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Powers Deluxe 1-4, recensione: il noir supereroistico secondo Bendis e Oeming

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Sul fatto che Brian Michael Bendis fosse affezionato a Powers non nutrivamo alcun dubbio, ma averne ricevuto conferma direttamente da lui, a margine della breve intervista che ci ha gentilmente concesso durante l’ultima edizione della Milano Games Week & Cartoomics, ci ha, comunque, tranquillizzati. I numerosi progetti che lo attendono nei prossimi mesi, infatti, compresi anche diversi lavori per la Marvel, ci avevano fatto temere che la serie, ripartita con nuovi personaggi per celebrare i venticinque anni dall’uscita del primo numero, potesse essere pubblicata un po’ a singhiozzo, se non, addirittura, messa in stand-by. Così non sarà, a quanto pare, pertanto, in attesa degli episodi inediti in Italia, vale sicuramente la pena andarsi a rileggere la collana storica. Una possibilità offerta dai corposi volumi cartonati in cui Panini Comics ha recentemente deciso di ristamparla.

Quando nell’aprile del 2000 Powers arrivò nelle fumetterie americane, Bendis era un giovane autore già beniamino della critica, dopo essersi fatto notare con alcune brevi serie indipendenti di genere spionistico e noir pubblicate dalla Caliber Press (in seguito Caliber Comics) come Fire, A.K.A. Goldfish e Jinx, tanto da riuscire a conquistare nel 1999 un premio Eisner (nella scomparsa categoria Talent Deserving of Wider Recognition) e a catturare l’interesse di Todd McFarlane, il quale si convinse ad affidargli i testi di Hellspawn e di Sam & Twitch. Da lì in poi, sotto le insegne della Image, la sua fama crebbe ulteriormente, prima con l’uscita di Torso (ennesima crime story ispirata alla vicenda reale di un mai identificato serial killer di Cleveland degli anni Trenta) e successivamente proprio – e soprattutto - con Powers, diventata nel tempo la sua opera creator owned più nota, portandosela con sé in Marvel, all’interno dell’etichetta Icon, in DC e attualmente alla Dark Horse, come parte dell’imprint Jinxworld.

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Protagonisti del fumetto sono i due detective Christian Walker e Deena Pilgrim, appartenenti a una sezione speciale della Homicide Unit del dipartimento della polizia di Chicago, che si occupa di casi in cui sono coinvolti superesseri (i “powers” del titolo, appunto). Le trame elaborate da Bendis sono, quindi, una curiosa commistione tra il genere poliziesco (in particolare il filone cosiddetto “procedural”, nel quale si concede parecchio spazio ai sistemi di indagine e al lavoro di squadra degli agenti) e quello supereroistico, che nasce dal desiderio dell’autore di provare a confrontarsi con il secondo - sua grande passione - senza dover necessariamente rinunciare al primo. Un’idea, però, apparentemente simile a quella avuta solo pochi mesi prima da Alan Moore per Top 10 e in effetti, venuto a sapere della serie che il maestro inglese stava preparando, Bendis fu vicino ad abbandonare il progetto. Tuttavia, non appena Top 10 venne pubblicato, si capì immediatamente che Moore aveva mantenuto la componente supereroistica nettamente predominante, utilizzando, inoltre, uno scenario decisamente lontano dalla realtà come la città di Neopolis. Esattamente l’opposto di ciò che aveva in mente il creatore di Jessica Jones e Miles Morales, il quale, con la presenza di esseri dotati di superpoteri nelle storie, voleva semplicemente dare il suo personale contributo al decostruzionismo della figura del supereroe. La serie di Bendis resta, a tutti gli effetti, maggiormente ancorata al genere crime, molto più vicina come atmosfera a Gotham Central (splendida testata DC dei primi anni Duemila, sicuramente debitrice di Powers, benché orientata al classico hardboiled di Raymond Chandler e Dashiell Hammett) che a un comune comic book delle Big Two.

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La Chicago immaginata dallo sceneggiatore americano, nonostante i numerosi tizi in calzamaglia che la popolano, è praticamente identica alla metropoli dell’Illinois che tutti conosciamo. Inoltre, i personaggi sono spesso cinici e disincantati e i crimini vengono raccontati con durezza e realismo. Seguire le vicende dei detective Walker (che, presto, si scoprirà essere stato lui stesso un supereroe, prima di perdere i poteri e decidere di entrare nella polizia) e Pilgrim, pertanto, vuol dire immergersi nel mondo cupo e violento di serial televisivi come CSI o New York Police Department. E sebbene Powers rappresenti anche l’opera in cui la tipica scrittura “decompressa” (tecnica che rallenta il ritmo della storia, dilatando gli avvenimenti e privilegiando le parti discorsive) di Bendis raggiunge la sua massima espressione - pur perdendo gli eccessi “tarantiniani” che avevano contraddistinto i suoi primi lavori, ma mantenendo quella “logorrea narrativa” caratterizzata da lunghi passaggi fittissimi di dialoghi che sono diventati il suo marchio di fabbrica - la tensione rimane sempre palpabile, così come la sensazione che il peggio debba ancora arrivare. Oltre a ciò, lo sceneggiatore statunitense si dimostra molto abile a modellare i due protagonisti senza cadere nella trappola dello stereotipo, né per quanto concerne l’aspetto poliziesco né, a maggior ragione, per quello supereroistico.

Bendis, tuttavia, è notoriamente un autore che non ama prendersi troppo sul serio, quindi, a dispetto del clima disperante delle storie, Powers è piena di citazioni più o meno esplicite riguardanti la musica rock. Per esempio, la Retro Girl originale (la cui ultima reincarnazione è la vittima del primo arco narrativo della serie) è ispirata a Janis Joplin, ma ci sono anche riferimenti ai Fugees o, più in generale, al movimento punk e alle tribute band. Nel settimo episodio lo scrittore di Cleveland si cimenta persino con il metafumetto, dato che uno dei protagonisti è Warren Ellis (sì, proprio l’autore di Transmetropolitan e Authority), che diventa il partner per un giorno del detective Walker, al fine di poter realizzare un graphic novel di genere poliziesco, il più vicino possibile alla realtà. Attraverso lo sceneggiatore inglese, in verità, Bendis ne approfitta pure per dire la sua sull’asfittico panorama offerto dalla Nona Arte negli Stati Uniti dell’epoca, ed è singolare notare come molto del suo credo di allora sia stato sostanzialmente contraddetto quando, poco tempo dopo, il nostro Brian divenne uno degli “architetti” della Marvel. Tra l’altro, restando alla Casa delle Idee, è probabile che Powers abbia rappresentato il vero trampolino di lancio che portò Joe Quesada (in quegli anni responsabile della linea Marvel Knights ed editor in chief fresco di nomina) ad affidare a Bendis i testi di Daredevil, dove l’impronta noir dell’autore americano è piuttosto evidente.

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Considerando le tematiche di cui abbiamo parlato, però, chi non abbia mai letto Powers prima d’ora, potrebbe rimanere un po’ spiazzato dal tratto cartoonesco del suo disegnatore. Tuttavia, come confermato dalle parole di Michael Avon Oeming stesso, recuperabili tra i contenuti extra del primo volume della ristampa Panini, la sua intenzione era proprio quella di realizzare un fumetto crime con lo stile adottato da Bruce Timm nell’acclamata serie animata di Batman degli anni Novanta, con in più un richiamo ai character ideati per il piccolo schermo da Alex Toth, di cui Timm è uno degli eredi dichiarati. I personaggi sono squadrati, definiti da linee nette e pulite, gli sfondi sono geometrici ed essenziali (ma sempre funzionali al racconto) ed esattamente come nello show della Warner Bros Animation, è l’eccellente lavoro su ombre e chiaroscuri a far sì che Powers rimanga saldamente legata al genere poliziesco. È importante sottolineare che fu Oeming a chiedere a Bendis di collaborare su una nuova serie, mostrando fin dal primo numero di non temere l’utilizzo di gabbie stracolme di vignette, pur di valorizzare per intero i testi del collega. Ciononostante, le tavole vengono trasformate radicalmente, quando la trama necessita di una spinta verso l’action o quando occorre che una determinata scena colpisca il lettore come un pugno nello stomaco. In questi casi, l’artista americano si rivela capace di variare le inquadrature in maniera estremamente suggestiva, riuscendo anche a infondere un inaspettato dinamismo nelle tavole, che un tratto così rigoroso e lineare sembrerebbe teoricamente impedire.

La ristampa Panini, di cui è appena uscito il quarto volume, è caratterizzata da una veste editoriale pregevole, essa rappresenta non solo l’occasione migliore per apprezzare la rapida maturazione grafica di Oeming, ma pure per scoprire il vero Bendis, in particolare per coloro che ne hanno conosciuto soltanto la versione appannata nei suoi ultimi anni alla Marvel (prima del suo recente ritorno) o nei tutt’altro che memorabili lavori per la DC.

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Intervista a Brian Micheal Bendis: Ritorno alla Marvel

Durante l’ultima edizione della Milan Games Week & Cartoomics, abbiamo avuto la possibilità di rivolgere alcune domande a Brian Michael Bendis, presso lo stand della Mirage Comics, di cui l’autore americano era uno degli ospiti.
Approfittiamo di questa introduzione proprio per ringraziare tutti membri dello staff della Mirage, che, molto gentilmente, ci hanno concesso di utilizzare il loro spazio espositivo.

Ciao Brian, benvenuto a Milano (segue un breve scambio di battute sulla difficoltà di registrare le nostre voci, a causa del forte rumore generato dagli altoparlanti utilizzati nella convention, ndr). Non so se questa è la tua prima volta qui.
Bendis: Ciao! È la mia prima volta a Milano, ma non è la mia prima volta in Italia. Ero già stato a Lucca e a Roma, tuttavia non avevo ancora visitato questa bellissima parte del vostro paese, quindi, quando io e la mia famiglia abbiamo ricevuto l’invito per venire qui, ci siamo detti: “Sì è un posto dove vogliamo andare!”.

Innanzitutto, grazie per aver trovato il tempo per questa breve intervista. La prima domanda è: recentemente abbiamo visto che hai scritto una nuova storia per gli Avengers. È solo il preludio per qualcosa di più con la Marvel?
Bendis: Sì, C.B. Cebulski (editor in chief della Marvel, ospite a Milano di Panini Comics, ndr) è qui e fuori dall’inquadratura c’è anche la mamma di Miles Morales, Sara Pichelli (pure lei ospite di Mirage Comics, ndr), persone a cui voglio molto bene e con cui ho lavorato in passato. C.B. mi ha chiamato e mi ha detto che voleva parlarmi di alcune cose da sottopormi, nel caso fossi stato pronto a tornare in Marvel. Sono stato via per alcuni anni e non avevamo ancora parlato di un mio ritorno, prima d’ora. Non posso ancora rivelare tutto ciò che mi è stato proposto, ma ho subito accettato. Mi ha detto di un progetto con Sara e mi ha parlato di un’idea per tornare sugli Avengers assieme a Mark Bagley. Ho pensato che sarebbe stato fantastico, perché quando me ne sono andato dalla Marvel, non ce l’avevo con loro, volevo semplicemente provare cose nuove. Le collaborazioni con Sara e Mark sono state una delle grandi gioie della mia vita e questa storia che io e Mark abbiamo appena terminato per Avengers 800 è sicuramente una delle cose più belle da lui disegnate. Mi sono quasi commosso quando ho visto le tavole magnifiche che aveva realizzato e mi ha anche dimostrato quanto fosse importante per lui tornare a lavorare assieme a me. Quando la leggerete, capirete che si tratta di una storia che celebra il nostro amore per gli Avengers e, per quanto mi riguarda, mostra pure il mio amore per la Marvel in generale. La prima volta che scrissi gli Avengers volevo che la loro serie fosse centrale, quella in cui tutti i fili narrativi della Marvel avrebbero dovuto incrociarsi. Ed è questo che ho voluto celebrare.

Hai detto che hai lasciato la Marvel per provare qualcosa di diverso. Vuoi dire che i personaggi della Marvel in quel momento non erano più di tuo interesse?
Bendis: Conosci il Saturday Night Live? È un programma televisivo trasmesso anche in Italia? In America è una vera istituzione e io, oltretutto, nutro una sorte di ossessione per il mondo della commedia e i comici in generale. Per chi sceglie di essere un fumettista, arrivare a lavorare in Marvel e DC è un po’ come per un comico diventare un membro del cast del Saturday Night Live. Bisogna impegnarsi molto per arrivare là. Ciononostante, per quanto le cose vadano bene, sai già che non sarà una cosa definitiva. Solo un capitolo importante della tua vita, in attesa di decidere di passare ad altro. In realtà, quando arrivai alla Marvel la situazione era differente, perché la casa editrice stava uscendo dalla bancarotta. Poi, però, sono diventati uno studio cinematografico, hanno cominciato a realizzare videogiochi e serie televisive, e, infine, sono entrati a far parte della Disney. Grossi cambiamenti, avvenuti nel giro di sette anni, nei quali volevo godermi ogni istante e mi piaceva dire di sì a tutto. Eppure, nella mia testa continuavo a chiedermi quando me ne sarei andato. Arrivai a domandarlo seriamente alla Marvel non appena Mark Bagley, purtroppo, decise di lasciare Ultimate Spider-Man, dopo 111 numeri, ma mi risposero di no. Quindi proseguii pensando che, alla fine, qualcuno mi avrebbe fatto sapere che era arrivato il momento giusto per andarmene. Invece passò ancora molto tempo e dopo quasi vent’anni trascorsi in Marvel ancora mi chiedevo se fosse il caso di lasciare. Tuttavia, nel frattempo, avevo creato Miles Morales e si aprirono opportunità che non mi aspettavo, ma che volevo sfruttare fino in fondo, soprattutto nel cinema e nella musica, magari coinvolgendo altri miei eroi. Insomma, non potevo perdermi l’esperienza di vedere Miles là fuori nel mondo. E poi, naturalmente, c’erano anche Jessica Jones e Riri Williams. In America, però, si aprono sempre nuove opportunità e poiché ogni grande editore in quel periodo aveva inaugurato una propria linea di graphic novel, ricevetti un’offerta dalla Abrams ComicArts per un progetto di quel tipo (la serie di graphic novel Phenomena, ndr) e ora ho in uscita un libro pure per la First Second. Quello che voglio dire è che adesso esistono cose che non c’erano quando iniziai a lavorare nei fumetti e con cui mi piacerebbe cimentarmi e anche allora ero sempre combattuto se continuare con il lavoro dei miei sogni o se valesse la pena capire se esistesse un altro lavoro dei miei sogni. Dopo l’uscita di Spider-Man: un nuovo universo (lungometraggio animato della Sony Pictures del 2018 con Miles Morales come protagonista, di cui Bendis è stato consulente creativo e produttore esecutivo, ndr) mi sono detto: “Non potrà mai esserci niente più grande di così”. Ricordo di aver pensato la stessa cosa pure sul set del film degli Avengers (Bendis è stato coinvolto come consulente in numerosi film dei Marvel Studios, ndr) seduto accanto al mio amico Matt Fraction. Ma quando il film di Miles ha vinto l’oscar (nel 2019, come miglior film d’animazione, ndr) ho capito che quello era il massimo che potevo raggiungere, quindi ho deciso di scendere dal palco.
So che la risposta è lunga, ma anche la mia decisione lo è stata (sorride, ndr). A ogni modo, a quel punto io e mia moglie abbiamo concordato sul fondare una nuova etichetta (l’imprint Jinxworld, ndr) per la quale ho cominciato a ideare cose inedite, di mia proprietà, perché quella era l’unica cosa a cui ritenevo di non essermi ancora dedicato a sufficienza. La DC, però, era venuta a sapere che stavo per lasciare la Marvel e mi chiamò, facendomi un’offerta che non potevo rifiutare, assicurandomi, oltretutto, che avrebbero ospitato persino le mie nuove creazioni, alle stesse condizioni stabilite con Mike Richardson (il patron della Dark Horse, che avrebbe dovuto pubblicare subito le opere di Bendis sotto il marchio Jinxworld, ma che, invece, le ereditò successivamente, quando all’autore non venne rinnovato il contratto in DC, ndr). Mi sono anche reso conto che molti dei miei eroi degli anni Ottanta, Walt Simonson, John Byrne, George Pérez avevano lasciato la Marvel, restando per un po’ in DC. Così ci sono andato e mi sono divertito parecchio. Ho potuto lavorare con tanti nuovi personaggi, tra cui la Legione dei Super-Eroi, dove ho collaborato con Ryan Sook, uno dei miei artisti favoriti di sempre. Poi, quando quel periodo è finito, ho ricevuto offerte da Amazon e, successivamente, mi sono stabilito presso la Dark Horse, con la quale le cose stanno funzionando molto bene, vista la possibilità di lavorare anche su altri media. Non avrei potuto ottenere niente di meglio di quello che sto facendo adesso. È esattamente quello che volevo fare quando me ne andai dalla Marvel. Ma quando C.B. mi ha chiamato, mi ha messo qualcosa in grembo a cui non potevo dire di no. Cercherò di bilanciare questi nuovi progetti per la Marvel con tutto il resto, dato che ho molte cose nuove in mente.

Hai citato grandi autori come Walter Simonson e John Byrne. Credo che tu non abbia mai avuto la possibilità di lavorare con loro.
Bendis: Incredibilmente, invece, ho collaborato con quasi tutti loro. Walt Simonson ha realizzato una storia degli Avengers con me (un arco narrativo in sei parti legato al crossover Avengers vs X-Men del 2012, ndr). Non riesco ancora a crederci, eppure sono passati più di dieci anni. Lo incontrai per la prima volta quando avevo dodici anni. Mi trattò con molto gentilezza e mi fece capire che la mia strada era nei fumetti. Poi, quando sono cresciuto, ha fatto dei bei commenti su di me. Non mi sembrava vero. Quasi tutti i miei eroi mi hanno onorato con una collaborazione. Lo ripeto, stento ancora a crederci.

Un’ultima domanda molto breve, è vero come ha dichiarato Paul Jenkins in una recente intervista che è stato lui a raccomandarti alla Marvel?
Bendis: Adoro Paul, è un amico, ma in realtà a raccomandarmi è stato David Mack, uno dei miei migliori amici nell’intero universo. È una persona con cui lavoro a stretto contatto e con il quale vado assieme in macchina alle convention. Venne contattato da Joe Quesada (all’epoca editor in chief della Marvel, ndr) che voleva dargli in gestione Daredevil e io gli chiesi: “Dai, mostragli il mio lavoro!”. David allora gli disse una cosa del tipo: “Ehi, questo è il mio amico Brian, dovresti davvero prenderlo in considerazione e Joe mi chiamò subito”. Ora, non dico che Paul non abbia messo una buona parola per me. Sono sicuro che lo abbia fatto. D’altra parte, io avrei fatto la stessa cosa per lui. Ma so che quella volta fu David a raccomandarmi.

Dopo aver ringraziato Bendis per averci concesso l’intervista, fuori dai microfoni siamo riusciti a chiedergli se questi nuovi impegni con la Marvel potrebbero avere una ricaduta sui suoi progetti già iniziati, in particolare su Powers, la sua serie creator-owned più nota, recentemente tornata nei comic shop americani con storie inedite. Lui ha risposto di no, che è abituato a gestire più testate in contemporanea e che è così legato a Powers, che farà di tutto per evitare un calo qualitatitativo della serie.

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Crossover 1 e 2, recensione: l'opera meta-fumettistica di Donny Cates

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Il crossover, ovvero l’incrocio narrativo che porta personaggi titolari di serie diverse a essere parte della stessa storia, è uno degli espedienti maggiormente utilizzati nel mondo dell’entertainment. Nato con finalità prevalentemente commerciali, sfrutta il forte richiamo che l’incontro/scontro tra varie icone dell’immaginario popolare esercita non solo sui fan, ma pure sul pubblico più generalista. Diffusissimo nel fumetto supereroistico fin dalla Golden Age, è stato frequentemente impiegato dalla Marvel - e a partire dagli anni Ottanta anche da altri editori (DC in primis) - per cementare la propria continuity, diventando in tempi più recenti, l’asse portante dei cosiddetti “eventi”, saghe a lungo respiro che le due major americane propongono quasi a scadenza regolare, nella speranza di rinvigorire collane in declino, per riportare sotto la luce dei riflettori personaggi un po’ trascurati o, banalmente, per offrire al pubblico trame dirompenti e di ampie proporzioni che possano mantenere sempre vivo l’interesse verso determinati character.

Tali operazioni spesso, in realtà, non incidono più di tanto sulla “vita” dei protagonisti o addirittura tradiscono quelle che erano le premesse originali. Ciò nonostante, non si può negare che i crossover costituiscano ancora un’attrattiva irresistibile per i lettori. Non sorprende, quindi, che un vero appassionato come Donny Cates abbia deciso di dedicare proprio ai crossover una delle sue ultime fatiche, tanto da usare il termine stesso come titolo della serie. Questa – pubblicata negli USA dalla Image e raccolta in Italia dalla Saldapress in bellissimi volumi cartonati – è, tuttavia, molto più che un semplice omaggio alle iperboliche scazzottate tra eroi, villain ed esseri cosmici di smisurata potenza, che sono solite riempire le pagine di quegli albi legati tra loro, principalmente grazie alla straordinaria creatività che lo sceneggiatore texano esibisce tutte le volte che è libero di muoversi oltre i confini imposti da Marvel e DC. In questi casi, il nostro Donny si trasforma in un vulcano in eruzione da cui fuoriescono idee a ripetizione, che in parte rivelano anche la sua voglia di scardinare alcune regole della letteratura disegnata apparentemente inviolabili, pur senza rinnegare mai l’indirizzo popolare della sua scrittura, la quale resta costantemente lontana da ogni velleità autoriale e ben ancorata a uno spirito bonario, che nulla ha a che fare con l'estremismo trasgressivo di Garth Ennis o con l’acida irriverenza dell’ultimo Alan Moore.

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Eppure, le sequenze iniziali della serie potrebbero persino avere il sapore del déjà vu, dato che - evento catastrofico a parte – mostrano l’inspiegabile arrivo dei personaggi dei fumetti nel mondo reale, una trovata indubbiamente singolare, ma già esplorata da altri in passato (si pensi, per esempio, a 1985 di Mark Millar e Tommy Lee Edwards). Ciò nondimeno, quella che in principio sembra anche una stramba denuncia del razzismo e del cristianesimo oscurantista dell’America profonda, viene presto impreziosita dall’inconfondibile tocco del giovane scrittore trasformandosi in un gioco meta-testuale in piena regola dove il termine crossover cambia rapidamente di significato, passando dal suddetto incontro tra esseri umani e personaggi dei fumetti (surrealmente distinguibili dalle persone in carne e ossa perché “colorati” in bassa qualità con la tipica retinatura dei vecchi comic book), al classico incrocio tra eroi di collane diverse, fino ad arrivare all’ingresso nella trama di character di altri autori (su tutti Madman di Mike Allred, i detective Chris Walker e Deena Pilgrim protagonisti di Powers di Brian Michael Bendis e Michael Avon Oeming e un cattivone molto popolare – soprattutto grazie alla TV - di cui non riveliamo il nome per non rovinare la sorpresa a chi ancora non si è avvicinato alla serie) e, inaspettatamente, alla comparsa di Cates stesso e di alcuni suoi illustri colleghi che diventano addirittura parte del cast dei comprimari della vicenda (omaggiando e, forse, prendendo amabilmente in giro gli ultimi numeri dell’Animal Man di Grant Morrison).

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È sicuramente questa - almeno per quanto si è visto sinora – il passaggio più divertente dell’opera, sebbene il lungo preambolo iniziale, necessario a introdurre i protagonisti e a definire lo scenario, sia tutt’altro che trascurabile, essendo illuminato fin dalla prima vignetta dal brio dell’autore texano, al solito abilissimo nel dosare avventura, commedia (di frequente appannaggio dello spassosissimo Dottor Blaqk, già apparso in altri titoli di Cates e divenuto ormai molto più che una semplice parodia del Dottor Strange) e melodramma. Poi però, dopo il gustoso interludio scritto da Chip Zdarsky che, con grande autoironia, scherza sul suo pseudonimo (il cartoonist canadese si chiama in realtà Steve Murray, ma pure gli addetti ai lavori spesso se lo dimenticano), facendo prendere vita al suo alter-ego artistico, il lettore viene trascinato in una farsa delirante, in cui la vicenda perde progressivamente ogni traccia di verosimiglianza. A questo clima goliardico - che sembra voler fare il verso a quello che si respira nel dissacrante Airboy di James Robinson e Greg Hinkle - si uniscono entusiasticamente anche Bendis, Oeming e Robert Kirkman che, similmente a Zdarsky, utilizzano le loro creazioni più famose per farsi beffe di sé stessi. E, nel generale vortice autocitazionista, la parte del leone spetta ovviamente a Cates che, con la sua abituale sfrontatezza, si ritaglia un ruolo determinante nella trama. Sorprendentemente, tuttavia, il suo veniale narcisismo non penalizza assolutamente lo scorrere degli eventi i quali, anzi, finiscono per risultare persino più appassionanti agli occhi del pubblico, a dispetto di alcuni snodi narrativi che – a onor del vero - vengono parzialmente sacrificati nella seconda metà della serie.

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Per dare vita a questa innocua ma piacevolissima follia, l’autore di Buzzkill e God Country si affida ancora una volta alle matite di Geoff Shaw (sostituito in brevi intermezzi da Oeming e Phil Hester), il quale ripaga l’amico con una prova più ispirata del solito, che è pure il sintomo evidente di una maturità artistica ormai prossima per il disegnatore americano. Eliminato il tratteggio spigoloso e un po’ sporco dei suoi primi lavori, Shaw fonde brillantemente il dinamismo del fumetto supereroistico moderno a un’espressività dei volti tendente al caricaturale (soprattutto quelli maschili), uno stile che esalta l’anima avventurosa della vicenda ma che, contemporaneamente, evita di far passare in secondo piano l’approccio parzialmente umoristico voluto da Cates. In aggiunta, la costruzione delle tavole è estremamente variabile e segue alla perfezione il ritmo imposto dalla trama, con un’alternanza di splash-page e di pagine fitte di vignette che separano in maniera netta i passaggi più concitati da quelli più riflessivi. L’artista di Denver, oltretutto, pare aver acquisito una maggiore dimestichezza con le ombreggiature, le inquadrature dei personaggi e i dettagli degli sfondi, il che – grazie anche all’ottimo lavoro di Dee Cunniffe ai colori - garantisce un preciso allineamento dei disegni ai frequenti cambi di registro emotivo presenti nella sceneggiatura.

Che altro dire? Nulla se non che attendiamo con ansia di leggere il prossimo story arc, il quale si preannuncia ancora più deflagrante dei due pubblicati finora. Non trattenete il fiato nell’attesa, però. Cates è impegnato in così tanti progetti, che non sembra intenzionato a tornare molto presto alla sua strampalata meta-creatura.

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La Dark Horse pubblicherà i titoli Jinxworld di Brian Michael Bendis

  • Pubblicato in News

THR riporta che Brian Michael Bendis porterà la sua linea di fumetti Jinxworld alla Dark Horse dopo gli anni in Marvel e in DC.

La linea, di cui fa parte Powers, lancerà nuovi titoli fra cui Joy Operations, descritto come un'ambiziosa odissea di fantascienza. Creato con l'artista di Wonder Twins Stephen Byrne, Joy Operations si svolge 55 anni nel futuro e ha come protagonista Joy, agente speciale che cambierà vita tradendo tutto ciò in cui ha sempre creduto.

Il nuovo accordo con la Dark Horse vedrà la pubblicazione dell'epopea yakuza Pearl, disegnata con il co-creatore di Jessica Jones, Michael Gaydos, il thriller di spionaggio Cover con l'artista David Mack e The Murder Inc., dai creatori di Powers Michael Avon Oeming e Taki Soma.

“Sono così orgoglioso di chiamare casa la Dark Horse Comics! Da Dark Horse Presents fino a Black Hammer, la Dark Horse è sempre stata in prima linea per i fumetti di proprietà che personalmente adoro e a cui aspiro. Questa partnership è in corso da molto tempo", ha affermato Bendis in una nota. “Mike Richardson, Daniel Chabon e tutti gli altri alla Dark Horse ci hanno accolto a braccia aperte, ed è molto eccitante iniziare a lanciare i nostri nuovissimi titoli come Joy Operations e reintrodurre alcuni dei nostri classici titoli Jinxworld come Powers, Torso e Jinx. I miei amici confermeranno che avrei voluto che quelle serie fossero state pubblicate dalla Dark Horse quando le abbiamo realizzate per la prima volta. Verso il futuro!"

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