Intervista a David Mack: La carriera dell'artista di Kabuki, passando per Daredevil, Echo e Dark Shots
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Durante l’ultima edizione del Napoli Comicon, grazie a Mirage Comics, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare David Mack, l’autore di Kabuki (qui la nostra recensione del volume pubblicato dalla Mirage) e di un noto ciclo di Daredevil, nel quale ha dato vita al personaggio di Echo.
Potete ascoltare le sue risposte nel video qui di seguito oppure leggerle nella sua trascrizione.
Intervista a cura di Antonio Ausilio e Luca Tomassini.
Editing video di Gennaro Costanzo.
Antonio: Ciao David, come stai?
Bene grazie. Sono molto felice di essere qui!
Antonio: È la tua prima volta a Napoli, giusto?
Sì, è la mia prima volta a Napoli. Sono arrivato in aereo a Milano, sono andato a Como, quindi in auto a Firenze, Perugia, Roma e infine a Napoli.
Antonio: Praticamente hai visitato quasi tutta l'Italia?
Sì, è stato un bel viaggio che ho fatto nelle ultime due settimane. In passato sono stato anche a Bologna e all’Etna Comics in Sicilia. Vengo in Italia ogni anno. Amo il vostro paese.
Antonio: Mirage Comics sta ristampando Kabuki, il tuo primo capolavoro. Ti piace questa nuova edizione? Potresti anche spiegare ai nuovi lettori la genesi del personaggio? Da dove ti è venuta l’ispirazione?
Sono molto grato alla Mirage Comics per aver deciso di pubblicare integralmente Kabuki. Il primo volume è già disponibile e speriamo che il secondo sia pronto per Lucca, alla fine di ottobre. Vorrei tornare in Italia per quell’occasione. Per completare tutta la saga di Kabuki saranno necessari quattro volumi. Si tratta del mio primo fumetto, grazie al quale la Marvel mi ha poi chiamato per scrivere Daredevil.È un’opera che ho realizzato mentre ero al college e a ogni lezione, che fosse di grafica, storia, mitologia o letteratura convincevo l’insegnante a farmici lavorare, spiegando perché avesse i requisiti per far parte di quello specifico corso, fino a utilizzarla come tesi di laurea.
Luca: David, il tuo stile è una sofisticata combinazione di tecniche differenti. All’inizio della tua carriera è stato difficile passare dalle case editrici indipendenti ai grandi editori come la Marvel? È stato difficile mantenere intatta la tua visione artistica?
Sono molto grato di aver avuto il tempo di sviluppare il mio stile per conto mio, lavorando in una casa editrice indipendente e realizzando le mie opere creator-owned. Ho potuto raccontare molte delle mie storie con Kabuki e lasciare che fosse la storia stessa a guidare la mia evoluzione come autore. Credo che questo mi abbia giovato. Se avessi iniziato direttamente alla Marvel o presso un editore più grande, forse avrei sentito il peso di certe aspettative e la necessità di seguire quello che viene percepito come uno “stile della casa”. Io, invece, non l’ho vissuta così. Quando la Marvel mi assunse come sceneggiatore di Daredevil, avevo già accumulato un corpus abbastanza ampio di lavori grazie a Kabuki. Sentivo che mi avevano scelto proprio sulla base di quel percorso. Successivamente mi chiesero anche di realizzare dei disegni. Fu Joe Quesada ad assumermi. Joe Quesada e Jimmy Palmiotti stavano occupandosi della parte artistica di Daredevil, mentre io subentrai alla sceneggiatura dopo Kevin Smith. A un certo punto Joe mi disse: “Perché non fai anche qualche copertina? Sei anche un disegnatore”. E io risposi: “Ma no, nessuno alla Marvel vuole vedere i miei disegni. Sono felice di scrivere la serie”. Lui invece insistette: “Vogliono vedere il tuo lavoro”. Sono davvero riconoscente a Joe per aver insistito affinché iniziassi dalle copertine. Così ho semplicemente fatto il lavoro che so fare, ed era proprio ciò che desideravano. Non ho avuto la sensazione di dover cambiare troppo .Penso che alcune persone vivano quell’esperienza in modo diverso, ma la mia impressione è che le grandi aziende vogliano assumerti proprio perché fai qualcosa di differente. E credo che il modo migliore per essere notati da un grande editore sia costruirsi una voce unica, distinta da quella di tutti gli altri.
Antonio: Restando a Daredevil, quando hai sviluppato il personaggio di Echo, hai evitato di creare un character speculare al Diavolo Rosso, ma, in ogni caso, hai cercato di bilanciare la cecità di Matt Murdock con la sordità di Maya Lopez. Per quale motivo hai preso questa decisione?
Stavo portando avanti Daredevil e Joe Quesada mi disse che potevo realizzare qualsiasi storia volessi, purché creassi un personaggio completamente nuovo. Secondo lui, infatti, tutti quelli che cominciavano a scrivere Daredevil volevano sempre utilizzare Elektra, Bullseye, Wilson Fisk. Kingpin, oltretutto, è stato pure preso in prestito da Spider-Man. Fu un’autentica sfida dal punto di vista creativo e sono davvero grato a Joe per avermelo proposto. A ogni modo, guardando a Daredevil, si tratta di un personaggio che percepisce il mondo in maniera diversa dalle altre persone. Quindi, ho pensato che potesse essere interessante avere un altro personaggio con caratteristiche simili, in modo che si creasse una sintonia tra i due, considerando che entrambi si sentivano diversi dalla maggior parte delle persone. Ma, come tu hai detto, Maya Lopez raccoglie le sue informazioni sul mondo attraverso la vista, non attraverso l’udito come Daredevil. Pertanto, anche se potevano relazionarsi l’uno con l’altro, proprio perché diversi dalle altre persone, allo stesso tempo, le loro diversità avrebbero potuto creare dei malintesi e allontanarli. Una dinamica secondo me interessante da esplorare.
Luca: David, parliamo della tua collaborazione con Brian Michael Bendis. Siete amici molto stretti. Se ricordo bene, avete lavorato insieme per la prima volta insieme (in Marvel) a un arco narrativo di Daredevil intitolato Wake Up, che ricordo con grande affetto. Puoi raccontarci qualcosa della chimica tra te e Brian? E una domanda: è più facile o più difficile lavorare con un amico?
Grazie per avermi chiesto di Brian Michael Bendis. Sì, Brian Bendis e io siamo migliori amici dal 1993. Ci siamo conosciuti durante una convention a Chicago. Io stavo scrivendo Kabuki e cercavo un disegnatore. Quando incontrai Brian, lui scriveva e disegnava i suoi fumetti noir e polizieschi.Mi mostrò uno dei suoi fumetti crime e io gli suggerii di usare più ombre nell'inchiostrazione, perché la storia aveva un'atmosfera noir. Gli piacque molto il mio consiglio. All'epoca Brian trovava lavoro soprattutto come disegnatore a matita e, la prima volta che ci incontrammo, fu proprio lui a procurarmi un lavoro come suo inchiostratore. Così, nei primi anni Novanta, lavorammo insieme come team matitista-inchiostratore su diversi progetti indipendenti che... probabilmente è meglio non nominare, perché non dovreste andare a cercarli! Non erano un granché, ma erano il nostro periodo di formazione. Realizzammo insieme un adattamento di The Call of Cthulhu di H.P. Lovecraft, lavorammo su alcuni progetti per Caliber Comics, facemmo una serie dedicata a Dracula e varie altre cose. Come coppia artistica funzionavamo davvero molto bene.In origine Brian avrebbe dovuto essere il disegnatore di Kabuki. Ho ancora alcuni disegni di Kabuki realizzati da lui nel 1993. Mentre lavoravamo ai nostri progetti creator-owned, grazie a Kabuki ricevetti l'offerta di scrivere Daredevil. Come dicevo prima, Joe Quesada mi chiese di realizzare anche le copertine. Io risposi: "No, alla Marvel vogliono vedere solo i tuoi disegni."E lui disse: "Fai la prima copertina da solo. Le altre le realizzeremo insieme."All'epoca non esistevano né le e-mail né gli scanner. Siamo negli anni Novanta. Io preparavo uno schizzo della copertina di Daredevil, Joe Quesada la disegnava a matita, Jimmy Palmiotti la inchiostrava e poi mi spedivano l'originale in una scatola FedEx.Io prendevo quella tavola originale e ci dipingevo direttamente sopra, sperando di non rovinarla. Poi la rimettevo nella scatola FedEx e la rispedivo indietro. In una di quelle spedizioni infilai anche alcuni fumetti indipendenti in bianco e nero di Brian. Inserii nella scatola la sua miniserie in quattro numeri Torso. Era un po' come un cavallo di Troia. Quesada mi chiamò e disse:"Ho ricevuto la copertina... ma cosa sono tutti questi fumetti indipendenti in bianco e nero?" Gli risposi: "Appartengono al mio migliore amico, Brian Bendis. Sono suoi lavori. Collaboriamo insieme e pensavo fosse giusto farteli vedere." Joe mi disse: "Il suo stile grafico non mi convince molto." E io risposi: "Va bene, però leggili comunque. Magari ti piaceranno le storie." Qualche tempo dopo mi richiamò e disse: "Come scrittore ha davvero del potenziale." In quel periodo io scrivevo Daredevil e Joe lo disegnava, ma nel frattempo era diventato Editor-in-Chief della Marvel. Le uscite della serie iniziavano ad accumulare ritardi perché il suo nuovo incarico gli lasciava poco tempo per disegnare. Così mi chiese: "Tu stai già scrivendo Daredevil. Perché non ti occupi anche dei disegni?" Io gli risposi: "Sì... però sto realizzando contemporaneamente anche Kabuki per Image Comics. Sarebbe davvero troppo lavoro." Allora gli proposi: "Perché non coinvolgiamo Brian?" In pratica passai dall'essere solo sceneggiatore di Daredevil a occuparmi temporaneamente anche dei disegni del numero successivo, così da poter far ottenere a Brian Bendis un incarico come sceneggiatore e lavorare insieme. Da quella scelta nacque proprio la storia Wake Up di cui parlavi. Quello fu il nostro primo lavoro alla Marvel. Grazie a quel progetto Brian ebbe poi l'opportunità di proporre Ultimate Spider-Man. Successivamente realizzammo insieme Alias con Jessica Jones, per il quale io dipinsi anche le copertine. Più avanti scrivemmo insieme Daredevil: End of Days. Nel corso degli anni abbiamo collaborato moltissimo, sia nei fumetti indipendenti sia alla Marvel. Infine abbiamo creato una nostra serie creator-owned intitolata Cover. Dopo oltre trent'anni di amicizia siamo finalmente riusciti a realizzare una serie completamente nostra, ideata insieme dall'inizio alla fine.»
Luca: Dopo così tanti anni è stato difficile ritrovare la stessa sintonia lavorando di nuovo con Brian?
Direi che ogni progetto ha avuto una chimica tutta sua. Lavorare con Brian non è mai stato difficile. Anzi, è sempre un piacere. È un collaboratore eccezionale. Contribuisce tantissimo al progetto, ma allo stesso tempo vuole che chi lavora con lui si senta libero di esprimersi e abbia lo spazio necessario per dare il proprio contributo creativo. È una cosa che apprezzo molto. Da Brian ho imparato tantissimo su come comunicare con gli altri collaboratori in modo efficace e diplomatico. È davvero molto bravo in questo. Lavorare insieme è stato semplicemente un piacere.»
Antonio: L’ultima domanda riguarda il nuovo libro con Mirage, Dark Shots. Una collaborazione di diversi artisti. Puoi dirci qualcosa a riguardo?
Ho incontrato Francesco Marcantonini, l’editore, due anni fa a Como e dopo solo un anno aveva già pubblicato quattro delle mie opere in volumi cartonati. E adesso, dopo un altro anno, ancora nuovi libri, tra cui l’integrale di Kabuki e Dark Shots. Quest’ultimo è un’antologia in cui l’amico Federico Mele ha scelto vari artisti, a cui ha suggerito alcune idee per nuove storie. A me ha mandato una lista con sei diverse proposte. Ognuna aveva solo una o due righe di descrizione. Io ho scelto l’ultima e gli ho detto: “Facciamola insieme” e lui ha usato la copertina basata sulla nostra storia come variant del libro. Ci sono molti autori italiani nel volume, tra i quali anche Sara Pichelli, che ha creato Miles Morales insieme a Bendis. Insomma, si è trattato di una collaborazione incredibile assieme a meravigliosi partner italiani.
Antonio: Grazie mille, David!
David Mack: grazie a voi. È stato davvero un piacere.