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Lucca Comics & Games 2025, la parola a Bilquis Evely e Matheus Lopes

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Oltre a quella con Brian K. Vaughan, Marcos Martín e Niko Henrichondi cui abbiamo recentemente pubblicato un dettagliato resoconto – sempre grazie a Bao Publishing, nell’ultima edizione di Lucca Comics & Games abbiamo avuto la possibilità di partecipare a una seconda round table, con Bilquis Evely (insignita quest’anno del prestigioso Premio Eisner come miglior disegnatrice per la miniserie Helen di Wyndhorn della Dark Horse, tradotta in italiano e presentata nella manifestazione toscana proprio dall’editore milanese) e con il suo colorista – e compagno di vita - Matheus Lopes.

La discussione si è subito focalizzata sulle opere più recenti dell’artista brasiliana, non solo Helen di Wyndhorn, ma anche - e inevitabilmente - Supergirl: la donna del domani, su cui si baserà il prossimo film dei DC Studios e riguardo la quale la Evely non ha nascosto alcuni timori iniziali: alla domanda se fosse in difficoltà nel ritrarre i cavalli (una debolezza di molti cartoonist) ha, infatti, risposto che in realtà era preoccupata di non saper disegnare i cani, con il rischio di non riuscire a rappresentare al meglio Krypto e, per questo, deludere i fan del personaggio.
A proposito della pellicola vera e propria, invece, sia lei che Lopes, sebbene non abbiano ancora visto nulla di quello che è stato girato, si sono detti molto fiduciosi della qualità del prodotto finale.

Su Helen di Wyndhorn, la Evely ha rivelato che il progetto è nato verso la conclusione di Supergirl, dato che Tom King - autore dei testi di entrambe le miniserie – entusiasta del suo lavoro, non ha perso tempo a chiederle di collaborare di nuovo con lui. L’artista sudamericana, però, ha subito chiarito di non voler tornare immediatamente ai supereroi, ritenendo più stimolante creare una serie propria e, soprattutto, di ambientazione fantasy (sua autentica passione). King ha accettato la proposta e, senza fornirle alcuna idea di trama, le ha lasciato carta bianca riguardo la ricerca iconografica. La Evely si è, dunque, impegnata a trovare immagini di abiti ed edifici degli anni Trenta del secolo scorso (epoca dove le sarebbe piaciuto che la storia venisse situata) e dopo averle consegnate allo scrittore americano, ha ricevuto in un tempo brevissimo – e con suo grande stupore - una sceneggiatura completa, con ogni caratteristica da lei desiderata. Oltretutto, King non le ha imposto alcuna deadline, pertanto ha potuto lavorare in assoluta tranquillità e nel modo migliore possibile. Cosa che non è avvenuta con Supergirl, in cui il rigido rispetto delle scadenze ha parzialmente pregiudicato la qualità dei suoi disegni e – ha ammesso Lopes – pure della colorazione. Tuttavia, la Evely – molto simpaticamente – ha raccontato che, essendosi presa intere settimane per arrivare al risultato che aveva in mente (ci sono voluti circa tre anni per terminare la miniserie), King a un certo punto l’ha contattata per capire se ci fossero dei problemi, preoccupato che non avesse visto ancora nessuna tavola finita.

Helen di Wyndhorn

Nei confronti dello scrittore statunitense i due autori si sono espressi in maniera particolarmente positiva, descrivendolo come una persona squisita, che non fa mai pesare la propria fama. Non escludono, quindi, un ritorno al personaggio di Helen in futuro.
La Evely ha, infine, parlato dei suoi riferimenti artistici, dicendo di essere stata inizialmente molto attratta dai disegni di Alex Raymond per Flash Gordon, per poi rimanere ammaliata da Moebius e dai tanti illustratori, spesso anonimi, dei suoi amati romanzi fantasy, tipo quelli appartenenti a Le cronache di Narnia di C. S. Lewis (che ha letto con avidità quando era più giovane). Ha inoltre ammesso che sul suo stile ha avuto una certa influenza pure il character design dei videogame di The Legend of Zelda.
Anche Lopes ha elencato i suoi modelli ispiratori, citando innanzitutto il connazionale Rod Reis e il grande Dave Stewart, ma affermando che ora guarda maggiormente ad artisti universali come Monet e Van Gogh.

Di seguito le nostre due domande, entrambe per la Evely:
Sia in Supergirl: la donna del domani che in Helen di Wyndhorn, hai avuto come sceneggiatore Tom King. Hai notato, da parte sua, un approccio diverso alle due opere?
Evely: Se parliamo dello stile di scrittura o del grado di autonomia concesso al disegnatore, non ho riscontrato nessuna differenza significativa. Le richieste di Tom sono minime e poco vincolanti, in modo che l’artista possa esprimersi liberamente. Devo ammettere, però, che nel caso di Supergirl, la sceneggiatura era molto più dettagliata e sembrava rispondere a una precisa metodologia, che presumo venga adottata per tutti i character di proprietà della DC.

Avendo vinto il premio Eisner, con ogni probabilità il numero di proposte di collaborazione che riceverai aumenterà considerevolmente. Hai già deciso se dedicarti solo a progetti personali tipo, appunto, Helen di Wyndhorn o esiste l’eventualità che tu possa accettare un nuovo lavoro su commissione?
Evely: In realtà non ho ancora fatto piani per l’immediato futuro. Realizzare Helen di Wyndhorn è stato molto appagante, ma allo stesso tempo notevolmente faticoso, per cui ho scelto di prendermi una pausa dai fumetti. A ogni modo, trovo sicuramente più divertente impegnarmi con personaggi che non appartengono alle grandi corporation.

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Lucca Comics & Games 2025, la parola a Brian K. Vaughan, Marcos Martin e Niko Henrichon

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Nella recente edizione di Lucca Comics & Games, grazie a Bao Publishing abbiamo avuto il piacere di partecipare, assieme ad altre testate, a una round table, in cui è stato possibile rivolgere alcune domande a Brian K. Vaughan, uno dei massimi scrittori contemporanei di fumetti (tra le sue opere più famose ricordiamo Y: l’ultimo uomo, Ex-Machina, Saga e Paper Girls) e ai due disegnatori che hanno lavorato con lui nei volumi presentati dall’editore milanese alla kermesse toscana: Marcos Martín, per Barrier e Niko Henrichon, per Spectators.
Per quanto la durata della discussione non abbia permesso più di una domanda a testa ai vari partecipanti, i temi affrontati e le risposte date dagli autori hanno comunque destato l’interesse generale.

Dei tre, Vaughan è quello che ha tenuto più di tutti la parola, poiché gli argomenti presi in esame hanno essenzialmente riguardato diversi aspetti della sua scrittura. Lo sceneggiatore americano ha in primo luogo condiviso la sua ammirazione per vari autori britannici (Alan Moore su tutti), in particolare per la loro capacità di raccontare gli Stati Uniti attraverso dettagli che gli scrittori locali non sono in grado di cogliere. Secondo la sua opinione, una delle rare eccezioni è Jason Aaron, che sia in Scalped che in Southern Bastards è riuscito nella difficile impresa di trascendere il suo essere americano, offrendoci una visione del suo paese da una prospettiva totalmente differente da quella tradizionale.

Ha, poi, tenuto a precisare che sia Martín che Henrichon non sono solo dei semplici collaboratori, ma veri e propri amici. Con l’artista spagnolo, soprattutto, che conosce da oltre venticinque anni, può anche capitare di battibeccare, alla fine, però, arrivano sempre al risultato desiderato da entrambi. In più, la fiducia reciproca ha garantito la realizzazione di storie meno convenzionali, senza il timore di andare incontro a un insuccesso commerciale. Un aspetto che diventa secondario se, come ha ammesso Vaughan, l’attaccamento verso tali opere è quasi paragonabile a quello che nutre per i suoi figli. Lo stesso dicasi nel caso sopraggiungano necessità che impongano una pausa nel lavoro. I tre autori considerano più importante occuparsi della propria vita che portare avanti con regolarità una serie. Saga, da questo punto di vista, è stato un chiaro esempio di ciò: quando Fiona Staples è diventata madre, si è deciso di comune accordo di sospendere la testata per un periodo abbastanza lungo, pur sapendo che avrebbe potuto esserci un’emorragia di lettori. Nella realtà, alla ripresa della serie, i dati di vendita non hanno mostrato alcuna flessione, confermando l’alto livello di maturità raggiunto dal pubblico contemporaneo.

La discussione è, quindi, proseguita sul fumetto come linguaggio: secondo i tre autori la sua universalità, favorita dall’uso delle immagini, è in grado di superare gli ostacoli correlati al solo testo scritto. Da qui l’utilizzo a scopo propagandistico che ne hanno fatto i governi nel corso della storia dell’ultimo secolo. Martín ha, comunque, sottolineato che tale facilità di fruizione permette di poter affrontare qualunque argomento, avvicinando i giovani (che sono i naturali “consumatori” di albi a fumetti) a tematiche che altrimenti per loro sarebbero molto più ostiche da recepire.
A tal proposito, Vaughan ha evidenziato che proprio Barrier mette in rilievo le potenzialità del fumetto come mezzo espressivo, dato che solo grazie alle sue caratteristiche è possibile oltrepassare le “barriere” linguistiche alla base del racconto (lo scrittore americano ha pure confessato che sono stati impiegati molti termini gergali nella sceneggiatura, con il semplice obiettivo di spingere il lettore a utilizzare le immagini per comprendere il contenuto del testo).
In aggiunta a ciò, Vaughan ha fatto presente che, avendo lavorato per cinema e TV, ha dovuto far fronte alle pressioni esercitate dalle corporation per evitare di mettere in scena controversie e problematiche varie, a differenza di un graphic novel, dove sostanzialmente si può parlare di ogni cosa.
Un aspetto rimarcato anche da Martín, il quale, pur nella consapevolezza che la limitata diffusione dei comic book non permette la trasmissione di un determinato messaggio a una vasta platea, sapere di poter agire più liberamente diventa una medicina per lo sconforto che coglie gli autori, quando un fumetto di successo viene depotenziato del suo significato, a seguito dell’adattamento in altri media.

Per quanto riguarda la nostra domanda, essa è stata:
"Nelle opere di Brian è sempre presente una forte componente metaforica. Questa caratteristica mette in difficoltà i disegnatori, che necessitano di un confronto continuo con lo scrittore, o la lunga collaborazione permette di intuire immediatamente cosa viene richiesto nella sceneggiatura? Inoltre, questo tipo di narrazione è una delle cause che ha allontanato Brian dal fumetto mainstream o si è trattato semplicemente della volontà di poter disporre di una maggiore libertà creativa?”

Martín (visibilmente divertito, ndr): Purtroppo sì, mi tocca comunicare spesso con Brian. Scherzi a parte, in genere leggo prima il soggetto, dopodiché mi confronto più volte con Brian per comprendere come rappresentare graficamente quello che ha descritto nel testo. Ricordo, per esempio, che quando lavorammo a Private Eye, l’idea alla base dell’opera mi colpì molto. Proprio per essere sicuro di mantenere la forza del fumetto nei disegni, io e Brian siamo rimasti costantemente in contatto.

Henrichon: Ho trovato subito interessante il soggetto di Spectators, anche se, inizialmente, dopo aver letto le prime pagine di sceneggiatura, non capivo dove sarebbe andato a parare. Discutendo frequentemente con Brian, alla fine tutto è risultato chiaro e credo che ne sia uscito un ottimo lavoro.

Vaughan: Secondo me, il vero mainstream non è scrivere una storia di Spider-Man o Batman, ma avere sempre nuove idee. Il piacere di collaborare con Marcos e Niko nasce esattamente da questa considerazione, dato che so che entrambi la pensano come me.

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Intervista a Dan Jurgens: l'autore della morte di Superman fra passato e presente

Durante i giorni di Lucca Comics & Games abbiamo avuto l'opportunità di incontrare il grande Dan Jurgens, sceneggiatore e disegnatore americano autore di molte run di successo per DC e Marvel, fra le quali la storica morte di Superman. Grazie a Panini Comics abbiamo posto alcune domande all'autore, che potete ascoltare nel video qui di seguito o nella sua trascrizione.



Comicus (Luca): Ciao Dan e benvenuto su Comicus e a Lucca Comics & Games! È la tua prima volta qui a Lucca?
Jurgens: Ciao! Si, è la mia prima volta a Lucca ed è meraviglioso poter essere qui.

Comicus (Luca): Che idea ti sei fatto della manifestazione?
Jurgens: All’inizio facevo fatica ad immaginare come tutto potesse svolgersi correttamente in una fiera all’aperto, soprattutto in caso di pioggia – e credo che abbiamo avuto la risposta a quella domanda (ride, ndr). Ma è tutto molto divertente e il gran numero di visitatori mi ha lasciato a bocca aperta.

Comicus (Luca): Ho una domanda per te, direttamente dai miei ricordi di ragazzo. Ricordo di aver letto un pezzo del grande Ray Bradbury su Superman (introduzione al TPB americano di Man of Steel di John Byrne, ndr.) intitolato: Perché Superman? Perché oggi? Sono passati quarant’anni, e nel frattempo tu sei diventato il più importante autore di Superman degli ultimi trenta. Quindi ti chiedo: Perché Superman? Perché è ancora un personaggio così rilevante oggi, in questi tempi oscuri?
Jurgens: Penso che Superman rappresenti davvero il meglio dell’umanità, tutto quello che ciascuno di noi dovrebbe aspirare a essere. Si dice spesso che Superman rappresenta quello che vorremmo essere, mentre Batman rappresenta quello che siamo. Penso che proprio quando le cose si fanno un po’ più oscure, quello è il momento in cui abbiamo più bisogno della luce di Superman.

Comicus (Antonio): Oltre ad essere il più grande autore di Superman degli ultimi trent’anni, sei anche un grandissimo fan del personaggio. Per questo motivo ci risulta difficile immaginare il momento in cui hai deciso di sviluppare una storia sulla sua morte. Siamo curiosi di sapere quale fu la tua reazione nel momento in cui ti sei reso conto che avresti lavorato a una storia in cui, alla fine, Superman sarebbe morto.
Jurgens: Bisogna dire che, in realtà, non ci fu veramente chiesto di creare una storia in cui alla fine Superman sarebbe morto. Quella della morte fu un’idea che partorimmo come team creativo, qualcosa che pensammo sarebbe stata una grande avventura. E più ne parlavamo, più realizzavamo che avrebbe potuto essere una storia che ci avrebbe detto qualcosa di veramente importante su Superman.

Comicus (Luca): La storia uscì durante il periodo di maggior successo dei fumetti della Image Comics, con i suoi eroi moderni e violenti. Mi chiedevo se il ritorno di Superman dalla morte potesse simboleggiare il ritorno dell’archetipo del supereroe classico, in opposizione a quelli moderni e violenti.
Jurgens: Cominciammo a pianificare la morte di Superman alla fine del 1991, e quando cominciammo a strutturare la trama la Image Comics ancora non esisteva. Noi stavamo semplicemente cercando il modo di raccontare una storia coinvolgente che avrebbe detto qualcosa di molto chiaro su Superman. Dopo la conclusione della nostra storia, con la morte del personaggio, la DC smise di pubblicare fumetti con Superman protagonista per un certo periodo. Noi non sapevamo come e quando Superman sarebbe tornato: non avevamo risposte a nessuna di queste domande. Fu quando la storia si trasformò in un successo di massa internazionale che realizzammo che il mondo ci stava guardando e che dovevamo inventarci qualcosa di convincente e all’altezza delle aspettative, e fu così che iniziammo a ideare il ritorno di Superman.

Comicus (Antonio): A proposito della tua carriera, secondo la tua opinione, credi che il processo creativo sia cambiato in termini di libertà per l’autore negli ultimi trent’anni o è rimasto più o meno lo stesso?
Jurgens: Penso che dipenda interamente dal tipo di progetto. Se un autore lavora su personaggi di sua proprietà, allora sì, avrà un controllo creativo molto maggiore. Se l'autore lavora su proprietà di una corporation, tali corporation possono decidere di esercitare un controllo maggiore, sebbene, a volte, scelgano semplicemente di riporre molta fiducia negli autori, soprattutto se li conoscono, lasciando che facciano molto - se non tutto - di ciò che vogliono. Dipende dalle persone coinvolte e dal progetto.
Oggi direi che probabilmente c’è un controllo maggiore. E ovviamente, con l’arrivo dei film, dei videogiochi e di altri media, più crescerà la popolarità di questi personaggi più è probabile che questo controllo verrà esercitato.

Comicus (Antonio): Un’ulteriore domanda legata a questo argomento: sostanzialmente tu hai sempre lavorato con Marvel e DC. Escludendo il breve periodo con la Valiant, non hai mai collaborato con un editore indipendente. Qual è la ragione di questa scelta?
Jurgens: In realtà, l'ho fatto. Una volta c'era un’etichetta chiamata Bravura (un imprint della Malibu Comics, ndr) con personaggi i cui diritti appartenevano agli autori. Walter Simonson aveva una serie lì e anche Howard Chaykin. In tanti avevano piazzato delle proprietà lì, me compreso. Il problema è che (la Malibu, ndr) è andata praticamente in bancarotta (risata generale, ndr). È fallita proprio per quello e successivamente è stata acquisita dalla Marvel. Una dura lezione che ho imparato a mie spese.

Comicus (Luca): Sono un grande fan della Justice League di Keith Giffen e JM De Matteis, che fin dall’inizio coinvolse un eroe creato da te, Booster Gold. Eri d’accordo con quella caratterizzazione ironica data al personaggio?
Jurgens: Booster Gold aveva iniziato a essere pubblicato da un anno o giù di lì. Keith Giffen mi chiamò e mi disse che stava lavorando a questo nuovo albo della Justice League. Mi chiese: ti piacerebbe o, comunque, saresti d'accordo se inserissi Booster nella Justice League? Io risposi: certo! Naturalmente! Ma il loro primo numero non era ancora uscito. Quindi chiesi di farmelo avere, per capire cosa stessero facendo. Così, come si usava allora, mi mandarono delle fotocopie. E quello che vidi nel primo numero mi piacque molto, pensando che sarebbe stato fantastico.
Non solo io, molti altri pensavano lo stesso. Vedevamo la Justice League mentre veniva realizzata - Io la chiamavo Terra, Keith (ride, ndr) - le storie si svolgevano, erano in continuità con il resto dell’Universo DC, ma avevano un sapore particolare, che io trovavo molto divertente.

Comicus (Antonio): L’ultima domanda riguarda Spider-Man: quando eri al lavoro sul personaggio in Marvel, ti trovavi probabilmente nel momento migliore della tua carriera. Secondo noi, a dispetto della sua breve durata, la tua gestione fu una delle migliori di Spider-Man, soprattutto se confrontata agli ultimi quindici anni del personaggio. Quale fu la ragione secondo te, per cui non arrivò il successo che tutti si aspettavano?
Jurgens: Quando ho iniziato a lavorare su Spider-Man, avevamo preso vari accordi su quale sarebbe stata la cronologia relativa alla situazione dei cloni di Ben Reilly e Peter Parker. Eravamo tutti sulla stessa linea. Tuttavia, fin da quando arrivai lì, la Marvel cominciò a cambiare idea su cosa voleva, su dove voleva andare e sul tipo di storie che voleva fare. Alla fine, il tipo di storia che io volevo realizzare faceva sempre più fatica ad adattarsi a quel modo di agire. È difficile fare piani per il prossimo anno di storie, se si cambia continuamente idea.
Pensai che le cose non stessero funzionando per il meglio. Così mi sono detto: sarebbe meglio se mi facessi da parte. Ed è esattamente quello che ho fatto.

Grazie mille Dan. È stato davvero un onore essere qui con te.

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Lucca Comics & Games 2025: il nostro reportage

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A dispetto di condizioni meteorologiche non altrettanto favorevoli come nell’edizione dello scorso anno, ma comunque più che accettabili, considerando che gli unici giorni veramente critici sono stati il giovedì e la domenica, Lucca Comics & Games 2025 si è conclusa registrando l’ennesimo, straordinario successo di pubblico. Non solo per il numero di biglietti venduti (oltre 280.000), ma anche per il consueto afflusso di appassionati e di semplici curiosi, che hanno invaso le strade del bellissimo centro storico della cittadina toscana, con il solo scopo di sentirsi parte del festival e di condividerne l’euforia. La kermesse lucchese è da tempo diventata un vero e proprio fenomeno di costume, a cui parecchie persone scelgono di partecipare a prescindere dal reale interesse verso la cultura pop. Tutto ciò nella consapevolezza di dover spendere cifre folli per un alloggio (anche a distanza di diversi chilometri dalle mura della città), della quasi impossibilità di trovare un parcheggio libero, se non lo si è prenotato con larghissimo anticipo, e di molti altri disagi da tollerare, tra i quali, naturalmente, le code estenuanti a cui bisogna sottoporsi per assistere a un particolare evento o per poter incontrare il proprio autore preferito. Oltretutto, in questa edizione, dopo le numerose proteste rivolte al sistema di prenotazione online delle signing session, utilizzato negli ultimi anni da alcuni editori, per evitare che molti appassionati decidessero di passare una notte in bianco di fronte a un determinato padiglione, in modo da essere i primi della fila il giorno successivo, diversi autori hanno cercato di accontentare più persone possibili, restando nella loro postazione ben oltre il tempo stabilito (il caso più eclatante è – come già successo altre volte – Zerocalcare, encomiabile nel suo stakanovismo). Per chi si ferma più giorni, poi, Lucca vuol dire anche (o soprattutto) avere la possibilità di incontrare a cena un autore famoso, o di chiacchierare con loro per strada fino a notte fonda. Oppure, di andare a farsi una birra con gli amici e finire a brindare assieme a C.B. Cebulski, l’editor in chief della Marvel. Tutte cose che succedono realmente - e più di frequente di quanto si possa immaginare – e che contribuiscono a creare quella magia che circonda la manifestazione, rendendola un appuntamento irrinunciabile.

Quest’anno il tema del festival era il French Kiss, attraverso il quale si è voluto rendere omaggio alla libertà d’espressione, che da sempre anima il fumetto francese, ma che anche la kermesse lucchese ha spesso rivendicato come uno dei suoi pilastri fondativi. Non a caso a realizzarne il poster è stata Rébecca Dautremer, notissima illustratrice transalpina di libri per l’infanzia, attiva pure in campo pubblicitario. L’autrice delle storie di Jacominus Gainsborough ha addirittura trasferito il suo studio nella Limonaia di Palazzo Guinigi, uno degli edifici più iconici della cittadina toscana, per garantire ai visitatori la possibilità di vederla lavorare dal vivo. In più, una delle mostre di questa edizione ha riguardato proprio la sua ultima opera, il graphic novel Ruby Rose, alcune tavole della quale sono state esposte in anteprima mondiale.



Oltre alla Dautremer, non sono mancati, come di consueto, altri ospiti di prestigio, a cominciare da Tetsuo Hara, il notissimo disegnatore di Ken il guerriero, il quale, tuttavia, benché sia stato l’autore che, più di tutti, ha catalizzato l’attenzione del pubblico, si è ritrovato al centro di diverse polemiche, che hanno ingiustamente colpito anche l’organizzazione della manifestazione e la Panini Comics (l’editore che ha portato il cartoonist giapponese in Italia). Nella realtà, il “trambusto” è stato originato da Coamix Inc. (la casa editrice di cui Hara è co-fondatore), che ha offerto la possibilità di incontrare il celebre mangaka, acquistando delle litografie a tiratura limitata e altro merchandising a prezzi esorbitanti (fino a 12.600 €). Ora, per quanto cifre simili possano sembrare esagerate, sono le stesse che si pagherebbero in qualunque altra parte del mondo (dove l’incontro con Hara, tuttavia, non sarebbe compreso), e soprattutto non avevano nessun collegamento con gli eventi (uno showcase e due panel, di cui uno molto interessante moderato da Igort, che ha visto anche la presenza di John Romita Jr.) e i firmacopie a cui l’artista nipponico ha partecipato. L’unico problema ha riguardato proprio la gestione di questi appuntamenti, dato che la prevedibile ed enorme richiesta del pubblico, ha determinato, ancora una volta, l’inevitabile ricorso alle famigerate prenotazioni e lotterie online. Ciononostante, la visita di Hara ha permesso l’allestimento di una splendida mostra - intitolata Come un fulmine dal cielo, prendendo a prestito uno dei passaggi più conosciuti della sigla italiana dell’anime di Kenshiro - all’interno della suggestiva Chiesa dei Servi di Lucca, dove per la prima volta al mondo sono state esposte fuori dal Giappone oltre 100 tavole originali di Hokuto no Ken e di altri manga illustrati dal maestro nipponico.



Ulteriore ospite di altissimo livello è stato Kevin Eastman, anch’egli protagonista di una bellissima mostra (A Twisted Ronin Ninja), dove era possibile ammirare diverse tavole originali e alcuni bozzetti preliminari, che hanno ripercorso tutta la sua lunga e illustre carriera. Il co-creatore delle celeberrime Tartarughe Ninja era in Italia per merito della sempre più agguerrita Mirage Comics, nella cui postazione si sono alternati pure il già citato John Romita Jr. (al solito disponibilissimo con i suoi numerosi fan), Darick Robertson e Simon Bisley, oltre a uno stuolo di validissimi artisti nostrani, tra cui Federico Mele, Marco Santucci, Maria Laura Sanapo e Luca Strati.

Come da tradizione, Lucca Comics offre sempre una vetrina importante al variopinto mondo dei comics americani, ospitando sia creativi che collaborano con major come Marvel e DC Comics, sia autori che preferiscono lavorare in progetti creator-owned e che trovano in realtà come Image Comics o Dark Horse il loro naturale punto di riferimento. Notevolissimo il parterre di artisti dell’industria statunitense presenti alla kermesse lucchese: basta citare ospiti portati da Panini Comics come Dan Jurgens, il leggendario autore della Morte di Superman (che abbiamo avuto l’onore di intervistare), e Chip Zdarsky, scrittore sempre più coinvolto nei prossimi progetti di rilancio Marvel, anticipati da un interessante panel a cui hanno partecipato l’attuale editor in chief della Casa delle Idee, il già citato C.B. Cebulski, e lo staff Panini al gran completo rappresentato da Marco M. Lupoi, Nicola Peruzzi ed Emanuele Emma. Anche quest’anno l’editore modenese ha inserito nella sua proposta lucchese una serie di conferenze di altissimo livello come “L’anno di Superman”, “American Graffiti” e il nuovo capitolo della serie “Scrivere l’America” moderati con l’abituale professionalità e competenza dall’instancabile Marco Rizzo. Di assoluto livello il resto degli ospiti targati Panini, dalle star nostrane ma ormai di casa nei comics USA come Carmine Di Giandomenico, Valerio Schiti e Alessandro Cappuccio, alla nutrita pattuglia di artisti Disney capitanati dal maestro Giorgio Cavazzano e rappresentati, tra gli altri, da Fabio Celoni, Andrea Freccero e Marco Gervasio. Ma non è stata certamente da meno Bao Publishing che, oltre alla star Zerocalcare che ha anticipato a Lucca il titolo della sua nuova serie Netflix (Due Spicci), ha proposto una rosa di nomi di assoluto prestigio che ha in Brian K. Vaughan, uno dei più grandi scrittori di comics dei nostri tempi, e in artisti eccellenti come Marcos Martin, Muntsa Vicente, Bilquis Evely, Mat Lopes e Niko Henrichon le proprie punte di diamante. Possiamo anticiparvi che abbiamo partecipato a delle “round table” private con questi straordinari artisti, di cui vi daremo conto presto.

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Come non segnalare, poi, la partecipazione di ben quattro grandi esponenti della scuola ispano-argentina del calibro di Horacio Altuna, Enrique Breccia, Alfonso Font e Carlos Gómez, ospiti della Sergio Bonelli Editore e autorevolissimi rappresentanti di quella folta schiera di artisti spagnoli e latinoamericani, che a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta si sono cimentati a più riprese con le storie di Tex. Proprio ad Aquila della Notte e ai suoi autori ispanici è stata dedicata quest’anno l’ennesima, interessantissima mostra, ¡Hola, Tex!, con la quale si è voluto dare corpo alla perfetta commistione creatasi tra l’esuberanza espressiva dell’historieta e il fumetto western all’italiana.
Sempre più copiosa la rappresentanza di autori provenienti dal Paese del Sol Levante, che oltre a Tetsuo Hara comprendeva, tra gli altri, Takashi Murakami, di cui è stato presentato in anteprima Pino, rilettura fantascientifica della favola di Pinocchio, Ebine Yamaji, mangaka molto apprezzata per l’intimismo maturo e senza filtri che contraddistingue le sue opere, i creatori di Gachiakuta Kei Urana e Hideyoshi Andou, gli alfieri del genere ero guro Shintaro Kagō (ormai un habitué di Lucca) e Asagi Yaenaga, e due rilevanti esponenti del fumetto horror nipponico come Hōsui Yamazaki e Miyako Cojima.
Notevole anche la presenza di altri autori asiatici, tra cui Byeonduck, autrice coreana ospite di J-Pop e i taiwanesi Yu Peiyun, Zhou Jiangxin, AAA-Bao e YAYA.
Moltissimi, oltre a quelli già citati, i cartoonist italiani, e per questo impossibile elencarli tutti, benché siano risultati fondamentali, assieme ad alcuni importanti portavoce stranieri del fumetto d’autore, come Lee Lai, Guy Delisle, David B. e Peter Kuper, ad accrescere il prestigio di questa edizione.

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Da segnalare l’esordio della nuova Fumo di China - con ben tre copertine differenti e una veste grafica elegantissima – e de La fine del mondo, coraggioso tentativo del Manifesto di riportare in edicola una rivista a fumetti antologica, con grandi firme come Bruno Bozzetto, Zerocalcare, Gipi, Zuzu, Maicol&Mirco (che è anche l’ideatore e curatore della testata) e tanti altri.
Meritano una citazione anche le mostre dedicate al capolavoro del fumetto argentino L’Eternauta, alla grande character designer giapponese – pure lei tra gli ospiti del festival - Akemi Takada (basti citare tra i suoi lavori gli anime di Orange Road, L’incantevole Creamy, Lamù, Cara dolce Kioko e Patlabor), e a due figure di spicco del fumetto italiano contemporaneo come Grazia La Padula e Sergio Algozzino.

Ma Lucca è ormai da anni anche e soprattutto fenomeno multimediale, e i riflettori sono stati catturati in tal senso dalla presenza del giovane cast dell’amatissima serie Stranger Things e dal duo di ideatori composto dai fratelli Duffer. La coppia di scrittori/produttori e le giovani star del programma cult hanno sfilato sul red carpet del pucciniano Teatro del Giglio in un affollatissimo evento che ha anticipato i temi della quinta stagione dello show – di prossima uscita su Netflix – e che ha ribadito, come se ce ne fosse bisogno, il grande affetto del pubblico italiano nei confronti della serie.



In chiusura, non possiamo fare a meno di citare due polemiche – una immaginaria e una reale – che hanno alimentato il gossip della manifestazione. Se il presunto fastidio di Tetsuo Hara nei confronti di alcune vignette di Leo Ortolani che ironizzavano sui prezzi dei pacchetti degli incontri col Sensei sono da derubricare allo status di pettegolezzo, ben più concreto il caso che ha riguardato il celeberrimo autore di videogiochi Hideo Kojima. Il quale, per essersi fatto ritrarre in una foto in compagnia di Zerocalcare e di una copia in giapponese del volume Kobane Calling (nel quale l’autore solidarizza con la causa curda), si è trovato al centro di un incidente internazionale col governo turco. Il tutto viene raccontato con ironia dallo stesso Zerocalcare in un video da lui pubblicato sul suo profilo Instagram.

Antonio Ausilio e Luca Tomassini

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