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Intervista a Brian Micheal Bendis: Ritorno alla Marvel

Durante l’ultima edizione della Milan Games Week & Cartoomics, abbiamo avuto la possibilità di rivolgere alcune domande a Brian Michael Bendis, presso lo stand della Mirage Comics, di cui l’autore americano era uno degli ospiti.
Approfittiamo di questa introduzione proprio per ringraziare tutti membri dello staff della Mirage, che, molto gentilmente, ci hanno concesso di utilizzare il loro spazio espositivo.

Ciao Brian, benvenuto a Milano (segue un breve scambio di battute sulla difficoltà di registrare le nostre voci, a causa del forte rumore generato dagli altoparlanti utilizzati nella convention, ndr). Non so se questa è la tua prima volta qui.
Bendis: Ciao! È la mia prima volta a Milano, ma non è la mia prima volta in Italia. Ero già stato a Lucca e a Roma, tuttavia non avevo ancora visitato questa bellissima parte del vostro paese, quindi, quando io e la mia famiglia abbiamo ricevuto l’invito per venire qui, ci siamo detti: “Sì è un posto dove vogliamo andare!”.

Innanzitutto, grazie per aver trovato il tempo per questa breve intervista. La prima domanda è: recentemente abbiamo visto che hai scritto una nuova storia per gli Avengers. È solo il preludio per qualcosa di più con la Marvel?
Bendis: Sì, C.B. Cebulski (editor in chief della Marvel, ospite a Milano di Panini Comics, ndr) è qui e fuori dall’inquadratura c’è anche la mamma di Miles Morales, Sara Pichelli (pure lei ospite di Mirage Comics, ndr), persone a cui voglio molto bene e con cui ho lavorato in passato. C.B. mi ha chiamato e mi ha detto che voleva parlarmi di alcune cose da sottopormi, nel caso fossi stato pronto a tornare in Marvel. Sono stato via per alcuni anni e non avevamo ancora parlato di un mio ritorno, prima d’ora. Non posso ancora rivelare tutto ciò che mi è stato proposto, ma ho subito accettato. Mi ha detto di un progetto con Sara e mi ha parlato di un’idea per tornare sugli Avengers assieme a Mark Bagley. Ho pensato che sarebbe stato fantastico, perché quando me ne sono andato dalla Marvel, non ce l’avevo con loro, volevo semplicemente provare cose nuove. Le collaborazioni con Sara e Mark sono state una delle grandi gioie della mia vita e questa storia che io e Mark abbiamo appena terminato per Avengers 800 è sicuramente una delle cose più belle da lui disegnate. Mi sono quasi commosso quando ho visto le tavole magnifiche che aveva realizzato e mi ha anche dimostrato quanto fosse importante per lui tornare a lavorare assieme a me. Quando la leggerete, capirete che si tratta di una storia che celebra il nostro amore per gli Avengers e, per quanto mi riguarda, mostra pure il mio amore per la Marvel in generale. La prima volta che scrissi gli Avengers volevo che la loro serie fosse centrale, quella in cui tutti i fili narrativi della Marvel avrebbero dovuto incrociarsi. Ed è questo che ho voluto celebrare.

Hai detto che hai lasciato la Marvel per provare qualcosa di diverso. Vuoi dire che i personaggi della Marvel in quel momento non erano più di tuo interesse?
Bendis: Conosci il Saturday Night Live? È un programma televisivo trasmesso anche in Italia? In America è una vera istituzione e io, oltretutto, nutro una sorte di ossessione per il mondo della commedia e i comici in generale. Per chi sceglie di essere un fumettista, arrivare a lavorare in Marvel e DC è un po’ come per un comico diventare un membro del cast del Saturday Night Live. Bisogna impegnarsi molto per arrivare là. Ciononostante, per quanto le cose vadano bene, sai già che non sarà una cosa definitiva. Solo un capitolo importante della tua vita, in attesa di decidere di passare ad altro. In realtà, quando arrivai alla Marvel la situazione era differente, perché la casa editrice stava uscendo dalla bancarotta. Poi, però, sono diventati uno studio cinematografico, hanno cominciato a realizzare videogiochi e serie televisive, e, infine, sono entrati a far parte della Disney. Grossi cambiamenti, avvenuti nel giro di sette anni, nei quali volevo godermi ogni istante e mi piaceva dire di sì a tutto. Eppure, nella mia testa continuavo a chiedermi quando me ne sarei andato. Arrivai a domandarlo seriamente alla Marvel non appena Mark Bagley, purtroppo, decise di lasciare Ultimate Spider-Man, dopo 111 numeri, ma mi risposero di no. Quindi proseguii pensando che, alla fine, qualcuno mi avrebbe fatto sapere che era arrivato il momento giusto per andarmene. Invece passò ancora molto tempo e dopo quasi vent’anni trascorsi in Marvel ancora mi chiedevo se fosse il caso di lasciare. Tuttavia, nel frattempo, avevo creato Miles Morales e si aprirono opportunità che non mi aspettavo, ma che volevo sfruttare fino in fondo, soprattutto nel cinema e nella musica, magari coinvolgendo altri miei eroi. Insomma, non potevo perdermi l’esperienza di vedere Miles là fuori nel mondo. E poi, naturalmente, c’erano anche Jessica Jones e Riri Williams. In America, però, si aprono sempre nuove opportunità e poiché ogni grande editore in quel periodo aveva inaugurato una propria linea di graphic novel, ricevetti un’offerta dalla Abrams ComicArts per un progetto di quel tipo (la serie di graphic novel Phenomena, ndr) e ora ho in uscita un libro pure per la First Second. Quello che voglio dire è che adesso esistono cose che non c’erano quando iniziai a lavorare nei fumetti e con cui mi piacerebbe cimentarmi e anche allora ero sempre combattuto se continuare con il lavoro dei miei sogni o se valesse la pena capire se esistesse un altro lavoro dei miei sogni. Dopo l’uscita di Spider-Man: un nuovo universo (lungometraggio animato della Sony Pictures del 2018 con Miles Morales come protagonista, di cui Bendis è stato consulente creativo e produttore esecutivo, ndr) mi sono detto: “Non potrà mai esserci niente più grande di così”. Ricordo di aver pensato la stessa cosa pure sul set del film degli Avengers (Bendis è stato coinvolto come consulente in numerosi film dei Marvel Studios, ndr) seduto accanto al mio amico Matt Fraction. Ma quando il film di Miles ha vinto l’oscar (nel 2019, come miglior film d’animazione, ndr) ho capito che quello era il massimo che potevo raggiungere, quindi ho deciso di scendere dal palco.
So che la risposta è lunga, ma anche la mia decisione lo è stata (sorride, ndr). A ogni modo, a quel punto io e mia moglie abbiamo concordato sul fondare una nuova etichetta (l’imprint Jinxworld, ndr) per la quale ho cominciato a ideare cose inedite, di mia proprietà, perché quella era l’unica cosa a cui ritenevo di non essermi ancora dedicato a sufficienza. La DC, però, era venuta a sapere che stavo per lasciare la Marvel e mi chiamò, facendomi un’offerta che non potevo rifiutare, assicurandomi, oltretutto, che avrebbero ospitato persino le mie nuove creazioni, alle stesse condizioni stabilite con Mike Richardson (il patron della Dark Horse, che avrebbe dovuto pubblicare subito le opere di Bendis sotto il marchio Jinxworld, ma che, invece, le ereditò successivamente, quando all’autore non venne rinnovato il contratto in DC, ndr). Mi sono anche reso conto che molti dei miei eroi degli anni Ottanta, Walt Simonson, John Byrne, George Pérez avevano lasciato la Marvel, restando per un po’ in DC. Così ci sono andato e mi sono divertito parecchio. Ho potuto lavorare con tanti nuovi personaggi, tra cui la Legione dei Super-Eroi, dove ho collaborato con Ryan Sook, uno dei miei artisti favoriti di sempre. Poi, quando quel periodo è finito, ho ricevuto offerte da Amazon e, successivamente, mi sono stabilito presso la Dark Horse, con la quale le cose stanno funzionando molto bene, vista la possibilità di lavorare anche su altri media. Non avrei potuto ottenere niente di meglio di quello che sto facendo adesso. È esattamente quello che volevo fare quando me ne andai dalla Marvel. Ma quando C.B. mi ha chiamato, mi ha messo qualcosa in grembo a cui non potevo dire di no. Cercherò di bilanciare questi nuovi progetti per la Marvel con tutto il resto, dato che ho molte cose nuove in mente.

Hai citato grandi autori come Walter Simonson e John Byrne. Credo che tu non abbia mai avuto la possibilità di lavorare con loro.
Bendis: Incredibilmente, invece, ho collaborato con quasi tutti loro. Walt Simonson ha realizzato una storia degli Avengers con me (un arco narrativo in sei parti legato al crossover Avengers vs X-Men del 2012, ndr). Non riesco ancora a crederci, eppure sono passati più di dieci anni. Lo incontrai per la prima volta quando avevo dodici anni. Mi trattò con molto gentilezza e mi fece capire che la mia strada era nei fumetti. Poi, quando sono cresciuto, ha fatto dei bei commenti su di me. Non mi sembrava vero. Quasi tutti i miei eroi mi hanno onorato con una collaborazione. Lo ripeto, stento ancora a crederci.

Un’ultima domanda molto breve, è vero come ha dichiarato Paul Jenkins in una recente intervista che è stato lui a raccomandarti alla Marvel?
Bendis: Adoro Paul, è un amico, ma in realtà a raccomandarmi è stato David Mack, uno dei miei migliori amici nell’intero universo. È una persona con cui lavoro a stretto contatto e con il quale vado assieme in macchina alle convention. Venne contattato da Joe Quesada (all’epoca editor in chief della Marvel, ndr) che voleva dargli in gestione Daredevil e io gli chiesi: “Dai, mostragli il mio lavoro!”. David allora gli disse una cosa del tipo: “Ehi, questo è il mio amico Brian, dovresti davvero prenderlo in considerazione e Joe mi chiamò subito”. Ora, non dico che Paul non abbia messo una buona parola per me. Sono sicuro che lo abbia fatto. D’altra parte, io avrei fatto la stessa cosa per lui. Ma so che quella volta fu David a raccomandarmi.

Dopo aver ringraziato Bendis per averci concesso l’intervista, fuori dai microfoni siamo riusciti a chiedergli se questi nuovi impegni con la Marvel potrebbero avere una ricaduta sui suoi progetti già iniziati, in particolare su Powers, la sua serie creator-owned più nota, recentemente tornata nei comic shop americani con storie inedite. Lui ha risposto di no, che è abituato a gestire più testate in contemporanea e che è così legato a Powers, che farà di tutto per evitare un calo qualitatitativo della serie.

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Crossover 1 e 2, recensione: l'opera meta-fumettistica di Donny Cates

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Il crossover, ovvero l’incrocio narrativo che porta personaggi titolari di serie diverse a essere parte della stessa storia, è uno degli espedienti maggiormente utilizzati nel mondo dell’entertainment. Nato con finalità prevalentemente commerciali, sfrutta il forte richiamo che l’incontro/scontro tra varie icone dell’immaginario popolare esercita non solo sui fan, ma pure sul pubblico più generalista. Diffusissimo nel fumetto supereroistico fin dalla Golden Age, è stato frequentemente impiegato dalla Marvel - e a partire dagli anni Ottanta anche da altri editori (DC in primis) - per cementare la propria continuity, diventando in tempi più recenti, l’asse portante dei cosiddetti “eventi”, saghe a lungo respiro che le due major americane propongono quasi a scadenza regolare, nella speranza di rinvigorire collane in declino, per riportare sotto la luce dei riflettori personaggi un po’ trascurati o, banalmente, per offrire al pubblico trame dirompenti e di ampie proporzioni che possano mantenere sempre vivo l’interesse verso determinati character.

Tali operazioni spesso, in realtà, non incidono più di tanto sulla “vita” dei protagonisti o addirittura tradiscono quelle che erano le premesse originali. Ciò nonostante, non si può negare che i crossover costituiscano ancora un’attrattiva irresistibile per i lettori. Non sorprende, quindi, che un vero appassionato come Donny Cates abbia deciso di dedicare proprio ai crossover una delle sue ultime fatiche, tanto da usare il termine stesso come titolo della serie. Questa – pubblicata negli USA dalla Image e raccolta in Italia dalla Saldapress in bellissimi volumi cartonati – è, tuttavia, molto più che un semplice omaggio alle iperboliche scazzottate tra eroi, villain ed esseri cosmici di smisurata potenza, che sono solite riempire le pagine di quegli albi legati tra loro, principalmente grazie alla straordinaria creatività che lo sceneggiatore texano esibisce tutte le volte che è libero di muoversi oltre i confini imposti da Marvel e DC. In questi casi, il nostro Donny si trasforma in un vulcano in eruzione da cui fuoriescono idee a ripetizione, che in parte rivelano anche la sua voglia di scardinare alcune regole della letteratura disegnata apparentemente inviolabili, pur senza rinnegare mai l’indirizzo popolare della sua scrittura, la quale resta costantemente lontana da ogni velleità autoriale e ben ancorata a uno spirito bonario, che nulla ha a che fare con l'estremismo trasgressivo di Garth Ennis o con l’acida irriverenza dell’ultimo Alan Moore.

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Eppure, le sequenze iniziali della serie potrebbero persino avere il sapore del déjà vu, dato che - evento catastrofico a parte – mostrano l’inspiegabile arrivo dei personaggi dei fumetti nel mondo reale, una trovata indubbiamente singolare, ma già esplorata da altri in passato (si pensi, per esempio, a 1985 di Mark Millar e Tommy Lee Edwards). Ciò nondimeno, quella che in principio sembra anche una stramba denuncia del razzismo e del cristianesimo oscurantista dell’America profonda, viene presto impreziosita dall’inconfondibile tocco del giovane scrittore trasformandosi in un gioco meta-testuale in piena regola dove il termine crossover cambia rapidamente di significato, passando dal suddetto incontro tra esseri umani e personaggi dei fumetti (surrealmente distinguibili dalle persone in carne e ossa perché “colorati” in bassa qualità con la tipica retinatura dei vecchi comic book), al classico incrocio tra eroi di collane diverse, fino ad arrivare all’ingresso nella trama di character di altri autori (su tutti Madman di Mike Allred, i detective Chris Walker e Deena Pilgrim protagonisti di Powers di Brian Michael Bendis e Michael Avon Oeming e un cattivone molto popolare – soprattutto grazie alla TV - di cui non riveliamo il nome per non rovinare la sorpresa a chi ancora non si è avvicinato alla serie) e, inaspettatamente, alla comparsa di Cates stesso e di alcuni suoi illustri colleghi che diventano addirittura parte del cast dei comprimari della vicenda (omaggiando e, forse, prendendo amabilmente in giro gli ultimi numeri dell’Animal Man di Grant Morrison).

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È sicuramente questa - almeno per quanto si è visto sinora – il passaggio più divertente dell’opera, sebbene il lungo preambolo iniziale, necessario a introdurre i protagonisti e a definire lo scenario, sia tutt’altro che trascurabile, essendo illuminato fin dalla prima vignetta dal brio dell’autore texano, al solito abilissimo nel dosare avventura, commedia (di frequente appannaggio dello spassosissimo Dottor Blaqk, già apparso in altri titoli di Cates e divenuto ormai molto più che una semplice parodia del Dottor Strange) e melodramma. Poi però, dopo il gustoso interludio scritto da Chip Zdarsky che, con grande autoironia, scherza sul suo pseudonimo (il cartoonist canadese si chiama in realtà Steve Murray, ma pure gli addetti ai lavori spesso se lo dimenticano), facendo prendere vita al suo alter-ego artistico, il lettore viene trascinato in una farsa delirante, in cui la vicenda perde progressivamente ogni traccia di verosimiglianza. A questo clima goliardico - che sembra voler fare il verso a quello che si respira nel dissacrante Airboy di James Robinson e Greg Hinkle - si uniscono entusiasticamente anche Bendis, Oeming e Robert Kirkman che, similmente a Zdarsky, utilizzano le loro creazioni più famose per farsi beffe di sé stessi. E, nel generale vortice autocitazionista, la parte del leone spetta ovviamente a Cates che, con la sua abituale sfrontatezza, si ritaglia un ruolo determinante nella trama. Sorprendentemente, tuttavia, il suo veniale narcisismo non penalizza assolutamente lo scorrere degli eventi i quali, anzi, finiscono per risultare persino più appassionanti agli occhi del pubblico, a dispetto di alcuni snodi narrativi che – a onor del vero - vengono parzialmente sacrificati nella seconda metà della serie.

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Per dare vita a questa innocua ma piacevolissima follia, l’autore di Buzzkill e God Country si affida ancora una volta alle matite di Geoff Shaw (sostituito in brevi intermezzi da Oeming e Phil Hester), il quale ripaga l’amico con una prova più ispirata del solito, che è pure il sintomo evidente di una maturità artistica ormai prossima per il disegnatore americano. Eliminato il tratteggio spigoloso e un po’ sporco dei suoi primi lavori, Shaw fonde brillantemente il dinamismo del fumetto supereroistico moderno a un’espressività dei volti tendente al caricaturale (soprattutto quelli maschili), uno stile che esalta l’anima avventurosa della vicenda ma che, contemporaneamente, evita di far passare in secondo piano l’approccio parzialmente umoristico voluto da Cates. In aggiunta, la costruzione delle tavole è estremamente variabile e segue alla perfezione il ritmo imposto dalla trama, con un’alternanza di splash-page e di pagine fitte di vignette che separano in maniera netta i passaggi più concitati da quelli più riflessivi. L’artista di Denver, oltretutto, pare aver acquisito una maggiore dimestichezza con le ombreggiature, le inquadrature dei personaggi e i dettagli degli sfondi, il che – grazie anche all’ottimo lavoro di Dee Cunniffe ai colori - garantisce un preciso allineamento dei disegni ai frequenti cambi di registro emotivo presenti nella sceneggiatura.

Che altro dire? Nulla se non che attendiamo con ansia di leggere il prossimo story arc, il quale si preannuncia ancora più deflagrante dei due pubblicati finora. Non trattenete il fiato nell’attesa, però. Cates è impegnato in così tanti progetti, che non sembra intenzionato a tornare molto presto alla sua strampalata meta-creatura.

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La Dark Horse pubblicherà i titoli Jinxworld di Brian Michael Bendis

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THR riporta che Brian Michael Bendis porterà la sua linea di fumetti Jinxworld alla Dark Horse dopo gli anni in Marvel e in DC.

La linea, di cui fa parte Powers, lancerà nuovi titoli fra cui Joy Operations, descritto come un'ambiziosa odissea di fantascienza. Creato con l'artista di Wonder Twins Stephen Byrne, Joy Operations si svolge 55 anni nel futuro e ha come protagonista Joy, agente speciale che cambierà vita tradendo tutto ciò in cui ha sempre creduto.

Il nuovo accordo con la Dark Horse vedrà la pubblicazione dell'epopea yakuza Pearl, disegnata con il co-creatore di Jessica Jones, Michael Gaydos, il thriller di spionaggio Cover con l'artista David Mack e The Murder Inc., dai creatori di Powers Michael Avon Oeming e Taki Soma.

“Sono così orgoglioso di chiamare casa la Dark Horse Comics! Da Dark Horse Presents fino a Black Hammer, la Dark Horse è sempre stata in prima linea per i fumetti di proprietà che personalmente adoro e a cui aspiro. Questa partnership è in corso da molto tempo", ha affermato Bendis in una nota. “Mike Richardson, Daniel Chabon e tutti gli altri alla Dark Horse ci hanno accolto a braccia aperte, ed è molto eccitante iniziare a lanciare i nostri nuovissimi titoli come Joy Operations e reintrodurre alcuni dei nostri classici titoli Jinxworld come Powers, Torso e Jinx. I miei amici confermeranno che avrei voluto che quelle serie fossero state pubblicate dalla Dark Horse quando le abbiamo realizzate per la prima volta. Verso il futuro!"

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CW realizzerà una serie su Naomi, personaggio DC creato da Bendis

  • Pubblicato in Screen

Ava DuVernay sta lavorando a un nuovo progetto DC Comics. Dopo gli adattamenti di DMZ per HBO Max e il film New Gods, scritto con Tom King, la regista nominata all'Oscar - secondo quanto riportato da Variety- svilupperà la serie di Naomi per The CW.

Il personaggio ha fatto il suo debutto per la DC Comics un paio di anni fa in una serie creata da Brian Michael Bendis, David F. Walker e dall'artista Jamal Campbell.

Naomi è nata su una Terra parallela dove una crisi ambientale ha dato a 29 abitanti casuali abilità simili a quelle di un dio. Quando uno di questi individui ha cercato di distruggerla, i genitori di Naomi - anche loro con poteri - l'hanno mandata su Terra Uno, dove è stata adottata da una coppia in una piccola città dell'Oregon. Nella sua adolescenza, Naomi ha scoperto di aver ereditato poteri basati sull'energia insieme alla capacità di assumere una forma che le conferisce una maggiore forza.

DuVernay scriverà e sarà produttore esecutivo di Naomi con l'ex sceneggiatrice di Arrow Jill Blankenship. Al momento, non è chiaro se The CW intenda includere Naomi nell'Arrowverse.

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