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Comic(US) Book #11: Imperial, L'Era di Rivelazione, Iron Man e Teenage Mutant Ninja Turtles

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Undicesima puntata di Comic(US) Book, ricchissima di contenuti, con il finale di Imperial e de L’Era di Rivelazione. Terminano anche il Daredevil di Saladin Ahmed e, soprattutto, due delle tre serie con cui aveva esordito il nuovo Universo Ultimate due anni fa.
Nel frattempo, arrivano le Tartarughe Ninja di Gene Luen Yang e comincia il ciclo della coppia Joshua Williamson-Carmen Carnero su Iron Man.

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Imperial 4

Sette: l’Unione
Ultimo capitolo per Imperial, con un finale all’insegna del cinismo, in cui solo Nova pare mostrare una certa integrità d’animo. Jonathan Hickman sceglie l’alter ego di Richard Rider come portabandiera di tutti coloro che non si piegano di fronte alla spregiudicatezza delle grandi potenze e alla realpolitik, la quale pure nel fittizio universo marvelliano diventa il vero motore che determina le decisioni di ogni governante. Da che parte stia lo scrittore statunitense è difficile dirlo. L’unica cosa inconfutabile è che mai Hickman aveva utilizzato, in maniera tanto incisiva, i personaggi della Casa delle Idee come metafora del mondo reale. Cercando di non rivelare troppo, abbiamo un ex sovrano che, di fatto, considera la democrazia un esperimento fallito e decide di restaurare la monarchia assoluta. Il figlio di un imperatore che ha sempre contestato i metodi del padre, ma che, alla fine, sceglie di raccoglierne l’eredità. Estremisti religiosi che rifiutano la verità in nome di un credo insensato. E poi, lotte di potere, troni usurpati, xenofobia, nazionalismo radicale. Se non fossero coinvolti kree, skrull, wakandiani e altre importanti razze aliene della cosmogonia Marvel, sembrerebbe di leggere un normale testo di geopolitica.
Peccato solo che tutte le serie che avrebbero dovuto proseguire il discorso di Imperial stanno per essere chiuse per scarse vendite, se non addirittura cancellate prima ancora di cominciare.
Per quanto riguarda i disegni, il lavoro congiunto di Federico Vicentini e Iban Coello può considerarsi nel complesso positivo, grazie al dinamismo impresso nelle tavole e alla ricchezza dei dettagli. Ciononostante, dobbiamo sottolineare che la scelta di ritrarre alcuni personaggi in versione manga style, continua a sembrarci del tutto fuori luogo.
Voto: 7

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Marvel miniserie 294

Un mondo sotto Destino capitolo 8: desiderare il bene
Arrivati all’ottavo capitolo, ci sorge il dubbio che Ryan North non si sia assolutamente posto il problema di pianificare tutti gli avvenimenti fin dal principio, dato che è difficile non accorgersi di come la trama mostri palesemente di arrancare e di trascinarsi in lunghissimi (e noiosissimi) scontri – buoni solo a esaltare le doti artistiche di R.B. Silva -  tra Destino e praticamente ogni supereroe del mondo Marvel, senza il minimo approfondimento psicologico, se non durante l’ennesimo confronto tra Victor Von Doom e la sua figlioccia Valeria Richards, protagonista nel finale, dell’unica scossa emozionale di un episodio piatto e monocorde. La miniserie era iniziata con spunti interessanti, che potevano (e dovevano) essere esplorati con minore superficialità e dilettantismo. A quanto pare, però, North ha fatto il passo più lungo della gamba.
Voto: 5

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Fantastici Quattro 3 (472)

Fantastici Quattro – Inferno di ghiaccio
È possibile essere l’autore dell’evento portante della Marvel degli ultimi mesi e, contemporaneamente, della serie regolare maggiormente interconnessa con esso (almeno teoricamente) e riuscire a non mostrare neanche un accenno di continuità tra l’uno e l’altra? Quando ti chiami Ryan North evidentemente sì. Potevamo capirne le ragioni con la doppia storia d’esordio, nella quale, giustamente, lo sceneggiatore canadese si era soprattutto preoccupato di rendere manifesto il suo nuovo approccio a Mr. Fantastic e soci, ma in questo terzo episodio la scelta ci è sembrata francamente insensata. Un tie-in come tanti, che si lascia andare a teorie spazio-temporali piuttosto astruse, che, però, quantomeno, conferma il maggior impegno da parte di North nel voler far emergere i tratti caratteristici dei personaggi. Pure il modo in cui Destino viene sconfitto è, tutto sommato, abbastanza ingegnoso, benché la narrazione si sia quasi “raffreddata”, perdendo quella vivacità nei rapporti tra i protagonisti, che rappresentava l’unico aspetto positivo della sua gestione.
Humberto Ramos, comunque, aiutato dai colori brillanti di Edgar Delgado, ha sicuramente accresciuto la qualità del comparto grafico.
Voto: 6

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L’incredibile Hulk 32 (135)

Hulk – La pianura funebre parte 3
Lo diciamo chiaramente e senza mezzi termini: chiudere la prima fase del proprio ciclo con un episodio del genere vuol dire prendere in giro tutti coloro che hanno continuato ad acquistare la testata, a dispetto dell’insensata direzione scelta da Phillip Kennedy Johnson fin dai numeri iniziali. Prigioniero della sua stessa creatura e incapace di andare avanti a raccontare il nulla assoluto, l’autore americano ci propina una sequenza di inutili splash page, onomatopee giganti, scene raccapriccianti totalmente gratuite e insulse botte tra mostri con il solo scopo di arrivare il prima possibile allo step successivo. Tempo di lettura: cinque minuti (a dir tanto), anche soffermandosi a guardare i dettagli delle tavole di Nic Klein. E se non ci fosse il cartoonist tedesco ai disegni, il nostro voto sarebbe ancora più basso.
Voto: 4

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Daredevil 27 (172)

Daredevil – Riti di riconciliazione parte 6
Rinnegando praticamente tutte le modifiche allo status quo del protagonista introdotte durante la sua - fallimentare - gestione (durata poco più di due anni), Saladin Ahmed si congeda dalla serie del Diavolo di Hell’s Kitchen senza spiegarci neppure come abbia fatto Matt Murdock a risorgere, dopo aver sacrificato la sua vita per salvare Foggy Nelson alla fine del ciclo precedente. Ecco, quindi, la riappacificazione con Elektra (lontanissima dal personaggio carismatico conosciuto nelle saghe passate) e il ritorno di Kingpin (trasformato in un folle, preda di deliri mistici) in una vicenda prevedibile e priva di mordente, che vale la pena di leggere solo per i disegni del sempre più bravo José Luis Soares.
Voto: 5

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Miles Morales: Spider-Man 23 (47)

Miles Morales – Gatti e ladri parte 1 e parte 2
Abbiamo già detto che questa serie si rivolge dichiaratamente a un pubblico young adult. E fin qui niente di male. Tuttavia, inizialmente, Cody Ziglar aveva interpretato il target della testata nella maniera più scontata possibile, con il ricorso continuo a tematiche adolescenziali degne di un teen movie di quart’ordine. Ora, fortunatamente, benché sia sempre la leggerezza a farla da padrona, il supereroismo è tornato a essere l’aspetto predominante del racconto. Non stiamo di sicuro parlando di un capolavoro, ma, quantomeno, i personaggi risultano caratterizzati in modo più approfondito e le trame sembrano studiate con maggiore accortezza.
Buoni i disegni del napoletano Luigi Zagaria, il cui tratto lineare e dai contorni nitidi aiuta a mantenere il clima più rilassato e a favorire una migliore scorrevolezza delle immagini.
Voto: 6,5

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Capitan America 5 (192)

Capitan America – Le nostre guerre segrete parte cinque
Se con Imperial Hickman ha cercato di offrirci uno spaccato in salsa marvelliana delle dinamiche che muovono le superpotenze, il messaggio che Chip Zdarsky vuole trasmetterci sulle pagine di Capitan America è ancora più esplicito. L’accusa verso l’opacità (a dir poco) della politica estera statunitense non lascia spazio ad alcun fraintendimento. E il tutto è sorretto da una sceneggiatura perfettamente calibrata sui personaggi, che ne attualizza le motivazioni in maniera convincente e – prima di ogni cosa - realistica.
La scelta di rielaborare il passato di Steve Rogers in modo così radicale non è esente da rischi, ma, detto onestamente, non poteva essere rimandata oltre. Se, poi, la qualità della scrittura è questa, come dare torto all’autore canadese?
Il tratto immoneniano di Valerio Schiti non sempre si adatta bene al contesto drammatico descritto. L’artista romano è, però, bravo a smussare la sua naturale predisposizione a rappresentare figure più morbide utilizzando ombreggiature marcate e disegni volutamente meno puliti.
Voto: 7,5

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Iron Man 1 (Iron Man 150)

Iron Man – Un nuovo incubo
Presentato in anteprima al Comicon di Napoli, ecco il nuovo numero 1 di Iron Man. Ai testi troviamo Joshua Williamson, che rispetto a Spencer Ackerman, il suo predecessore, sceglie di abbandonare ogni tentativo di far “maturare” le trame del Vendicatore Dorato, tornando a una gestione decisamente più classica. Riappaiono, quindi, Madame Masque e Pepper Potts e Tony Stark viene nuovamente caratterizzato come un simpatico fanfarone, per riavvicinarlo alla sua controparte cinematografica. La storia è abbastanza piacevole, ma in questo primo episodio succede, francamente, molto poco. Lo sceneggiatore statunitense preferisce dedicarsi soprattutto alla presentazione dei protagonisti, lasciando solo intravedere il piano di Whitney Frost (ora a capo dell’A.I.M.).
Ai disegni arriva Carmen Carnero che, di sicuro, è un bel passo in avanti rispetto a Julius Otha, anche se il suo tratto, per quanto elegante (soltanto nei volti continua ad avere le stesse esitazioni già manifestate su Eccezionali X-Men) non sembra in grado di portare quell’energia di cui necessiterebbe la serie.
Voto: 6,5

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Radioattivo Spider-Man 3 (L’Uomo Ragno 888)

Spider-Man – Uno di noi parte 3
Come avevamo predetto all’uscita del primo capitolo (non che ci volessero particolari abilità divinatorie, viste le premesse), questa miniserie si è dimostrata una delle poche davvero interessanti, tra quelle nate all’interno dell’Era di Rivelazione. Nell’ultimo episodio, il dramma che ha coinvolto Peter e zia May, entrambi vittime del Virus-X, arriva inevitabilmente a compimento. Pagine struggenti, che confermano le capacità narrative di Joe Kelly, il quale, svincolato dalla continuity ragnesca, sfrutta nel modo migliore lo scenario alternativo, per costruire un what if...? in piena regola, in cui le parti avventurose e quelle sentimentali si danno il cambio (o si mischiano tra loro) in maniera impeccabile.
Kev Walker non è da meno e benché, come già detto nella scorsa puntata di questa rubrica, i vari personaggi (Spider-Man in primis) si discostino sensibilmente dalle loro raffigurazioni abituali, la natura ucronica della vicenda permette ai suoi protagonisti di apparire sempre verosimili.
Voto: 7

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Stupefacenti X-Men 3 (Gli incredibili X-Men 436)

Stupefacenti X-Men – Philadelphia
Jed MacKay dispone le pedine, in attesa dell’atto conclusivo della saga, riducendo gli scontri al minimo indispensabile, per cercare di rispondere a gran parte delle domande sorte fin dall’inizio del crossover, facendone, tuttavia, emergere di nuove, da sfruttare al ritorno dei personaggi nella timeline ufficiale. Un semplice episodio di collegamento, quindi, che, però, mostra una compiutezza maggiore di altri capitoli dell’evento preso per intero.
Mahmud Asrar non è dotato del segno esplosivo di Ryan Stegman e Netho Diaz, ma, sorprendentemente, la staticità delle sue figure e l’utilizzo intelligente delle ombreggiature, risultano più adeguati a rappresentare il clima disperante che avvolge i protagonisti.
Voto: 6,5
Indistruttibili X-Men – Affogare nelle tenebre
Allo stesso modo di altri tie-in che, come vedremo, appartengono all’Era di Rivelazione solo sulla carta, Gail Simone cita il regno distopico dell’erede di Apocalisse semplicemente per sfruttare lo scenario futuristico e mettere in piedi una sorta di “The End” dei suoi X-Men della Louisiana, con tanto di morti, resurrezioni, ritorni inattesi, riappacificazioni e altri elementi tipici a contorno, che il lettore esperto sa di doversi aspettare da storie di questo genere. Di positivo c’è che il racconto procede con una certa solennità quasi fino alle ultime pagine, dove si assiste a una progressiva banalizzazione degli eventi, causata, probabilmente, dalla necessità di arrivare rapidamente a una conclusione della vicenda, che, visti i tanti personaggi in gioco, avrebbe avuto bisogno di uno spazio maggiore.
Comparto grafico estremamente variegato e discontinuo (dato che è opera di ben cinque disegnatori diversi), su cui non è possibile dare un giudizio univoco.
Voto: 6

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Espatriati X-Men 3 (Immortal X-Men 45)

Espatriati X-Men – Figlie della tenebra
Eve L. Ewing segue un po’ la stessa via di Gail Simone e sebbene i collegamenti con l’Era di Rivelazione siano più diretti, pure questa testata dà l’impressione di essere solo un mezzo per mostrare i giovani allievi di Emma Frost e Kitty Pride ormai adulti. Non per questo deve essere sottovalutata, dato che la scrittrice di Chicago è una delle poche che è riuscita nel suo intento senza tradire gli assunti di base del maxievento.
Degni di nota anche i disegni di Francesco Mortarino, le cui influenze nipponiche sono diventate più sfumate e si miscelano con gusto all’estetica anni Novanta, attraverso la quale tratteggia molti character (quelli femminili in particolare).
Voto: 6,5
Omega Kids – Nemici
Contrassegnata da una sensazione di inquietudine costante, questa miniserie è quella che meglio riesce a rappresentare la tirannia oppressiva di Rivelazione. Si ha sempre l’impressione che ogni personaggio possa nascondere un’anima oscura e pure l’amoralità di Quentin Quire viene impietosamente messa in risalto in un finale di inusitata spietatezza. Merito dello sceneggiatore Tony Fleecs, il quale, purtroppo, trova raramente un appoggio nei diligenti ma, allo stesso tempo, impersonali disegni di Andrés Genolet.
Voto: 6

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Sinister’s Six 3 (X-Force 66)

Sinister’s Six – L’ultimo segreto
Con un insolito gioco di parole (Sinister’s Six vuol dire “i sei di Sinistro”, ma è chiaro il riferimento ai Sinistri Sei, storico team composto da sei noti avversari di Spider-Man) David Marquez (inaspettatamente ai testi anziché ai disegni, che sono, invece, del promettente Rafael Loureiro) ci racconta le vicende di un eterogeneo gruppo costituito da mutanti e da “mutati” dal Virus-X, che si alleano con il machiavellico genetista per contrastare i piani di Rivelazione. L’idea iniziale in sé non è male, tuttavia, il cartoonist americano tende a snaturare un po’ troppo diversi personaggi, tra cui proprio il buon Nathaniel Essex, del quale si percepisce a malapena il suo essere subdolo e doppiogiochista. Senza contare l’ennesimo, illogico ospite di Venom, di cui avremmo fatto volentieri a meno.
Voto: 5,5
Longshots – C’è chi passa
Se c’è un vantaggio nell’evidente sciatteria che regna nell’attuale redazione della Marvel è la possibilità che vengano pubblicate piccole chicche come questa, che non avrebbero mai avuto la chance di vedere la luce sotto una direzione degna di questo nome (saremo anche prevenuti, ma non è da escludere che i vari editor non si siano neppure preoccupati di leggerne attentamente il soggetto).
Riducendo anche loro l’Era di Rivelazione a semplice pretesto, Gerry Duggan e Jonathan Hickman ne approfittano per sbeffeggiare – non senza autoironia - l’industria dell’entertainment nel suo complesso, prendendone di mira le mode, i rituali, i trucchi commerciali, con particolare enfasi sui comic book della Casa delle Idee, quasi come se ci trovassimo all’interno di un numero di Mad e non su un teorico tie-in di un maxievento mutante. Certo, dovendo riempire le pagine di tre episodi, non tutte le prese in giro riescono a centrare il bersaglio. È, però, confortante vedere che, talvolta, un po’ di sana anarchia artistica sia ancora in grado di fare capolino in un ambiente devotamente mainstream come quello delle Big Two
Voto: 6,5

Lultimo Wolverine 3
L’ultimo Wolverine 3 (Wolverine 471)

Wolverine – Artigli contro
Pur non essendoci ancora ripresi dallo shock di vedere Saladin Ahmed trasformare il Wendigo nel Wolverine dell’Era di Rivelazione, abbiamo comunque deciso di terminare la miniserie. Inutile dire, però, che ce ne siamo subito pentiti non appena arrivati all’ultima pagina. Colpa di una trama che più convenzionale di così non si potrebbe, di protagonisti senza spessore (tra cui il Wendigo stesso, per il quale sarebbe più corretto utilizzare l’aggettivo imbarazzante) e di una totale assenza di pathos, persino nei momenti che teoricamente avrebbero dovuto suscitare un minimo di commozione.
Disegni di Edgar Salazar che solo di rado raggiungono la piena sufficienza.
Voto: 4
Sabretooth – Nel cerchio periglioso
Se i lettori continueranno a comprare questo albo dopo l’autentica gara di bruttezza che si è consumata negli ultimi tre mesi tra le due collane in esso ospitate, c’è il rischio che alla Marvel possano sentirsi autorizzati a pubblicare qualunque oscenità gli passi per la testa. Anche tralasciando i modestissimi disegni di Valentina Pinti (non ricordiamo altre opere dove l’autrice marchigiana sia apparsa così sottotono), è impossibile non notare come la vicenda abbozzata da Erica Schultz non sia altro che una dozzinale sequenza di combattimenti, in cui pure le dinamiche famigliari introdotte all’inizio della miniserie vengono rapidamente messe da parte. In più abbiamo un nuovo ragazzino dotato di poteri enormi (tanto per essere originali!), che diventa il protagonista di un drammatico finale aperto, del quale - data la sconcertante mancanza di pianificazione del crossover - non si sa neanche se vedremo mai il seguito
Voto: 4

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X-Men: l’Era di Rivelazione omega

X-Men – Finale
Purtroppo, l’auspicio da noi fatto all’inizio della saga, che tutti i buchi di trama venissero risolti prima della sua conclusione, non si è concretizzato. Anzi, semmai se ne sono aggiunti di nuovi. Un’ulteriore prova del pessimo lavoro di coordinamento editoriale svolto da Tom Brevoort e dai suoi assistenti, che sono riusciti nella poco edificante impresa di concepire il peggior maxievento mutante della storia Marvel. Inoltre, finora abbiamo sempre difeso Jed MacKay, ma, tolto un epilogo secondario, che pare promettere sviluppi interessanti, alla fine pure lui ci è sembrato deciso a voler chiudere la pratica il prima possibile, terminando la vicenda in una maniera talmente assurda, da rendere molto improbabile il ritorno, in futuro, di questa realtà alternativa. È vero che Psylocke aveva preannunciato il piano di Rivelazione sulle pagine degli Stupefacenti X-Men, onestamente, però, non credevamo che lo scrittore canadese volesse seriamente arrivare a tanto.
Chissà cosa avranno pensato gli ottimi Ryan Stegman e Netho Diaz nel vedere i loro disegni sprecati in un albo narrativamente scarso come questo.
Voto: 5

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Ultimate Spider-Man 24

Spider-Man – Ventiquattro
Capitolo finale per questa nuova versione “definitiva” di Spider-Man e non nascondiamo che la chiusura scelta da Jonathan Hickman ci abbia lasciati un po’ con l’amaro in bocca. Non è la prima volta che l’autore statunitense manifesta una certa difficoltà nel dare un senso alle numerose trame introdotte in una serie sotto la sua gestione. In questo caso, tuttavia, è forte il sospetto che le lacune e la mancanza di risposte siano più la conseguenza di un’interruzione forzata decisa dai vertici della Marvel, che il risultato dei suoi limiti di scrittura. A dispetto delle dichiarazioni ufficiali di Hickman stesso, infatti, non si può negare che l’episodio si presenti diviso in due parti, quasi o del tutto scollegate tra loro. E se lo scontro decisivo con Kingpin e Mister Negativo procede fino in fondo con un minimo di coerenza, il resto è una sbrigativa risoluzione dei temi più importanti rimasti in sospeso, che non riesce a catturare il lettore dal punto di vista emotivo.
Probabilmente il nostro Jonathan si è accontentato di mostrare quali fossero le sue idee per il personaggio e come pensava davvero di concluderne la storia. Ma ci si è arrivati troppo rapidamente, lasciando ai comprimari solo lo stretto necessario e ai protagonisti giusto il tempo di farci intravedere qualche sussulto di umanità, che avrebbero meritato un approfondimento di ben altro tipo.
Voto: 6

MUUBP024ISBN 0
Ultimate Black Panther 24

Black Panther – Ventiquattro
Termina la sua corsa pure la versione Ultimate di Black Panther e lo fa nello stesso modo in cui era iniziata, in sordina, priva di un reale collegamento con il resto di Terra 6160, anche perché l’unico, flebile riferimento al Creatore e al suo regime – la presenza in Africa dei suoi luogotenenti Ra e Konshu – viene frettolosamente messo da parte a favore di una vicenda intrisa di misticismo (dove l’eco della saga di Dune risuona in maniera piuttosto evidente), in cui Bryan Hill non sembra mai avere le idee chiare, con nemici che appaiono e scompaiono senza una spiegazione convincente, contorte relazioni sentimentali tra i protagonisti giustificate confusamente e la natura del vibranio modificata più volte. Probabilmente meglio di così non si poteva fare, dato che tutti questi cambiamenti repentini, l’assenza di un vero finale e varie altre lacune dimostrano effettivamente – e maggiormente rispetto a Ultimate Spider-Man - che la Marvel ha improvvisamente deciso di chiudere la linea Ultimate, pur nella consapevolezza di mettere in difficoltà molti degli autori coinvolti, impreparati a eliminare ogni incongruenza dalle storyline a lungo termine che avevano già pianificato.
Voto: 6

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Batman e Robin 25 (DC Select 41)

Batman e Robin – L’Uomo Tranquillo parte uno
Alcuni potrebbero pensare che si tratti di un curioso caso di omonimia, e, invece, il Phillip Kennedy Johnson che sta facendo scempio della testata di Hulk è – per quanto sembri paradossale - lo stesso scrittore che ha reso la serie dedicata a Batman e a suo figlio Damian una delle migliori tra quelle oggi offerte dalla DC. Terminata l’inquietante saga che ha visto i due protagonisti affrontare il demoniaco Memento è tempo di tornare a scenari più consueti. Ecco, quindi, un misterioso e infallibile assassino che, appena uscito di prigione, comincia a fare strage degli sgherri del Pinguino.
Benché Johnson si confermi anche qui un autore che non riesce a entrare pienamente in sintonia con i personaggi di cui realizza le storie, fortunatamente la sua caratterizzazione del Cavaliere Oscuro e di Robin non si discosta in maniera significativa da quella tradizionale. In più abbiamo un ritmo concitato, sequenze d’azione ben congegnate e una prosa che si mantiene sofisticata, pur all’interno di un thriller violento e serratissimo. Senza dimenticare gli ottimi disegni di Fico Ossio, abilissimo nel modificare il suo stile per renderlo più dinamico nelle scene di lotta e negli scontri a fuoco e maggiormente sporco e ricco di tratteggi quando prevale l’intimità o la rievocazione del passato.
Voto: 7

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Absolute Evil (DC crossover 48)

Absolute Justice
One shot ambientato nell’Universo Absolute, che introduce una versione distorta della Justice League, composta da vari criminali visti di recente sulle testate delle nuove incarnazioni di Batman e soci, più alcune “new entry” che, stranamente, non avevano ancora fatto la loro comparsa nelle storie già pubblicate. Pur con qualche stereotipo e diversi scambi di battute che sfiorano pericolosamente il ridicolo (senza considerare le somiglianze con il piano escogitato dal Creatore nell’Universo Ultimate), Al Ewing riesce a mantenere inalterato il cinismo e la risolutezza manifestati dai protagonisti nelle saghe apparse finora, cercando di non scadere nella banalità, benché, essendo le varie collane piuttosto differenti come atmosfera e stile narrativo, qualche inevitabile semplificazione era da mettere in conto.
Giuseppe Camuncoli e Stefano Nesi se la cavano bene ai disegni, non preoccupandosi di mostrare particolari raccapriccianti o di estremizzare attraverso l’espressività dei volti la perversione di alcuni villain.
Voto: 6,5

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Conan il barbaro 15

Conan – Il nomade
Episodio per così dire “fuori serie”, che celebra la venticinquesima uscita in patria della testata della Titan Comics, attuale licenziataria dell’eroe di Robert E. Howard. Jim Zub usa un semplice, ma efficace, espediente narrativo per rievocare storiche saghe del Cimmero (tra cui Il tallone di Thak e La torre dell’elefante) che, oltre a permettergli di chiudere il cerchio con un finale metatestuale, fa da collante alle bellissime tavole dipinte a olio da Alex Horley (avvolte da una splendida doppia cover, sempre realizzata dall’artista lombardo), che, tra le altre cose, ci regala forse la Bêlit più sensuale mai apparsa in un fumetto di Conan.
Voto: 7,5

MTMNE014ISBN 0
Teenage Mutant Ninja Turtles 14

Tartarughe Ninja – Ujigami
Per quanto Gene Luen Yang sia un autore che apprezziamo molto e a dispetto di averlo già visto all’opera – anche se per breve tempo - su alcuni personaggi di Marvel e DC, non eravamo del tutto sicuri che potesse trovarsi a suo agio su una serie pop come quella di Raffaello & C. E invece, mai timore fu più ingiustificato del nostro. Proseguendo in continuità con il suo predecessore (l’impeccabile Jason Aaron), il cartoonist di origini taiwanesi dimostra immediatamente sia di conoscere a fondo il background dei protagonisti sia di sembrare parecchio divertito a raccontarne le gesta. Ne nasce un primo episodio che parte subito a spron battuto, ricco di azione vorticosa, dialoghi brillanti, misteri intriganti e nuovi, affascinanti personaggi. Il tutto trasferito adeguatamente in immagini da Freddie E. Williams II, il quale, pur non rinunciando a omaggiare il tratto underground che caratterizzava le storie in origine e a rappresentare gli Eroi con il Guscio in alcune loro pose iconiche, ne interpreta al meglio il vigore in tavole di grande impatto scenico.
Voto: 7,5

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C'era una volta... Le Edizioni Alpe

  • Pubblicato in Focus

C'era una volta... episodio 0.

Con questo articolo inauguriamo una nuova rubrica aperiodica, che cercherà di far conoscere - o riscoprire per chi è più avanti negli anni - autentiche glorie del fumetto, ormai tristemente confinate alla memoria di pochi. La nostra non deve essere intesa come una semplice rievocazione nostalgica, bensì come il desiderio di valorizzare un patrimonio della cultura popolare, che non merita di essere dimenticato. Naturalmente, non ci fermeremo solo ai personaggi, ma proveremo a fare luce (quando possibile, perché in alcuni casi le informazioni a disposizione sono davvero poche) anche su autori, editori e qualunque altro protagonista che abbia contribuito, in anni in cui chi lavorava con le “nuvole parlanti” veniva quasi visto con disprezzo dagli intellettuali, a rendere la Nona Arte il medium che ancora oggi appassiona tanti lettori in tutto il mondo.

In questa sorta di puntata zero abbiamo deciso di puntare i riflettori sulle Edizioni Alpe, approfittando della pubblicazione alla fine del 2025, da parte della Mencaroni Editore, di un bellissimo volume dedicato proprio alla casa editrice milanese. Il libro in questione (Comicando vol. 1 – Le Edizioni Alpe) è una preziosa guida per collezionisti, curata dall’autorevole Alberto Becattini (con la collaborazione di Luca Mencaroni e Marco Mario Valtolina), in cui vengono catalogate tutte le testate a carattere umoristico uscite per l’editore che, assieme all’Editoriale Metro di Renato Bianconi, fu per molti anni il concorrente più agguerrito del Topolino libretto della Mondadori (il popolarissimo albo che prosegue tuttora la sua corsa in edicola, attualmente prodotto e distribuito da Panini Comics). Il volume della Mencaroni, oltre a offrire delle precise introduzioni storiche a personaggi, collane e autori, riproduce con un’impeccabile stampa a colori praticamente tutte le copertine delle varie serie pubblicate dagli anni Quaranta – quando nacque la casa editrice – fino al 1990, anno in cui le testate di Cucciolo e Tiramolla (i character più famosi della Alpe) scomparvero dai chioschi di giornali (in realtà, ci furono due tentativi di revival di Tiramolla nei primi anni Novanta da parte della Vallardi e della Comic Art, ma entrambi non ebbero successo). L’enorme lavoro di schedatura compiuto da Becattini e colleghi, è ulteriormente arricchito dal fatto che per ogni albo edito fino all’inizio degli anni Settanta viene indicato il nome degli autori delle storie presenti al suo interno. Dati estremamente difficili da reperire, che rendono questa guida uno strumento irrinunciabile per chiunque sia interessato a conoscere in profondità un importante capitolo del fumetto italiano.

Comicando 1

Le Edizioni Alpe nacquero, dunque, nei primi mesi del 1940 (le informazioni relative alla data esatta della fondazione della casa editrice sono alquanto frammentarie e poco precise, non essendo disponibile nessuna testimonianza diretta dei protagonisti dell’epoca) su iniziativa di Giuseppe Antonio Caregaro, il quale negli anni Trenta aveva lavorato come amministratore della sezione periodici a fumetti della Arnoldo Mondadori Editore. Fu proprio la consapevolezza del successo delle pubblicazioni di cui si occupava (il Topolino in formato giornale, in particolare, che vendeva oltre centomila copie a settimana) che lo convinse a mettersi in diretta concorrenza con il parente (Caregaro era il marito di Aida Bruschetti, cugina di secondo grado di Arnoldo Mondadori), acquisendo le Edizioni Economiche Italiane (più le altre ragioni sociali Ausonia e Mundus) dai fratelli Alfredo e Mario Conte, di cui proseguì le collane a fumetti Le più belle avventure (note soprattutto per le prodezze di Saetta e Volpe e, successivamente, per aver dato i natali a Misterix, di Max Massimino Garnier e Paul Campani, uno dei primi supereroi italiani) e l’umoristico Gli albi di Scimmiottino, dedicato all’omonimo animaletto antropomorfo creato da Enver Bongrani (celebre cartoonist emiliano, attivo già a partire dai primi anni Trenta per i più importanti editori del periodo).

volpe alpe

Negli uffici della Mondadori, Caregaro aveva avuto la possibilità di conoscere diverse personalità di spicco della letteratura disegnata, tra cui Antonio Rubino (uno dei padri fondatori del fumetto italiano) e Federico Pedrocchi, che riuscì a convincere a unirsi a lui nella nuova esperienza editoriale, grazie alla sua ferma intenzione di produrre solo storie realizzate da autori del Bel Paese, differenziandosi, quindi, da Mario Nerbini (l’editore fiorentino che fu il primo a pubblicare il Topolino in formato giornale e, pochi anni dopo, il leggendario L’avventuroso, dove i giovani lettori dell’epoca scoprirono Flash Gordon, Mandrake, l’Uomo Mascherato e tanti altri famosissimi personaggi delle strisce sindacate americane) e dallo stesso Mondadori, che basavano gran parte del loro successo sul licensing di proprietà intellettuali statunitensi. Il neo-imprenditore veronese, infatti, era certo che Topolino avesse ben poche speranze di continuare a essere pubblicato, nonostante il permesso speciale ottenuto da Mondadori, che garantiva alle sue testate di poter continuare a utilizzare i fumetti di Walt Disney, a dispetto dell’editto emanato dal famigerato Ministero della Cultura Popolare, il quale, in nome dell’autarchia fascista, aveva vietato l’impiego di materiale editoriale non di origine nazionale (cosa che, effettivamente, accadde, non appena Mussolini dichiarò guerra agli Stati Uniti). Rubino e Pedrocchi nutrivano lo stesso convincimento di Caregaro, da cui la decisione di collaborare con le Edizioni Alpe. Cionondimeno, il poliedrico Federico non se la sentiva di abbandonare del tutto Mondadori, per il quale aveva realizzato – solo per citare le opere più note - la sceneggiatura (su soggetto di Cesare Zavattini e disegni di Giovanni Scolari) dell’epopea fantascientifica Saturno contro la Terra e, come autore completo, Paolino Paperino e il mistero di Marte, una delle prime storie al mondo a carattere avventuroso con protagonista Donald Duck. Continuò, quindi, a lavorare per l’editore milanese (cercando, oltretutto, di salvare il salvabile, quando il divieto del MinCulPop divenne effettivo. In particolare, per evitare di rinunciare alle tavole del Mickey Mouse di Floyd Gottfredson, Pier Lorenzo De Vita ritoccò i volti dei personaggi facendogli assumere fattezze umane e Topolino venne ribattezzato Tuffolino, con testi adattati proprio da Pedrocchi), benché ormai attivo anche con Caregaro alla Alpe, dove firmava le sue sceneggiature - probabilmente per rimanere in buoni rapporti con Mondadori - utilizzando lo pseudonimo Antonio Carozzi. Il contributo che diede Pedrocchi alla nuova casa editrice (prima della sua prematura scomparsa nel 1945, quando fu colpito dall’aviazione inglese mentre si stava recando a Milano in treno) non si limitò alla parte creativa, dato che fu determinante nel persuadere altri fumettisti di Topolino a lavorare per Caregaro. Su tutti, vale la pena citare almeno Walter Faccini, autore per la Alpe di Coriolano, un simpatico giovanotto, manager del gorilla pugilatore Pantaleo, le cui avventure verranno riproposte più volte pure quando Faccini, emigrato in Svizzera, abbandonerà il personaggio per dedicarsi all’attività di vignettista e illustratore. Lo sceneggiatore nativo di Buenos Aires, inoltre, spinse l’editore veronese a tornare parzialmente sui suoi passi, aiutandolo a ottenere i diritti di pubblicazione di Tim Tyler’s Luck (popolarissimo fumetto disegnato da Lyman Young, colonna di diverse testate anteguerra di Nerbini e Mondadori, più noto da noi come Cino e Franco), i cui protagonisti, per aggirare la censura fascista, vennero trasformati in due marinai finlandesi, impegnati in combattimento contro le forze dell’Unione Sovietica.

albo dei piccoli

Pedrocchi, però, viene principalmente – e giustamente - ricordato nella storia della Alpe per essere stato colui che scrisse le prime scorribande di Cucciolo e Beppe, i personaggi con cui Caregaro (che li ideò concettualmente) credeva davvero di poter soppiantare topi e paperi disneyani nel cuore dei piccoli lettori italiani. Non tutti sanno, infatti, che nelle loro storie iniziali, i due compagni di avventure avevano sembianze canine e una smaccata somiglianza con Topolino e Pippo. La coppia esordì sul numero 76 degli Albi Scimmiottino (con il cambio di editore, alla testata era stato leggermente modificato il nome) del 4 settembre del 1941, il primo sotto le insegne della Alpe, in una storia intitolata Cucciolo e la scure miracolosa, per i disegni del pittore Vittorino Anzi, detto Rino, di fatto il creatore grafico dei due personaggi. Anzi era un noto antifascista, sfuggito a un attentato dell’OVRA (la polizia segreta del Duce) mentre risiedeva in Francia, nel tentativo di coltivare le sue ambizioni artistiche. Il fumetto rappresentò per lui un lavoro di ripiego, non essendo riuscito a trovare altre occupazioni, a causa dell’ostracismo seguito al suo rifiuto di iscriversi al partito di Mussolini. L’impronta disneyana del suo tratto derivava dagli studi preparatori realizzati per rispondere a un’inserzione dello stesso zio Walt, che, in procinto di iniziare la produzione del lungometraggio dedicato a Pinocchio, si era messo alla ricerca di autori di talento italiani, in grado di aiutarlo a ritrarre il più fedelmente possibile la Toscana descritta nel romanzo di Carlo Collodi. La collaborazione con Disney non si concretizzò mai, ma quegli studi furono il biglietto da visita che convinse Caregaro ad affidargli i disegni dei due cagnolini, dopo averne valutato le capacità con alcune storie di Scimmiottino. Cucciolo e Beppe si trasferirono presto su una nuova testata, Gli albi della fantasia, che condividevano con altri personaggi, sulla quale, nel numero 4 del 15 febbraio del 1942, si presentarono ai lettori in una veste assolutamente inedita, avendo improvvisamente assunto fattezze umane.

cucciolo prima copertina

Le motivazioni che spinsero la Alpe a decidere per un restyling così radicale sono poco chiare. Qualche storico del fumetto sostiene che, forse su suggerimento di Pedrocchi o di Anzi, Caregaro si rese conto che sarebbe stato meglio distinguersi dai tanti concorrenti che affollavano le edicole, e che - anche diversi anni prima di lui - avevano lanciato varie pubblicazioni popolate da imitazioni dei personaggi disneyani o di altri celebri funny animal come il gatto Felix – apparso sul Corriere dei piccoli con il nome di Mio Mao – o l’elefantino Jumbo (arrivato in Italia per merito dell’editore Lotario Vecchi). Sta di fatto, però, che, ancora più sorprendentemente, Cucciolo mantenne il suo nome, sebbene in contraddizione con il suo nuovo aspetto. Tra le diverse ipotesi formulate per giustificare una scelta tanto curiosa (pure in questo caso non esistono testimonianze dell’epoca che possano aiutarci a capire), la più verosimile prende in considerazione l’innegabile somiglianza della nuova versione del personaggio con il nano Cucciolo del film di Biancaneve di Walt Disney, che – neanche a dirlo - fu un grande successo pure in Italia. A ogni modo, nemmeno questo cambiamento fu definitivo, dato che i due amici di carta sembravano, in quel momento, poco più che teenager, non i trenta-quarantenni con cui vennero caratterizzati dagli anni Cinquanta in poi.
Per le stesse ragioni, le avventure degli anni Quaranta di Cucciolo e soci erano significativamente differenti rispetto a quelle dei decenni successivi, essendo contraddistinte da un’atmosfera quasi fiabesca o vicine, per tematiche, a quelle del Topolino di Gottfredson, per poi sconfinare nell’esotismo vero e proprio quando Anzi - che nel 1943 venne richiamato alle armi, disertando poco dopo per unirsi ai partigiani francesi - fu sostituito da Ferdinando Corbella (anche lui, come Pedrocchi, spesso nascosto sotto uno pseudonimo, quello di Roberto Peroni), autore milanese che, in un secondo tempo, divenne uno dei collaboratori più validi della Casa Editrice Universo, dove rimase a lungo, praticamente in esclusiva.

cucciolo e beppe umani

Come è facile immaginare, gli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale e quelli subito seguenti furono piuttosto difficili per la Alpe, che a causa di diversi dissesti finanziari, fu costretta fino al 1949 a utilizzare una ragione sociale differente, Editoriale Subalpino.
Nel frattempo, scomparso Pedrocchi e perso anche Rubino – che, dopo aver gestito L’albo dei piccoli, lasciò Caregaro nel 1943, per dedicarsi al cinema di animazione - si presentò la necessità di arruolare nuovi fumettisti. È di questo periodo l’arrivo di Dario Guzzon (che in seguito farà furore come uno dei tre componenti della mitica EsseGesse), Lina Buffolente (una delle rarissime disegnatrici italiane attive nel secondo dopoguerra, con una lunghissima carriera che si protrarrà fino alla fine degli anni Novanta), Egidio Gherlizza (il cui contributo più importante all’interno della Alpe fu la creazione del canguro antropomorfo Serafino, una sorta di omaggio a Charlot, del quale mantenne il respiro poetico delle storie) e, soprattutto, Giorgio Rebuffi, all’epoca ancora uno studente di medicina, che, appresi i rudimenti della professione da autodidatta, preferì intraprendere l’attività di disegnatore di fumetti, mostrando subito – al di là di qualche inevitabile imperfezione nel tratto nei suoi primi lavori – di possedere un talento fuori dal comune. Prima di diventare l’autore che impostò in maniera definitiva le caratteristiche di Cucciolo e Beppe, si occupò di altri due personaggi, lo sceriffo Fox (poi affidato a Tiberio Colantuoni) e Bingo Bongo re del Tongo (successivamente proseguito da Sergio Asteriti, più noto come disegnatore di Topolino), ma è con i due ex cagnolini, ormai umani a tutti gli effetti, che diede il meglio di sé.

sceriffo fox

Nel frattempo, la coppia aveva cambiato di nuovo testata, accasandosi su Gaie Fantasie, inizialmente simile per dimensioni e layout a Gli albi della Fantasia, per trasformarsi, in seguito, nella risposta di Caregaro al mondadoriano Albo d’oro, il cui formato, molto simile a quello di un comic book, fu uno dei tre ad affermarsi nelle edicole italiane nei primi anni Cinquanta, a scapito principalmente del formato giornale (ormai portato avanti solo da Il vittorioso, Il corriere dei piccoli e alcune testate minori). Gli altri due erano il formato striscia (che la Alpe utilizzò poco) e il, già citato, formato libretto, che fu introdotto da Mondadori nell’aprile del 1949, per sostituire il Topolino giornale. Caregaro non intuì subito le potenzialità di quell’albo tascabile, contraddistinto dalla presenza di parecchie storie al suo interno, tanto che lo utilizzò in via sperimentale solo due anni dopo, come strenna fuoriserie di Gaie Fantasie. Evidentemente, però, gli incoraggianti dati di vendita di quest’ultima, lo portarono a guardare nella giusta direzione e qualche mese più tardi, nel gennaio del 1952, esordì finalmente il Cucciolo libretto, che ricalcava pari pari le caratteristiche del periodico a fumetti mondadoriano. Tuttavia, le molte pagine dell’albo determinarono subito il problema di avere in squadra nuovi autori, in particolare sceneggiatori, che potessero supportare il lavoro di Rebuffi, ormai cartoonist di riferimento della casa editrice. I due nomi più importanti che, in quel periodo, diedero un significativo contributo ai testi delle storie di Cucciolo furono il giornalista Roberto Renzi e Attilio Mazzanti (noto per aver creato, assieme a Giulio Chierchini, Geppo il diavolo buono, rielaborando un’idea di Luciano Bottaro). Al primo si devono, tra le altre cose, la ridefinizione di Bombarda (a cui affiancò anche il tonto compare Salsiccia), introdotto anni prima come avversario del protagonista, ma originariamente concepito per essere non più che un’imitazione di Gambadilegno e la creazione di Fantasmak, un geniale trasformista, chiaramente ispirato a Fantômas, ma inteso pure come richiamo del Macchia Nera disneyano. Il prolifico Mazzanti, invece, ideò Peppa, l’esuberante cugina di Beppe, benché qualche anno dopo preferì diradare sempre di più la sua collaborazione con la Alpe, per dedicare la maggior parte del suo tempo ad altri editori.

cucciolo libretto 1

Rebuffi, comunque, era un autore a tutto tondo, dotato di un umorismo sconfinato, che, con il pieno appoggio di Caregaro, riversò totalmente sulle pagine del nuovo mensile, finendo per modificare profondamente il mondo di Cucciolo. L’ingenuità delle prime storie divenne presto un lontano ricordo, per lasciare il posto ad avvincenti avventure in ogni angolo del globo, costantemente arricchite da gag e siparietti comici di vario tipo. Qualunque scenario - che fosse di genere fantascientifico, western, giallo o altro - poteva diventare lo sfondo di una trama, così come le mode e i costumi dell’epoca, che di frequente fornivano gli spunti per una satira bonaria, benché piuttosto pungente (soprattutto se confrontata con quella rintracciabile sul Topolino mondadoriano) e, per questo, capace di attrarre anche un pubblico più adulto.
Non proprio in sordina, ma neppure in pompa magna, sul numero 8 del tascabile di Cucciolo fece la sua prima comparsa Tiramolla. Il personaggio, frutto dell’immaginazione di Renzi (il quale, in varie interviste, ha raccontato di essersi ispirato per la sua creazione al silicone, il materiale in grado di deformarsi senza perdere consistenza, da poco scoperto negli Stati Uniti) venne subito raffigurato da Rebuffi come una creatura filiforme, capace di allungarsi e di trasformarsi a piacimento. È importante sottolineare che Tiramolla era, di fatto, un essere sintetico, in quanto nato a seguito di un’esplosione provocata da Beppe, mentre armeggiava con alcune sostanze chimiche nel laboratorio di un certo professor Nemus. Non che questo fu causa di turbamento per i piccoli lettori dell’epoca, che decretarono l’immediato successo del personaggio, tanto che “il figlio del caucciù e della colla” (come si definì lui stesso, appena “presa vita”) divenne un comprimario pressoché permanente delle storie di Cucciolo, fin quasi ad arrivare a soppiantare il protagonista della testata (in maniera simile a quanto accaduto, pochi anni prima, a Topolino ed Eta Beta). Caregaro non poteva chiedere di meglio dato che, vista l’ottima accoglienza del Cucciolo libretto (il quale, dopo il suo esordio, si assestò rapidamente su vendite di circa cinquantamila copie a numero), aveva bisogno di un personaggio forte che potesse garantirgli di uscire in edicola con un nuovo tascabile. E così, nel luglio del 1953, a soli undici mesi dalla sua nascita, Tiramolla ottenne la sua testata personale, arrivando nel tempo a vendere più di ogni altro albo della Alpe e a scalzare Cucciolo e Beppe dal ruolo di portabandiera della casa editrice.
È facile intuire il perché di questo ribaltone: il character di Renzi e Rebuffi sembrava praticamente un supereroe in versione umoristica. Con il suo corpo deformabile poteva fare di tutto: ingrandirsi, rimpicciolirsi, rimbalzare come una palla, trasformarsi virtualmente in qualunque oggetto, creando effetti comici a ripetizione. Era, insomma, una specie di variante nostrana del Plastic Man di Jack Cole (che il disegnatore milanese confessò essere realmente stato una sua fonte di ispirazione) e, quindi, inevitabilmente più affascinante e divertente di due normali “esseri umani” come Cucciolo e Beppe.

tiramolla prima apparizione

Fu, tuttavia, ancora grazie a Rebuffi se le avventure della coppia ripresero vigore, quando nel 1959 introdusse un nuovo, memorabile personaggio, Pugaciòff, il lupo della steppa.
Nato, esattamente come Tiramolla, per essere un semplice comprimario, finì per guadagnare sempre più spazio e diventare il vero protagonista delle storie. Queste, almeno inizialmente, tendevano a ripetere costantemente lo stesso schema, che vedeva il famelico lupo tentare in tutti i modi di divorare Bombarda, che essendo piuttosto in carne, si configurò subito come sua preda designata. Successivamente, quest’ultimo trovò un inaspettato alleato nello squalo Geraldo e il ritmo indiavolato degli scontri tra i tre personaggi rese l’umorismo di Rebuffi persino più scoppiettante (vicino, per certi versi, alla comicità scatenata e surreale dei cartoon di Tex Avery). Il tutto accresciuto dal singolare accento russo con cui si esprimeva Pugaciòff, che lo portava a far terminare quasi ogni parola o con una doppia effe o con il suffisso “ski”.

pugacioff cucciolo

Oltre a Rebuffi, però, è bene ricordare che, all’inizio degli anni Cinquanta, alla Alpe era arrivato un altro giovane disegnatore  di belle speranze, Luciano Bottaro. Messo a lavorare su serie secondarie, soprattutto di sua creazione, fu in grado di sopperire all’assenza del fumettista milanese su Gaie Fantasie e di riempire le pagine del Cucciolo libretto, la cui consistente foliazione non poteva essere interamente coperta da storie dedicate al titolare della testata. Uno dei primi personaggi creati dal futuro maestro Disney per Caregaro fu Tim, il mozzo di un galeone di pirati. Ad aiutarlo nei testi, così come già successo con Rebuffi, arrivò Renzi, il quale, però, in uno dei suoi soggetti aveva immaginato che il protagonista delle storie, da mozzo si trasformasse improvvisamente nel comandante della nave. Bottaro ritenne quella trovata piuttosto inverosimile e propose all’editore veronese una sua versione, in cui l’idea originale di Renzi sarebbe stata mantenuta, ma trasferita a un nuovo personaggio, che chiamò Pepito. Caregaro accettò e la prima avventura di questo simpatico piccolo corsaro apparve sul numero 3 di Cucciolo, proseguendo poi la sua strada su Gaie Fantasie.
Tuttavia, quando Bottaro dovette interrompere la sua attività perché costretto a partire per il servizio militare, il patron della Alpe mise il personaggio nelle mani di altri autori e, soprattutto, si accordò con la casa editrice parigina S.A.G.E. per pubblicare le storie di Pepito anche in Francia. Oltralpe, il giovane pirata e la sua banda di filibustieri divennero subito popolari, tanto da dare vita a una collana a loro intestata che durò una quindicina d’anni. Nel nostro paese, invece, le cose andarono molto diversamente. Espletati gli obblighi di leva, l’artista di Rapallo si riprese il suo personaggio e quando Caregaro abbandonò l’idea di dedicare un nuovo tascabile a Maramao, un gatto antropomorfo che Bottaro stava realizzando su testi di Carlo Chendi, fu proprio Pepito ad avere l’onore di uscire in edicola nello stesso formato di Cucciolo e Tiramolla. A differenza di questi ultimi, però, il suo mensile ebbe, inspiegabilmente, vita breve (18 numeri editi tra il 1955 e il 1956). Nonostante la buona qualità delle storie, comprese quelle dei comprimari, tra cui altre creazioni di Bottaro come la giubba rossa Baldo e gli imbranati banditi Pop e Fuzzy, i lettori della Penisola non apprezzarono la testata. Cionondimeno, forte del successo che il capitano della Cetriolitas stava riscuotendo in terra francofona, il creatore di Pon Pon e Re di Picche realizzò parecchie storie per i periodici della S.A.G.E. (molte delle quali, purtroppo, inedite da noi), coadiuvato anche da autori locali.

pepito 1

A ogni modo, Caregaro non si perse d’animo e poiché i divieti del MinCulPop potevano fortunatamente considerarsi una triste reminiscenza del passato, avendo notato che i cartoni animati americani, con protagonisti i funny animal, godevano di un seguito non indifferente presso i piccoli spettatori italiani, si assicurò i diritti di pubblicazione dei personaggi di Walter Lantz. Il mensile Picchiarello (dal nome dato, non si sa se dall’editore veronese stesso o da un redattore della Alpe, a Woody Woodpecker, chiamato in precedenza, su un’effimera collana Nerbini, Picchio Pacchio) esordì nel luglio del 1956, inizialmente in formato albo d’oro, per poi assumere, già dall’anno successivo, le caratteristiche editoriali dei tascabili di Cucciolo e Tiramolla. La maggior parte delle storie all’interno dell’albo (così come le copertine) provenivano dai comic book della Dell/Western e, presto, al titolare della testata si affiancarono anche gli altri protagonisti dei cartoon prodotti dallo studio di Lantz, come Andy Panda, Osvaldo (Oswald the Rabbit) e Frigo (Chilly Willy). Non mancarono, comunque, serie italiane, realizzate da nuovi autori approdati in quegli anni alla corte di Caregaro, come Antonio Terenghi (più noto per Tarzanetto della Dardo e Pedrito el Drito della Universo), Franco Aloisi (artista dallo stile eccentrico che finì, poi, per fare il doppiatore e l’attore televisivo) e Leone Cimpellin (abilissimo disegnatore veneto, che passava indifferentemente dal fumetto comico a quello realistico e che lavorò per quasi tutti i grandi editori italiani), messi all’opera anche sugli altri periodici della casa editrice. L’albo proseguì con alterne fortune fino al 1980, quando fu una delle prime testate storiche della Alpe a chiudere, a seguito dell’inarrestabile declino di vendite, di cui soffrì l’editoria a fumetti nostrana in quel decennio (Picchiarello fu, però, rilevato dall’Editrice Cenisio, che continuò a pubblicarlo fino al 1992).

picchiarello 1

Ma, tornando alla seconda metà degli anni Cinquanta, abbiamo già detto della popolarità raggiunta in breve tempo da Tiramolla, che portò all’esordio del mensile tascabile a suo nome. Ben presto, tuttavia, la mole di lavoro di Rebuffi si rivelò eccessiva, per cui, fu Umberto Manfrin a diventare progressivamente il disegnatore principale del personaggio (in misura minore, vanno ricordati pure Alberico Motta e Michele Seccia). L’artista friulano, che, spesso, nelle sue tavole, preferiva firmarsi Manberto, dimostrò di possedere un’ironia non meno efficace di quella del suo collega milanese, sebbene maggiormente orientata al nonsense o alla demenzialità vera e propria. Una caratteristica che si sposava bene con un personaggio bizzarro come Tiramolla e che infuse nei due strepitosi comprimari che, di lì a poco, arrivarono nelle storie, il cane Ullaò e - in particolare - l’imperturbabile maggiordomo Saetta, sempre pronto a soddisfare i bisogni del suo principale, un impenitente amante dell’ozio, impegnato a trascorrere gran parte del suo tempo a dormire. Manfrin disegnò e spesso scrisse (quando non aiutato da Renzi o da altri sceneggiatori) centinaia di avventure dell’eroe gommoso, tanto che gli piaceva definirsi il “tiramolliere”. Come nei soggetti per Cucciolo, non mancavano riferimenti ai fatti di cronaca o all’attualità, di frequente presi di mira con spirito beffardo. Non è un caso che uno degli “avversari” più importanti di Tiramolla (oltre a Mister Magic, un criminale in costume che parodiava i pittoreschi nemici di Superman e soci) fosse l’implacabile Avvocato del Diavolo, che perseguitava in continuazione il protagonista con citazioni e multe da pagare.

tiramolla manfrin 2

Il 7 ottobre del 1963, a soli 62 anni, Caregaro morì improvvisamente, per complicazioni legate al diabete di cui soffriva da tempo e la casa editrice passò nelle mani del figlio Gianantonio. Costui, tuttavia, preferì lasciarne la gestione a due fedeli collaboratori del padre, Teresa Comelli e Leonello Martini, con quest’ultimo che assunse la carica di direttore responsabile, proseguendo nel solco tracciato dal fondatore, con il quale aveva condiviso da sempre la linea editoriale.
Gli anni Sessanta, per la Alpe, furono probabilmente i migliori dal punto di vista creativo con Rebuffi e Manfrin, giunti alla piena maturità artistica e Bottaro che, nonostante il notevole impegno per Topolino, continuò a lavorare anche per altri editori (è di quel periodo la serie Wisky – in seguito corretto in Whisky - e Gogo, con protagonisti un orso ubriacone e il trapper che lo aveva allevato), ma sul finire del decennio, cominciarono ad apparire i sintomi preliminari di quel declino che – tolto il settimanale disneyano di Mondadori – colpì indistintamente tutte le testate umoristiche nate negli anni Cinquanta e Sessanta, fino a segnarne la scomparsa agli albori del nuovo millennio. Non sorprende, quindi, che dal 1967 in poi, sui tascabili della Alpe, le storie originali iniziarono a essere inframmezzate da varie ristampe che, progressivamente, arriveranno a occupare l’intero albo. A ogni modo, nei primi anni Settanta, ci fu un ultimo sussulto: persi Rebuffi nel 1970 e Manfrin nel 1976, che presero a collaborare con altri editori, furono reclutati Carlo Peroni (che portò in dote il personaggio di Gervasio, apparso in precedenza sulle testate della AVE) e Franco “Bonvi” Bonvicini, che per Cucciolo creò Capitan Posapiano, a cui lavorarono anche i giovanissimi Guido “Silver” Silvestri e Claudio “Clod” Onesti. Il futuro papà di Lupo Alberto realizzò, assieme al suo mentore, pure alcune storie di Cattivik, il buffo criminale in calzamaglia nera, ideato da Bonvi tempo prima per un giornale studentesco, che venne riproposto con episodi inediti su Tiramolla dal 1970 al 1972, per diventare, successivamente, uno dei protagonisti del fumetto comico italiano, tanto da ottenere una testata tutta sua alla fine degli anni Ottanta grazie alla ACME Edizioni.
Nel 1976, la Alpe venne ceduta dalla famiglia Caregaro a Teresa Comelli, che non riuscirà a invertire la parabola discendente delle vendite, pur tentando di coinvolgere Rebuffi in un rilancio dei personaggi principali che, però, non si concretizzò mai. Lasciato Tiramolla alla Vallardi, la casa editrice milanese chiuse definitivamente i battenti nel 1991 con il numero 61 della nuova versione di Gaie Fantasie.

cattivik su tiramolla

Tanti altri furono i personaggi apparsi sugli albi della Alpe (parecchi anche a carattere avventuroso, ai quali ci riserviamo di dedicare un futuro approfondimento), così come gli autori transitati per un periodo più o meno lungo nelle stanze della casa editrice. Lo spazio limitato di questo articolo non ci permette di citarli tutti, meritano, però, di essere ricordati almeno Onofrio Bramante (artista che collaborò con molti editori, e il cui character più importante creato per la Alpe fu Top Mix, per il quale realizzò nuove storie fino ai primi anni Ottanta) e Nicola Del Principe (maggiormente noto per l’enorme mole di tavole prodotte per le testate di Bianconi, che su Cucciolo disegnò, tra le altre cose, le comiche avventure del rinoceronte Asdrubale e del suo amico Tip Ranocchio).

In conclusione, nel caso fossimo riusciti a incuriosirvi e a farvi venire voglia di leggere le storie di questi grandi protagonisti del fumetto italiano, oltre a divertirvi nei mercatini dell’usato a cercare qualche albo originale (tolti i primi numeri, piuttosto difficili da reperire, già quelli degli anni Sessanta si trovano in vendita a pochi euro), vi consigliamo di procurarvi i seguenti volumi, che hanno recentemente ristampato le storie più significative di quei personaggi: Pugaciòff (Sbam!, 2021), Tiramolla – I 70 anni di un mito (Sbam!, 2022), Pepito - il governatore sulla Luna (Editoriale Cosmo, 2024).

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Riferimenti bibliografici principali
•   Luca Boschi, Italia Ride! L’avventurosa epopea del fumetto comico italiano del dopoguerra, ANAFI, 2020
•   AA. VV., Tiramolla 60+1, Annexia, 2013
•   AA. VV., Cucciolo & dintorni, Annexia, 2015
•   Silvio Costa, Marco Della Croce, Franco Spiritelli, Luciano Tamagnini, Luciano Bottaro. Un sorriso lungo una vita, ANAFI, 2007
•   Riccardo Renzi, Edoardo Rosati, Roberto Renzi. Liane e silicone. Da Akim a Tiramolla, Comicon Edizioni, 2019
•   Alberto Becattini, Picchi, panda e coniglietti. I personaggi di Walter Lantz tra animazione e fumetto, Alessandro Tesauro Editore, 2020

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Dylan Dog Speciale 40: Horror Stories – Le nebbie di Praga, recensione: l’esordio del nuovo Speciale di Dylan

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Con lo Speciale numero 40 uscito nel marzo 2026, la Sergio Bonelli Editore inaugura una nuova formula editoriale destinata ad affiancare lo storico Speciale autunnale. La sotto-collana si intitola Horror Stories e il primo episodio, Le nebbie di Praga, propone 128 pagine in bianco e nero illustrate da Corrado Roi, con copertina firmata da Angelo Stano.

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L’albo, scritto da Marco Nucci, non segue la classica struttura a episodi separati, ma adotta una narrazione a matrioska - o a “scatole cinesi” - in cui la trama principale incornicia una serie di micro‑storie che si intrecciano tra loro.
L’ambientazione è la Praga del 1928. Dylan Dog riceve una lettera dal rigattiere Josif Krubach e si reca nella capitale ceca per indagare su un’eredità misteriosa: un negozio di anticaglie appartenuto al padre di Josif. All’interno del negozio viene ritrovato un diario legato a cinque anelli magici, ognuno dei quali associato a una storia dell’orrore e a un morto diverso.

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I racconti esplorano varie declinazioni del perturbante, diventando tasselli di un antico rituale volto a evocare il Golem, creatura leggendaria della mitologia ebraica, un gigante d’argilla animato tramite magia per servire o proteggere il suo creatore. Il ritmo narrativo è volutamente contorto e affonda in una dimensione onirica — cifra tipica delle avventure dell’Indagatore dell’Incubo — con l’intento di far smarrire il lettore in una Praga dove il confine tra reale e fantastico si dissolve continuamente.

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Il tratto di Roi si sposa perfettamente con l’ambientazione praghese. Il suo segno sporco, ruvido, quasi materico, enfatizza i contorni delle architetture e dei volti, rendendoli spettrali e indefiniti, capaci di fondersi con le atmosfere notturne. L’albo, nel classico bianco e nero bonelliano, sfrutta magistralmente i chiaroscuri: la nebbia diventa un elemento narrativo che avvolge ogni cosa, creando un immaginario denso e palpabile.
Le nebbie di Praga si rivela un intermezzo ideale tra un inedito e l’altro, capace di immergere il lettore nelle orrorifiche e affascinanti atmosfere del vecchio Dylan.

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