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Luca Giovanelli

Luca Giovanelli

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Una vittoria di misura per Scott Snyder e Jim Lee, la recensione di Superman Unchained

La RW Lion ripropone in volume la maxi-serie Superman Unchained (già presentata nello spillato mensile Superman L'uomo d'acciaio) ed è come ritrovarsi a guardare una partita del Barcellona: un team di fuoriclasse che porteranno sempre a casa il risultato, lasciando in chi guarda una grande, seppur ovvia e inevitabile, ammirazione. La DC Comics è infatti andata sul sicuro affidando questa avventura de l'Uomo d'Acciaio alle mani del golden boy Scott Snyder e del campione Jim Lee. Quest'ultimo in particolare dimostra ancora una volta di poter dare lezioni ad almeno due generazioni di cartoonist, quanto a freschezza e spettacolarità: tavole dal respiro epico e magniloquente, in cui il tratto preciso e affascinante del disegnatore originario di Seul dà forma a scene di grande impatto visivo in un florilegio di dinamismo e cura del dettaglio.

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Molto bello e spettacolare da vedere dicevamo, a volte si ha la sensazione che si voglia colpire più l'occhio del lettore che accompagnarlo visivamente lungo lo svolgersi della narrazione. Le splash-page e le tavole inusuali non si sbilanciano però mai nei confronti di quelle dal taglio più tradizionale e cinematografico. A questo proposito, se Lee è il centravanti, Snyder qui svolge il ruolo del regista-fantasista, compiendo due scelte molto semplici e intelligenti. In primo luogo imposta una trama molto classica: c'è Superman che deve salvare il mondo da un'invasione aliena, confrontarsi con un villain simil-Doomsday, litigare con il Generale Lane, fare i conti con Luthor, farsi aiutare da Lois. Snyder qui è uomo d'ordine che riesce a garantire l'equilibrio fra i momenti più “fisici”, i flashback riflessivo-esistenziali, i dialoghi necessari per le spiegazioni e le tavole mute (in particolare del finale). La scelta di riservare le didascalie principali alle voce narrante di Superman che dialoga con se stesso, infonde poi  alla narrazione un afflato molto più umano e empatico, che avvicina il lettore.

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In secondo luogo Snyder decide di puntare fin da subito, per valorizzare il tratto e lo stile di Lee, su scene d'azione quasi senza sosta o comunque su un ritmo sostenuto in cui non cala mai la tensione: all'interno di questo quadro così ipercinetico, viene costruita, numero dopo numero, con discrezione, una riflessione generale sull'essere Superman ed esercitare il potere: come decidere da che parte stare? Chi ci dice che sia quella giusta? Come si usa un potere così immenso? Si potrebbe fare in modo diverso? Queste sono alcune delle domande  a cui prova a rispondere Snyder fra una scazzottata e l'altra. Si ri-afferma ancora una volta, quando si parla di Superman, il valore della libertà del gesto eroico, una libertà morale che – significativo a questo proposito il ruolo della Fortezza della Solitudine – che viene difesa strenuamente dall'ultimo figlio di Krypton, anche e forse soprattutto nelle vesti di Clark Kent. Questi sono certamente spunti interessanti che però, nell'economia della storia, risultano forse un po' troppo sacrificati rispetto alle scelte più spettacolari e “comode”. Intendiamoci, Snyder fa tutto bene, ma sembra soffrire – e non è il primo – il confronto con il mito stesso di Superman: troppe cose da maneggiare, troppa urgenza di mettere ogni elemento al suo posto, troppa paura di rompere schemi ampiamente collaudati.

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Superman Unchained aggiunge poco e non dice niente che non sia stato già detto sinora rispetto all'Uomo d'Acciaio, collocandosi nella categoria di un ottimo prodotto, ma di puro intrattenimento e nulla più. E il difetto maggiore di quest'opera è forse questo: la squadra Snyder/Lee, costruita per vincere, senz'altro vince, ma è una vittoria che non sorprende come si sperava.

Nuovi dettagli su Asterix e la Corsa d'Italia dall'incontro di Bologna

Stamattina vi abbiamo riportato la news che annunciava il titolo e la trama del 37° albo di Asterix dal titolo Asterix e la corsa d'Italia. Alcuni dettagli in più giungono direttamente dalla presentazione del volume che si è svolta a I Portici Hotel all'interno delle iniziative per la Fiera del Libro dei ragazzi di Bologna: i due autori, Jean-Yves Ferri (presente in sala) e Didier Conrad (via Skype) hanno detto di amare molto l'Italia e di essersi divertiti a creare un'avventura che parla non solo dei romani ma anche di tutte le altre popolazioni autoctone della penisola. Un'avventura, questa “Transitalica”, già pronta ad essere tradotta in 20 paesi e che sarà molto più ricca di azioni e di scontri rispetto ai volumi precedenti.

Ferri ci assicura poi che vedremo un Obelix un po' diverso dal solito, molto più “eroico”. Infine due personaggi nuovi di zecca verranno introdotti: massimo riserbo ovviamento su chi siano, anche se pare che uno di questi possa essere ispirato ad una tipica bellezza italiana (vedi foto nella gallery in basso). Al termine della presentazione, breve ma in grado di solleticare entusiasmi e curiosità, entrano in scena direttamente i due protagonisti, come potete vedere voi stessi qui di seguito.

La recensione di Marvel's Iron Fist

L'anteprima dei primi episodi di Iron Fist, ultima produzione Marvel/Netflix ha scatenato una ridda di recensioni così unanimamente negative come non se ne leggevano dall'uscita del blockbuster Batman v Superman: Dawn of Justice. Il riverbero di tali opinioni, prodotto dal web e dai siti specializzati ha fatto sì che la serie che narra le vicende del ricco rampollo Danny Rand partisse in salita o per lo meno che ci si approcciasse ad essa con un misto di perplessità e curiosità. Al netto di tutti e 13 episodi visti si può affermare che i giudizi letti sinora si sono dimostrati quanto meno esagerati, in parte ingiusti, in molti casi superficiali.

Bisogna, prima di entrare nel merito di Iron Fist, sottolineare ancora una volta che l'Universo televisivo sviluppato dalla Casa delle Idee insieme a Netflix ha caratteristiche estremamente omogenee, molto particolari e molto lontane dal più famoso MCU o da serie più mainstream come Agents of S.H.I.E.L.D.: atmosfere cupe, ritmi lenti, azione dosata con cura e mai esagerata. Daredevil, Jessica Jones, Luke Cage e ora Iron Fist inoltre sono delle complesse storie di secret origins di eroi cosiddetti “minori” che vengono distribuite lungo 12-13 episodi invece che liquidarle in un pilota di 45-60 minuti: questa, come le altre sopra elencate, è una scelta stilistica molto precisa, che può non piacere, ma comunque originale, moderna e adatta al tipo di personaggi che si vuole presentare. La lentezza non è di per sé un disvalore, la mancanza di azione a tutto spiano non è motivo sufficiente di disinteresse, la cupezza scoraggia forse il binge watching, ma sollecita una visione meno superficiale. Nessuna di queste serie è un prodotto “leggero”, ma piuttosto un tipo di intrattenimento che sfida il neurone dello spettatore, che lo costringe ad aspettare, ad avere uno sguardo diverso e a non abituarsi a lieti fine. Se non si cerca tutto questo, certamente è meglio stare lontano anche da Iron Fist, che in questa prima stagione si è dimostrata una serie con grossi difetti, ma anche con molti elementi interessanti.

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Fra i primi va annoverata senz'altro la scelta del protagonista: Finn Jones non è un volto e soprattutto un corpo adatto a interpretare Iron Fist. Poco espressivo e carismatico, non credibile nelle scene dove è richiesta cattiveria, o rabbia o grinta; molto insicuro e impacciato nelle scene di azione. Ad ogni buon conto aspettiamo di vederlo in The Defenders prima di parlare di vero e proprio miscasting. Altra pecca ineludibile e complementare a quanto detto finora è la caratterizzazione del protagonista: Danny Rand fa tenerezza ma è veramente troppo insipido. Non c'è la questione morale come per Matt Murdock/Daredevil, né le questioni sociali e razziali di Luke Cage, né le istanze di genere di Jessica Jones. C'è un’iniziale critica al turbo-capitalismo al quale si oppone la spiritualità e l'approccio umano di Danny Rand, ma tutto resta così abbozzato e annacquato che ben presto gli sceneggiatori lasciano questa idea per strada. Fra i difetti c’è poi anche un certo “orientalismo” di maniera con una sfilza di riferimenti superficiali a monaci, disciplina triadi, colpi speciali, ecc... Infine la regia, che vaga nel buio senza una direzione precisa per almeno metà degli episodi.

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A parte la faccia di Finn Jones, sulle altre magagne si può lavorare e correggere, soprattutto se la seconda serie sarà in grado di riprendere le fila dei molti misteri ancora aperti dopo il finale di stagione.
Iron Fist infatti ha dalla sua elementi interessanti: mano a mano che gli episodi procedono le scene di azione migliorano o comunque si passa dall'imbarazzo totale a coreografie accettabili. Per il futuro, magari con un po' di allenamento...
Un elemento intrigante è poi la rete di misteri “misteriosi” (per citare Carlo Lucarelli) che si infittisce progressivamente, creando una sorta di thriller corale, dal sapore vagamente shakespeariano, dove nessuno può fidarsi di nessuno e Iron Fist diventa uno degli eroi Marvel più soli e solitari di sempre. Questo aumenta il fascino del personaggio, così come il buon cast di comprimari: accanto alle brave Carrie-Ann Moss e Rosario Dawson a ricordarci di riverire ora et semper Nostra Signora La Continuity, abbiamo Jessica Henwick nella parte di Colleen Wing, personaggio accattivante ma che scade un po' negli ultimi episodi, ma soprattutto abbiamo il terzetto della famiglia Meachum, David Wenham (il padre, Harold), Tom Pelphrey (il figlio, Ward) e Jessica Stroup (la figlia, Joy): ambigui, affascinanti, totalmente disfunzionali. Forse i personaggi meglio caratterizzati e interpretati della serie, che hanno il già citato pregio di far risaltare, per contrasto, il ruolo del protagonista rendendocelo se non altro un po' più prossimo e simpatico. Infine fra i punti di forza, anche se ancora molto fra le righe o appena accennato, c'è il tema del rapporto padri/figli: Iron Fist parla sostanzialmente di figli che cercano i padri e di padri che giudicano i figli e del peso di responsabilità e aspettative fra le generazioni. Queste idee, se ben sviluppate, potrebbero dare spessore e interesse ad una serie che per ora è ancora in cerca di una sua identità precisa.

Le streghe anomale di Snyder e Jock, la recensione di Wytches

A leggere Wytches, si ha l'impressione corroborante che l'horror sia, per le arti visive e narrative, il genere atavico e immortale capace di veicolare sempre, se sostenuto da buone idee e sconfinato affetto per i suoi codici, riflessioni e inquietudini attuali. Che il segreto stia nell'implicito accordo fra chi racconta e chi fruisce, di immedesimazione totale e incondizionata, nel rinnovare l'immaginario infantile o nell'amplificare paure attraverso metafore della spaventosa quotidianità, quest'ultima opera di Scott Snyder e Jock è un bignamino d'amore, nostalgico eppure modernissimo, verso tutto un genere di storie che parte da Stephen King e arriva fino La Casa di Sam Raimi. Snyder nelle note dice di essersi grandemente ispirato alle estati trascorse nei boschi della Pennsylvania per costruire l'ambientazione e le atmosfere di questa storia. Le streghe “anomale” del titolo e il corollario di elementi classici che le circonda – i sacrifici, il patto, il calderone, i boschi, ecc...- sono quindi  rivisitate con freschezza e mestiere,  offrendo molto – The Walking Dead docet – proprio in quanto mettono in comunicazione le paure “fantastiche” dell'infanzia con quelle attuali  delle sfide evolutive e familiari.

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La trama è questa: c'è una ragazzina insicura che soffre e un padre che la deve proteggere a tutti i costi. Semplice, essenziale, ma qui Snyder ti inchioda e ti coinvolge. C'è sensibilità nel tratteggiare i personaggi in modo credibile, approfondito e originale e una grande cura nel farli muovere in uno scenario sottilmente inquietante, dove i particolari più orrorifici, dosati, preparati e poi presentati con misura e senso del ritmo, si fondono con un'atmosfera che si fa via via più opprimente: persone normali, le cui normali paure sono croce e risorsa alla stesso tempo, ma che si muovono in un mondo irrazionale e spietato più grande di loro. Il mondo adolescenziale di insicurezze, sogni e immaginazione, ma in qualche modo puro, che si contrappone al mondo adulto corrotto dall'opportunismo e dall'avidità non è un'idea certo nuova, ma viene sposata da Snyder in modo così candido, autentico e convinto che il lettore dopo poche pagine è naturalmente costretto ad un approccio partecipe verso Sailor Rooks e la sua famiglia e a immedesimarsi con i loro dubbi, senso di impotenza e sofferenza.

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I confini labili, l'ambiguità dei personaggi, la fatica a tenere insieme i pezzi della loro vita, si traspongono in tavole-quadro dalla forma estremamente libera in cui trovano posto semplici vignette rettangolari, spesso dall'angolazione inusuale, e distribuite a mo' di patchwork, in cui corpi e volti dei personaggi faticano quasi a entrare e che fanno progredire la storia attraverso dialoghi che, anche quando prolissi (vedi gli ultimi capitoli), risultano sempre comunque funzionali alla narrazione: mai di troppo, mai superflui.
La potenza e complessità delle immagini è infatti elemento di fascino ulteriore e decisivo: le matite sottili e nervose di Jock, il cui tratto “sporco” che fa ampio uso di neri fa da contraltare visivo, in termini di essenzialità e “oscurità”, alla sceneggiatura di Snyder, è arricchito dall'ottimo lavoro di colorazione di Matt Hollingsworth che alle tecniche classiche sovrappone quella “a spruzzo” con acquerelli e acrilici, restituendo un effetto globale di cupa e onirica surrealtà, molto adatto alla storia poiché permette di mostrare e celare al contempo, confondendo lettore e personaggi su ciò che è vero, ciò che potrebbe e ciò che non lo è.

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Lettura piacevolissima, avvincente e scorrevole questo Wytches, ci si ritrova alla fine della storia in un attimo e poi a ri-scorrere le tavole per il puro piacere di riempirsi gli occhi. In attesa del seguito che, visto il risultato di questa mini-serie, sarebbe quanto mai gradito.

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