Powers Deluxe 1-4, recensione: il noir supereroistico secondo Bendis e Oeming
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Sul fatto che Brian Michael Bendis fosse affezionato a Powers non nutrivamo alcun dubbio, ma averne ricevuto conferma direttamente da lui, a margine della breve intervista che ci ha gentilmente concesso durante l’ultima edizione della Milano Games Week & Cartoomics, ci ha, comunque, tranquillizzati. I numerosi progetti che lo attendono nei prossimi mesi, infatti, compresi anche diversi lavori per la Marvel, ci avevano fatto temere che la serie, ripartita con nuovi personaggi per celebrare i venticinque anni dall’uscita del primo numero, potesse essere pubblicata un po’ a singhiozzo, se non, addirittura, messa in stand-by. Così non sarà, a quanto pare, pertanto, in attesa degli episodi inediti in Italia, vale sicuramente la pena andarsi a rileggere la collana storica. Una possibilità offerta dai corposi volumi cartonati in cui Panini Comics ha recentemente deciso di ristamparla.
Quando nell’aprile del 2000 Powers arrivò nelle fumetterie americane, Bendis era un giovane autore già beniamino della critica, dopo essersi fatto notare con alcune brevi serie indipendenti di genere spionistico e noir pubblicate dalla Caliber Press (in seguito Caliber Comics) come Fire, A.K.A. Goldfish e Jinx, tanto da riuscire a conquistare nel 1999 un premio Eisner (nella scomparsa categoria Talent Deserving of Wider Recognition) e a catturare l’interesse di Todd McFarlane, il quale si convinse ad affidargli i testi di Hellspawn e di Sam & Twitch. Da lì in poi, sotto le insegne della Image, la sua fama crebbe ulteriormente, prima con l’uscita di Torso (ennesima crime story ispirata alla vicenda reale di un mai identificato serial killer di Cleveland degli anni Trenta) e successivamente proprio – e soprattutto - con Powers, diventata nel tempo la sua opera creator owned più nota, portandosela con sé in Marvel, all’interno dell’etichetta Icon, in DC e attualmente alla Dark Horse, come parte dell’imprint Jinxworld.

Protagonisti del fumetto sono i due detective Christian Walker e Deena Pilgrim, appartenenti a una sezione speciale della Homicide Unit del dipartimento della polizia di Chicago, che si occupa di casi in cui sono coinvolti superesseri (i “powers” del titolo, appunto). Le trame elaborate da Bendis sono, quindi, una curiosa commistione tra il genere poliziesco (in particolare il filone cosiddetto “procedural”, nel quale si concede parecchio spazio ai sistemi di indagine e al lavoro di squadra degli agenti) e quello supereroistico, che nasce dal desiderio dell’autore di provare a confrontarsi con il secondo - sua grande passione - senza dover necessariamente rinunciare al primo. Un’idea, però, apparentemente simile a quella avuta solo pochi mesi prima da Alan Moore per Top 10 e in effetti, venuto a sapere della serie che il maestro inglese stava preparando, Bendis fu vicino ad abbandonare il progetto. Tuttavia, non appena Top 10 venne pubblicato, si capì immediatamente che Moore aveva mantenuto la componente supereroistica nettamente predominante, utilizzando, inoltre, uno scenario decisamente lontano dalla realtà come la città di Neopolis. Esattamente l’opposto di ciò che aveva in mente il creatore di Jessica Jones e Miles Morales, il quale, con la presenza di esseri dotati di superpoteri nelle storie, voleva semplicemente dare il suo personale contributo al decostruzionismo della figura del supereroe. La serie di Bendis resta, a tutti gli effetti, maggiormente ancorata al genere crime, molto più vicina come atmosfera a Gotham Central (splendida testata DC dei primi anni Duemila, sicuramente debitrice di Powers, benché orientata al classico hardboiled di Raymond Chandler e Dashiell Hammett) che a un comune comic book delle Big Two.

La Chicago immaginata dallo sceneggiatore americano, nonostante i numerosi tizi in calzamaglia che la popolano, è praticamente identica alla metropoli dell’Illinois che tutti conosciamo. Inoltre, i personaggi sono spesso cinici e disincantati e i crimini vengono raccontati con durezza e realismo. Seguire le vicende dei detective Walker (che, presto, si scoprirà essere stato lui stesso un supereroe, prima di perdere i poteri e decidere di entrare nella polizia) e Pilgrim, pertanto, vuol dire immergersi nel mondo cupo e violento di serial televisivi come CSI o New York Police Department. E sebbene Powers rappresenti anche l’opera in cui la tipica scrittura “decompressa” (tecnica che rallenta il ritmo della storia, dilatando gli avvenimenti e privilegiando le parti discorsive) di Bendis raggiunge la sua massima espressione - pur perdendo gli eccessi “tarantiniani” che avevano contraddistinto i suoi primi lavori, ma mantenendo quella “logorrea narrativa” caratterizzata da lunghi passaggi fittissimi di dialoghi che sono diventati il suo marchio di fabbrica - la tensione rimane sempre palpabile, così come la sensazione che il peggio debba ancora arrivare. Oltre a ciò, lo sceneggiatore statunitense si dimostra molto abile a modellare i due protagonisti senza cadere nella trappola dello stereotipo, né per quanto concerne l’aspetto poliziesco né, a maggior ragione, per quello supereroistico.
Bendis, tuttavia, è notoriamente un autore che non ama prendersi troppo sul serio, quindi, a dispetto del clima disperante delle storie, Powers è piena di citazioni più o meno esplicite riguardanti la musica rock. Per esempio, la Retro Girl originale (la cui ultima reincarnazione è la vittima del primo arco narrativo della serie) è ispirata a Janis Joplin, ma ci sono anche riferimenti ai Fugees o, più in generale, al movimento punk e alle tribute band. Nel settimo episodio lo scrittore di Cleveland si cimenta persino con il metafumetto, dato che uno dei protagonisti è Warren Ellis (sì, proprio l’autore di Transmetropolitan e Authority), che diventa il partner per un giorno del detective Walker, al fine di poter realizzare un graphic novel di genere poliziesco, il più vicino possibile alla realtà. Attraverso lo sceneggiatore inglese, in verità, Bendis ne approfitta pure per dire la sua sull’asfittico panorama offerto dalla Nona Arte negli Stati Uniti dell’epoca, ed è singolare notare come molto del suo credo di allora sia stato sostanzialmente contraddetto quando, poco tempo dopo, il nostro Brian divenne uno degli “architetti” della Marvel. Tra l’altro, restando alla Casa delle Idee, è probabile che Powers abbia rappresentato il vero trampolino di lancio che portò Joe Quesada (in quegli anni responsabile della linea Marvel Knights ed editor in chief fresco di nomina) ad affidare a Bendis i testi di Daredevil, dove l’impronta noir dell’autore americano è piuttosto evidente.

Considerando le tematiche di cui abbiamo parlato, però, chi non abbia mai letto Powers prima d’ora, potrebbe rimanere un po’ spiazzato dal tratto cartoonesco del suo disegnatore. Tuttavia, come confermato dalle parole di Michael Avon Oeming stesso, recuperabili tra i contenuti extra del primo volume della ristampa Panini, la sua intenzione era proprio quella di realizzare un fumetto crime con lo stile adottato da Bruce Timm nell’acclamata serie animata di Batman degli anni Novanta, con in più un richiamo ai character ideati per il piccolo schermo da Alex Toth, di cui Timm è uno degli eredi dichiarati. I personaggi sono squadrati, definiti da linee nette e pulite, gli sfondi sono geometrici ed essenziali (ma sempre funzionali al racconto) ed esattamente come nello show della Warner Bros Animation, è l’eccellente lavoro su ombre e chiaroscuri a far sì che Powers rimanga saldamente legata al genere poliziesco. È importante sottolineare che fu Oeming a chiedere a Bendis di collaborare su una nuova serie, mostrando fin dal primo numero di non temere l’utilizzo di gabbie stracolme di vignette, pur di valorizzare per intero i testi del collega. Ciononostante, le tavole vengono trasformate radicalmente, quando la trama necessita di una spinta verso l’action o quando occorre che una determinata scena colpisca il lettore come un pugno nello stomaco. In questi casi, l’artista americano si rivela capace di variare le inquadrature in maniera estremamente suggestiva, riuscendo anche a infondere un inaspettato dinamismo nelle tavole, che un tratto così rigoroso e lineare sembrerebbe teoricamente impedire.
La ristampa Panini, di cui è appena uscito il quarto volume, è caratterizzata da una veste editoriale pregevole, essa rappresenta non solo l’occasione migliore per apprezzare la rapida maturazione grafica di Oeming, ma pure per scoprire il vero Bendis, in particolare per coloro che ne hanno conosciuto soltanto la versione appannata nei suoi ultimi anni alla Marvel (prima del suo recente ritorno) o nei tutt’altro che memorabili lavori per la DC.





