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Due figlie ed altri animali feroci: intervista a Leo Ortolani

DueFiglieAltriAnimaliFerociEsce oggi nelle librerie il libro "Due figlie ed altri animali feroci - Diario di un'adozione internazionale" di Leo Ortolani, raccolta delle lettere inviate dal noto fumettista italiano ai suoi amici e parenti durante il suo viaggio in Colombia per l'adozione delle sue due figlie. Il libro è accompagnato da vignette inedite che illustrano i passi compiuti da Leo per arrivare ad essere papà.

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Proprio in occasione dell'uscita di questo volume (Sperling & Kupfer, pagg. 192, euro 16,00) abbiamo raggiunto Leo Ortolani per un'intervista in merito.

Ciao Leo e bentornato su Comicus. Cominciamo dall'inizio: puoi raccontare ai nostri lettori come è nato questo progetto?

Grazie per definirlo “progetto”, ma è nato proprio per caso. Cioè: non è per caso che io e mia moglie abbiamo cercato per dieci anni di adottare e siamo poi finiti in Colombia dove abbiamo finalmente trovato le due sorelle Bassetti-Dellacapricciosa- Gomez. Per caso, nel senso che non pensavo che le mie lettere potessero diventare un libro. Quando le scrivevo, la sera, dopo avere messo finalmente a letto le due giaguare a pelo corto, volevo che restasse un ricordo di quei giorni, perché una volta cresciute se le potessero leggere e capissero cosa è successo alla nostra famiglia, in quel Paese bello e difficile che è la Colombia, tra il febbraio e il primo aprile del 2010.
Poi le spedivo a un gruppo di parenti e amici, e c’era dentro naturalmente anche Andrea Plazzi, che ha iniziato a pensare che queste lettere potevano essere anche pubblicabili, perché di adozione non se ne parla mai, a meno che non ci sei dentro, e quando se ne parla, ci sono sempre certe facce lunghe, certi sguardi tristi…Una depressione! Invece l’adozione, come mi hanno insegnato le mie figlie, Johanna e Lucy Maria, è come ballare la salsa. Loro ballano benissimo, io sembro un cono spartitraffico. Ogni tanto mi urtano le auto, allora mi muovo.

Quante illustrazioni hai realizzato per questo volume?

Ci sono circa 22 lettere, più un prologo e un epilogo (per quanto possa avere senso un apilogo, ma insomma, per far capire che non ci siamo ancora schiantati nella curva a gomito della genitorialità), per cui direi circa 24 vignette, tra cui anche un paio di tavole, a corredo del testo.

L'argomento che affronti è sicuramente importante e serio, oltre ad essere decisamente personale. Troveremo l'ironia tipica delle tue storie o ci sono enormi differenze dal tuo modus operandi?

Non lo so, pare che la gente ridesse, a leggerle, speriamo bene. Anche essere mollato malamente da una ragazza è un’argomento serio e personale, ma è così che è nato Venerdì 12.
Sono un inguaribile ottimista. O un pessimista che non si rende conto.

Quale delle numerose emozioni di questo viaggio ti è maggiormente rimasta impressa?

Non sono mai stato in Colombia. Quando siamo arrivati, di sera, e dall’aereo si vedeva un fiume, in basso, che probabilmente era il Cauca, perché le mie bimbe sono di Tuluà, della Valle del Cauca, poi si vedevano le luci delle città di Cali, dove eravamo diretti, ho pensato, “ecco, questo è il Paese dove sono le mie figlie”.
Un po’ mi sono commosso.

Dovendo riassumere al massimo il tuo viaggio, quale consiglio ti senti di dare a chi volesse adottare all'estero?

Portatevi da leggere, in aereo. Per l’andata.

Quanto è cambiata la tua vita dopo l'arrivo di Johanna e Lucy Maria?

Oggi abbiamo accompagnato Johanna in classe. La prima elementare. Era lì, in quel banco, con amici nuovi accanto, un po’ spersa, un po’ confusa, ma prima che io uscissi, mi ha fatto il pollice in su, come fa sempre quando vuol dire che va tutto bene. Non so, ma mi pare che adesso quello che faccio abbia un senso. Forse il senso di nano.

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