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Emanuele Amato

Emanuele Amato

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Vivo e Morto, recensione: Le tragicomiche pene di un amore finito

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La fine di un amore è da sempre uno dei momenti di maggior tensione emotiva. C’è chi sta male ma reagisce, chi si chiude a riccio per giorni, settimane e forse anche anni, infine c’è chi invece non riesce a superare la cosa. Vivo e morto, opera di Jeff Hautat e David Prudhomme, ripercorre questo topos.

La storia inizia con le vicende di Flip, operaio di una fabbrica di chiavette per apriscatole, appena mollato dall’amore della sua vita. Nulla ha più senso per lui. Inizia così la sua parabola discendente: non ha più forze e quando è sul bus per andare sul posto di lavoro, non scende. Finge il suo suicidio a Patricia, la ragazza che l’ha mollato, e inizia ad incamminarsi senza alcuna destinazione, fino ad incontrare un automobilista un po’ suonato e suonatore di djembe, che lo carica per un viaggio senza apparente meta. L’altro lato della narrazione invece vede le vicende del proprietario della fabbrica che, dopo aver chiuso i battenti senza alcun preavviso, scappa a casa per recuperare tutti i soldi posseduti e fuggir via, lasciando così sulla strada i dipendenti. La trama si dipana così in due storyline che si intrecciano e si slegano in maniera onirica e cruda.

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La sceneggiatura di Jeff Hautat è solida e ben strutturata tranne in alcuni punti. Gli intrecci sono regolati da stacchi ben calibrati e da scene particolarmente evocative. La condizione dello spirito afflitto è tratteggiata egregiamente: tutti possiamo essere Flip o uno di quegli operai che cercano spiegazioni al loro direttore. Tutti temiamo di ritrovarci senza un futuro dall'oggi al domani. La caratterizzazione dei personaggi riesce quasi sempre a convincere tranne in alcuni snodi dove alcune scelte nei dialoghi rendono l’accaduto un po’ troppo sopra le righe. Ci si riferisce fondamentalmente alla vicenda dei dipendenti: troppo forzati alcuni passaggi e troppo caricati all’inverosimile. Questa gestione fa perdere pathos anche se, paradossalmente, mette in evidenza le vicende di Flip e del suo amore perduto. Degni di nota le sequenze dei deliri paranoici del protagonista. La convinzione estrema di essere morto è una delizia per impostazione e grafica. L’autore ha una precisione chirurgica nel descrivere il dolore, svilendolo nei momenti sarcastici e amplificandolo nelle scene di solitudine di Flip.

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Il tratto caricaturale di Prudhomme è efficace e diretto. Una tragicomica narrazione aveva bisogno di uno stile come il suo per avere l’effetto desiderato. L’interpretazione di Flip come ombra, un nessuno, è spettacolare. La scelta di raffigurarlo in questo modo, come una qualunque persona, funziona, e tanto. In base allo stato d’animo la sua figura si trasforma, si ammorbidisce o diventa più spigolosa. La scelta delle griglie è molto interessante. Nelle prime tavole può risultare problematica e di difficile lettura. Alcune pagine hanno una struttura di 24 vignette, divise per 6 righe e 4 colonne. Fin qui tutto ok, si potrebbe dire. La particolarità sta nella gestione intricata di esse. Diverse tavole son divise da piccolissimi spazi in nero che formano una splash onirica a mo di puzzle. Vignette che singolarmente hanno una loro indipendenza della scena ma tengono il ritmo nell'insieme, formando appunto un’unica immensa immagine. La maestria con cui Prudhomme tratteggia le notti buie e senza minima luce riesce a trasmettere l’angoscia del personaggio. Così come i capogiri dati dagli strapiombi del Massif Central mentre il compagno di viaggio guida in maniera del tutto spericolata.

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La cura editoriale è altrettanto di alta qualità. Oblomov infatti utilizza con ingegno la cartotecnica, soprattutto per esaltare la quarta di copertina. Un foro che focalizza e coincide col momento di svolta della vicenda personale del protagonista, rende omaggio alla scelta stilistica dei due autori.

Kraken, recensione: Gli abissi dell’anima

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“Nelle città senza mare chissà la gente a chi si rivolge per ritrovare il proprio equilibrio”. Questa citazione di Banana Yoshimoto racchiude un mondo. Chi è nato e cresciuto in riva al mare ha un rapporto speciale con esso, un legame profondo e difficile da spiegare. Manca a chi non ci vive più accanto e lo si cerca e ritrova quando ritorna. È come l’aria: necessario. Da sempre è stato portatore di storie, credenze e folclore. La sua bellezza, vastità e timore ha contribuito alla messa in opera di racconti storici ed impressi nella memoria. La sua calma è sinonimo di pace e la sua furia invece di estremo pericolo. Popolato da mostri, esseri divini e mitologici, resta uno degli ultimi baluardi del mistero. Spesso associato all’anima dell’uomo per le sue contraddizioni, il mare è l’elemento dell’avventura, della scoperta, del ritrovamento e del viaggio.
Non è difficile quindi comprendere il perché della scelta degli autori, di una delle opere più interessanti del 2017, Kraken, edito da Tunué ed esportato anche in Francia (a breve): Emiliano Pagani e Bruno Cannucciari hanno realizzato un graphic novel intenso, profondo e dal carattere forte.

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Ambientata a Selalgues, un piccolo villaggio francese sulla costa nord, abitato da pescatori che basano la loro vita e sussistenza sul commercio del pesce, ritroviamo la classica e, non lontana dalla realtà, situazione in cui le persone hanno una mentalità abbastanza chiusa e bigotta. La popolazione è stata colpita da sventure su sventure fra cui diverse perdite umane. Tutti i morti erano pescatori bravi ed esperti ma, a causa del mare in tempesta, l’epilogo è stato purtroppo nefasto. In più, per motivi misteriosi, la materia prima scarseggia: non c’è più pesce nella costa. La scomparsa di una delle navi ha portato anche alla morte di un ragazzo molto promettente e di suo padre, oltre a quasi tutto l’equipaggio. L’unico sopravvissuto è un ragazzino della zona: Damien, fratello del ragazzo morto insieme al padre, che incolpa il Kraken, leggendario mostro marino, dell’accaduto. Preso di mira dagli abitanti, come capro espiatorio di sventure e malaugurio, contatta un conduttore televisivo di un programma su misteri e leggende molto noto in tv. Si anima di coraggio e parte per Parigi in cerca dell’uomo. Arrivato da lui trova una persona distrutta e disperata che fa i conti col proprio fallimento. Dougarry, questo è il nome del conduttore parigino, lo rimanda indietro dicendogli che si tratta solo superstizioni e finzione. Triste e sconsolato, Damien torna a casa. Poco dopo, a casa dell’uomo, si presenta la madre del bambino, chiedendogli di aiutarlo, assecondandolo, in cambio di denaro per l’aiuto. L’uomo accetta e si mette in viaggio verso il paesino di mare. Qui incontra la popolazione che oltre all’odio per Damien, inizia a fare resistenza anche a lui stesso. Quei pregiudizi a doppio senso, tra l’uomo di città e quello del villaggio, sono forti e ben descritti. La storia si dipana tra la caccia del mitologico kraken, la ricerca di una verità nascosta, i drammi di un villaggio privato ormai di sostentamento, un uomo che cerca di riscattare la sua vita da giornalista ormai perduta tra i drammi e quella di un ragazzino che è perso nel suo mondo perché odiato da tutti.

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La sceneggiatura di Pagani è molto ben strutturata e presenta dialoghi serrati e mai superflui, ritmi perfetti e senza incrinature. La caratterizzazione dei personaggi è magnifica, ogni sfumatura caratteriale è ben esposta e mostrata magistralmente. Dougarry è l’emblema dell’amarezza, disilluso e perso in un passato che non tornerà. La tenerezza della compagna del fratello morto di Damien, Janet, rappresenta bene l’emancipazione di chi vuole evadere da una piccola realtà, scappando via, ma bloccata nel contesto per cause di forza maggiore. Tutto è al suo posto e tutto si snoda man mano in maniera elegante. L’introspezione è gestita al meglio, senza diventare mai pesanti e fuori luogo.
Le dinamiche sociali sono uno dei punti di forza dell’opera. L’odio della gente, che in parte è comprensibile dati i lutti e le disgrazie, trasmette al lettore compassione e, allo stesso tempo, rancore verso di essi. Pagani insomma ritrae uno spaccato di umanità preciso e veritiero. Il sottile intreccio di inganni, che verrà svelato solo all’ultimo, è strutturato in modo tale che nemmeno il lettore esperto può capirlo anticipatamente. Insomma un plot twist con i fiocchi. Questo porterà a una nuova lettura che farà emergere nuove chiavi interpretative.

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I disegni di Cannucciari sono una delizia per gli occhi. Il tratto è decisamente più realistico e sporco rispetto ad altri suoi lavori passati e le vignette, grazie allo stile e alla colorazione pittorica dai toni seppia, rendono più fredda e oscura la narrazione. Cannucciari ritrae bene questa “fiaba” grottesca e gli infonde potenza visiva amplificandone l’aspetto evocativo. Le splash-page sembrano quadri ricreati su tela che potrebbero essere tranquillamente esposte.

Tunué propone dunque al pubblico una storia forte, intensa e dalla qualità altissima. L’edizione cartonata rende omaggio alla potenza delle tavole ad un prezzo molto onesto per quello che è sicuramente uno dei migliori graphic novel dell'anno.

Ryuko 1, recensione: Storie di vendetta e di yakuza

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Dopo aver importato titoli del panorama fumettistico cinese, Bao Publishing introduce nel suo grande bouquet di opere un seinen nato sul web nel 2011. Parliamo di Ryuko, del poliedrico artista Eldo Yoshimizu, già conosciuto per le sue sculture.
La trama segue le vicende della bellissima capo clan della Yakuza di Yohohama, Ryuko. La sua influenza parte dal Giappone fino ad arrivare in medio-oriente, più precisamente a Forossyah, sul Mar Nero. Qui è in corso un colpo di stato militare che degenera in una tragica guerra civile. Il re, appena spodestato, affida a Ryuko la sua figlioletta appena nata di nome Barrel. Diciotto anni dopo si vedrà essere una delle protette della boss. Il quartier generale del clan, d’improvviso, viene preso d'assalto dalle milizie del generale Rashid, capo dell'esercito golpista. Avendo la peggio nello scontro, in punto di morte, rivela all’affascinante boss/assassina alcune terribili verità, tra cui quella su sua madre: creduta morta fino ad allora, la donna è in realtà ancora in vita e tenuta in ostaggio in Giappone. Qui Ryuko decide di tornare nel paese del Sol Levante per cercarla e sistemare le cose.

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La protagonista è lo snodo principale di una narrazione non lineare su più piani temporali. Questa misteriosa assassina, infatti, è il filo rosso tra diversi personaggi che appartengono a gang e nazioni in guerra. Scopriremo, man mano nella narrazione, quanto per Ryuko questa guerra fra clan sia soprattutto una questione personale e si intrecci con uno scenario internazionale, coinvolgendo personaggi come il suo braccio destro Nikolai. Lo scenario spazia dal Giappone ad Hong Kong fino al Medio Oriente e all’ex-Unione Sovietica.

Yoshimizu intesse una core story basata sull’onore e sulle obbligazioni morali tramite un sofisticato intreccio di governi, boss e assassini che cercano di arrivare al potere. Le varie storyline sono ben strutturate e tutte molto accurate. Questa peculiarità permette di fornire più punti di vista sulla guerra in atto facendo divenire la narrazione un racconto corale, con al centro Ryuko. La caratterizzazione dei personaggi è complessa e intricata, nessuno è totalmente buono o cattivo e c’è una sottile ombra di ambiguità che aleggia sulle loro storie: tutti prendono decisioni che possono essere considerate cattive ma, dati i contesti, sono forse quelle necessarie. Questa necessità del comportarsi, e magari il dubbio e senso di colpa del ricordo, assilla ogni personaggio donando loro una caratterizzazione sfumata e uno spessore psicologico molto realistico e variegato. Ognuno ha il suo dramma e fardello e ognuno convive con le proprie decisioni e azioni. Queste azioni vengono tessute bene dall’autore facendo incontrare, scontrare e interagire, mondi dietro personaggi che appaiono già in questo primo volume ben descritti e complessi.

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Il tratto dell’autore giapponese strizza l’occhio ad opere Gekiga anni ‘60 e ‘70. Soprattutto richiama la tradizione della vecchia scuola del manga noir e hardboiled di Takao Saito e Tsutomu Takahashi.
La struttura delle tavole a griglie libere rende la narrazione dinamica e piena di pathos. Yoshimizu alterna tavole morbide con figure femminili affusolate e tavole dallo stile nervoso che drammatizzano la scena. Le scene d’azione in particolare sono costruite alternando i punti di vista delle inquadrature così da rendere più frenetica la dinamica. Aggiungiamo il tratto nervoso che gioca sui contrasti di bianco e nero, facendo emergere dettagli e particolari che aggiungono potenza visiva, avviene così che il lettore divora completamente le pagine sentendosi immerso nella scena. Di particolare rilievo la scena finale dell’inseguimento che forse è il momento più adrenalinico dell’intero albo (anche se non è l’unico). Si nota l’autore abbia una cifra stilistica audace e cinematografica, con predilezione per i tagli obliqui. Da menzionare però come a volte questa dinamicità arrivi all’eccesso. Ci sono esagerazioni con effetti e distorsioni, vignette troppo confuse e con continui cambiamenti di prospettiva, al punto che alcune sequenze risultano estremamente difficili da decifrare.

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Ryuko quindi non risulta un semplice omaggio allo stile Gekiga dell’epoca, anzi, riesce a scrollarsi di dosso il termine per presentarsi come un racconto fresco e disinibito. Una storia che risulta intrigante e stilisticamente ricercata e voluta, non solo riservata agli appassionati del Gekiga ma ad un più ampio target.
L’edizione Bao è molto ben curata in un’elegante copertina in cartone rigido ed effetti colorati traslucidi. 250 pagine stampate su carta spessa da 120 grammi e in formato 21,5x15,5cm. Rilegatura a filo refe con risguardi da 125 grammi, il tutto al prezzo di 17,00€.

Hasta la victoria! – Cuba 1957, recensione: La rivoluzione di Castro con gli occhi di Stefano Casini

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La rivoluzione cubana è un argomento che ormai è storia e oggetto di dibattiti sempre e continuo, come cita la prefazione del volume in recenzione, a metà tra storiografia e mitografia. Ci soffermeremo essenzialmente sulla narrazione di Stefano Casini e la sua visione del tema, ovviamente inserendo a dovere elementi storici imprescindibili per amor del vero. Così come è vero che questa avventura, per quanto possibile, non esprime una posizione politica ma riporta fatti abilmente narrati e, in parte inventati, perché resta sempre una storia creata partendo da eventi realmente accaduti.
L’opera di Casini sulla rivoluzione cubana è uscita nel lontano 2006 per Grifo Edizioni e si è conclusa nel 2010. Il racconto è una tetralogia ben strutturata e narrata. Qui ci soffermerà sui primi due volumi di Hasta la victoria!: Cuba 1957 e Mambo cubano, contenuti nella collana Historica di Mondadori Comics.

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La storia è ambientata nel 1957, quando sbarca a L’Avana il marinaio italo-còrso Nero Maccanti, indirizzato da un collega verso una pensione economica e accogliente, gestita da un vecchio amico. Nero si troverà coinvolto in un complotto contro il governo di Fulgencio Batista, mentre un bouquet di altri personaggi animano il primo capitolo.
La ricostruzione storica di Casini è scrupolosa e affascinante, il protagonista da lui inventato è credibile e non eccessivamente stereotipato. La narrazione procede lineare e guizzante snodandosi tra le varie figure che compongono le piccole storie di cui è composto il primo capitolo. La seconda parte, Mambo Cubano, segue ed amplifica la scia finale di Cuba 1957, divenendo nettamente più corale e lasciando Nero quasi come una figura tra le tante che animano il racconto. Alcuni passaggi peccano forse in un eccesso di didascalismo, soprattutto in determinati dialoghi. In parte ciò è comprensibile per permettere di spiegare gli eventi che accadono, ma risultano comunque eccessivi appesantendo questi punti particolari. Si nota, ad ogni modo, una ricerca di documentazione monumentale che c’è dietro soprattutto su determinati eventi citato che non sono proprio noti ai più.

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Casini non mostra Castro proprio per non monopolizzare la narrazione su di esso e per spiegare bene tutti i retroscena che hanno portato alla rivoluzione. Un worldbulding fatto con saggezza e metodo che tiene l’attenzione del lettore nonostante l’assenza del suo personaggio principale, Fidel.
L’influenza della spy story è evidente e Casini, come viene ricordata nell’introduzione del volume, evoca atmosfere alla Graham Greene e alla John Le Carré con grande stile. Come detto poco più su, l’autore prende una certa distanza politica. Non dà giudizi e non mostra di parteggiare per una fazione o l’altra ma si limita a descrivere il contesto dove vivono politici corrotti, rivoluzionari idealisti, avventurieri giusti per caso e gangster. Quello che denuncia è la disparità sociale ed economica esistenti a Cuba: l’Avana piena di casinò di lusso, frequentati da divi Hollywoodiani che convivono insieme alla miseria dei quartieri popolari e delle campagne che pullulano di baracche fatiscenti e case improvvisate. I due volti di Cuba in antitesi tra loro che la rendono così unica e complicata e impreziosiscono, in senso narrativo, la spiegazione del perché del successo di Fidel Castro.

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I disegni sono sempre ad opera di Casini che, con il suo stile rude, rappresenta bene il mood della narrazione. Il suo tratto amplifica l’atmosfera cubana rendendola realmente esotica e contraddittoria. Risulta perfetto per la rappresentazione di un paese in cui convivono persone solari, socievoli e abituate a qualsiasi esperienza dalla più intensa e sognante a quella più cruda ed oscura.
Il lay-out delle tavole è dinamiche e ben strutturatè, sia nei gesti e nelle movenze durante i dialoghi, sia nelle scene d’azione in cui l’adrenalina e il pathos sono rappresentate alla perfezione.
All’interno di questa edizione Mondadori Comics ci sono extra come lo sguardo dell’autore sull’opera e illustrazione di gran pregio e bellezza che ne aumentano il valore. Una bella introduzione di Sergio Brancato apre il volume, che delinea un po’ il contesto storico in cui si incentra la storia di Casini.

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