamento causato dalla sovrapposizione tra realtà e fantasia, i disegni vengono affidati a Rich Tommaso, un autore dallo stile a metà tra l’underground e la linea chiara franco-belga, molto diverso da quello di Dean Ormston, l’artista titolare della serie. In questa lunga sequenza, Lemire si esibisce in un divertente delirio metafumettistico, con ulteriori omaggi ai diversi periodi che compongono la storia dei comics, utilizzati anche per anticipare quello che vedremo nelle storie future. Assistiamo persino alla parziale entrata in scena dell’autore stesso e, soprattutto, facciamo la conoscenza dei diversi scenari e dei tanti personaggi che avrebbero potuto far parte del complesso affresco di questo nuovo universo narrativo e che, invece, sono stati - per il momento - accantonati. Tra questi, meritano sicuramente una citazione i bizzarri superanimali, protagonisti di uno dei momenti più camp dell’intera storia, assolutamente improponibili al giorno d’oggi, ma molto popolari negli anni Cinquanta e Sessanta, quando rappresentavano la risposta del fumetto a star televisive come Rin Tin Tin o Furia.

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Per quanto queste lunghe digressioni possano apparire gustose e non prive di interesse, è innegabile che il pezzo forte dei due volumi sia costituito dagli eventi direttamente legati alla trama principale. Questa viene magistralmente portata a conclusione, attraverso una narrazione trascinante, dove l’avventura prettamente supereroistica si intreccia con le vicende dei vari personaggi, ognuna delle quali viene utilizzata da Lemire per far emergere altri temi: la persecuzione da parte dei suoi simili, di cui è oggetto Barbalien, per esempio, è una chiara condanna di ogni forma di discriminazione, tuttavia il messaggio che ne deriva è molto più diretto di quanto fatto per tanti anni dalla Marvel con gli X-Men. I sogni repressi e le frustrazioni di Lucy, invece, sono una sorta di rappresentazione di come i supereroi possano essere un modo per evadere dal grigiore della quotidianità, oppure, attraverso il personaggio di Golden Gail, per oltrepassare i limiti della vecchiaia (se non nel fisico, almeno nello spirito). Assolutamente da non dimenticare, infine, il parallelismo tra il desiderio umano di alcuni di preferire una vita di finzione, ma felice, a una desolante esistenza nel mondo reale, e il sacrificio di altri, pronti a fare il proprio dovere fino alle estreme conseguenze: due motivazioni opposte che permettono, però, di raggiungere uno scopo comune. In altre parole, la chiara manifestazione dell’essenza stessa del pensiero di Lemire a proposito degli eroi in calzamaglia.

Qualche commento sui disegni dei due volumi, prima delle battute finali: fino a questo momento, abbiamo accennato alla parte grafica, solo per descrivere brevemente i due capitoli realizzati da Tommaso ma, in realtà occorre spendere qualche parola in più per il lavoro di Ormston il cui stile, che all’inizio aveva destato qualche perplessità negli appassionati, si è progressivamente imposto come uno degli elementi portanti dell’opera. È sicuramente vero che la tendenza al grottesco dei suoi disegni, affinata durante la permanenza dell’autore inglese su vari titoli Vertigo, si apprezza maggiormente nei passaggi vagamente horror o nella rappresentazione di personaggi soprannaturali come Madame Dragonfly, ma l’apparente semplicità del tratto e un’indubbia capacità di saper raccontare per immagini, si sposano molto bene con quel misto di celebrazione e disincanto voluto da Lemire.

Sebbene, in pochissimi anni, l’universo di Black Hammer sia già riuscito a guadagnarsi un posto d’onore tra i classici contemporanei, l’autore di Essex County e Gideon Falls sembra avere parecchie altre cose da dire. Di sicuro, noi confidiamo nella sua grande inventiva e nella passione dimostrata per i personaggi, con la certezza che, negli anni a venire, sarà capace di farci emozionare molte altre volte ancora.

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