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Intervista a Deniz Camp: la nuova star dei comics americani, da Ultimates a Absolute Martian Manhunter

Durante l’ultima edizione del Napoli Comicon, grazie a Panini Comics abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Deniz Camp, astro nascente del fumetto americano e autore dei testi delle acclamate serie Ultimates per la Marvel e Absolute Martian Manhunter per la DC.
Potete ascoltare le sue risposte nel video qui di seguito oppure leggerle nella sua trascrizione.

Intervista a cura di Antonio Ausilio e Luca Tomassini.



Comicus (Antonio): Ciao Deniz, come stai?
Molto bene, grazie

Comicus (Antonio): Stan Lee era solito dire che i fumetti della Marvel mostrano il mondo fuori dalla finestra. Tuttavia, siamo rimasti molto sorpresi dell’esplicito messaggio politico contenuto nelle storie dei tuoi Ultimates. Hai mai avuto problemi a ricevere l’approvazione della Marvel per le tue sceneggiature?
È divertente che tu me lo chieda, perché è la domanda che si fanno tutti: “come è possibile che sia successa una cosa del genere?”. Eppure, in Marvel non ho mai ricevuto quasi nessuna opposizione sulle mie posizioni politiche o sui messaggi politici che ho inserito nell’albo. Mi hanno supportato fin dalla prima proposta che ho presentato loro. È vero, la serie possiede un sottotesto politico, io credo, però, che ormai non sia più possibile fare arte senza politica. Sì, forse il mio messaggio è più “di sinistra” di quanto la gente sia abituata negli Stati Uniti, ma io penso che un numero sempre più crescente di persone sia stanca del sistema, ed è per questa ragione che la serie ha avuto una risonanza così significativa.
Ripeto, in Marvel non mi è mancato il supporto, benché, onestamente, per ogni nuovo episodio mi aspettassi frasi del tipo: “questo non lo puoi fare”, “cosa stai facendo?”. Invece, mi hanno sempre detto: “ottimo, andiamo avanti”, aggiungendo solo minime annotazioni. Questa è la bellezza dell’Universo Ultimate e Wil Moss, l’editor delle serie Ultimate - e uno dei migliori del fumetto americano - ha davvero lasciato sia a me che agli altri sceneggiatori molta libertà. Per questo motivo, gli X-Men di Peach (Peach Momoko, autrice di Ultimate X-Men, ndr) sono completamente diversi dalla mia serie o da quella di John (Jonathan Hickman, sceneggiatore di Ultimate Spider-Man, ndr). Abbiamo la serie di Spider-Man che non somiglia per niente a quella di Wolverine, e così via.

Comicus (Luca): Escluso Children of the Vault, il tuo primo lavoro per Marvel Comics, stai scrivendo serie ambientate in universi alternativi tanto per Marvel (Ultimates) quanto per DC (Absolute Martian Manhunter). Pensi che in futuro lavorerai sulle icone classiche dei due editori oppure preferisci gli universi alternativi per la maggiore libertà creativa che possono offrire?
Adoro gli universi alternativi per la maggiore libertà che possono offrire, ma non è stata una scelta intenzionale da parte mia bensì quello che mi è stato offerto. Ho ricevuto una e-mail in cui mi veniva chiesto se potesse interessarmi scrivere The Ultimates e ho risposto di sì, e la stessa cosa è successa con Absolute Martian Manhunter e la possibilità di scrivere qualcosa per l’Universo Absolute. Il mio prossimo progetto per DC Comics sarà ambientato nella continuity dell’universo principale, cosa che non mi dispiace affatto, è una cosa che richiede un differente insieme di competenze anche se alla fine si tratta sempre di narrazione, quindi adoro lavorare a cose diverse e amo le sfide, sono entusiasta di potermi confrontare con nuove sfide.

Comicus (Antonio): Secondo la nostra opinione, Absolute Martian Manhunter è una delle serie migliori del 2025 e – detto onestamente – anche del 2026, ma in confronto al resto dell’Universo Absolute ci sono alcune differenze. L’aspetto supereroistico non è così evidente, per noi la trama si avvicina più a quella di un thriller psicologico. Erano queste le caratteristiche della serie fin dall’inizio o le hai cambiate successivamente? Nello specifico, considerando l’arte straordinaria di Javier Rodríguez, queste modifiche vengono forse da lui? Giusto per fare un esempio, il fumo delle sigarette o il fumo in generale sembra quasi un personaggio della storia. Hai avuto subito questa idea o forse ti è venuta parlandone con Javi?
L’idea del fumo come metafora e che fosse una cosa attiva viene da me. Innanzitutto, perché tradizionalmente nei fumetti il balloon a forma di fumo è il modo in cui vengono rappresentati i pensieri e poi perché Martian Manhunter è connesso con il fuoco, essendo una sua debolezza. Era una cosa già presente nella mia proposta originale. Tuttavia, l’idea di utilizzare più colori, il modo in cui il fumo “agisce” e sembra “vivo”, provengono da Javi. In pratica, in ogni episodio lavoriamo così: io propongo qualcosa e poi lui la migliora in maniera sostanziale. Se, invece, è lui a fare una proposta, io cerco di fare del mio meglio affinché possa funzionare. La nostra è una vera collaborazione. So che lui fa dei cambiamenti per le giuste ragioni, per cui anch’io mi impegno al massimo per rendere efficaci quelle modifiche. L’intera esperienza sulla serie è stata meravigliosa per me. Ho imparato e sto ancora imparando moltissimo sui fumetti grazie a Javi. A volte dice cose che mi lasciano a bocca aperta, ma che per lui sono semplici, ed è stato un vero piacere vivere tutto ciò sulla serie.

Comicus (Luca): La serie originale di The Ultimates è un grande classico del nuovo millennio, ma nel frattempo il mondo è cambiato molto. È questo il motivo per cui la tua versione è così diversa dall’originale? E in cosa è differente dalla versione di Millar e Hitch?
Quello che ho cercato di fare, quando mi è stato offerto il lavoro, è stato di restare fedele allo spirito di quello che Mark e Bryan avevano fatto con The Ultimates. E quello che hanno fatto è guardare i supereroi Marvel iconici e chiedersi: “Ok, che aspetto ha un supereroe oggi?”
Quello era il periodo post 11 settembre, ovvero un tempo di imperialismo americano, di forza del complesso militare e industriale e di una certa “tracotanza americana”. Così quello che fecero fu prendere questi elementi e usarli per modellare gli Avengers. Quello che c’era prima era finito, e loro resero gli Avengers una sorta di combattenti contro il terrorismo. Ma ora anche quel periodo è finito e le cose sono cambiate molto. Io ovviamente sono uno scrittore diverso da Mark, com’è diversa la mia prospettiva sul mondo di oggi e la mia visione di questi personaggi. Ciò che lui faceva era satira, o almeno in parte. Io invece cercavo un approccio più sincero, più diretto. Volevo guardare e capire: che aspetto ha un supereroe oggi? Che aspetto ha un eroe negli anni 2020? Per me gli eroi sono persone che di solito vengono oppresse – dallo Stato, dal Capitale o da qualunque altra struttura di potere – e che fanno parte di movimenti. Non sono figure dallo spirito individualista e fuori dal comune. Nascono dai movimenti, nascono dal popolo, costruiscono movimenti oppure contribuiscono a costruirli. E non solo oggi: se guardi alla storia, penso che sia sempre stato così. Quindi nella mia versione c’è anche una sorta di rifiuto dell’idea del “grande uomo della storia”, dell’idea che una sola persona possa cambiare tutto. Per quanto riguarda la differenza tra le due versioni, il modo più sintetico in cui la descrivo è questo: negli Ultimates di Mark, i supereroi danno la caccia ai terroristi. Nei miei Ultimates, o meglio nei nostri Ultimates, i supereroi sono i terroristi (o considerati tali, ndr.)

Comicus (Antonio): Panini Comics ha presentato in questa manifestazione Assorted Crisis Events, ma onestamente non abbiamo ancora avuto il tempo di leggere il volume. Puoi parlarcene tu?
In breve, è come se delle persone normali venissero coinvolte in Crisi sulle terre infinite (notissima maxiserie di Marv Wolfman e George Pérez, che nel 1985 azzerò il multiverso DC, ndr), oppure è una sorta di Black Mirror (celebre serie televisiva britannica, della quale nel 2025 è stata rilasciata su Netflix la settima stagione, ndr) in cui il tempo e lo spazio stanno collassando. È una serie antologica, dove ogni episodio è una storia completa, con nuovi personaggi, che devono affrontare questa crisi temporale, la quale si manifesta sempre in maniera differente.
Ad esempio, in un numero una ragazza rimane bloccata in un loop temporale di sessanta secondi, ma per milioni di anni. Poi improvvisamente riesce a uscirne e cerca di riadattarsi alla vita. Ciascuna tavola dell’episodio raffigura un loop, in modo che la narrazione rifletta ciò che sta accadendo ai personaggi, cercando di far provare al lettore le stesse emozioni che provano loro.
In un altro numero, un personaggio attraversa la vita a velocità vertiginosa. Ogni momento della sua esistenza sembra durare uno schiocco di dita e il modo in cui raccontiamo la storia, prova a replicare quella sensazione, con rapidi passaggi da una scena all’altra.
Quindi, protagonisti sempre differenti, che devono fronteggiare diverse manifestazioni della crisi. Le quali, ovviamente, sono anche metafore di ciò con cui io e i miei amici abbiamo a che fare in questo momento.

Comicus (Luca): Come puoi vedere dalla maglietta che indosso, sono un grande fan dei Fantastici Quattro e della tua versione di Reed Richards che, nell’ Ultimate Universe, veste i panni di Ultimate Doom. Credo che Destino sia il personaggio più umano e tragico di tutta la serie, a causa del dolore e della sofferenza che prova per la consapevolezza delle opportunità di vita che gli sono state sottratte. Prova costantemente a riportare le lancette dell’orologio indietro, che è una cosa molto umana. Qual è il motivo della scelta di questa caratterizzazione del personaggio, che adoro?
Come sapete, l’idea di far vestire i panni di Destino a Reed Richards è di Jonathan Hickman, che lo ha reso una figura tormentata dalle macchinazioni del Creatore e che odia sé stesso così tanto da aver torturato il proprio io per chissà quanto tempo. Io volevo semplicemente portare avanti quell’idea. Per me è diventato il protagonista di una tragedia struggente, con al centro tutto quello che gli manca e tutto quello che sarebbe dovuto essere. E questo, per me, è il vero tema dell’intero universo che Jonathan ha costruito. Credo che lui stesse cercando di distillare quella sensazione che molte persone della mia generazione provano, cioè che ci era stato promesso un futuro migliore e più luminoso, con la certezza che ogni generazione sarebbe stata più sana, più felice e più giusta della precedente, come abbiamo sempre pensato crescendo. E questa cosa non si è realizzata. Non credo si sia realizzata affatto. Penso che molte persone stiano molto peggio oggi rispetto a prima. La sensazione generale è che ci sia stato tolto qualcosa. E quindi Destino è la versione definitiva di tutto questo. Tutti gli Ultimates portano dentro questa sensazione, ma Destino ne è l’incarnazione assoluta. È letteralmente perseguitato dai fantasmi di tutto ciò che non è mai stato, da quei Fantastici Quattro che non sono mai esistiti. Non solo gli è stato strappato via tutto quello che lo definiva, ma è stato anche torturato per un tempo infinito. Gli è stata strappata via perfino quella parte di sé che amava la scoperta scientifica. Gli è stato tolto tutto. Eppure, nonostante tutto quello che gli è stato portato via, continuiamo ad essere testimoni del suo eroismo. Continua a salvare le persone. Continua a preoccuparsi per gli altri. E adoro questa cosa. La adoro. Ho sempre amato Reed Richards come personaggio, ma mi sono davvero innamorato di Destino. È uno dei personaggi che preferisco scrivere.

Comicus (Antonio): Lo stile di Ultimate Endgame è piuttosto diverso da quello di altre tue serie. Contiene diversi elementi rintracciabili negli albi sceneggiati da Jonathan Hickman. Hai discusso il progetto con lui, decidendo, poi, di mantenere vari aspetti della sua scrittura?
Io e John ne abbiamo parlato brevemente. Gli ho descritto le mie idee, anche se, di base, ho dovuto solo collegare tutti i fili narrativi da lui impostati. Dovevo, per esempio, occuparmi del Creatore nella Città e di ciò che proveniva da Ultimate Invasion, la sua run originale, tipo la vicenda relativa a Kang. Dovevo, insomma, rendere giustizia alla sua storia, all’universo da lui creato. Endgame parla sostanzialmente di questo. Ultimates, invece, racconta una ribellione. La rivoluzione sorta in Ultimates è nata dalle mie idee per la serie. Non faceva affatto parte del piano iniziale di John.

Comicus (Luca): Qualche anticipazione su progetti per l’immediato futuro? Qualcosa di cui ci puoi parlare?
Ancora no, però posso dire che c’è qualcosa in arrivo per la DC che probabilmente verrà annunciato al San Diego Comic-Con o in un’altra occasione del genere. E ne sono molto entusiasta. È il mio prossimo progetto con Javier Rodriguez dopo Absolute Martian Manhunter. E siamo molto emozionati. Io ho già iniziato a scriverlo. Lui non ha ancora iniziato a disegnarlo perché sta ancora finendo Absolute Martian Manhunter, ma spero che verrà fuori qualcosa di grandioso.

Grazie Deniz, è stato un piacere.

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Comic(US) Book Annual: I migliori e i peggiori comic book del 2025

  • Pubblicato in Focus

Puntata speciale di Comic(US) Book in cui tiriamo le somme del 2025. Due liste di quattro titoli ciascuna che rappresentano, secondo noi, il meglio e il peggio di quanto è stato pubblicato in Italia nell’anno che sta per concludersi, nel classico albo spillato all’americana.

I QUATTRO MIGLIORI COMIC BOOK DEL 2025

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Batman e Robin: anno uno
Ribadiamo quello che abbiamo detto nella prima puntata di questa rubrica. Batman e Robin: anno uno è una maxiserie di livello altissimo, più che degna di un vero articolo di approfondimento (a cui faremo in modo di provvedere nelle prossime settimane). Non potevamo però non includerlo nella lista dei migliori comic book del 2025, anche perché nel corso dei suoi dodici numeri, non ha mai mostrato il minimo cedimento qualitativo.
Mark Waid e Chris Samnee si sono rivelati una coppia affiatatissima, arrivando persino a superare l’ottimo lavoro fatto nel loro celebre ciclo di Daredevil di diversi anni fa. Merito, a quanto pare, soprattutto di Samnee, che ha spinto fortissimamente per la realizzazione dell’opera (di cui, per giunta, è pure co-autore del soggetto), non risparmiandosi in nessuna vignetta, in ognuna delle quali (grazie anche ai bellissimi colori di Matheus Lopes) è riuscito a far convivere il suo tratto pulito e lineare (e dal fascinoso gusto retro, che ben si sposa a una rievocazione di questo tipo) con inquadrature altamente dinamiche. Waid, invece, confermando di trovarsi in uno dei momenti migliori della sua lunga carriera, ci regala una sceneggiatura scoppiettante, in cui ironia e drammaticità si amalgamano con estrema naturalezza, evitando che il suo conclamato amore per i personaggi possa trasformarsi in un limite narrativo. I testi sono leggeri, ma scolpiti su misura sulle caratteristiche dei protagonisti, che appaiono molto credibili tanto nella risolutezza delle loro azioni quanto nell’insicurezza derivante dall’inesperienza di entrambi.
Cosa dire di più? Naturalmente che speriamo che presto i due autori annuncino Batman e Robin: anno due.

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Absolute Wonder Woman

Per il poco che si è visto da noi, forse la palma di miglior serie dell’Universo Absolute dovrebbe essere assegnata a Martian Manhunter, ma, preferiamo premiare la testata dedicata a Wonder Woman, per l’altissimo livello qualitativo che gli autori sono riusciti a mantenere in tutti gli episodi pubblicati finora in Italia (quasi il triplo di quelli del fumetto di Deniz Camp e Javier Rodríguez). Inoltre, la Diana tratteggiata da Kelly Thompson è il personaggio che più di ogni altro pare incarnare lo spirito dark del nuovo universo DC. Non solo per il suo essere, contemporaneamente, sia una guerriera che una strega, ma anche perché immediatamente contrapposta a nemesi tanto mostruose, da rendere la vicenda ancora più tenebrosa. Tuttavia – ed è questo il pregio maggiore della serie - l’umanità sprigionata dall’eroina è realmente palpabile e ciò crea un legame empatico quasi indissolubile con il lettore. La Thompson è bravissima nel far emergere da subito una forte dicotomia nelle azioni di Diana, sovrapponendo al suo enorme coraggio insicurezze e fragilità teoricamente non associabili a una semidivinità. Il tutto raccontato attraverso una prosa potente, che – tolti i due episodi illustrati da Mattia De Iulis, comunque notevoli - non poteva trovare alleati migliori di Hayden Sherman e Jordie Bellaire per essere magnificata. L’artista statunitense sfoggia di continuo tavole visionarie e straordinariamente evocative, esaltate dall’incessante mutare della gabbia, che riescono nel difficile compito di suggestionarci con la mitologia greca pur essendo realizzate con un tratto modernissimo. Bellaire, invece, amalgamando tonalità grigie e spente a rossi infuocati e verdi fosforescenti ammanta la narrazione di cupezza e disperazione.

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Ultimates

Salita gradualmente (ma inesorabilmente) di tono, la serie dedicata alla nuova incarnazione degli Ultimates nella seconda metà dell’anno ha definitivamente sostituito Ultimate Spider-Man come albo portante di Terra 6160. Un ribaltone difficilmente prevedibile qualche mese fa e per certi versi sorprendente, dato che Jonathan Hickman viene tuttora considerato il demiurgo di questa seconda parentesi Ultimate. A ogni modo, un risultato del genere non è che la diretta conseguenza del talento di Deniz Camp, praticamente sconosciuto prima dell’esordio della testata, ma affermatosi velocemente come uno degli sceneggiatori più promettenti della sua generazione. A differenza di Hickman, maggiormente portato a mostrare scenari puramente supereroistici, con rari sottotesti di altra natura, l’autore turco-filippino sceglie spesso e volentieri la strada opposta, arricchendo le avventure del team di temi sociali e politici, attraverso i quali il mondo distopico del Creatore diventa una chiara metafora della deriva autoritaria a cui sta andando incontro l’America di oggi. Una decadenza morale e civile, alla quale Camp risponde con uno schietto messaggio di ribellione, che si riflette nelle azioni dei suoi personaggi più riottosi (Occhio di Falco, Luke Cage, She-Hulk), o nelle dissertazioni esistenziali di Destino, figura tormentata ed enigmatica, tra le più innovative del fumetto americano.
Non è un caso che proprio a Camp siano stati affidati i testi di Ultimate Endgame, l’evento che, apparentemente, segnerà la fine del secondo Universo Ultimate.

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Teenage Mutant Ninja Turtles

In maniera forse inaspettata, inseriamo come quarto miglior comic book del 2025 la nuova serie delle Tartarughe Ninja, che, in effetti, non era mai comparsa in questa rubrica. La nostra scelta è stata determinata dalla semplice constatazione che Jason Aaron sembra finalmente tornato a essere lo scrittore che avevamo apprezzato su Scalped, Southern Bastards e Thor, dopo parecchi anni inspiegabilmente sottotono spesi in vari progetti creator owned poco riusciti e, soprattutto, in una lunga run degli Avengers, quasi totalmente da dimenticare. A ulteriore prova della rinascita di Aaron citiamo pure l’ottimo Absolute Superman, che viene raramente preso in considerazione, solo perché oscurato da due meraviglie come Absolute Wonder Woman e Absolute Martian Manhunter. Ma il lavoro fatto con le creature di Peter Laird e Kevin Eastman si posiziona su un gradino più alto rispetto al kryptoniano “proletario” della DC, non fosse altro che per la difficoltà di raccontare qualcosa di nuovo su icone pop dalla storia pluridecennale. Il fumettista statunitense aggira brillantemente l’ostacolo coinvolgendo Raffaello & C. in una trama dove le vicende passate dei personaggi sono nominate solo di striscio, pur facendo capire chiaramente di conoscerle a fondo. Esattamente come dimostra di saper caratterizzare ognuno dei quattro protagonisti, che, difatti, non vengono mai snaturati. Una precisa strategia per attrarre nuovi lettori, evitando, tuttavia, di correre il rischio di perdere quelli storici. Aaron, in più, ci offre una rappresentazione estremamente matura delle quattro tartarughe mutanti, esplorandone in dettaglio i conflitti interiori, senza, però, rinunciare all’azione, che resta, necessariamente, una parte imprescindibile del racconto.
Inizialmente la serie prevedeva un artista diverso a ogni numero, finché Juan Ferreyra non ne è diventato il disegnatore titolare, esaltando con il suo stile tendente al grottesco, l’originale anima underground dei personaggi.

I QUATTRO PEGGIORI COMIC BOOK DEL 2025

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I Fantastici Quattro

Tra le serie più brutte del 2025, non potevamo non includere quella dedicata ai Fantastici Quattro. Abbiamo spiegato varie volte in questa rubrica le ragioni del nostro giudizio negativo, ma tanto vale ripeterlo, dato che – per motivi a noi ignoti – le storie di Ryan North continuano ad avere un numero consistente di estimatori. Nessuno discute la bravura dello scrittore canadese. Finora, però, in ambito fumettistico, si è sempre distinto per opere rivolte a un pubblico di giovanissimi, caratterizzate da uno humor leggero e innocuo e con vicende che mettono in risalto l’amicizia e i legami famigliari. Temi trasportati di peso all’interno dei Fantastici Quattro, con la conseguenza di far perdere progressivamente alla collana ogni elemento che l’aveva resa famosa, primo fra tutti quel sense of wonder che permeava le storie di Stan Lee e Jack Kirby, ma che, poi, era stato coltivato anche dagli autori successivi (John Byrne e Walter Simonson in testa), persino in cicli meno riusciti come quello di Dan Slott, che ha preceduto proprio la gestione di North. Tutte le saghe viste al momento si sono, invece, esaurite in pochi numeri, senza una vera narrazione di lungo respiro. L’avventura è spesso risultata latitante a favore di scene casalinghe che avrebbero dovuto essere solo di contorno, ma che, al contrario, sono diventate largamente predominanti. I personaggi principali sono apparsi di frequente privi di spessore, se non addirittura ridotti a macchiette e i criminali sono stati quasi sempre utilizzati come semplici comparse. Non parliamo, poi, dell’aspetto grafico, dato che sulla testata dei Fab Four, negli ultimi due anni, si sono alternati alcuni dei peggiori disegnatori attualmente in forza alla Marvel.
Avevamo sperato che il film dei Marvel Studios con protagonisti Mr. Fantastic e soci potesse portare a una svolta anche nel team creativo del comic book e almeno sul fronte artistico è effettivamente arrivata una superstar come Humberto Ramos. North, però, è stato confermato alle sceneggiature, per cui immaginare un cambio di rotta nell’immediato futuro non è che una mera utopia.

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L’incredibile Hulk

Altra serie storica da tempo precipitata in un tunnel di mediocrità, da cui pare non essere più in grado di uscire è quella del Golia Verde. In questo caso le colpe della Marvel sono persino maggiori rispetto ai Fantastici Quattro, data l’evidente noncuranza con la quale i suoi supervisori hanno fatto in modo che la gestione di Phillip Kennedy Johnson si muovesse verso una direzione, in cui la presenza dell’alter ego di Bruce Banner venisse presto considerata superflua. Come spiegare altrimenti interi episodi ridotti a capitoli di una saga horror, dove personaggi praticamente mai visti prima hanno assunto un’importanza spropositata, diventando, di fatto, i veri protagonisti dell’albo (con tanto di noiosissime pagine di approfondimento di solo testo poste in coda al fumetto)? Le cose, poi, sono ulteriormente peggiorate, fino ad arrivare alle storie attuali, in cui Johnson (probabilmente più interessato a mettere a punto i dettagli della seconda fase del suo ciclo, dove Hulk verrà trasformato in un essere infernale) ha sostanzialmente abbandonato ogni tentativo di dare un minimo di coerenza alla vicenda in corso. I vari character sono ormai l’ombra di se stessi e la trama si trascina stancamente senza che succeda nulla di veramente rilevante, con l’aggravante di voler mantenere viva l’attenzione attraverso il ricorso sconclusionato a scene così raccapriccianti, da fare invidia agli slasher movie più efferati.
Per fortuna, almeno sul lato artistico, dopo troppi numeri sfigurati dagli imbarazzanti scarabocchi di Danny Earls, Nic Klein è tornato a disegnare con maggiore regolarità. Ma può davvero bastare la presenza di qualche bella tavola per considerare l’albo degno di essere letto?

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Ultimate Spider-Man: Incursion
Quando pensavamo che, pur con fisiologici alti e bassi, il nuovo Ultimate Universe potesse considerarsi un progetto narrativo compiuto, ecco arrivare questa miniserie, che è riuscita nell’arduo compito di far vacillare i nostri convincimenti. Scritta letteralmente con i piedi da Deniz Camp (lontano anni luce dall’autore che ci sta entusiasmando con Ultimates e Absolute Martian Manhunter) e Cody Ziglar (che, benché non si sia mai distinto con storie a fumetti degne di essere ricordate, ha sicuramente fatto di meglio), racconta l’arrivo di Miles Morales su Terra 6160. Attraverso soluzioni di trama talmente forzate che anche i più accondiscendenti tra i lettori faranno fatica ad accettare come sensate, lo Spider-Man del precedente Universo Ultimate incontra praticamente ogni eroe del mondo plasmato dal Creatore, così come parecchi dei “cattivi” più rappresentativi. Ciò che ne viene fuori è una vicenda senza capo né coda, popolata da personaggi piatti e totalmente irriconoscibili rispetto a quelli che compaiono sulle relative testate a loro dedicate, ma, soprattutto, con nessun vero collegamento con gli eventi che stanno portando dritti a Ultimate Endgame, se non la scoperta da parte di Destino (cioè il Reed Richards di Terra 6160) che il Creatore è in realtà il Reed Richards di un mondo che non esiste più. Una rivelazione che occupa un paio di pagine e che non può, di sicuro, essere considerata sufficiente a giustificare ben cinque numeri di nulla assoluto

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Deadpool/Batman – Batman/Deadpool

Chiudiamo con il peggio del 2025 con lo strombazzatissimo ritorno dei crossover tra Marvel e DC. Tralasciando le storielline a contorno, spesso inconsistenti o di livello così basso da costringerci a verificare più volte il nome degli autori, essendo rimasti letteralmente increduli per l’infima qualità di quello che avevamo appena letto (con un irriconoscibile Frank Miller a fare da capofila in questa fiera dell’orrido), sono in particolare le storie principali ad aver deluso su tutta la linea. Il match di andata, opera di Zeb Wells e di un apatico Greg Capullo, è l’ennesima riproposizione dell’infinito duello tra Batman e Joker, con Deadpool come terzo incomodo. La trama è talmente banale che non vale nemmeno la pena di provare a raccontarla, il pathos è inesistente e i personaggi sono caratterizzati in maniera così ridicola che, arrivati alla fine, abbiamo subito rimpianto i soldi spesi per acquistare una simile nefandezza.
Va poco meglio con la sfida di ritorno, dove Grant Morrison si esibisce in un inutile esercizio di stile metafumettistico, in cui l’unico passaggio veramente divertente è lo scambio di battute tra Batman e Deadpool, nel quale il Cavaliere Oscuro fa capire di ritenere il Mercenario Chiacchierone un’imitazione di Deathstroke della DC (cosa peraltro vera). Per il resto, un vuoto e pedante citazionismo, che ha il solo scopo di consentire a Morrison di autocelebrarsi. Scusate la battuta, ma sprecare il talento di Dan Mora con una storia del genere dovrebbe essere considerato un crimine contro l’umanità.
Ciò che, però, abbiamo trovato realmente sgradevole è l’enorme superficialità con cui è stata realizzata l’intera operazione, dove il numero esagerato di copertine variant, è immediatamente apparso come un chiaro segnale della volontà di entrambe le case editrici di utilizzare un evento di questo tipo esclusivamente per fini speculativi.

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