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Spider-Man: Brand New Day, recensione: Peter Parker diventa adulto

  • Pubblicato in Screen

Al suo quarto film in solitaria, lo Spider-Man di Tom Holland ha ormai trovato una propria dimensione e una piena maturità, e la conferma arriva dalla pellicola di Destin Daniel Cretton (Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli), che prende il posto di Jon Watts regalandoci la migliore versione del personaggio vista finora nell'MCU. Se infatti il suo ingresso nell'universo narrativo ideato dai Marvel Studios, avvenuto dieci anni fa in Captain America: Civil War, era stato accolto con entusiasmo dai fan, nel tentativo di differenziarsi dalle precedenti incarnazioni di Tobey Maguire e Andrew Garfield, gli autori avevano messo in scena una versione un po' sbiadita in diversi aspetti del Peter Parker dei fumetti e dei film precedenti. Il carisma di Holland, le interazioni con gli eroi dell'MCU, le gradevoli pellicole di Watts, oltre all'affetto per l'Uomo Ragno, avevano però l'effetto di mettere in secondo piano questi limiti. Fu solo con No Way Home del 2021 che il lungo percorso di origine dell'eroe trovò finalmente il suo punto d'arrivo, consegnandoci un Peter Parker sfaccettato, con un background interessante e riconoscibile, anche grazie al passaggio di testimone con le precedenti versioni.

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Avevamo dunque lasciato Peter dimenticato dal mondo intero, dai suoi amici, dalla sua ragazza e completamente solo. Brand New Day non solo riprende le redini da questo punto, ma ne fa - giustamente - il filo conduttore di tutto il film. Peter Parker non è più l'adolescente conosciuto nei precedenti capitoli della saga, ma il suo processo di maturazione non è ancora avvenuto del tutto. Questa crescita passa anche attraverso un cambiamento del suo corpo, che lo porterà a dover affrontare i suoi demoni: Peter racchiude in sé il senso di colpa per la morte di zia May, sente di dover stare in disparte per non ferire le persone che ama, ma il suo dramma inizia a estendersi al di fuori del suo cuore, arrivando alla sua mente e al suo corpo. L'unico modo per vincere è prendere coscienza del problema, affrontarlo e comprenderlo. Ma il dilemma di Peter non è solo suo: in maniera intelligente Cretton mette attorno a Spider-Man una serie ampia di co-protagonisti, ognuno funzionale alla storia, dal Frank Castle di Jon Bernthal al Bruce Banner di Mark Ruffalo, fino a Sadie Sink, la cui identità non sveleremo. In questo modo ogni personaggio avrà il suo percorso di crescita e consapevolezza, in un racconto che mette al centro tematiche importanti quali, per l'appunto, la crescita, il bisogno di condivisione e l'empatia.

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Il cast è molto affollato, ed è vero che finora le interazioni cinematografiche dello Spider-Man di Holland hanno sempre coinvolto un gran numero di personaggi. Tuttavia, se qualcuno potrebbe desiderare di vedere un film incentrato esclusivamente sull'Uomo Ragno, è altrettanto vero che ogni presenza ha una sua funzione, un suo senso e un proprio percorso, e tutto viene costruito e gestito in maniera davvero lucida. Chiaramente, l'evoluzione di Peter, così come quella di MJ e Ned, resta centrale, e la loro vicenda si sviluppa con coerenza e sapienza, ma l'opera funge anche da ponte importante per gli altri personaggi coinvolti (un'origin story per qualcuno) e per il futuro del MCU. L'intero cast, ad ogni modo, offre una prova eccellente e restituisce la magia di un universo narrativo interconnesso che ormai si faticava a ritrovare da anni, con un MCU in affanno. Il lungometraggio, insieme al prossimo Avengers: Doomsday, sarà centrale per il suo rilancio.

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Per quanto riguarda la trama e il modo in cui viene narrata, il regista opta per una narrazione più asciutta e concede meno spazio all'umorismo rispetto al passato: non sappiamo se la scelta sia puramente stilistica, anche in virtù delle tematiche toccate dall’opera, o se sia un'imposizione dall'alto; ad ogni modo, ci è apparsa la scelta migliore. La storia che porterà poi Spider-Man a entrare in azione e che si sviluppa nel corso del film è forse la parte più debole, non perché non riuscita o non interessante, ma perché abbastanza scontata nei suoi sviluppi narrativi principali, rendendo prevedibili alcune svolte nella trama. Ciò, tuttavia, non inficia in alcun modo la validità della pellicola, ad oggi la migliore del ciclo di Holland a nostro dire. Un ottimo film, o per meglio dire un ottimo cinecomic, in quanto l’opera fa sua tutta la grammatica del "genere", ma la propone al meglio delle sue possibilità. Tante belle scene, tanti bei momenti: tutto al posto giusto.
Naturalmente, Spider-Man tornerà al cinema e, dopo la visione di Brand New Day, ne siamo lieti.

Voto: 8

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Intervista a David Mack: La carriera dell'artista di Kabuki, passando per Daredevil, Echo e Dark Shots

Durante l’ultima edizione del Napoli Comicon, grazie a Mirage Comics, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare David Mack, l’autore di Kabuki (qui la nostra recensione del volume pubblicato dalla Mirage) e di un noto ciclo di Daredevil, nel quale ha dato vita al personaggio di Echo.
Potete ascoltare le sue risposte nel video qui di seguito oppure leggerle nella sua trascrizione.

Intervista a cura di Antonio Ausilio e Luca Tomassini. 
Editing video di Gennaro Costanzo.



Antonio: Ciao David, come stai?
Bene grazie. Sono molto felice di essere qui!

Antonio: È la tua prima volta a Napoli, giusto?
Sì, è la mia prima volta a Napoli. Sono arrivato in aereo a Milano, sono andato a Como, quindi in auto a Firenze, Perugia, Roma e infine a Napoli.

Antonio: Praticamente hai visitato quasi tutta l'Italia?
Sì, è stato un bel viaggio che ho fatto nelle ultime due settimane. In passato sono stato anche a Bologna e all’Etna Comics in Sicilia. Vengo in Italia ogni anno. Amo il vostro paese.

Antonio: Mirage Comics sta ristampando Kabuki, il tuo primo capolavoro. Ti piace questa nuova edizione? Potresti anche spiegare ai nuovi lettori la genesi del personaggio? Da dove ti è venuta l’ispirazione?
Sono molto grato alla Mirage Comics per aver deciso di pubblicare integralmente Kabuki. Il primo volume è già disponibile e speriamo che il secondo sia pronto per Lucca, alla fine di ottobre. Vorrei tornare in Italia per quell’occasione. Per completare tutta la saga di Kabuki saranno necessari quattro volumi. Si tratta del mio primo fumetto, grazie al quale la Marvel mi ha poi chiamato per scrivere Daredevil.È un’opera che ho realizzato mentre ero al college e a ogni lezione, che fosse di grafica, storia, mitologia o letteratura convincevo l’insegnante a farmici lavorare, spiegando perché avesse i requisiti per far parte di quello specifico corso, fino a utilizzarla come tesi di laurea.

Luca: David, il tuo stile è una sofisticata combinazione di tecniche differenti. All’inizio della tua carriera è stato difficile passare dalle case editrici indipendenti ai grandi editori come la Marvel? È stato difficile mantenere intatta la tua visione artistica?
Sono molto grato di aver avuto il tempo di sviluppare il mio stile per conto mio, lavorando in una casa editrice indipendente e realizzando le mie opere creator-owned. Ho potuto raccontare molte delle mie storie con Kabuki e lasciare che fosse la storia stessa a guidare la mia evoluzione come autore. Credo che questo mi abbia giovato. Se avessi iniziato direttamente alla Marvel o presso un editore più grande, forse avrei sentito il peso di certe aspettative e la necessità di seguire quello che viene percepito come uno “stile della casa”. Io, invece, non l’ho vissuta così. Quando la Marvel mi assunse come sceneggiatore di Daredevil, avevo già accumulato un corpus abbastanza ampio di lavori grazie a Kabuki. Sentivo che mi avevano scelto proprio sulla base di quel percorso. Successivamente mi chiesero anche di realizzare dei disegni. Fu Joe Quesada ad assumermi. Joe Quesada e Jimmy Palmiotti stavano occupandosi della parte artistica di Daredevil, mentre io subentrai alla sceneggiatura dopo Kevin Smith. A un certo punto Joe mi disse: “Perché non fai anche qualche copertina? Sei anche un disegnatore”. E io risposi: “Ma no, nessuno alla Marvel vuole vedere i miei disegni. Sono felice di scrivere la serie”. Lui invece insistette: “Vogliono vedere il tuo lavoro”. Sono davvero riconoscente a Joe per aver insistito affinché iniziassi dalle copertine. Così ho semplicemente fatto il lavoro che so fare, ed era proprio ciò che desideravano. Non ho avuto la sensazione di dover cambiare troppo .Penso che alcune persone vivano quell’esperienza in modo diverso, ma la mia impressione è che le grandi aziende vogliano assumerti proprio perché fai qualcosa di differente. E credo che il modo migliore per essere notati da un grande editore sia costruirsi una voce unica, distinta da quella di tutti gli altri.

Antonio: Restando a Daredevil, quando hai sviluppato il personaggio di Echo, hai evitato di creare un character speculare al Diavolo Rosso, ma, in ogni caso, hai cercato di bilanciare la cecità di Matt Murdock con la sordità di Maya Lopez. Per quale motivo hai preso questa decisione?
Stavo portando avanti Daredevil e Joe Quesada mi disse che potevo realizzare qualsiasi storia volessi, purché creassi un personaggio completamente nuovo. Secondo lui, infatti, tutti quelli che cominciavano a scrivere Daredevil volevano sempre utilizzare Elektra, Bullseye, Wilson Fisk. Kingpin, oltretutto, è stato pure preso in prestito da Spider-Man. Fu un’autentica sfida dal punto di vista creativo e sono davvero grato a Joe per avermelo proposto. A ogni modo, guardando a Daredevil, si tratta di un personaggio che percepisce il mondo in maniera diversa dalle altre persone. Quindi, ho pensato che potesse essere interessante avere un altro personaggio con caratteristiche simili, in modo che si creasse una sintonia tra i due, considerando che entrambi si sentivano diversi dalla maggior parte delle persone. Ma, come tu hai detto, Maya Lopez raccoglie le sue informazioni sul mondo attraverso la vista, non attraverso l’udito come Daredevil. Pertanto, anche se potevano relazionarsi l’uno con l’altro, proprio perché diversi dalle altre persone, allo stesso tempo, le loro diversità avrebbero potuto creare dei malintesi e allontanarli. Una dinamica secondo me interessante da esplorare.

Luca: David, parliamo della tua collaborazione con Brian Michael Bendis. Siete amici molto stretti. Se ricordo bene, avete lavorato insieme per la prima volta insieme (in Marvel) a un arco narrativo di Daredevil intitolato Wake Up, che ricordo con grande affetto. Puoi raccontarci qualcosa della chimica tra te e Brian? E una domanda: è più facile o più difficile lavorare con un amico?
Grazie per avermi chiesto di Brian Michael Bendis. Sì, Brian Bendis e io siamo migliori amici dal 1993. Ci siamo conosciuti durante una convention a Chicago. Io stavo scrivendo Kabuki e cercavo un disegnatore. Quando incontrai Brian, lui scriveva e disegnava i suoi fumetti noir e polizieschi.Mi mostrò uno dei suoi fumetti crime e io gli suggerii di usare più ombre nell'inchiostrazione, perché la storia aveva un'atmosfera noir. Gli piacque molto il mio consiglio. All'epoca Brian trovava lavoro soprattutto come disegnatore a matita e, la prima volta che ci incontrammo, fu proprio lui a procurarmi un lavoro come suo inchiostratore. Così, nei primi anni Novanta, lavorammo insieme come team matitista-inchiostratore su diversi progetti indipendenti che... probabilmente è meglio non nominare, perché non dovreste andare a cercarli! Non erano un granché, ma erano il nostro periodo di formazione. Realizzammo insieme un adattamento di The Call of Cthulhu di H.P. Lovecraft, lavorammo su alcuni progetti per Caliber Comics, facemmo una serie dedicata a Dracula e varie altre cose. Come coppia artistica funzionavamo davvero molto bene.In origine Brian avrebbe dovuto essere il disegnatore di Kabuki. Ho ancora alcuni disegni di Kabuki realizzati da lui nel 1993. Mentre lavoravamo ai nostri progetti creator-owned, grazie a Kabuki ricevetti l'offerta di scrivere Daredevil. Come dicevo prima, Joe Quesada mi chiese di realizzare anche le copertine. Io risposi: "No, alla Marvel vogliono vedere solo i tuoi disegni."E lui disse: "Fai la prima copertina da solo. Le altre le realizzeremo insieme."All'epoca non esistevano né le e-mail né gli scanner. Siamo negli anni Novanta. Io preparavo uno schizzo della copertina di Daredevil, Joe Quesada la disegnava a matita, Jimmy Palmiotti la inchiostrava e poi mi spedivano l'originale in una scatola FedEx.Io prendevo quella tavola originale e ci dipingevo direttamente sopra, sperando di non rovinarla. Poi la rimettevo nella scatola FedEx e la rispedivo indietro. In una di quelle spedizioni infilai anche alcuni fumetti indipendenti in bianco e nero di Brian. Inserii nella scatola la sua miniserie in quattro numeri Torso. Era un po' come un cavallo di Troia. Quesada mi chiamò e disse:"Ho ricevuto la copertina... ma cosa sono tutti questi fumetti indipendenti in bianco e nero?" Gli risposi: "Appartengono al mio migliore amico, Brian Bendis. Sono suoi lavori. Collaboriamo insieme e pensavo fosse giusto farteli vedere." Joe mi disse: "Il suo stile grafico non mi convince molto." E io risposi: "Va bene, però leggili comunque. Magari ti piaceranno le storie." Qualche tempo dopo mi richiamò e disse: "Come scrittore ha davvero del potenziale." In quel periodo io scrivevo Daredevil e Joe lo disegnava, ma nel frattempo era diventato Editor-in-Chief della Marvel. Le uscite della serie iniziavano ad accumulare ritardi perché il suo nuovo incarico gli lasciava poco tempo per disegnare. Così mi chiese: "Tu stai già scrivendo Daredevil. Perché non ti occupi anche dei disegni?" Io gli risposi: "Sì... però sto realizzando contemporaneamente anche Kabuki per Image Comics. Sarebbe davvero troppo lavoro." Allora gli proposi: "Perché non coinvolgiamo Brian?" In pratica passai dall'essere solo sceneggiatore di Daredevil a occuparmi temporaneamente anche dei disegni del numero successivo, così da poter far ottenere a Brian Bendis un incarico come sceneggiatore e lavorare insieme. Da quella scelta nacque proprio la storia Wake Up di cui parlavi. Quello fu il nostro primo lavoro alla Marvel. Grazie a quel progetto Brian ebbe poi l'opportunità di proporre Ultimate Spider-Man. Successivamente realizzammo insieme Alias con Jessica Jones, per il quale io dipinsi anche le copertine. Più avanti scrivemmo insieme Daredevil: End of Days. Nel corso degli anni abbiamo collaborato moltissimo, sia nei fumetti indipendenti sia alla Marvel. Infine abbiamo creato una nostra serie creator-owned intitolata Cover. Dopo oltre trent'anni di amicizia siamo finalmente riusciti a realizzare una serie completamente nostra, ideata insieme dall'inizio alla fine.»

Luca: Dopo così tanti anni è stato difficile ritrovare la stessa sintonia lavorando di nuovo con Brian?
Direi che ogni progetto ha avuto una chimica tutta sua. Lavorare con Brian non è mai stato difficile. Anzi, è sempre un piacere. È un collaboratore eccezionale. Contribuisce tantissimo al progetto, ma allo stesso tempo vuole che chi lavora con lui si senta libero di esprimersi e abbia lo spazio necessario per dare il proprio contributo creativo. È una cosa che apprezzo molto. Da Brian ho imparato tantissimo su come comunicare con gli altri collaboratori in modo efficace e diplomatico.  È davvero molto bravo in questo. Lavorare insieme è stato semplicemente un piacere.»

Antonio: L’ultima domanda riguarda il nuovo libro con Mirage, Dark Shots. Una collaborazione di diversi artisti. Puoi dirci qualcosa a riguardo?
Ho incontrato Francesco Marcantonini, l’editore, due anni fa a Como e dopo solo un anno aveva già pubblicato quattro delle mie opere in volumi cartonati. E adesso, dopo un altro anno, ancora nuovi libri, tra cui l’integrale di Kabuki e Dark Shots. Quest’ultimo è un’antologia in cui l’amico Federico Mele ha scelto vari artisti, a cui ha suggerito alcune idee per nuove storie. A me ha mandato una lista con sei diverse proposte. Ognuna aveva solo una o due righe di descrizione. Io ho scelto l’ultima e gli ho detto: “Facciamola insieme” e lui ha usato la copertina basata sulla nostra storia come variant del libro. Ci sono molti autori italiani nel volume, tra i quali anche Sara Pichelli, che ha creato Miles Morales insieme a Bendis. Insomma, si è trattato di una collaborazione incredibile assieme a meravigliosi partner italiani.

Antonio: Grazie mille, David!
David Mack: grazie a voi. È stato davvero un piacere.

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Comic(US) Book #13: a tutta Marvel (o quasi)!

  • Pubblicato in Focus

Tredicesima puntata di Comic(US) Book, in cui, con l’avvicinarsi di Armageddon e la ripartenza di varie serie, è la Marvel a farla da padrona. Impossibile, però, non includere anche La spada selvaggia di Conan, che ospita Ali spezzate, una storia magistrale realizzata per intero da Liam Sharp.

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Il testamento di Destino
Che sia la volta buona per vedere, finalmente, una maxievento Marvel degno di questo nome? È sicuramente presto per dirlo, ma Chip Zdarsky pare proprio impegnato a far sì che Armageddon possa diventare una saga che i fan della Casa delle Idee ricorderanno a lungo. Questo corposo one shot ne è soltanto un gustoso antipasto, tuttavia, contiene già le premesse di ciò che potremo leggere tra qualche mese. In più, l’autore canadese si dimostra abilissimo nel valorizzare le pochissime cose buone che Ryan North aveva introdotto in Un mondo sotto Destino (è bastato un solo albo a Zdarsky per evidenziare l’assoluta mancanza di ispirazione del suo connazionale, il quale, pur avendo a disposizione ben nove capitoli, non è riuscito a mettere in scena nulla che valga davvero la pena di tramandare ai posteri), avviando tutta una serie di sottotrame, in cui la drammaticità di quello che sta per accadere comincia a palesarsi in maniera inesorabile. E lasciateci anche dire che questo è uno dei rari albi degli ultimi anni dove i Fantastici Quattro tornano a essere i personaggi che abbiamo sempre conosciuto.
Disegni di Cafu a corrente alternata, che peccano, a volte, di staticità e poca espressività.
Voto: 7

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Wolverine: Armi dell’Armageddon 1

Ulteriori indizi su cosa ci verrà offerto in Armageddon arrivano da questa miniserie in quattro parti. Chip Zdarsky, attraverso una trama che mischia di continuo presente e passato, coinvolge Wolverine in un thriller fantapolitico dove ritornano il siero del supersoldato, il progetto Arma-X e diversi altri elementi di storiche saghe della Marvel. Il ritmo è serrato, Logan è davvero lui (non la “controfigura” che appare nel suo mensile) e i misteri si fanno sempre più fitti.
Discreti i disegni di Luca Maresca che, senza strafare, tratteggia i vari personaggi con linee pulite, anatomie precise e una fisionomia dei volti molto comunicativa.
Voto: 7

MCAPI194ISBN 0
Capitan America 7 (194)

Capitan America – L’ombra di Destino parte due
Se Il testamento di Destino e Wolverine: Armi dell’Armageddon hanno introdotto alcuni di quelli che saranno gli assi portanti dell’imminente maxievento, è la serie di Capitan America a spianare realmente la strada verso di esso, con un fine lavoro di tessitura, iniziato da Chip Zdarsky già nel primo numero della sua gestione. A poco a poco, anche aspetti che sembravano solo funzionali alla presentazione della versione aggiornata di Steve Rogers, mostrano, invece, di essere tasselli importanti alla costruzione della saga. In più, continuano gli intrighi politici, sullo sfondo di una Latveria nel caos per la scomparsa di Victor Von Doom e, nel finale, un personaggio femminile, apparentemente secondario, ci regala un cliffhanger assolutamente inatteso. Uno Zdarsky così ispirato, forse non lo abbiamo mai visto.
Efficaci disegni di Delio Diaz e Frank Alpizar, il cui tratto lineare e dotato di una discreta eleganza si rivela più che adeguato sia nel far risaltare le scene d’azione che nel rappresentare i momenti di passaggio necessari a definire le dinamiche del racconto (se ne deve essere accorto anche il buon Chip, tanto che saranno proprio loro a illustrare i vari capitoli di Avengers: Armageddon).
Voto: 7,5

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Iron Man 2 (151)

Iron Man – Sotto Pressione
Joshua Williamson decide di prendersela molto comoda e non aggiunge granché alla trama di cui si è visto qualche scampolo nell’episodio iniziale. Preferisce ricordare ai lettori l’ambiguo rapporto che lega Tony Stark a Whitney Frost, sua conclamata nemesi di questa run. Per il resto, l’autore americano conferma la sua intenzione di rendere le storie di Iron Man vicine, per atmosfera, a quelle della sua controparte cinematografica, dando largo spazio all’umorismo e a una rappresentazione caricaturale di alcuni nemici (M.O.D.O.K. in testa - scusate per l’involontaria ironia - che, comunque, sono ormai anni che è diventato l’ombra del cinico calcolatore e genio criminale delle origini).
Carmen Carnero non lesina l’impegno, ma, ancor più che nel primo numero, mostra chiaramente di non essere l’artista adatta a illustrare una serie del genere.
Voto: 6

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Amazing Spider-Man 16 (L’Uomo Ragno 892)

Spider-Man - La luce alla fine del tunnel e Ritorno a casa
Bisogna dire che le scelte di Joe Kelly degli ultimi mesi ci avevano lasciati un po’ straniti, anche perché è facile immaginare i fan hardcore del Tessiragnatele inorridire di fronte a un Peter Parker perso nello spazio, che si mette ad amoreggiare con un’aliena, venendo, nel frattempo, sostituito sulla Terra da Norman Osborn, con la complicità di Ben Reilly. A mente fredda, però, dobbiamo riconoscere che il povero sceneggiatore americano non avesse molte altre carte da giocare, dopo aver ereditato dai suoi predecessori una serie lunghissima di assurdità. Anzi, a dispetto di queste “licenze poetiche”, le storie si sono dimostrate piacevoli e hanno permesso a Kelly di poter parzialmente riconfigurare il mondo di Spider-Man, prima di iniziare il conto alla rovescia verso Amazing Spider-Man 1000.
I due episodi contenuti in questo numero, tuttavia, sono penalizzati da vari disegnatori ospiti che non si sono rivelati in grado di sostituire neppure il John Romita Jr. meno brillante degli ultimi anni, anche se le toccanti tavole finali, che mostrano la riconciliazione tra Peter e zia May, sono sufficienti a far passare tutto il resto in secondo piano.
Voto: 6,5

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Amazing Spider-Man: divisi 1 (L’Uomo Ragno 893)

Spider-Man – Divisi parte 1
J. Michael Straczynski torna dopo vent’anni a scrivere Spider-Man e lo fa con una mini-saga ambientata durante i primi mesi di college di Peter Parker, quando lui e Gwen Stacy non erano ancora una coppia. Il tono della vicenda è molto leggero (quasi a voler trasferire su carta la spensieratezza della post-adolescenza) e lo stile della sceneggiatura richiama apertamente quello che Stan Lee decise all’epoca per il personaggio. A sentire le dichiarazioni degli autori, sembrerebbe trattarsi di un’operazione di ret-con (pur cedendo a inevitabili adeguamenti temporali, dato che sarebbe stato illogico collocare gli eventi negli anni Sessanta), che, tuttavia, non sappiamo ancora se avrà vere conseguenze sulle trame presenti e future dell’Arrampicamuri.
A ogni modo, questo primo episodio è abbastanza piacevole a leggersi, anche grazie al segno pulito e classicheggiante, con cui Pere Pérez caratterizza le sue tavole.
Voto: 6,5

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Venom 15 (109)

Venom – Scontro tra titani
Abbiamo aspettato un po’ di numeri prima di tornare a parlare di Venom, dato che i testi di Al Ewing ci sembravano troppo brutti per essere veri. Adesso possiamo affermare con una certa sicurezza di aver capito la logica, per quanto altamente discutibile, dietro l’indirizzo a metà tra il demenziale e il caricaturale imposto dal fumettista britannico alle storie. Ebbene, è ormai evidente che Ewing abbia deciso di trasformare la testata in una specie di sit-com supereroistica, cercando – senza riuscirci – di creare qualcosa di simile a I superiori nemici di Spider-Man, divertente miniserie scritta da Nick Spencer nel 2013 (non vogliamo neanche provare a menzionare la Justice League di Keith Giffen e J.M. DeMatteis come modello di riferimento, per non rischiare di finire sul rogo come eretici), che prendeva in giro alcuni villain secondari della Casa delle Idee. Il problema è che mai personaggi potevano risultare più sbagliati per un’operazione del genere di quelli scelti dall’autore inglese, considerando la loro storia editoriale e l’importanza che ognuno di essi ricopre all’interno dell’universo Marvel. Passi per Paul Rabin, uno dei comprimari più insignificanti degli ultimi anni, non, però, per Mary Jane Watson, Venom, Madame Masque e il Dottor Octopus (costui protagonista di scenette comiche talmente insulse, che ancora stentiamo a credere che siano state partorite da Ewing). Ci fossero almeno dei bei disegni a rinfrancarci un po’! Intendiamoci, Carlos Gómez non è malaccio, ma neppure un artista dallo stile particolarmente accattivante.
Un’ultima nota: se qualcuno dubita della mediocrità degli attuali editor in forza alla casa editrice newyorkese, rivolga un pensiero a M.O.D.O.K., che in Iron Man abbiamo visto gozzovigliare allegramente a Madripoor, mentre su Venom è ancora rinchiuso nel Raft.
Voto: 5

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Gli Avengers 34 (196)

Avengers – Prospero
Si avvia verso la conclusione la gestione di Jed MacKay degli Eroi più potenti della Terra e tutte le tessere del mosaico cominciano a incastrarsi tra loro. Nell’episodio precedente abbiamo scoperto che Myrddin non è che una nuova identità di Nathaniel Richards, alias Kang il Conquistatore (che va ad aggiungersi a quelle di Rama-Tut, Immortus e altre ancora). E per quanto tale rivelazione non si sia dimostrata realmente sorprendente, bisogna dire che lo scrittore canadese l’ha portata avanti abbastanza efficacemente. Anzi, probabilmente si tratta dell’aspetto migliore del suo ciclo, nel quale praticamente ogni membro degli Avengers è apparso, invece, piatto e senza carisma (quando non snaturato del tutto: vedi Iron Man e Pantera Nera, quasi irriconoscibili). In questo numero - che si avvale dei disegni di Javier Pina, il cui stile si sta pian piano avvicinando a quello di Pepe Larraz - MacKay ci racconta di come Kang sia diventato Myrddin. La spiegazione, che tira in ballo persino William Shakespeare, è piuttosto strampalata, ma, comunque, porta il villain a essere ritratto con un’intensità alquanto inattesa.
Voto: 6
Nuovi Avengers – L’altra donna parte 1
Leggere ogni episodio dei Nuovi Avengers ci fa seriamente dubitare che nella redazione della Marvel ci sia davvero qualcuno che conosca il proprio lavoro, perché non è francamente accettabile che sia stata data luce verde a una serie del genere. Mai visti personaggi tanto ridicoli. E non stiamo parlando solo dei cattivi, gli infimi Killuminati, ma anche dei cosiddetti eroi, uno più imbarazzante dell’altro, oltreché facenti parte di un team che definire male assortito è poco. Un livello così basso non sarebbe tollerabile neppure se la vera intenzione di Sam Humhries fosse stata quella di realizzare una parodia, considerando che di ironia intelligente qui non se ne vede nemmeno l’ombra. Soltanto un mucchio di fesserie indegne di essere associate alla Casa delle Idee.
E pensare che Ton Lima non è un disegnatore scarso, ma è stato sprecato su questa testata, quando poteva essere impiegato con maggior profitto in opere ben più meritevoli.
Voto: 3

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Wade Wilson Deadpool 1 (Deadpool 183)

Deadpool – Desiderio di morte
Riparte da uno la serie del Mercenario Chiacchierone e lo fa tornando in maniera decisa a quel misto di violenza sopra le righe (anche se più scenografica che reale) e umorismo un po’ demenziale, che, pur essendo elementi sostanziali del personaggio, erano stati parzialmente edulcorati negli ultimi tempi. Ai testi troviamo Benjamin Percy, il quale, dopo aver ben impressionato su Wolverine e X-Force nel periodo krakoano, non si era, al contrario, ripetuto con le testate dedicate a Ghost Rider e Hellverine. Di Deadpool, ha firmato una recente maxiserie, in cui l’antieroe vestito di rosso ha fatto coppia con Logan e in questo primo numero, lo scrittore americano conferma di essere entrato perfettamente in sintonia con la stravagante personalità di Wade Wilson, introducendo anche un mistero riguardante la sorte di sua figlia Ellie, che ne sta determinando lo status attuale e che, presumibilmente, terrà banco nei prossimi episodi.
Letteralmente esplosivi i disegni di Geoff Shaw, il quale sta progressivamente rinunciando al tratteggio molto fitto dei suoi primi lavori, senza perdere di incisività.
Voto: 7

MPUJA016ISBN 0
Punisher 1

Punisher – Ferite di guerra
Un altro numero uno e, dopo Deadpool, troviamo di nuovo Benjamin Percy alle redini della testata, che sceglie giustamente di proseguire il discorso da lui iniziato nel volume Punisher Red Band – Sangue al cervello (immediatamente precedente a questa serie), nel quale Frank Castle è stato riportato ad atmosfere decisamente più urbane, dopo il lungo intermezzo mistico/fantasy, con cui Jason Aaaron ne aveva stravolto le fondamenta (cosa non nuova per il Punisher: tralasciando bizzarrie come Cosmic Ghost Rider o il Frank soprannaturale di Christopher Golden, ancora facciamo fatica a digerire l’improponibile Franken-Castle immaginato da Rick Remender diversi anni fa). Ci sono molte domande in sospeso a cui rispondere (per esempio: che fine ha fatto Maria, la moglie di Frank, che – lo ricordiamo – è tornata in vita grazie alla Mano?), ma, per ora, basti rivedere il Punisher agire nel suo ambiente naturale, tra le ombre dei vicoli notturni di New York, dove la sua nemesi storica, Mosaico, si sta muovendo per prendere il comando sulla criminalità locale.
Percy sembra voler percorrere una strada a metà tra il noir (anche piuttosto crudo) e l’action puro, richiamando alcuni importanti comprimari come Micro, per cercare di ridare lustro al personaggio rimanendo fedele alla sua caratterizzazione tradizionale.
I disegni sono di José Luis Soares, di cui avevamo già parlato bene negli ultimi numeri del Daredevil scritto da Saladin Ahmed. In questo primo episodio, in verità, mostra qualche incertezza nel ritrarre i volti di un po’ tutti i character, ma il talento c’è e si vede.
Voto: 6,5

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Ultimates 23

Ultimates – Ventitrè
Anche Ultimates, al pari delle altre serie ambientate su Terra-6160, si avvia verso il finale e Deniz Camp ne approfitta per mostrarci tutto l’eclettismo di cui è provvisto realizzando, assieme agli evocativi disegni di Stipan Morian (che – non ce ne voglia il volenteroso, ma poco dotato Juan Frigeri - avremmo voluto vedere all’opera più spesso su queste pagine) una sorta di breve poema epico, dove il supereroismo è provvisoriamente sostituito dagli scenari fantasy dei miti norreni, per raccontare l’arrivo del Ragnarök, chiara metafora del “morente” secondo universo Ultimate e della speranza di una sua futura rinascita in veste rinnovata e migliorata. Un semplice esercizio di stile? Forse, ma questo albo è la risposta definitiva a chi ancora chiede a gran voce una prova reale del talento dello scrittore di origini turco-filippine.
Voto: 7,5

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Ultimate Wolverine 16

Wolverine – Sedici
Abbiamo ripetuto più volte come la conclusione di ogni serie ultimate vista finora mostri in maniera lampante che gli sceneggiatori coinvolti non siano stati avvertiti per tempo della decisione dei boss della Marvel di chiudere le trame di Terra 6160. Su questa testata, però, tale scelta ha avuto esiti più che nefasti. Già il ritorno di Logan alla sua reale personalità aveva indebolito non poco i testi di Chris Condon, divenuti fiacchi e prevedibili, ma il rush finale ha determinato un’accelerazione degli eventi così repentina da far sembrare questo ultimo numero un condensato di almeno tre albi. Il risultato è una sceneggiatura inevitabilmente monca, personaggi piattissimi, pathos inesistente e una risoluzione della vicenda assolutamente insoddisfacente.
A ogni modo, non c’era bisogno di tutto ciò, per notare come Alessandro Cappuccio si sia alla lunga dimostrato un artista poco adatto a Wolverine. Se all’inizio, infatti, le tonalità cupe e le ombreggiature molto nette potevano avere un senso nel rappresentare le efferatezze del Soldato d’Inverno e l’estrema drammaticità dello scenario, poi il racconto si è spostato su un binario diverso e lo stile del disegnatore romano è parso spesso fuori sincrono, con in più qualche esitazione di troppo nella definizione dei volti dei vari character e, in generale, nell’intero storytelling.
Voto: 4

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Absolute Batman 14

Batman – Abominio conclusione
Termina su questo numero lo story arc che ha visto il Batman e il Bane dell’Universo Absolute arrivare allo scontro. Un combattimento senza esclusione di colpi, concitato e violentissimo, in cui il body horror (comunque sempre aleggiante) lascia spazio all’action puro, caricato a mille da mostri possenti ed eroi indomabili. Merito di uno Scott Snyder incredibilmente in palla, capace di utilizzare senza alcuna forzatura una miriade di personaggi, tutti caratterizzati in maniera esemplare. Oltre a ciò, tolta la trama principale, già si prefigurano sviluppi futuri inquietanti, che vedranno probabilmente protagonisti gli ex (?) amici di Bruce Wayne, ormai trasformati in freak ancora più spaventosi delle loro versioni classiche.
Nick Dragotta, infine, continua a sorprenderci con tavole dalla gabbia fittissima di vignette che improvvisamente esplodono in pseudo splash page dall’effetto dirompente.
Voto: 8

MSSCO011ISBN 0
La spada selvaggia di Conan 11

Tolto il raccontino, senza infamia e senza lode, che fa da semplice riempitivo, di Ron Marz e Danny Earls (i cui disegni sono appena più decenti di quelli realizzati per la testata di Hulk) il vero pezzo forte - anzi fortissimo - di questo numero della rivista è la meravigliosa storia lunga Ali spezzate, che vede il ritorno in pompa magna di Liam Sharp su Conan dopo averci già fatto sognare qualche mese fa con il breve episodio La tempesta. Il cartoonist britannico non solo ha saputo cogliere appieno lo spirito delle saghe ideate da Roy Thomas, con testi potenti, quasi solenni e perfettamente calati nella spietata realtà dell’Era Hyboriana, ma è anche riuscito a fondere magnificamente il suo stile con quello dei grandissimi artisti che hanno reso celebre l’eroe di Robert E. Howard nei comic book. Ecco quindi, donne bellissime e sensuali degne del miglior Barry Windsor-Smith e guerrieri possenti come soltanto John Buscema sapeva raffigurare. Le tavole sono strabordanti di dettagli e ornamenti, oltreché costruite con un simbolismo che richiama i miti di ogni latitudine ed epoca, rendendo ancora più suggestivo lo svolgersi della trama.
Da acquistare senza la minima esitazione.
Voto: 8,5

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  • Pubblicato in News
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