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Costruire il mondo di Daisy: intervista a Lorenza Di Sepio e Marco Barretta

Per leggere la recensione di Daisy, clicca qui.

Marco Barretta ai testi e Lorenza Di Sepio ai disegni, reduci della collaborazione su Simple & Madama: Procastination, realizzano per la collana Tipitondi della Tunuè, il fantasy Daisy. La storia, destinata, principalmente, ad un pubblico giovanile, prende diramazioni articolate e leggibili a più livelli. Al Comicon di Napoli abbiamo avuto modo di incontrarli e di intervistarli.

Com’è nato il progetto di Daisy?
Lorenza Di Sepio: Nasce, come primo impatto, come una mia esigenza di fare qualcosa di diverso da Simple & Madama. È nato da una battuta su Instagram, scritta sotto a una fan art che avevo realizzato con uno stile diverso: “Ah, ma allora non sai fare solo pupazzetti!!!”. Voleva essere un complimento [ride]. E l’ho presa come rivalsa. Con lui [Marco Barretta] ci siamo messi a tavolino ed è uscito fuori Daisy.

Marco, quando è arrivato il tuo contributo al volume?
Marco Barretta: È arrivato subito. Comunque, avendo già lavorato con Lorenza su Simple & Madama: Procastination, siamo partiti subito. Nel momento in cui abbiamo iniziato a costruire Daisy, è stato facile lavorare insieme. Abbiamo ragionato se realizzare un prodotto solo per bambini o anche per adulti e, lavorando spalla a spalla, abbiamo costruito la nostra storia. Quando io realizzo fotografie, un video, vado a sensazione. So che non si dovrebbe fare [ride]. Anche Lei [Lorenza Di Sepio], quando disegna, una vignetta, un’illustrazione, si lascia prendere dalle emozioni. E Daisy è nato così.

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Avete già lavorato, dunque, insieme con Simple & Madama: Procastination, che ha un tipo di narrazione, di comicità, differente rispetto a Daisy. Com’è stato passare da una tipologia narrativa ad un’altra?
LDS: Per me è stato abbastanza complicato, non tanto per lo stile di disegno, quanto nell’affidarmi totalmente alla sceneggiatura di qualcun altro. Procastination è stato un lavoro di scrittura a due poi, avendo comunque un passato da autrice unica, ero un po’ “gelosa”. Invece, in Daisy è farina del suo sacco, mi sono affidato ad un altro “cervello”. Per quanto riguarda lo stile, è stato più semplice perché già mi stavo esercitando con delle fan art. Ed è stato un vero e proprio sfogo dopo cinque, sei anni di Simple & Madama, di capoccioni e braccettine [ride].
MB: Per me è stato un piacere. Ho sempre letto fumetti, ho sempre immaginato storie e, vederne una realizzata da un’autrice di talento. È quasi magia: quando hai un’idea e lei la realizza così come la immaginavi.

Daisy è un fantasy, pensato principalmente per un pubblico giovane, ma che si apre anche a letture più stratificate. Come avete costruito il vostro racconto?
LDS: La difficoltà è stata proprio quella, come dici tu, di stratificare la narrazione, dare diverse chiavi di letture. Fare una storia leggibile dai nostri vecchi fan, che sono più grandi, e contemporaneamente realizzare qualcosa che potesse essere fruibile ad un pubblico dai cinque anni in su. La narrazione ha, volutamente, un ritmo sostenuto per immettere il lettore nella storia fino alla fine.

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Marco, tu sei un fotografo. La fotografia è un medium che lavora sulle immagini, così come il fumetto che è una narrazione per immagini. Com’è stato passare ad una narrazione scritta?
MB: Io ho scritto una bozza del soggetto. Venendo da un altro media, con Lorenza abbiamo lavorato costruendo la sceneggiatura in sinergia con i disegni. Proprio per quello che dicevo prima sull’istintività della creazione di Daisy. Avevamo una bozza della storia, poi Lorenza ha iniziato ad abbozzare registicamente le tavole, intervenivo io con la sceneggiatura e il disegno è stato modulato sul testo.
LDS: Anche se, in realtà, non abbiamo cambiato quasi nulla. Eravamo talmente in sintonia che non abbiamo dovuto cambiare molti elementi.

Ultima domanda. Avete già pensato se e come sviluppare il mondo di Diasy?
LDS: Daisy nasce come prodotto autoconclusivo, ma abbiamo voluto lasciare un finale, speriamo originale, che lascia riflettere il lettore…
MB: Lascia riflettere, ma anche incuriosire. Abbiamo creato un mondo, che, forse, all’inizio abbiamo sottovalutato. Ora, vediamo quali sviluppi affronterà.

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Essere donna nel fumetto e nella società: consapevolezza e determinazione. Intervista a Cristina Portolano

Napoletana, trapiantata a Bologna, Cristina Portolano è l'autrice di Io sono Mare, per Canicola Edizioni, un libro rivolto ai bambini in cui si affrontano con naturalità i temi della crescità e della scoperta della sessualità. Già nota per opere come Quasi signorina e Non so chi sei, la Portolano fa parte del gruppo di autrici che hanno partecipato al volume antologico Post Pink per Feltrinelli Editore, che ha vinto il Premio Coco a Etna Comics come Miglior libro di autori italiani.
Abbiamo incontrato la fumettista al Comicon di Napoli per parlare dei suoi lavori, delle donne nell'attuale mondo del fumetto e di molto altro ancora...

Partiamo da Io sono Mare (Canicola) in cui affronti la tematica della crescita e della sessualità dando vita a un libro rivolto a un pubblico di bambini. Qual è stata la sfida maggiore nel realizzarlo?
In realtà, più che della sessualità vera e propria è un embrione di sessualità, delle bricioline. Non ho raccontato la sessualità dal punto di vista di un adulto. Io sono Mare è una storia, un viaggio iniziatico, di scoperta e di amicizia e il tutto avviene in modo molto naturale. Non è un libro didattico, come se ne trovano in giro, ma è una storia che dà piccoli segnali che un genitore o una maestra possono cogliere e utilizzare oppure ignorare senza che la storia ne risenta. Come per ogni libro che faccio, disegno delle storie non perché conosco già delle cose, ma perché voglio capirle.

Ho Visto che hai fatto anche degli incontri con i bambini, la risposta quale è stata?
La risposta dei bambini è sempre molto positiva ed entusiasta! Ho da poco tenuto un laboratorio a Cotignola al festival di Cotignyork! E molti bambini di solito vengono colpiti dalla scena in cui Mare si spoglia e mi domandano  sempre il perché. Io rispondo che anche il pesce pagliaccio che è con lei è nudo. Si sentono più liberi e non c'è nulla di male. La nudità è un argomento che si affronta poco nei libri per bambini, è un tabù. Ho compreso che quello che mi interessa è proprio scardinare questi tabù.

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Ha ricevuto qualche tipo di critica, non so, magari da qualche genitore?
No, non ancora anzi sinceramente tutti i genitori che hanno letto e acquistato Io sono Mare per i propri bambini e bambine mi ringraziano.

Hai dichiarato che hai realizzato questo libro in quanto c’è ancora molto pudore nel parlare di sessualità ai bambini. Ma ciò vale anche per gli adulti. Se è vero che c’è un retaggio culturale e religioso ancora difficile da abbattere, in che modo il fumetto può fare la sua parte?
Non è compito del fumetto scardinare retaggi culturali e a poco può servire se la società e i governi promulgano stili di vita e condotte morali medioevali. I prodotti di intrattenimento (di cui fanno parte i fumetti) posso fare la loro parte nel momento in cui vengono letti, promossi e recepiti in modo corretto. Purtroppo gli autori e gli editori non sapranno mai quale sarà il lascito, lo si vedrà sempre dopo e nel tempo. Quei 10 libri interessanti e belli che escono in Italia vengono inghiottiti e nascosti da quelli brutti e inutili che servono solo a occupare gli scaffali. I libri possono fare tanto, ma siamo in una nazione che non promuove la lettura come strumento di emancipazione e conoscenza ma promuove invece i forum per la famiglia inutili e retrogradi.

Anche perché siamo in un momento in cui la comunicazione è basata su concetti elementari, ma la realtà del mondo è complessa e non riesci a far riflettere le persone su questa complessità e dunque si tende a banalizzare tematiche importanti che andrebbero, invece, approfondite.
Giusto! Proprio appurando questo, infatti, sono approdata anche su Youtube. Io sono una fruitrice di Youtube, ci trovo molte cose interessanti, ma anche molte cagate, e tra questo marasma non trovavo quello che apparteneva di più al mio mondo. Ho pensato di creare (o meglio mettere in ordine) un mio canale Youtube che già avevo e ho creato una playlist in cui raccolgo le interviste agli autori che preferisco, sfoglio dei libri che leggo in modo da diffondere i fumetti che piacciono a me. Poi, faccio dei video in cui parlo di come io faccio i fumetti, dunque il mio processo creativo. Penso possano essere utili a chi vuole approcciarsi a questo mondo. Parlo poi dei concetti che ruotano attorno ai miei libri analizzando, video per video, delle cose complesse ma filtrandole per rimandarle in maniera semplice e non semplicistica. È questo che dovrebbe fare il fumettista oggi: avere coscienza di chi è, di come porsi nel mondo, e fare quello che poi gli piace fare.

In fondo il fumetto è un linguaggio fatto di sintesi, dunque è il mezzo adatto per farlo, no?
Esatto!

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Passando ad altro, il piacere e il racconto del sesso e della sessualità vengono affrontati spesso nelle tue opere. Contrapposte cronologicamente, troviamo due racconti. In Non so chi sei (Rizzoli/Lizard) hai affrontato il tema della sessualità attraverso un’ottica moderna. È la storia di una donna che, dopo una lunga relazione, si riappropria della propria sessualità e decide di scaricare app in cui incontra sconosciuti. La storia parte da un’esperienza autobiografica, quali pregiudizi bisogna abbattere nell’approcciarsi oggi al sesso e a una persona estranea? Io, ad esempio, non utilizzerei ma Tinder per approcciarmi a una persona.
Ti faccio una domanda, tu utilizzi Facebook: quante persone hai conosciuto grazie a questo social e che non conoscevi di persona? Tinder è esattamente la stessa cosa solo che è un app dichiaratamente per incontri. Ma lo scopo dell'incontro glielo dai tu. Certo, così come su Facebook, ci sono i fake, le persone poco interessanti, quindi devi stare in guardia da un mondo in cui siamo immersi e la soluzione non è spegnere il device. C'è un bel libro di Bruno Mastroianni e Vera Gheno, Tienilo acceso, che sto consigliando a tutti perché è uno strumento di comprensione del mezzo in cui siamo immersi e che non è neanche più tanto nuovo. C'è tutta questa retorica dei "nuovi media", ma siamo su Internet da oltre vent'anni, quando impariamo ad usarlo se non adesso? E quindi tutta questa retorica "se incontri una donna è una poco di buono", "se incontri un uomo è uno stronzo" non va bene. Il mio attuale fidanzato - adesso dopo due anni che è uscito il libro posso dirlo - l'ho conosciuto su Tinder. È un modo per entrare in contatto, quindi non bisogna demonizzare, tutto sta nel modo in cui noi vogliamo utilizzarli. Però questo ci pone davanti a una sfida, quella di conoscersi meglio, che non tutti vogliono affrontare. Entrando in relazione con più persone, capisci meglio un po' di te stesso, e questa cosa spaventa. Quanto è più comodo non conoscersi e barricarsi dietro ai pregiudizi e ai luoghi comuni e alle facili etichettature?

Se in Non so chi sei ha raccontato una storia molto moderna, come contraltare, nella raccolta Post Pink (Feltrinelli Comics) ci parli di Ildegarda, monaca – proclamata santa - del 12° secolo. Innanzitutto, come sei venuta a conoscenza della sua figura e perché hai deciso di dedicarle un racconto?
Ho scoperto la figura di Ildegarda leggendo un libro di Oliver Sacks L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello dove parla di diversi casi clinici di persone affette da sindromi neurologiche, e parlava di questa monaca del 1100 cresciuta in un convento - e che poi ne ha aperto uno suo - che si è scontrata con i papi dell'epoca e si è autodeterminata in un contesto per nulla facile. Questa figura aveva delle emicranie così forti che le procuravano delle visioni. Leggendo anche altri libri di studiose che l'hanno analizzata, si è scoperto che nel raccontare le sue visioni aveva fatto anche una descrizione primordiale - e con i mezzi dell'epoca - di quello che ad oggi  - con i nostri mezzi - capiamo essere l'orgasmo. Naturalmente, ne ha scritto in un modo in cui una monaca del 1100 poteva scriverne, eguagliando l'immenso piacere che si prova nella sessualità femminile ad un avvenimento divino che ti avvicina a Dio. Lei era  anche una naturalista, un'astrologa, una donna di grande conoscenza e caparbietà, ma allo stesso tempo religiosa. Si dava a tutto un significato divino, ed è una cosa che abbiamo perso oggi, se ci pensi questa è l'epoca del nichilismo più totale, abbiamo perso il senso del sacro. Per me questa storia è in continuità con il mio secondo libro Non so chi sei. Il fulcro sta nel celebrare ogni giorno la sacralità di quello che viviamo, sopratutto il sesso, perché non può essere tutto banalizzato e dato in pasto a delle semplificazioni.

Che poi, una cosa è la sacralità e una cosa la religiosità...
Sì. Mi è tornato in mente un parallelismo con la Festa della Repubblica che ho fatto con i miei genitori. Il fatto che attualmente abbiamo dei governanti di merda, non significa che non dobbiamo credere nella repubblica e nella costituzione. Invece, adesso, la cosa più semplice è dire "fa tutto cagare".

Sì, che poi era alla base di un certo tipo di anti-politica populistica, che si è dimostrato un concetto fallimentare: nel momento in cui governi devi fare politica... Anche perché, l'unico modo che hai per cambiare la politica, è fare politica, non c'è via di scampo.
Esatto. Io mi reputo una persona spirituale ma non religiosa e dunque per me raccontare Ildegarda è stato raccontare - attraverso un racconto di un personaggio storico - quello che rappresenta per me l'orgasmo. Poi, naturalmente, c'è l'elemento surreale, le visioni, etc., non devi essere sempre ancorato alla realtà. Anche in Io sono Mare ci sono elementi fantastici. Io ho iniziato a fare fumetti volendo fare “fumetto di realtà”. L'altro giorno, essendo a Napoli, ho rivisto alcune mie vecchie tavole e ho visto una storia del 2008 - era la mia tesi per la triennale - in cui intrecciavo le mie vicende personali da emigrata da Napoli al Nord - e in cui venivo colpevolizzata per essere andata via a cercare il mio futuro - con le vicende politiche e sociali del momento (la caduta del governo Prodi, l'emergenza rifiuti). Un lavorone! A riguardarlo adesso ci trovo molta malinconia e dei luoghi comuni che seppur stucchevoli era ciò che vivevo realmente. Adesso che ho maggiore coscienza critica disegnerei altro. Con il fantastico e con l'astrazione puoi raccontare la realtà in maniera ancora più pregnante.

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Passando ad altro, hai partecipato all'’antologia Post Pink, edita da Feltrinelli, realizzata da solo donne. Il volume ha posto sotto i riflettori due importanti tematiche. La prima, la donna nella società contemporanea. A tuo avviso, quali sono le problematiche maggiori che una donna deve affrontare ancora oggi? Anche alla luce di una società che, seppur moderna, sta vivendo un periodo in cui idee retrograde e oscurantiste avanzano pericolosamente.
Al Comicon ho visto un incontro di Mirka Andolfo in cui si parlava della femminilità nel fumetto. Io quando trovo qualcosa che è diverso da me - anche in maniera respingete - vado a fondo per comprendere anche come la pensano gli altri quindi ho ascoltato le domande che gli faceva l'intervistatrice e ha fatto all'Andolfo una domanda simile a quella che mi hai fatto tu ora, e lei - che fa parte di un altro ambiente, ovvero quello Marvel/DC per cui realizza dei disegni che hanno una forte carica sessuale di loro per cui bisogna disinnescarli con delle storie molto leggere- ha risposto in modo molto semplice senza nessun approfondimento o posizione netta. Si capiva che non avesse una vera consapevolezza del cosa può rappresentare l'essere una donna disegnatrice in questo momento storico e disegnare altre donne. Le sue risposte erano del tipo "a me piace disegnare donne, le trovo più facili da disegnare, poi ognuno ha una percezione diversa...". Ci sono tante disegnatrici che si interrogano costantemente e che hanno una coscienza politica, tra cui le 9 fumettiste che compongono l'antologia di Feltrinelli: Post Pink.
Ritornando alla domanda che mi hai fatto, penso che di base non bisognerebbe mai vittimizzarsi. Tu pensa, io sono donna, napoletana, emigrata al nord e fumettista, quanto di "peggio" possa esserci. (Ride). Da quando sono a Bologna ho dovuto fare un lavoro su me stessa per non auto-compatirmi assurdo perché è questo il primo sbaglio: pensare che sia tutta colpa del mondo esterno che non ti vuole. E quindi ho voluto dimostrare a me stessa che potevo a fare tutta una serie di cose che dipendevano  solo da me.
Penso che ci sia tanto lavoro da fare più nelle singole persone che nelle istituzioni.

La seconda tematica messa in evidenza da Post Pink riguarda il fumetto femminile. Se è vero che il fumetto italiano ha avuto figure femminili molto importanti (Tea Bonelli, Le Giussani, Nidasio, etc.) è stato pur sempre un modo dominato dagli uomini. Come ritieni che sia oggi la situazione a riguardo, e come ti trovi in questo ambiente? Senti questa differenza, come la vivi?
La sento nel momento in cui fai un libro potente ma che, non si sa bene per quali logiche, non viene mandato ai premi e non viene promosso come si dovrebbe. In  certe realtà mi trovo a mio agio, in certe altre no. E poi soffro molto che non ci siano editrici donne (eccezion fatta per Liliana Cupido di Canicola Edizioni e poche altre) e che, in certe case editrici, siano sempre in seconda linea. E poi ci sono così tante autrici che meriterebbero successo e invece vengono ignorate. Per fortuna ogni tanto qualcuna spicca! Per esempio sono felice del successo di Josephine Yole Signorelli (Fumettibrutti) perché è un'altra ragazza che parla di sessualità, che pubblica con un grande editore e ha la possibilità di arrivare a tutti  e anche della giovanissima Zuzu, ho adorato il suo fumetto per Coconino press!

E poi con un fumetto molto di rottura.
Esatto, Romanzo esplicito è molto esplicito, ma allo stesso tempo anche molto tradizionale. Seppur ci sia una certa voglia di emancipazione si da troppo peso ad una relazione finita che diventa la causa scatenante di una vita che infondo non si vorrebbe fare ma che ci si trova a dover fare “in reazione” a qualcuno. Nonostante queste ingenuità io resto sempre molto propositiva!
Ad ogni modo, tornando alla domanda di prima, ti accorgi che è un modo maschile quando gli editori sono uomini, gli autori sono uomini, la gente che dà i premi sono uomini, i critici uomini, i magister uomini... è pesante! Naturalmente, io l'ho superata da tempo, faccio la mia parte per quello che posso, non incolpo nessuno per quello che mi riguarda. Io cerco solo di fare cose meritevoli e di circondarmi di persone che credono in me. Inoltre, bisogna avere una coscienza lavorativa che manca in questo campo perché io vedo disegnatori e disegnatrici prostrati ai loro editori e poi restano delusi perché si creano troppe aspettative.

So che stai lavorando a una biografia del pittore irlandese Francis Bacon. Come mai questa scelta?
Ho scelto di raccontare la sua storia perché è un pittore che non conoscevo bene. Le sue opere e la sua faccia mi sono familiari ma non ho mai approfondito. Quando me lo hanno proposto, però, ho accettato subito perché l'ho percepito come una figura talmente controversa e contraddittoria da non potermi esimere dal disegnarla! Poi leggendo testi che lo riguardano ho scoperto che anche lui dipingeva per conoscere ciò che non sapeva e questa cosa me lo ha reso molto vicino.
Il libro dovrebbe uscire a settembre 2019 per Centauria edizioni.

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Intervista a Holdenaccio: Umberto, un teen-movie anni '80 a fumetti dal cuore ecologista

Tarantino, classe 1980, Antonio Rossetti - in arte Holdenaccio - esordisce con Bao Publishing grazie ad Umberto, graphic novel ispirato ai teen-movie anni '80 ma con una lettura critica su tematiche importanti, su tutte quelle ecologista.
La storia ha per protagonista Umberto, un abitante di Urano - pianeta sfruttato dai terrestri per creare energia -, e un gruppo di ragazzi della Terra che, insieme all'alieno, scongiureranno i folli piani della multinazione nota come Urangas.
Al Comicon di Napoli abbiamo incontrato Holdenaccio per un'intervista.

Puoi leggere la recensione di Umberto al seguente indirizzo.

Umberto è il tuo primo graphic novel. Com’è nata l’idea di questo racconto?
Umberto nasce dalla necessità di voler affrontare alcuni dei problemi più sentiti oggi, quali quelli dell'inquinamento e dell'immigrazione, però in un contesto non ordinario come quello dello spazio. Infatti Umberto nasce dalla necessità di iniziare a parlare del problema dell'inquinamento spaziale, nel momento in cui al di sopra di noi lo spazio vien visto quasi come una sorta di discarica: ci sono tantissimi oggetti che orbitano, tra rottami di satelliti in disuso e altra roba. Quindi, nasce principalmente da questa necessità.

In questi giorni si sta parlando molto di ecologia, qual è il tuo rapporto con l'ambiente? Immagino tu senta molto questo tema.
Sì, assolutamente. Il libro potrebbe essere visto come una sorta di simil-autobiografia, venendo da Taranto. Nel libro c'è questa città su Urano, Metown, la città del gas per eccellenza, che ha comunque qualche rimando a Taranto e alla sua questione ambientale, quindi è una tematica a cui sono molto attento.

A questo proposito, non so se stai seguendo le polemiche relative a Greta Thunberg, attaccati da molte persone per il suo attivismo. Cosa ne pensi?
È una cosa che mi dà veramente fastidio e non capisco come ci si possa mettere contro questa ragazzina che sta facendo qualcosa di meraviglioso. Ha incanalato in se stessa tutto quello che è lo spirito critico dei giovani, sta creando una coscienza critica che è favolosa, e che tutti a quell'età dovrebbero avere. Non capisco come le si possa andar contro, anche da parte di personaggi famosi come Rita Pavone che ha twittato contro di lei. Tra l'altro, mi è piaciuto tanto aggiungere personaggi giovani all'interno del libro, che ha comunque un target che parte dai teenager, proprio per sviluppare in loro uno spirito più critico riguardo le tematiche importanti come queste.

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Altra tematica è quella dell’immigrazione, legata anche allo sfruttamento di una terra non propria che non si cura dei risvolti sociali sulla popolazione locale. Come mai ha deciso di inserirla nel libro?
Vedi, ho deciso di inserire molto materiale legato all'attualità in quanto io provengo da un contesto non proprio fumettistico, ovvero da anni di scienze politiche e relazioni internazionali, quindi ho in me una coscienza molto ferrata su questi argomenti e mi piaceva affrontarli e unirli a quello che è il linguaggio del fumetto. Essendo poi il mio primo lavoro lungo, volevo davvero aggiungere qualcosa di personale. Inoltre, all'interno del libro ci sono anche tanti riferimenti a pubblicità e propaganda, altri aspetti che ho a lungo affrontato.

Passando all'aspetto più tecnico, abbiamo detto che Umberto è il tuo primo grapich novel. Com'è stato confrontarsi per la prima volta con un racconto lungo?
All'inizio è stato un po' traumatico, essendo il primo racconto - 168 pagine - e venendo dal mondo dell'autoproduzione, il fumetto più lungo fatto finora non superava le 40 pagine. Quindi, affrontare qualcosa di più grande mi spaventava. Poi lavorandoci tra soggetto, sequenze narrative, sceneggiatura, etc., alla fine non mi sono poi trovato così tanto male, è stato quasi naturale andarci incontro.

La tua opera attinge molto da certe atmosfere anni ’80, in particolare dai teen-movie, riportati all’onore della cronaca di recente da opere come Stranger Things. Visto che sei nato negli anni ’90, come mai questa passione?

Il libro riprende tutte quelle che sono le tematiche, o comunque - più o meno - l'idea di narrazione, dei film anni '80 alla ET o alla Goonies. Sai, la storia con il gruppo di ragazzi coraggiosissimi che devono affrontare qualcosa di più grande di loro, ma alla fine si dimostra che l'unione e l'amicizia possano sconfiggere qualsiasi cosa se ci si crede. E questo è anche il messaggio in Umberto che è un alieno un po' scemo, un po' tonto, ma che dimostra che anche un cretino se si impegna può fare qualsiasi cosa e sconfiggere ciò che non gli va bene.

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Riguardo l'aspetto grafico di Umberto, e degli alieni in generale, a cosa ti sei ispirato?
Be', è la ordinaria iconografia dell'alieno, cioè col capoccione grosso come se fosse un baccello. E poi è divertente da disegnare, basta fare questa sorta di palloncino, aggiungerci occhi e bocca ed è simpatico già così.

So che hai lavorato come illustratore delle sorpresine Kinder. Ce ne parli?

Lavoravo per un'agenzia che si occupava dei fogliettini di montaggio contenuti all'interno degli ovetti Kinder, io avevo l'incarico di disegnare i personaggi: il bimbo, la bimba. Non so se hai presente la scena del film di Aldo, Giovanni e Giacomo, per vantarmi con gli amici dicevo che le sorprese dell'ovetto le facevo io (ride). È stata una grande esperienza, mi è piaciuta tantissimo.

Ultima domanda: su cosa stai lavorando attualmente?
Attualmente sto lavorando a due cose diverse. Sto finendo i Quaderni Tarantini, un'autoproduzione che sto portando avanti da un annetto, divisa in tre capitoli, e nel giro di 2-3 mesi riuscirò a far uscire l'ultimo albo. Inoltre, sto lavorando ad altri progetti da proporre ad editori, come un volume dedicato alla figura del cantautore americano Elliott Smith.

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L’universo transmediale di Capitani Italiani: intervista agli autori

Da quando Capitan Venezia si è mostrato alla città per difenderla, nel 2012, la penisola italiana ha visto crescere tanti, nuovi, supereroi, da Capitan Palermo a Capitan Napoli. Mentre questo universo prende numerose diramazioni fumettistiche, è in cantiere anche una serie televisiva, andando così a costruire un prodotto transmediale dedicato agli eroi nostrani.
Al Comicon di Napoli abbiamo intervistato Fabrizio Capigatti, il creatore dell’universo supereroistico italiano, Antonio Sepe, sceneggiatore dell’eroe partenopeo e Tobia Berti, regista della futura serie tv.

Come nasce l’universo dei Capitani Italiani?
Fabrizio Capigatti: Parte tutto da Capitan Venezia, il primo personaggio che abbiamo creato, e nasce dalla domanda “si può fare il fumetto supereroistico in Italia?”: Ci siamo risposti affermativamente e abbiamo cercato l’unico – per noi – modo per realizzarlo. Per noi non si doveva fare qualcosa di parodistico del fumetto americano, né prendersi “troppo sul serio”. Dovevano essere calati nelle nostre città, entrare in contatto con i problemi delle nostre città ed essere in contesti riconoscibili. Fondamentale era restituire con forza l’identità delle diverse città. I supereroi stessi devono incarnare la città, con la storia, la cultura della città. Il tutto riversato in un fumetto di intrattenimento.

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Le città interessate nell’universo dei Capitani Italiani stanno aumentando. Come selezionate le città?
FC: C’è un’idea di fondo: riuscire ad esportare il prodotto. Abbiamo pensato alle città che in America potrebbero interessare. Abbiamo deciso di coprire l’intero stivale e, quindi, inevitabilmente, partendo da Venezia, siamo scesi giù. Non poteva mancare Napoli, non poteva mancare Palermo, chiaramente la capitale Roma e Firenze, città d’arte e Milano è la città “in cantiere”. Sono città riconosciute nel mondo per i vari settori.

Dunque, come siete arrivati a realizzare Capitan Napoli?
FC: realizzare Capitan Napoli è stato quasi fisiologico dopo aver conosciuto Antonio [Sepe]. Nella mia idea di universo avevo già intenzione di affrontare il capoluogo partenopeo. Ci siamo trovati subito in sintonia e il giorno dopo averne parlato, già mi aveva presentato una bozza che era perfettamente in linea con il nostro progetto. Tempo un anno e il numero 0 ha visto la luce.
Antonio Sepe: Capitan Napoli ha visto muovere i suoi primi passai al Comicon di due anni fa [Napoli Comicon 2017]. Fabrizio voleva espandere il progetto di Capitan Venezia. Nino, il protagonista, nasce in maniera molto semplice: non vuole fare l’eroe. Sente tutto il mondo contro: ha perso il suo migliore amico, non vuole andare a scuola, è un pugile solitario. È un eroe che non è ancora tale e che, forse, lo diventerà.

Come si allinea il personaggio e la storia di Capitan Napoli con l’intero universo dei Capitani Italiani?
AS: Ad ora, le linee stanno lentamente convergendo. La storia di Capitan Napoli sarà formata da tre numeri e alla fine di questo ciclo narrativo ci saranno tie-in di alcuni personaggi dell’universo dei Capitani Italiani. Ci sono rimandi, alcuni personaggi vengono citati come supereroi esistenti sulla nostra penisola e Nino si ritrova in questo mondo più ampio, anche se ancora nessuno degli altri sa della sua identità.

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Il progetto dei Capitani Italiani non si esaurisce solo nel medium fumetto. Avete lanciato la campagna crowdfounding per la serie tv. Come nasce l’idea?
Tobia Berti: Nasce come una scommessa legata al desiderio di raccontare il nostro universo. Il primo step è quello del fumetto e, parlando con Fabrizio, abbiamo pensato che potesse essere interessante portare o, meglio, evolvere, l’universo cartaceo in un altro medium.

Come vi siete approcciati, in questa fase iniziale, per traduzione mediale dell’universo di Capitani Italiani?
TB: Sono due universi paralleli, non opposti. Le conoscenze di un mondo vanno ad integrarsi con le altre. Di conseguenza, prendono le forme che quel tipo di linguaggio necessita. Capitani Italiani diventerà un universo transmediale.

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