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Intervista a Leo Ortolani: da Tapum ai progetti futuri, passando per cinema e intelligenza artificiale

Durante l’ultima edizione del Bergamo Comicon, abbiamo avuto il piacere di intervistare Leo Ortolani, uno dei più importanti e apprezzati fumettisti italiani, che quest’anno ricopriva la carica di magister del Comicon.
Potete ascoltare le sue risposte nel video qui di seguito oppure leggerle nella sua trascrizione.
Intervista a cura di Antonio Ausilio.



Siamo in compagnia di Leo Ortolani, magister del Comicon. Ciao Leo
Ciao. In realtà, non rimarrò magister ancora a lungo, alla fine del Bergamo Comicon perderò subito la carica.

Ma come hai vissuto questa esperienza da magister?
È stata una bella esperienza, benché sostanzialmente uguale a non avere la carica di magister, se non per il fatto che ti chiamano magister.

Di fatto cosa ha comportato il tuo ruolo?
Mi hanno fatto fare tante cose, che, onestamente, non ricordo più, attraverso le quali, comunque, i giovani avrebbero dovuto considerarmi un esempio. Un esempio deleterio secondo me. Io credo di essere più una sorta di punto di partenza, per poi andare avanti e fare di meglio. Spero che sia questo il messaggio del mio magistero.

Ho qui il volume di una delle tue ultime opere, Tapum. Ci puoi dire come ti è venuta l’idea per questa storia, che si discosta un po’ da quelle che realizzi abitualmente?
Diciamo che arriva un momento nella vita in cui ti viene voglia di fare qualcosa di diverso rispetto ai fumetti comici - che sono bellissimi, per carità! - E grazie all’amicizia con Andrea Pennacchi, che mi ha regalato il suo libro La guerra dei Bepi, dopo un po’ un semino nel cervello ha cominciato a germogliare, trovando subito terreno fertile. In una delle parti del libro, si racconta, infatti, della battaglia dell’Ortigara, di cui avevo spesso sentito parlare, così come da sempre conosco la canzone Tapum, che è il canto degli alpini che celebra quella battaglia. Non mi ero, però, mai immerso così tanto nella vicenda, per cercare di capire cosa fosse successo veramente durante la Prima Guerra Mondiale. Oltretutto, se vogliamo, da parte italiana, l’Ortigara è una delle pagine più tragiche di quella guerra. E, ripeto, le ho affrontate in maniera immersiva: mi sono trasformato in un soldato del 1917 e ho voluto raccontare la storia di chi ha combattuto quella battaglia. Tapum non è un fumetto o un romanzo storico. È soprattutto un racconto su come si possa rimanere umani nonostante la tragedia imminente, perché, di fatto, in quello scenario si trattava di dire: oggi ci sono, domani magari non ci sono più. Pertanto, cosa fare per sopravvivere o, semplicemente, lasciare qualcosa di sé stessi a chi sarebbe venuto dopo? Moltissimi soldati, una cosa di questo tipo, anche in maniera inconscia, erano costretti ad affrontarla.

Hai trovato qualche difficoltà ad avvicinarti a un argomento di questo tipo, visto che, come abbiamo detto prima, si discosta in maniera significativa dalle opere che sei abituato a realizzare?
Ma, allora… difficoltà no, anche se si trattava di raccontare una storia sicuramente più impegnativa e più complessa. Inoltre, mi ci dovevo accostare come se stessi entrando in una chiesa, perché l’Ortigara è considerata il calvario degli alpini. Sono morti o rimasti dispersi tantissimi soldati. Anche da parte austrica ovviamente, perché in guerra non ci sono buoni o cattivi, solo poveri diavoli mandati al macello. E proprio come forma di rispetto ho addirittura creato un battaglione inesistente, perché non volevo utilizzare i battaglioni che avevano effettivamente combattuto quella battaglia. Per il resto è la storia stessa che ti dice come affrontare la vicenda, come fare per trattarla con rispetto. Io sono pure stato in cima all’Ortigara ed è veramente stato come entrare in una cattedrale. Alla stessa persona che mi ha accompagnato, Giorgio Gobbo - che è il musicista di Andrea Pennacchi - hanno fatto un po’ impressione i dettagli della battaglia, mentre li rievocavo, nonostante fosse stato lì molte volte. Perché quando arrivi su, sai che ogni roccia che vedi era bagnata di sangue. Una cosa pazzesca. Nel momento in cui gli italiani conquistarono la cima, gli austriaci, che si trovavano tutti nelle cime intorno, scaricarono su di loro l’ottanta-novanta per cento dell’arsenale che avevano a disposizione. Chi descrive la battaglia, parla di un ribollire della cima. Venivano addirittura scagliati per aria i cadaveri sepolti. Io non so cosa abbia visto chi ha vissuto la battaglia. I nipoti mi dicono che i loro nonni – che ormai non ci sono più – non gli raccontavano niente di quello che avevano visto o fatto. Soltanto in caso di – ahimè – sopraggiunta demenza senile, capitava che si svegliassero urlando, dicendo cose stranissime. Queste sono le uniche testimonianze note - al di là dei libri, come quelli di Emilio Lussu, che era tenente della Brigata Sassari e combatté anche lui in quella battaglia – che ci rivelano come fosse quasi naturale trovarsi fianco a fianco con dei cadaveri. Addirittura, si appendevano le giberne a un femore che usciva dal terreno, oppure, mentre si strisciava nelle trincee, si utilizzava come punto di riferimento un ginocchio che spuntava dal suolo. E varie altre cose di questo genere. Ribadisco, quindi, che è necessario fare un grandissimo lavoro di immersione in questi avvenimenti, per cercare di restituirlo nel modo migliore. Io ho cercato di farlo come ho potuto. Per fortuna ho deciso di non realizzare un libro a colori, forse perché l’avrei trovato volgare, dato che sarebbe stato tutto rosso. Ho comunque usato una china acquerellata perché dovevo mostrare lo sporco di quella guerra, che non è stata altro che sangue, merda e fango. Senza spazio per l’allegria. E con questa china acquerellata credo di aver raggiunto un giusto equilibrio tra la narrazione e il disegno.

Considerando l’argomento e come l’hai descritto, pensi di realizzare in futuro qualcos’altro del genere o preferisci tornare alle tue tematiche abituali?
Guarda, mi hanno proposto qualcosa di simile, traendo spunto dalle lezioni di Alessandro Barbero. Però mi sono detto: la mia guerra l’ho già combattuta ed è stata emotivamente intensa. Ho pianto a scrivere Tapum e ho pianto di nuovo quando l’ho riletto. Mi sono detto: ma che cosa (in realtà, Ortolani usa un termine più colorito, ndr) ho scritto? E credo di aver trasmesso bene la realtà della battaglia. Almeno, così mi hanno confermato in tanti. Pennacchi stesso mi ha detto: “chi l’avrebbe detto? Mi sono commosso” (Ortolani cita Pennacchi parlando con accento veneto, ndr). Io credo che nel cammino di un autore, se continua a maturare, un libro come questo debba essere considerato un gradino in quella direzione, tenendo presente che se ci fosse qualcos’altro da raccontare, non debba necessariamente trattarsi di una battaglia o di una guerra. Ammetto, però, che il mio sogno nel cassetto è scrivere di Masada, la roccaforte sul Mar Morto dove, secoli fa, si rifugiarono gli ebrei per sfuggire all’esercito romano. I soldati di Roma allestirono un accampamento sotto quella rocca inespugnabile, a cui si arrivava attraverso il cosiddetto “sentiero del serpente”, perché procedeva a zig-zag. Per poterci arrivare e buttare giù le mura, i romani costruirono una rampa pazzesca, degna delle piramidi, ma quando entrarono, gli ebrei si erano tutti suicidati, una beffa dopo anni di assedio. Tra l’altro, all’interno della roccaforte non mancavano acqua, bestiame, coltivazioni, quindi era praticamente inespugnabile. Le cronache dell’epoca dicono che solo uno sopravvisse, per raccontare ai romani cosa fosse successo.
Ma da dove deriva il mio interesse per questa storia? Ebbene, quando andai in Terrasanta, nel 2009, Masada era l’unica cosa che mi interessava veramente vedere in quel viaggio. Il giorno della visita, tuttavia, non mi sentii bene. Andai su lo stesso e feci un breve giro e in quello che restava dei mosaici delle abitazioni trovai il simbolo di Rat-Man, per cui sapevo già chi sarebbe sopravvissuto alla fine (risata generale, ndr). Ho, quindi, cominciato a rifletterci su. Esiste pure uno sceneggiato con Peter O’Toole a capo dei legionari romani (Masada, miniserie televisiva trasmessa dalla ABC nel 1981, ndr) da prendere in considerazione. Insomma, l’idea di base c’è e sarebbe anche in controtendenza, dato che i resti dell’antica roccaforte sono il luogo dove l’esercito israeliano va a giurare dicendo: “non ci sarà più un’altra Masada” e stona con quello sta succedendo in questo periodo. Non proprio un gran momento di “marketing” per l’IDF. Si parlerebbe, però, di un’altra epoca, di una storia diversa, al tempo dell’occupazione romana.

Si tratta comunque di una storia di resistenza, quindi più o meno quello che sta succedendo adesso, anche se a parti invertite.
A parti invertite, assolutamente. La storia sarebbe comunque interessante e la cosa bella è che tu devi cercare di capire cosa pensavano gli ebrei arroccati in cima e i romani sotto di loro. In altre parole, non conterebbe più il momento storico, ma, piuttosto, le relazioni umane.
Il Covid l’ho già raccontato attraverso le strisce, perché l’abbiamo vissuto tutti. Si tratterebbe, però, di una situazione simile. C’era questa gente asserragliata, impossibilitata a lasciare questa rocca e per anni sono rimasti lì.

Bene, allora speriamo di leggerla presto questa storia di Masada, anche se, probabilmente, ci vorrà un po’.
Non so se arriverà, perché ce l’ho nella testa dal 2009 e se ancora non l’ho realizzata, significa che c’erano altre cose che mi interessavano un po’ di più.

Nel frattempo, comunque, rimani sempre legato alle cose che ti piace fare, in particolare le parodie di film e di serie televisive – più film che serie televisive, in realtà – dove le tematiche sono spesso legate al fantastico, sia che si tratti di fantasy vero e proprio, che di fantascienza o horror, come nell’ultima miniserie uscita per Panini (La conjura del male, ndr). Tra queste tematiche, ce n’è qualcuna in particolare che ti interessa di più, oppure possiamo dire che quando qualcosa ti colpisce, ti piace poi farne una parodia?
È proprio così. Ad esempio, ho appena visto Backrooms al cinema e devo dire che mi ha colpito molto. Non so se ne farò una parodia, però effettivamente non è male come storia. Ti acchiappa moltissimo. Ovviamente le mie parodie non vogliono essere un prendere in giro. Le faccio quando mi innamoro di un’opera. Voglio trarne qualcosa anch’io e allora prendo da essa alcuni elementi e li inserisco in una storia diversa. È un esercizio di rimescolamento, per dare un nuovo significato allo stesso materiale. A volte riesce molto bene, come in 299+1, che era la parodia di 300. A volte è qualcosa di più leggero come Star Rats, la parodia di Guerre Stellari. Altre volte ancora cerco di portare un messaggio o qualcosa di simile, per cui in Avarat parlo di tornare alla natura e di non di credere che si possa fare tutto con la propria carta di credito.
A ogni modo, l’importante è che mi diverta.

Considerando che tu sei uno sceneggiatore, quindi, in grado di criticare anche sceneggiature che non sono prettamente fumettistiche e visto che sei un appassionato di cinema - prima hai menzionato Backrooms, per cui suppongo che ti piacciano di più le piccole opere, dove magari percepisci un po’ più di creatività dietro la storia - cosa ne pensi della cinematografia hollywoodiana attuale, che sappiamo non averti convinto in alcuni casi, vedi, per esempio il Superman di James Gunn?
Adesso andrò a vedere pure Supergirl, che molti dicono sia un vero disastro. Se Superman lo hanno salvato, con Supergirl, invece, proprio non ci siamo. Ho sentito anche l’amico e collega, oltre che bravissimo recensore, Roberto Recchioni, che ne parlava su Instagram. Ha detto che il primo terzo del film funziona benissimo, ma da lì in poi è un disastro. E lui è uno che riesce a parlare bene anche di pellicole che magari non funzionicchiano, perché, in fondo, è un buono. Ma se dice che è un disastro, allora la mia recensione è praticamente già scritta.
Diciamo che il sistema hollywoodiano sta un po’ collassando su sé stesso, perché l’intento è guadagnare miliardi di dollari, pertanto, quando i produttori trovano qualcosa di buono in un film, cercano semplicemente di replicarlo. È come se cercassero la formula della pietra filosofale, senza aver capito che se un film funziona è perché c’è una visione dietro. Se questa visione manca o viene rimaneggiata da esigenze di produzione, di inclusività o da considerazioni di tipo economico, perché il budget a disposizione è maggiore, allora arriva l’insuccesso. I film partono dalle idee, dalla visione di chi lo porta avanti e di tutti gli altri collaboratori che condividono quella visione. E questo non lo dico io, ma Gabriele Mainetti (regista di Lo chiamavano Jeeg Robot e La città proibita, ndr), con cui sono in amicizia. Ci sono film fatti con pochi mezzi, ma con una visione e funzionano. Altri fatti con un dispendio di mezzi maggiore, dove, però, la visione si è persa, perché ognuno cerca di tirare la giacchetta dalla propria parte e alla fine il film non può che deragliare. Credo proprio che Hollywood abbia un problema di questo tipo. Naturalmente un film dal piccolo budget ha più libertà e tra l’altro, in proposito, c’è una bellissima riflessione sull’arrivo dell’intelligenza artificiale. Che fa paura a tutti, ma a me no e neppure a Gabriele Mainetti. Entrambi sappiamo che non può sostituirci. Non ci sarà un bottone da schiacciare, che farà uscire una storia già pronta. Poi, nel mio caso, io lavoro ancora con le matite, quindi proprio non mi riguarda. Nella cinematografia, tuttavia, l’utilizzo di questo software ti aiuta a potenziare ciò che già possiedi. E, in più, dimezza i costi. Si sente dire che manderà a casa un sacco di gente, ma non si considerano i tecnici che saranno necessari a utilizzare questo software. E non solo, adesso ci sono film hollywoodiani che costano 120-200 milioni di dollari, però, come detto, con l’intelligenza artificiale i costi si dimezzano, per cui si potranno girare più film. Pellicole considerate rischiose perché con un costo stimato di 100 milioni di dollari, potrebbero costarne solo 30 e sarebbe più facile che si decida di realizzarle. Io non vedo l’ora che succeda una cosa del genere. Bisogna sempre guardare l’aspetto positivo nelle cose. Subito ci si spaventa perché si pensa: oddio adesso prenderà il mio posto, “nel 2029 arriva Skynet” (riferimento a Terminator, ndr). Ma, naturalmente, non bisogna ascoltare quelli che hanno già decretato la fine del mondo, bensì coloro che lavorano veramente con l’intelligenza artificiale. Questi diranno che è semplicemente uno strumento da utilizzare con attenzione, con il quale, ovviamente, ti devi impegnare. Ora sembra che alla gente importino solo cose del tipo: prendo Tom Cruise e Brad Pitt, schiaccio un tasto e cominciano a picchiarsi, ma non è così. È qualcosa di meraviglioso, che va gestito correttamente.

Una curiosità, per finire: quando lavoravi ancora sulle fanzine, c’era una tua storia su Made in USA (nota fanzine dedicata al fumetto americano pubblicata all’inizio degli anni Novanta, ndr) che era una specie di Fantastic Four – The end. Hai mai avuto la tentazione di riprenderla? Di chiedere di pubblicarla, visto che collabori con Panini Comics?
No comment. Stiamo a vedere, non posso dire altro. Al limite posso accennare al fatto che Tom Brevoort della Marvel (attuale editor delle testate mutanti, ndr), la tradusse e la pubblicò per intero sul suo blog. E sia lui che Kurt Busiek (lo sceneggiatore della celebre miniserie Marvels, ndr) dissero: “questo qua ha realizzato una storia che anche noi avremmo voluto fare, ma non abbiamo avuto il coraggio di premere il grilletto”. Dissero proprio questo e aggiunsero: “anche se l’avessimo fatto, saremmo comunque arrivati con dieci anni di ritardo rispetto a lui”. Busiek continuò: “darei una settimana di vita per avere una tavola finale come quella che chiude la saga di questi quattro numeri”.
Sono rimasto con gli occhi a forma di cuore per settimane, leggendo i commenti di gente come loro, che lavora in questo settore ad altissimi livelli.

Possiamo dire, quindi, che i Fantastici Quattro sono i tuoi personaggi Marvel preferiti?
Più di loro, il Dottor Destino. Infatti, non vedo l’ora che arrivi Avengers: Doomsday al cinema. Vediamo un po’ come riusciranno a gestirlo.

Si stanno accumulando i tuoi fan, per cui, grazie mille Leo. Gentilissimo.

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Comicon Bergamo 2026: tanti autori, tante mostre ma pochi editori

  • Pubblicato in Focus

Giunta ormai alla quarta edizione, la costola bergamasca del Comicon sta provando a crescere di livello, per colmare il gap, in termini di importanza e popolarità (ma anche di offerta di contenuti), che ancora la separa dalla kermesse capostipite napoletana.
Un segnale che testimonia l’intenzione degli organizzatori di procedere in questa direzione è il folto gruppo di autori invitati, tra i quali non possiamo non citare Dave McKean (ospite di Comicon Edizioni, che del grande artista britannico ha portato in anteprima in fiera il secondo volume di Pictures That Tick), Lee Bermejo, Salvador Larroca, Pasqual Ferry, Yasuhiro Nightow (il creatore del manga Trigun, letteralmente sommerso dai fan), Fero Pe, a cui vanno aggiunti gli italiani Leo Ortolani (magister della manifestazione, così come a Napoli), Silver (presente allo stand di Tomodachi Press, in occasione dell’uscita del set di carte collazionabili dedicate a Lupo Alberto), Tanino Liberatore, Carmine Di Giandomenico, Andrea Sorrentino, Lorenzo Pastrovicchio, Giada Perissinotto e, per la gioia dei più piccini, Fraffrog e Sio con la loro Gigaciao.

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Occorre sottolineare, tuttavia, che nonostante lo sforzo di cercare un equilibrio tra le varie anime della cultura pop, senza far prevalere l’una sull’altra, la parte più propriamente fumettistica della convention, come già negli anni precedenti, si è dimostrata un po’ sotto le aspettative, con sempre meno case editrici presenti, se non attraverso negozi specializzati locali (Panini e J-Pop in primis). Anche escludendo Sergio Bonelli Editore, Rizzoli Lizard e Oblomov, che solitamente preferiscono prendere parte a festival di maggior richiamo, era difficile non notare l’assenza di Bao, Tunuè, Coconino, Star Comics, Dynit e Toshokan. Quest’ultima, in particolare, che, non di rado, abbiamo trovato con una piccola postazione pure in manifestazioni minori. Scelte che contrastano con la decisione di partecipare per la prima volta di NPE (il cui banco, però, era spesso snobbato dal pubblico) o di investire in stand di dimensioni più o meno grandi come Mirage/Shockdom, Saldapress e ReNoir (dove domenica era possibile incontrare il maestro dell’animazione Bruno Bozzetto).

Modesta anche la rappresentanza di fumetterie e di rivenditori di materiale collezionistico (tavole originali, albi di antiquariato), soprattutto se confrontata con l’area molto estesa riservata al cosiddetto “pop market” (nome altisonante con il quale sono state raggruppate le tante – troppe – bancarelle che offrivano semplice paccottiglia, solo lontanamente riconducibile alla letteratura disegnata) e all’Asian Village, prevalentemente frequentato da amanti del cosplay e del K-pop, benché sembrasse maggiormente diretto a visitatori incuriositi dalla cultura orientale in generale (con tanto di ricostruzioni di abitazioni tradizionali giapponesi e chioschi in cui veniva servito cibo coreano) e non dai manga in particolare.

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Si è rivelata, invece, buona la proposta espositiva, con varie mostre, piccole ma interessanti, quali “Leologia. Stratigrafia di un fumettista”, la stessa già vista a Napoli, dedicata a Leo Ortolani, “Cosmic Pop! Le galassie visive di Nicoletta Baldari”, focalizzata sulla brava artista romana, ospite anche lei a Bergamo, autrice del bellissimo poster di questa edizione e da diversi anni all’opera su molti franchise della Disney e su alcune serie della DC e di altri editori americani, in cui ha fatto confluire tutta la sua passione per i colori sgargianti e luminosissimi, “Spell Bound. Magia e poteri attraverso l’arte di Jacopo Camagni”, un sentito omaggio al compianto cartoonist bolognese, prematuramente scomparso qualche mese fa e, infine, l’originale “Polska a Bergamo. Il fumetto polacco contemporaneo”, che presentava appunto tavole di vari autori polacchi, riversate, poi, in un catalogo sullo stesso tema.
Da apprezzare pure lo spazio destinato alle piccole realtà editoriali, fucine di creatività spesso ignorate nei grandi eventi, che nella manifestazione orobica erano, al contrario, situate a ridosso degli stand principali.

In conclusione, a dispetto dei numerosi visitatori (molti dei quali, però, attratti dall’area gaming, che occupava un intero padiglione), il Bergamo Comicon stenta ancora a spiccare il volo, sebbene sembri possedere le potenzialità per diventare, nel Nord Italia, una valida alternativa a Cartoomics, che dopo essersi fusa con la Milan Games Week e nonostante la regolare presenza di autori importanti (per il 2026 sono già stati annunciati Mark Waid, John Romita Jr., Bill Morrison e Posuka Demizu) fatica a recuperare la posizione di assoluta rilevanza, che rivestiva nel panorama fieristico nazionale dedicato alla Nona Arte, prima dello stop imposto dalla pandemia di Covid-19.

Nella gallery in basso trovate una ricca gallery di foto dalla mostra. 

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I 5 nuovi manga annunciati da J-POP a Comicon Bergamo

  • Pubblicato in News

J-POP Manga ha annunciato cinque nuove uscite durante il Comicon Bergamo 2025.
Le novità spaziano dal fantasy all’horror, passando per le commedie scolastiche e le trasposizioni di celebri videogiochi. Tra i titoli più attesi, il romanzo di Frieren – Oltre la fine del viaggio, l’adattamento manga di Yoshi’s New Island, lo spin-off Goblin Slayer: Brand New Day, la nuova raccolta horror di Gou Tanabe e la rom-com scolastica Yano-kun’s Ordinary Days, da cui sarà tratto un anime in arrivo su Crunchyroll a ottobre.

Di seguito il comunicato ufficiale.

Frieren – Oltre la fine del viaggio Il Romanzo
di Mei Hachimoku, Kanehito Yamada e Tsukasa Abe
Volume unico

Cinque racconti in prosa per scoprire il passato di amici e avversari dell’elfa maga Frieren!

Dallo stesso autore che ha firmato "Sparkle for Frieren", che potete leggere nella recente edizione deluxe del volume 14, le light novel di successo The Tunnel to Summer e The Exit of Goodbye.

L’avventura dell’elfa maga Frieren si dipana nel corso di secoli, nei quali molti eroici personaggi si sono dati il cambio nel condividere con lei parte del cammino. Cosa è successo ai suoi attuali compagni di viaggio (e ai suoi avversari di oggi), prima di incontrarla? Scoprilo in questo atteso volume inedito, con cinque appassionanti racconti in prosa realizzati dall’autore di Sparkle for Frieren con la supervisione dello sceneggiatore del manga originale, Kanehito Yamada.

Yoshi’s New Island
di Sawada Yukio
volume unico

Yoshi e Super Mario in una nuova avventura basata sull’omonimo videogioco Nintendo!

Gli Yoshi vivono pacificamente sull’Isola Uovo, finché un giorno un bebè cade improvvisamente dal cielo: Baby Mario! Ma perché è solo? Con lui dovrebbe esserci anche suo fratello Baby Luigi… dov’è finito? L’avrà rapito Baby Bowser?
Yoshi, con in groppa Baby Mario, decide di andare alla ricerca di Luigi

Goblin Slayer: Brand New Day
di Kumo Kagyu e Masahiro Ikeno
Collection Box – Serie completa in 2 volumi

Dietro ogni eroe, ci sono storie mai raccontate.

Nel mondo oscuro e brutale di Goblin Slayer, non è solo lo sterminatore di goblin a vivere una vita fatta di sangue e acciaio. Questo spin-off esplora le avventure, i sogni e le sfide di chi incrocia la sua strada: un giovane guerriero e un’apprendista chierica alle prime armi, decisi a farsi strada tra le insidie del mondo; una cameriera testarda che cerca in tutti i modi di conquistare l’appetito (e forse anche il cuore) del taciturno eroe; e persino i goblin stessi, pronti ad affilare gli artigli nei loro nidi oscuri. Un viaggio nel quotidiano di un mondo fantasy dove ogni incontro è un’avventura, e ogni personaggio ha una storia da raccontare.

L’Innominabile e altre storie
di Gou Tanabe
volume unico

Una nuova raccolta manga ispirata all’orrore cosmico di H.P. Lovecraft

Gou Tanabe adatta un altro ciclo di racconti del celeberrimo scrittore di Providence! Dopo il Ciclo di Cthulhu, il Sensei si confronta con le storie ambientate nel Regno dei Sogni, un vero e proprio mondo parallelo a quello reale, popolato di pericolose e inenarrabili mostruosità. Addentrarsi nei suoi recessi significa intraprendere un viaggio onirico che solo pochissimi riescono ad affrontare... Quali orrori sono in agguato tra le ombre di questi luoghi maledetti di cui la veglia non serba memoria?

Yano-kun's Ordinary Days - Yano-kun no Futsuu no Hibi
di Yui Tamura
10 volumi – serie in corso

Un ragazzo perennemente sfortunato. Una ragazza che non riesce a smettere di preoccuparsi. Un amore pronto a sbocciare tra cerotti e incidenti improbabili.

Il manga rom-com che ha ispirato l’anime in arrivo a ottobre su Crunchyroll!

Tsuyoshi Yano è uno studente delle superiori con un talento innato… mettersi nei guai. Ogni giorno arriva a scuola coperto di graffi e lividi, al punto da essere diventato l’ossessione della diligente rappresentante di classe, Kiyoko Yoshida. Preoccupata per la sua salute (ma non solo per quello, forse), Yoshida finisce per seguirlo, soccorrerlo, curarlo – e scoprire che dietro tanta sfortuna si nasconde un ragazzo davvero speciale. Tra gag esilaranti, incontri imprevedibili e momenti di tenero imbarazzo, Yano-kun’s Ordinary Days è una commedia scolastica romantica dal ritmo irresistibile.

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