Intervista a Leo Ortolani: da Tapum ai progetti futuri, passando per cinema e intelligenza artificiale
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Durante l’ultima edizione del Bergamo Comicon, abbiamo avuto il piacere di intervistare Leo Ortolani, uno dei più importanti e apprezzati fumettisti italiani, che quest’anno ricopriva la carica di magister del Comicon.
Potete ascoltare le sue risposte nel video qui di seguito oppure leggerle nella sua trascrizione.
Intervista a cura di Antonio Ausilio.
Siamo in compagnia di Leo Ortolani, magister del Comicon. Ciao Leo
Ciao. In realtà, non rimarrò magister ancora a lungo, alla fine del Bergamo Comicon perderò subito la carica.
Ma come hai vissuto questa esperienza da magister?
È stata una bella esperienza, benché sostanzialmente uguale a non avere la carica di magister, se non per il fatto che ti chiamano magister.
Di fatto cosa ha comportato il tuo ruolo?
Mi hanno fatto fare tante cose, che, onestamente, non ricordo più, attraverso le quali, comunque, i giovani avrebbero dovuto considerarmi un esempio. Un esempio deleterio secondo me. Io credo di essere più una sorta di punto di partenza, per poi andare avanti e fare di meglio. Spero che sia questo il messaggio del mio magistero.
Ho qui il volume di una delle tue ultime opere, Tapum. Ci puoi dire come ti è venuta l’idea per questa storia, che si discosta un po’ da quelle che realizzi abitualmente?
Diciamo che arriva un momento nella vita in cui ti viene voglia di fare qualcosa di diverso rispetto ai fumetti comici - che sono bellissimi, per carità! - E grazie all’amicizia con Andrea Pennacchi, che mi ha regalato il suo libro La guerra dei Bepi, dopo un po’ un semino nel cervello ha cominciato a germogliare, trovando subito terreno fertile. In una delle parti del libro, si racconta, infatti, della battaglia dell’Ortigara, di cui avevo spesso sentito parlare, così come da sempre conosco la canzone Tapum, che è il canto degli alpini che celebra quella battaglia. Non mi ero, però, mai immerso così tanto nella vicenda, per cercare di capire cosa fosse successo veramente durante la Prima Guerra Mondiale. Oltretutto, se vogliamo, da parte italiana, l’Ortigara è una delle pagine più tragiche di quella guerra. E, ripeto, le ho affrontate in maniera immersiva: mi sono trasformato in un soldato del 1917 e ho voluto raccontare la storia di chi ha combattuto quella battaglia. Tapum non è un fumetto o un romanzo storico. È soprattutto un racconto su come si possa rimanere umani nonostante la tragedia imminente, perché, di fatto, in quello scenario si trattava di dire: oggi ci sono, domani magari non ci sono più. Pertanto, cosa fare per sopravvivere o, semplicemente, lasciare qualcosa di sé stessi a chi sarebbe venuto dopo? Moltissimi soldati, una cosa di questo tipo, anche in maniera inconscia, erano costretti ad affrontarla.
Hai trovato qualche difficoltà ad avvicinarti a un argomento di questo tipo, visto che, come abbiamo detto prima, si discosta in maniera significativa dalle opere che sei abituato a realizzare?
Ma, allora…difficoltà no, anche se si trattava di raccontare una storia sicuramente più impegnativa e più complessa. Inoltre, mi ci dovevo accostare come se stessi entrando in una chiesa, perché l’Ortigara è considerata il calvario degli alpini. Sono morti o rimasti dispersi tantissimi soldati. Anche da parte austrica ovviamente, perché in guerra non ci sono buoni o cattivi, solo poveri diavoli mandati al macello. E proprio come forma di rispetto ho addirittura creato un battaglione inesistente, perché non volevo utilizzare i battaglioni che avevano effettivamente combattuto quella battaglia. Per il resto è la storia stessa che ti dice come affrontare la vicenda, come fare per trattarla con rispetto. Io sono pure stato in cima all’Ortigara ed è veramente stato come entrare in una cattedrale. Alla stessa persona che mi ha accompagnato, Giorgio Gobbo - che è il musicista di Andrea Pennacchi - hanno fatto un po’ impressione i dettagli della battaglia, mentre li rievocavo, nonostante fosse stato lì molte volte. Perché quando arrivi su, sai che ogni roccia che vedi era bagnata di sangue. Una cosa pazzesca. Nel momento in cui gli italiani conquistarono la cima, gli austriaci, che si trovavano tutti nelle cime intorno, scaricarono su di loro l’ottanta-novanta per cento dell’arsenale che avevano a disposizione. Chi descrive la battaglia, parla di un ribollire della cima. Venivano addirittura scagliati per aria i cadaveri sepolti. Io non so cosa abbia visto chi ha vissuto la battaglia. I nipoti mi dicono che i loro nonni – che ormai non ci sono più – non gli raccontavano niente di quello che avevano visto o fatto. Soltanto in caso di – ahimè – sopraggiunta demenza senile, capitava che si svegliassero urlando, dicendo cose stranissime. Queste sono le uniche testimonianze note - al di là dei libri, come quelli di Emilio Lussu, che era tenente della Brigata Sassari e combatté anche lui in quella battaglia – che ci rivelano come fosse quasi naturale trovarsi fianco a fianco con dei cadaveri. Addirittura, si appendevano le giberne a un femore che usciva dal terreno, oppure, mentre si strisciava nelle trincee, si utilizzava come punto di riferimento un ginocchio che spuntava dal suolo. E varie altre cose di questo genere. Ribadisco, quindi, che è necessario fare un grandissimo lavoro di immersione in questi avvenimenti, per cercare di restituirlo nel modo migliore. Io ho cercato di farlo come ho potuto. Per fortuna ho deciso di non realizzare un libro a colori, forse perché l’avrei trovato volgare, dato che sarebbe stato tutto rosso. Ho comunque usato una china acquerellata perché dovevo mostrare lo sporco di quella guerra, che non è stata altro che sangue, merda e fango. Senza spazio per l’allegria. E con questa china acquerellata credo di aver raggiunto un giusto equilibrio tra la narrazione e il disegno.
Considerando l’argomento e come l’hai descritto, pensi di realizzare in futuro qualcos’altro del genere o preferisci tornare alle tue tematiche abituali?
Guarda, mi hanno proposto qualcosa di simile, traendo spunto dalle lezioni di Alessandro Barbero. Però mi sono detto: la mia guerra l’ho già combattuta ed è stata emotivamente intensa. Ho pianto a scrivere Tapum e ho pianto di nuovo quando l’ho riletto. Mi sono detto: ma che cosa (in realtà, Ortolani usa un termine più colorito, ndr) ho scritto? E credo di aver trasmesso bene la realtà della battaglia. Almeno, così mi hanno confermato in tanti. Pennacchi stesso mi ha detto: “chi l’avrebbe detto? Mi sono commosso” (Ortolani cita Pennacchi parlando con accento veneto, ndr). Io credo che nel cammino di un autore, se continua a maturare, un libro come questo debba essere considerato un gradino in quella direzione, tenendo presente che se ci fosse qualcos’altro da raccontare, non debba necessariamente trattarsi di una battaglia o di una guerra. Ammetto, però, che il mio sogno nel cassetto è scrivere di Masada, la roccaforte sul Mar Morto dove, secoli fa, si rifugiarono gli ebrei per sfuggire all’esercito romano. I soldati di Roma allestirono un accampamento sotto quella rocca inespugnabile, a cui si arrivava attraverso il cosiddetto “sentiero del serpente”, perché procedeva a zig-zag. Per poterci arrivare e buttare giù le mura, i romani costruirono una rampa pazzesca, degna delle piramidi, ma quando entrarono, gli ebrei si erano tutti suicidati, una beffa dopo anni di assedio. Tra l’altro, all’interno della roccaforte non mancavano acqua, bestiame, coltivazioni, quindi era praticamente inespugnabile. Le cronache dell’epoca dicono che solo uno sopravvisse, per raccontare ai romani cosa fosse successo.
Ma da dove deriva il mio interesse per questa storia? Ebbene, quando andai in Terrasanta, nel 2009, Masada era l’unica cosa che mi interessava veramente vedere in quel viaggio. Il giorno della visita, tuttavia, non mi sentii bene. Andai su lo stesso e feci un breve giro e in quello che restava dei mosaici delle abitazioni trovai il simbolo di Rat-Man, per cui sapevo già chi sarebbe sopravvissuto alla fine (risata generale, ndr). Ho, quindi, cominciato a rifletterci su. Esiste pure uno sceneggiato con Peter O’Toole a capo dei legionari romani (Masada, miniserie televisiva trasmessa dalla ABC nel 1981, ndr) da prendere in considerazione. Insomma, l’idea di base c’è e sarebbe anche in controtendenza, dato che i resti dell’antica roccaforte sono il luogo dove l’esercito israeliano va a giurare dicendo: “non ci sarà più un’altra Masada” e stona con quello sta succedendo in questo periodo. Non proprio un gran momento di “marketing” per l’IDF. Si parlerebbe, però, di un’altra epoca, di una storia diversa, al tempo dell’occupazione romana.
Si tratta comunque di una storia di resistenza, quindi più o meno quello che sta succedendo adesso, anche se a parti invertite.
A parti invertite, assolutamente. La storia sarebbe comunque interessante e la cosa bella è che tu devi cercare di capire cosa pensavano gli ebrei arroccati in cima e i romani sotto di loro. In altre parole, non conterebbe più il momento storico, ma, piuttosto, le relazioni umane.
Il Covid l’ho già raccontato attraverso le strisce, perché l’abbiamo vissuto tutti. Si tratterebbe, però, di una situazione simile. C’era questa gente asserragliata, impossibilitata a lasciare questa rocca e per anni sono rimasti lì.
Bene, allora speriamo di leggerla presto questa storia di Masada, anche se, probabilmente, ci vorrà un po’.
Non so se arriverà, perché ce l’ho nella testa dal 2009 e se ancora non l’ho realizzata, significa che c’erano altre cose che mi interessavano un po’ di più.
Nel frattempo, comunque, rimani sempre legato alle cose che ti piace fare, in particolare le parodie di film e di serie televisive – più film che serie televisive, in realtà – dove le tematiche sono spesso legate al fantastico, sia che si tratti di fantasy vero e proprio, che di fantascienza o horror, come nell’ultima miniserie uscita per Panini (La conjura del male, ndr). Tra queste tematiche, ce n’è qualcuna in particolare che ti interessa di più, oppure possiamo dire che quando qualcosa ti colpisce, ti piace poi farne una parodia?
È proprio così. Ad esempio, ho appena visto Backrooms al cinema e devo dire che mi ha colpito molto. Non so se ne farò una parodia, però effettivamente non è male come storia. Ti acchiappa moltissimo. Ovviamente le mie parodie non vogliono essere un prendere in giro. Le faccio quando mi innamoro di un’opera. Voglio trarne qualcosa anch’io e allora prendo da essa alcuni elementi e li inserisco in una storia diversa. È un esercizio di rimescolamento, per dare un nuovo significato allo stesso materiale. A volte riesce molto bene, come in 299+1, che era la parodia di 300. A volte è qualcosa di più leggero come Star Rats, la parodia di Guerre Stellari. Altre volte ancora cerco di portare un messaggio o qualcosa di simile, per cui in Avarat parlo di tornare alla natura e di non di credere che si possa fare tutto con la propria carta di credito.
A ogni modo, l’importante è che mi diverta.
Considerando che tu sei uno sceneggiatore, quindi, in grado di criticare anche sceneggiature che non sono prettamente fumettistiche e visto che sei un appassionato di cinema - prima hai menzionato Backrooms, per cui suppongo che ti piacciano di più le piccole opere, dove magari percepisci un po’ più di creatività dietro la storia - cosa ne pensi della cinematografia hollywoodiana attuale, che sappiamo non averti convinto in alcuni casi, vedi, per esempio il Superman di James Gunn?
Adesso andrò a vedere pure Supergirl, che molti dicono sia un vero disastro. Se Superman lo hanno salvato, con Supergirl, invece, proprio non ci siamo. Ho sentito anche l’amico e collega, oltre che bravissimo recensore, Roberto Recchioni, che ne parlava su Instagram. Ha detto che il primo terzo del film funziona benissimo, ma da lì in poi è un disastro. E lui è uno che riesce a parlare bene anche di pellicole che magari non funzionicchiano, perché, in fondo, è un buono. Ma se dice che è un disastro, allora la mia recensione è praticamente già scritta.
Diciamo che il sistema hollywoodiano sta un po’ collassando su sé stesso, perché l’intento è guadagnare miliardi di dollari, pertanto, quando i produttori trovano qualcosa di buono in un film, cercano semplicemente di replicarlo. È come se cercassero la formula della pietra filosofale, senza aver capito che se un film funziona è perché c’è una visione dietro. Se questa visione manca o viene rimaneggiata da esigenze di produzione, di inclusività o da considerazioni di tipo economico, perché il budget a disposizione è maggiore, allora arriva l’insuccesso. I film partono dalle idee, dalla visione di chi lo porta avanti e di tutti gli altri collaboratori che condividono quella visione. E questo non lo dico io, ma Gabriele Mainetti (regista di Lo chiamavano Jeeg Robot e La città proibita, ndr), con cui sono in amicizia. Ci sono film fatti con pochi mezzi, ma con una visione e funzionano. Altri fatti con un dispendio di mezzi maggiore, dove, però, la visione si è persa, perché ognuno cerca di tirare la giacchetta dalla propria parte e alla fine il film non può che deragliare. Credo proprio che Hollywood abbia un problema di questo tipo. Naturalmente un film dal piccolo budget ha più libertà e tra l’altro, in proposito, c’è una bellissima riflessione sull’arrivo dell’intelligenza artificiale. Che fa paura a tutti, ma a me no e neppure a Gabriele Mainetti. Entrambi sappiamo che non può sostituirci. Non ci sarà un bottone da schiacciare, che farà uscire una storia già pronta. Poi, nel mio caso, io lavoro ancora con le matite, quindi proprio non mi riguarda. Nella cinematografia, tuttavia, l’utilizzo di questo software ti aiuta a potenziare ciò che già possiedi. E, in più, dimezza i costi. Si sente dire che manderà a casa un sacco di gente, ma non si considerano i tecnici che saranno necessari a utilizzare questo software. E non solo, adesso ci sono film hollywoodiani che costano 120-200 milioni di dollari, però, come detto, con l’intelligenza artificiale i costi si dimezzano, per cui si potranno girare più film. Pellicole considerate rischiose perché con un costo stimato di 100 milioni di dollari, potrebbero costarne solo 30 e sarebbe più facile che si decida di realizzarle. Io non vedo l’ora che succeda una cosa del genere. Bisogna sempre guardare l’aspetto positivo nelle cose. Subito ci si spaventa perché si pensa: oddio adesso prenderà il mio posto, “nel 2029 arriva Skynet” (riferimento a Terminator, ndr). Ma, naturalmente, non bisogna ascoltare quelli che hanno già decretato la fine del mondo, bensì coloro che lavorano veramente con l’intelligenza artificiale. Questi diranno che è semplicemente uno strumento da utilizzare con attenzione, con il quale, ovviamente, ti devi impegnare. Ora sembra che alla gente importino solo cose del tipo: prendo Tom Cruise e Brad Pitt, schiaccio un tasto e cominciano a picchiarsi, ma non è così. È qualcosa di meraviglioso, che va gestito correttamente.
Una curiosità, per finire: quando lavoravi ancora sulle fanzine, c’era una tua storia su Made in USA (nota fanzine dedicata al fumetto americano pubblicata all’inizio degli anni Novanta, ndr) che era una specie di Fantastic Four – The end. Hai mai avuto la tentazione di riprenderla? Di chiedere di pubblicarla, visto che collabori con Panini Comics?
No comment. Stiamo a vedere, non posso dire altro. Al limite posso accennare al fatto che Tom Brevoort della Marvel (attuale editor delle testate mutanti, ndr), la tradusse e la pubblicò per intero sul suo blog. E sia lui che Kurt Busiek (lo sceneggiatore della celebre miniserie Marvels, ndr) dissero: “questo qua ha realizzato una storia che anche noi avremmo voluto fare, ma non abbiamo avuto il coraggio di premere il grilletto”. Dissero proprio questo e aggiunsero: “anche se l’avessimo fatto, saremmo comunque arrivati con dieci anni di ritardo rispetto a lui”. Busiek continuò: “darei una settimana di vita per avere una tavola finale come quella che chiude la saga di questi quattro numeri”.
Sono rimasto con gli occhi a forma di cuore per settimane, leggendo i commenti di gente come loro, che lavora in questo settore ad altissimi livelli.
Possiamo dire, quindi, che i Fantastici Quattro sono i tuoi personaggi Marvel preferiti?
Più di loro, il Dottor Destino. Infatti, non vedo l’ora che arrivi Avengers: Doomsday al cinema. Vediamo un po’ come riusciranno a gestirlo.
Si stanno accumulando i tuoi fan, per cui, grazie mille Leo. Gentilissimo.







