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Luca Tomassini

Luca Tomassini

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Mad Run #5: Quando eravamo tamarri, Bloodstrike di Rob Liefeld e Dan Fraga

Bentornati su Mad Run, la rubrica più coatta del panorama fumettistico italiano! E a proposito di coatti, la puntata di oggi vedrà come assoluto protagonista quello che non esiterei a definire l’artista più controverso della storia del fumetto americano, capace di dividere come nessun altro le folle tra fan adoranti e feroci detrattori, l’autore che per un breve momento della storia è riuscito ad imporre il proprio innegabile cattivo gusto come moda imperante e modello da seguire: signore e signori, l’unico e solo Rob Liefeld!

Nella seconda metà degli anni ’80 il fumetto americano è investito da una rivoluzione estetica e da un rinnovamento grafico di cui si fa portatore un piccolo ma agguerrito gruppo di giovani talenti, capitanati da tre artisti in particolare: Todd McFarlane, Jim Lee e, appunto, Rob Liefeld. Pur con differenti peculiarità, questi giovani artisti si fanno notare per lo stile cinetico ed esplosivo grazie al quale realizzano immagini di forte impatto che, nell’economia generale della storia narrata, assumono un’importanza preponderante sulla sceneggiatura. Del lotto di artisti citati, Liefeld è il più giovane: ha solo una ventina d’anni quando viene assunto dalla Marvel per lavorare su New Mutants, dopo un veloce apprendistato alla DC dove disegna la miniserie Hawk & Dove. La serie dedicata ai Nuovi Mutanti era nata nel 1983 per sfruttare l’incredibile successo degli X-Men di Chris Claremont. La voglia dell’editore di lanciare altre iniziative collaterali sull’onda del successo della collana madre si fa ben presto manifesta, e New Mutants è il primo spin-off di una futura, lunga serie. La testata è incentrata sulle vicende di un gruppo di adolescenti, la generazione di mutanti successiva a quella degli X-Men, radunato dal Professor Xavier in un momento in cui gli Uomini X sono ritenuti erroneamente defunti. Sceneggiata dallo stesso Claremont, la serie non raggiungerà mai il successo arriso a Ciclope, Wolverine e soci, anche se conoscerà un ciclo diventato leggendario, quello illustrato da un Bill Sienkiewicz che sta per inaugurare la fase più sperimentale e avanguardista della sua carriera col dittico Elektra: Assassin e Daredevil: Love & War. Il vaso di Pandora è ormai rotto e la Marvel programma in continuazione il lancio di nuove serie mutanti: Claremont abbandona New Mutants per concentrarsi, oltre che su Uncanny X-Men, sulla nuova Excalibur e sulle avventure in solitaria di Wolverine. Il testimone passa a Louise Simonson, che mescola azione a toni intimisti, mantenendo la serie su un target prettamente adolescenziale. La serie vivacchia tra alti e bassi ed è la meno venduta tra tutte le collane mutanti finché nel 1989 Bob Harras, editor-in-chief della Marvel decide di agitare un po' le acque, assegnando le matite della serie a Liefeld.

Il buon Rob si trova per le mani l’occasione di una vita e la sfrutta nel migliore dei modi, stravolgendo completamente il look della serie. Si passa dallo stile a tratti cartoonesco di Bret Blevins, che ritrae i giovani protagonisti della serie come ragazzini dai grandi occhi, all’equivalente su carta di un’esplosione ormonale: Liefeld accentua la fisicità di Sunspot, Cannonball, Mirage, Wolfsbane, Boom Boom e compagni gonfiando i muscoli degli uomini e accentuando le forme delle donne, dotate però di un girovita da vespa impossibile. Anche le atmosfere da teen-drama vanno a farsi benedire, con tavole strabordanti di scontri e combattimenti. A livello simbolico, il nuovo corso viene sancito con l’introduzione di Cable, il nuovo leader dal passato misterioso ritratto come un tank umano armato fino ai denti. Dietro le quinte la tensione tra la Simonson e Liefeld raggiunge livelli di guardia, col giovane artista che esautora di fatto la scrittrice dall’ideazione delle trame. Con le vendite di New Mutants in netta ascesa grazie alla scossa al testosterone iniettata da Liefeld, ad Harras non resta che licenziare la Simonson, sostituita da un artigiano della macchina da scrivere, Fabian Nicieza, a cui spetta il compito di sceneggiare le trame sempre più improntate all’azione di Liefeld. La transizione può dirsi completa quando, con un mossa a sorpresa, Liefeld chiude New Mutants (non prima di avervi fatto esordire un loquace mercenario di nome Deadpool) e ne fa confluire il cast, salvo i personaggi ritenuti non in linea col nuovo corso, nella nuovissima X-Force. I giovani e sensibili Nuovi Mutanti sono diventati così un gruppo d’assalto paramilitare, guidati da un leader che ha una visione opposta alla convivenza pacifica propugnata dal Professor Xavier. I primi numeri di X-Force, campione d’incassi del 1991, sono emblematici dell’esuberanza liefeldiana nel concepire il fumetto, appena contenuta da un Nicieza impegnatissimo a dare un senso alle trame appena abbozzate da Rob. Ma il vero manifesto programmatico liefeldiano arriverà sugli scaffali delle fumetterie l’anno successivo, con l’esordio di Youngblood la serie creata dall’artista per la Image Comics, la casa editrice da lui fondata insieme e Jim Lee, Todd McFarlane e altri transfughi dalla Marvel a cui l’editore non voleva riconoscere il pagamento delle royalties. Abbiamo dedicato alla fondazione della Image, evento centrale nella storia del fumetto americano contemporaneo, un lungo ed esaustivo articolo in occasione del suo venticinquesimo compleanno a cui vi rimandiamo per maggiori approfondimenti.

Youngblood è il punto di arrivo e la summa dell’estetica liefeldiana, se così vogliamo chiamarla. Detentore del record per il fumetto indipendente più venduto di tutti i tempi, è un’orgia di azione scatenata senza soluzione di continuità, dove la trama è un optional trascurabile. Un delirio popolato da eroi ipertrofici e steroidati dallo sguardo truce, che piovono dal cielo dopo essersi lanciati chissà da dove, dotati di fucili al plasma e pistole futuristiche dalle dimensioni inverosimili che sfidano ogni logica e verosimiglianza, ritratti in pose aggressive e denti digrignati come a voler provocare il lettore, da eroine dal girovita impossibile a cui non mancano però seni prorompenti e gambe chilometriche. Youngblood è la sintesi degli anni ’80 americani appena trascorsi caratterizzati da un’era Reagan vissuta appieno e senza complessi con tutta la sua retorica patriottica, dalla musica dei gruppi hair metal con le loro pettinature improbabili che hanno usurpato il trono del rock, protetto e salvato dal solo Bruce Springsteen (secondo una felice affermazione di Gino Castaldo e Ernesto Assante), dagli action movie di Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger, ma anche dei “cugini poveri”, Dolph Lundgren, Steven Seagal e Jean-Claude Van Damme. La serie di Liefeld è anche una degna figlia degli anni ‘90, che sta al fumetto come i bagnini di Baywatch o il Renegade con Lorenzo Lamas stanno alla televisione di quegli anni. Un bel festival del tamarro, insomma.

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Oggi sbeffeggiata da molti, Youngblood anticipava a modo suo il discorso sulla privacy dei vip e delle conseguenze della celebrità, mettendo in scena le avventure di un gruppo di supereroi governativi assediati da stampa e paparazzi come divi del cinema. Shaft, Badrock, Diehard, Chapel, Vogue e gli altri membri del gruppo (copie non dichiarate ma perfettamente riconoscibili di alcuni tra i più celebri eroi Marvel) furono i beniamini del pubblico per una breve stagione, tanto da generare anche numerosi spin-off. Tra questi, il più trash fu forse Bloodstrike, una squadra d’assalto per missione segrete che si segnalò tra i prodotti più ignominiosi prodotti dagli Extreme Studios (un nome, un programma) di Liefeld. Se Youngblood era Cobra con Stallone o Commando con Schwarzenegger, Bloodstrike apparteneva al filone spazzatura delle tremende produzioni cinematografiche firmate Golan – Globus come Invasion U.S.A. con Chuck Norris o la serie del Guerriero Americano con Micheal Dudikoff.

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La collana venne sceneggiata da Rob con la collaborazione di Eric Stephenson, mentre la parte artistica fu affidata a un pupillo di Rob, Dan Fraga.
Bloodstrike inizia la sua corsa con un crossover con un’altra serie creata da Liefeld, Brigade, ulteriore gruppo di energumeni derivato da Youngblood. A capo di questa “brigata” c’è il Colonnello John Helix Stone, conosciuto come Battlestone. Era il comandante in capo degli Youngblood, prima che la sua condotta spregiudicata sul campo causasse la morte di due soldati. Eccolo ritratto da Liefeld durante quella sfortunata missione.

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L’immagine è la quintessenza della sospensione dell’incredulità che bisogna attuare per avvicinarsi ad un qualsiasi fumetto realizzato da Liefeld. Battlestone non ha il dono del volo eppure piomba giù dal cielo, lanciatosi sul terreno dello scontro chissà da dove, forse da un elicottero. O forse ha letto in anteprima la sceneggiatura e ha pensato bene di buttarsi di sotto per la disperazione. Anche il suo look non è male: tra i boccoli e il diadema a forma di teschio sulla fronte, Ozzy Osbourne in confronto è un modello di sobrietà. Gli Youngblood non restano a guardare e il cyborg Diehard lo affronta e lo arresta non tanto per la morti che ha causato quanto per la sua terribile mise.

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Un Battlestone imprigionato giura vendetta contro il governo che vuole usarlo come capro espiatorio per il fallimento della missione, e che dispone di manette mai viste prima.

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Alle minacce seguiranno i fatti. Dopo essere stato rilasciato per i servizi resi alla patria in passato, Battlestone fonda un gruppo di mercenari indipendenti, una sorta di A-Team dotato di superpoteri chiamato Brigade. Ma i servizi deviati temono i segreti di cui è a conoscenza Battlestone, tra cui il Progetto Rinascita, un programma top secret che resuscita soldati morti per utilizzarli per i propri scopi. C’è un solo modo di evitare che il Colonnello Stone parli: accopparlo. A questo scopo viene attivata e messa sulle sue tracce Bloodstrike, un’unità composta per l’appunto di agenti defunti e poi resuscitati. L’idea, sufficientemente trash, non è nuova ma presa di sana pianta dal film Universal Soldier con Dolph Lundgren e Jean-Claude Van Damme, tradotto liberamente in Italia con il titolo I Nuovi Eroi, a conferma dell’immaginario non proprio raffinato di Liefeld e compagni. Nelle prime pagine di Bloodstrike #1 facciamo subito la conoscenza del leader del gruppo, l’ennesimo buzzurro partorito dall’immaginazione di Liefeld: è Cabbot Stone, nient’altri che il fratello di Battlestone, dal quale lo separa un odio viscerale. Spoiler: arriveremo alla fine di questo cross-over senza conoscerne il motivo. Entrambi sono palesemente dei cloni di Cable, una delle creazioni più felici di Liefeld per la Marvel. Gli altri membri del gruppo sono Tag, una squinzia capace di bloccare le persone e impedirne i movimenti; Deadlock, un incrocio tra Wolverine e Deadpool; Fourplay, calco al femminile del mutante dalle quattro braccia Forearm del Fronte di Liberazione Mutante della serie X-Force; Shogun, un gigante in armatura dotato di ogni tipo di arma da fuoco. Nelle prime pagine della serie, il team attacca la base dell’organizzazione G.A.T.E., guidata dal malvagio Dottor Corben. Un incipit adrenalinico che ricorda tanto il primo numero di X-Force  tanto quello di Youngblood.

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Il team si sbarazza ben presto degli agenti della sicurezza, e dopo che Tag ha provveduto a bloccare Corben, decidono di trucidare con delicatezza il loro nemico.

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“Un silenzio del genere mi ricorda sempre uno dei benefici di questo lavoro… se li ammazzi non devi sentirli frignare su quanto fosse perfetto il loro piano mentre li porti via. Ed eccolo là, morto, con gli occhi ancora aperti dopo tutto… ma è ciò che ti capita se vuoi scherzare con Bloodstrike!” L’aria che tira è questa. Terminata la missione, Bloodstrike si lancia subito sulla prossima: l’eliminazione di Battlestone e della sua Brigade. Il team del Colonnello è appena tornato a casa da una missione nello spazio, costata la vita ad un membro della squadra, Atlas, quando Cabbot e compagni irrompono nella loro base e li attaccano uccidendo Stasis, una delle due donne del gruppo. Inizia la rissa tra le due squadre, illustrata da Marat Mycheals, altro pupillo di Liefeld che si occupa delle matite di Brigade.

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La brigata di Battlestone è decimata dall’assalto di Bloodstrike. Il colonnello si vede costretto a ricorrere all’aiuto di Boone e Lethal, due vecchi membri di Brigade che avevano lasciato la squadra. Seguono altre pagine piene di scazzottate e risse.

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Lethal irrompe nella base di Bloodstrike, dove libera Seahawk, membro della Brigade ferito nel primo scontro. Il tipo è l’ennesimo clone di Wolverine, dotato anche del dono del volo. La voglia di farlo pagare a cara a Bloodstrike e a Cabbot Stone per il ferimento suo e del fratello, Coldsnap, è tanta. Segue rissa tra i due.

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Irrompono anche Battlestone e il resto della Brigade. Segue rissa.

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Il Colonnello Stone si trova finalmente davanti a suo fratello Cabbot. I due si stringono in un abbraccio fraterno.

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Segue rissa. C’è da capirli, sono ragazzi e non si vedevano da un po’.

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Battlestone è riuscito a ribaltare le gerarchie in campo e intima a suo fratello di ritirare i suoi, così per stavolta, eviterà fraternamente di ammazzarlo. Cabbot Stone fugge col resto di Bloodstrike. Entrambi i fratelli sanno che si rivedranno presto per sistemare i conti in sospeso. Così si chiude Blood Brothers, crossover tra Bloodstrike e Brigade. Per realizzare questo capolavoro della Nona Arte non sono bastati i talenti di Liefeld, Fraga e Mycheals, ma è stato necessario anche l’apporto di Eric Stephenson che ha “sceneggiato” una trama concepita da Liefeld. Sì, è proprio lo stesso Stephenson presidente della odierna Image, l’alfiere del fumetto di qualità responsabile della pubblicazioni di serie acclamate dalla critica come Saga e Southern Bastards. Ragazzi, da qualche parte bisogna pur cominciare!

Youngblood, Bloodstrike e Brigade e le altre creazioni liefeldiane ebbero successo per una breve stagione, ma l’inconsistenza artistica di queste collane fu presto manifesta e il fenomeno si sgonfiò, non prima di aver influenzato pesantemente il fumetto di supereroi della prima metà degli anni ’90. Ce lo ricordiamo tutti questo Batman, vero?

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Negli anni successivi la biografia di Rob Liefeld si arricchirà di nuovi ed interessanti capitoli: la cacciata dalla Image da parte degli altri soci, la fondazione di Maximum Press e Awesome Entertainment, entrambe fallite dopo pochi anni, il coinvolgimento di Alan Moore con i suoi scalcagnati personaggi, a cui il Bardo di Northampton conferirà un’insperata dignità, il ritorno alla Marvel col progetto Heroes Reborn: come dimenticare questo Capitan America?

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Tutti si può dire di Rob Liefeld, tranne che non abbia avuto una vicenda umana e professionale più interessante della maggior parte dei suoi più blasonati e talvolta noiosi colleghi. Eppure, nel momento del suo massimo fulgore, i fumetti di Liefeld sono stati esattamente quello che i lettori dell’epoca volevano leggere, come quei teenager che cantavano a squarciagola Unskinny Bop dei Poison ignorando, o infischiandosene, che il vero rock’n’roll era un’altra cosa. Personalmente continuo a provare simpatia per Rob e per i suoi supereroi cafoni pieni di fucili, tasche e marsupi (ci sarebbe da scrivere un saggio sull’ossessione di Liefeld per le cinture porta tasche: si sarà perso spesso le chiavi di casa?) e per le sue distorsioni anatomiche che hanno fatto storia. Ma come, direte! Un endorsment nei confronti dell’Ed Wood dei fumetti, come ebbe e definirlo Peter David? Quando uno è cresciuto con l’Uomo Ragno scarabocchiato da Al Milgrom, anche Rob Liefeld può apparire come un liberatore. Il ragazzo che venne travolto da un successo clamoroso senza avere realmente i numeri per giocare in serie A, il grande ingannatore che riuscì a mentire ai lettori, e soprattutto a se stesso, circa la reale consistenza del suo talento. Eppure in ogni sua tavola è impossibile non cogliere una sorta di entusiasmo contagioso e di esuberanza fanciullesca, emozioni primarie che precedono ogni valutazione artistica. Faccio mia l’affermazione del suo amico Robert Kirkman, creatore di The Walking Dead: “Tutto quello che disegna ha un certo grado di energia in sé. E tutto quel che disegna è interessante, che sia accurato o meno. Molta gente guarda ai disegni di Liefeld e pensa: ai miei occhi questo disegno è sbagliato; ecco, direi che questa gente non ha gioia nell’anima”.
In attesa del suo ennesimo ritorno, come un vero revenant dell’industria del fumetto.

È tutto per questa puntata di Mad Run, gente! In attesa della reunion dei Poison, scrivete pure a Comicus.it o commentate sulle nostre pagine social!
Alla prossima puntata e fino ad allora…
HEY, HO, LET’S GO!

Miracoli, la recensione: l'era cyberpunk del fumetto italiano

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Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, grazie soprattutto al traino fornito dal ritorno dei supereroi americani, si moltiplicano le iniziative editoriali a fumetti e nuove testate fanno continuamente capolino nelle edicole italiane. Capofila di questa rinascita è la perugina Star Comics, a cui si deve il merito di aver riportato i personaggi Marvel in Italia nel 1987 con il primo numero de L’Uomo Ragno, dopo il fallimento dell’Editoriale Corno all’inizio del decennio e il successivo, effimero tentativo della Labor Comics. Alla testata dedicata all’Arrampicamuri, baciata da un ottimo successo di vendite, fecero presto seguito collane dedicate a Fantastici Quattro, Capitan America & I Vendicatori e agli X-Men. La Star venne presto imitata da altri editori dell’epoca come Play Press e Comic Art, che acquisirono i diritti di altri personaggi dell’editore statunitense, ma i lettori ricordano ancora con affetto la cura e la qualità dei suoi redazionali, confezionati da un consolidato gruppo di lavoro che poteva vantare come punta di diamante Marco M. Lupoi, futuro direttore responsabile di Marvel Italia prima e Panini Comics dopo. Nel 1990, dopo aver cementato la propria posizione di leader nel settore del fumetto a stelle e strisce, la casa editrice di Bosco, Perugia, cominciò a pensare alla possibilità di pubblicare una collana che ospitasse materiale inedito, realizzato da alcuni nomi di spicco della scena fumettistica italiana dell’epoca. La nuova testata avrebbe ospitato storie di carattere fantascientifico, e più specificatamente legate al filone cyberpunk, nato ufficialmente nel 1983 grazie al racconto omonimo di Bruce Bethke, anche se il massimo esponente di questa corrente viene considerato William Gibson, autore del romanzo Neuromante, pubblicato l’anno successivo. Sottogenere della fantascienza, il cyberpunk ne condivide la fascinazione per il futuro, ma la declina come una distopia che vuole far riflettere il lettore sulle problematiche del presente: il racconto fantascientifico diventa così un’allegoria delle storture della società del nostro tempo. Corollari tipici di queste tematiche sono altri aspetti come la rivolta sociale e il fascino esercitato dalle nuove tecnologie: i computer usati da giovani hacker sono spesso al centro delle opere cyberpunk.

All’inizio degli anni ’90 questa corrente letteraria è ancora poco nota in Italia, in un momento in cui in molti uffici pubblici non sono ancora apparsi i pc e gli impiegati lavorano ancora con la carta e con la penna. La pubblicazione di una testata a fumetti d’impronta cyberpunk appare azzardata; ciò nonostante, la Star Comics dà luce verde alla pubblicazione della rivista, spillata e in bianco e nero, il cui primo numero esce nelle edicole nel gennaio 1991 con il titolo Cyborg – Lo Shock del Futuro. La collana è diretta dall’esperto di fantascienza Daniele Brolli, intorno al quale ruota un comitato di redazione formato da giovani ma già affermati artisti. Nomi come Davide Fabbri, Francesca Ghermandi, Onofrio Catacchio, Otto Gabos, Roberto Baldazzini, Marco Nizzoli, Davide Toffolo, Massimo Semerano e Giuseppe Palumbo. L’esperienza di Cyborg si chiude dopo soli 7 numeri per basse vendite, anche se conoscerà una seconda vita già l’anno successivo grazie alle edizioni Telemaco. Nonostante la sua durata effimera, la prima rivista a fumetti cyberpunk italiana lasciò il segno nella memoria degli appassionati e fa quindi piacere l’iniziativa delle Edizioni Inkiostro, che ha recentemente ristampato una delle storie più celebrate tra quelle ospitate dal periodico della Star, Miracoli di Massimo Semerano e Giuseppe Palumbo. All’epoca della prima pubblicazione i due autori avevano già accumulato significative esperienze: Semerano aveva collaborato con riviste come Tempi Supplementari, Fuego e Dolce Vita, per la quale aveva creato il personaggio di Doctor Cifra; Palumbo aveva lavorato per le stesse riviste ideando Ramarro, il primo supereroe masochista, per Tempi Supplementari. Entrambi, poi, avevano collaborato con Frigidaire, la mitica rivista fondata da Vincenzo Sparagna, Stefano Tamburini e Filippo Scòzzari, condividendone lo spazio con autori del calibro di Andrea Pazienza, Tanino Liberatore e Massimo Mattioli. Miracoli risente sicuramente dell’atmosfera di grande creatività e anticonformismo che si respirava nell’ambiente del fumetto italiano negli anni in cui è stata ideata.

La storia si svolge in un Brasile futuristico, in una Rio de Janeiro divenuta ormai megalopoli, nel cui tessuto suburbano vivono sbandati e emarginati. Personaggio di spicco della città è Walter Leiber, un predicatore emigrato dalla Germania che in pochi anni è riuscito a radunare un folto numero di seguaci e ad esercitare una forte influenza sociale e politica. All’apice del consenso nei suoi confronti, l’uomo costruisce la Colonia Verdade, una lussuosa tenuta che è allo stesso tempo la sua abitazione e un rifugio per diseredati. Quello che l’opinione pubblica ignora è che gli ospiti della dimora, per la maggior parte ragazzi, vengono usati da Leiber come cavie per gli esperimenti del Dr. Canova, scienziato al soldo del predicatore che è riuscito a sintetizzare una sostanza in grado di donare a chi la assume straordinari poteri mentali, ribattezzandola “miracolo”. Il piano di Leiber è semplice: i “miracolati” saranno la sua arma per la presa di potere definitivo. Ma qualcosa va storto: i giovani dotati cominciano a morire ad uno ad uno, dopo aver subito una mutazione causata dalla non perfetta assimilazione della sostanza. Il gruppo di superstiti, capitanati dai teppisti Joey e Fejos, si dà alla fuga. Constatato l’aggravarsi della loro situazione, il gruppo di ribelli decide di tornare nella Colonia per rapire Estrella, la figlia adottiva di Leiber, così da costringere il predicatore a curarli. La chiave di svolta sembra essere proprio Estrella, anch’essa “miracolata” ma senza conseguenze mortali.
Leiber richiama alla Colonia Barrios, un giovane che aveva lasciato la tenuta perché innamorato di Estrella, con la quale aveva avuto una relazione clandestina, presto scoperta dal religioso. Il predicatore sa bene di toccare un nervo scoperto del ragazzo, che si lancia subito alla ricerca della fanciulla. Ritroverà Joey, sempre più fuori di testa e mortalmente pericoloso per via degli effetti secondari del “miracolo” e gli altri sbandati, vecchi amici con i quali collaborerà per smascherare il tiranno e rovesciarlo.

A 27 anni dalla sua prima pubblicazione, Miracoli è ancora una lettura estremamente godibile che ha accusato poco il passare del tempo, grazie ai testi irriverenti di Semerano e alla freschezza dei dialoghi e del linguaggio messo in bocca ai suoi “coatti” futuristici, buzzurri pericolosi ma dal cuore d’oro di cui potremmo trovare ancora oggi degli esempi in una qualsiasi delle nostre periferie. Animati da uno spirito genuinamente punk ancora prima che cyber, sono lo “shock contro il sistema” di cui cantava un celebre tamarro della musica di quegli anni, l’ossigenato Billy Idol. Il lettore entra nella vicenda in medias res, come uno spettatore che entra in sala a film iniziato, eppure riesce a non smarrirsi grazie alla capacità dello scrittore di caratterizzare un mondo e i personaggi che lo popolano in poche vignette, con un’immediatezza tipica dei comics americani a cui i due autori erano affezionati e a cui il collettivo di Cyborg si rifaceva esplicitamente. Notevole e assolutamente godibile la facilità con cui Semerano ibrida i generi cinematografici di riferimento: se Blade Runner è l’ispirazione scontata per tutta la fiction di genere fantascientifico del decennio che precede Miracoli, non mancano omaggi alla tradizione del noir e addirittura a Casablanca, con Barrios nella parte di Bogart che si ubriaca nel bar pensando ad Estrella, poco prima dell’irruzione del folle Joey e del conseguente massacro operato con i suoi poteri mentali capaci di manipolare le carni delle vittime, trasformando il locale nel set di un film di David Cronenberg.

Dal punto di vista artistico, Miracoli fu la consacrazione del talento grafico straripante di Giuseppe Palumbo. Benché legato a un'organizzazione della tavola tipicamente italiana, strutturata a tre vignette orizzontali, nello stile del creatore di Ramarro risuonano le influenze dei già citati ed amati fumetti americani, con la loro spettacolarità muscolare e cinetica. Una rottura delle convenzioni grafiche in voga fino a quel momento che si esprime con le immagini potenti e di grande impatto realizzate dall'artista di Matera, che esplodono davanti alle pupille del lettore quasi spaccando le vignette che vorrebbero contenerle. È la stessa potenza visiva che in quel momento anima le tavole di Todd McFarlane, Jim Lee e Rob Liefeld, i “ragazzi terribili” che stanno mettendo a ferro e a fuoco l’industria fumettistica d’oltreoceano; ma Palumbo può aggiungere a queste influenze l’abilità, del tutto sua, nell’uso del chiaroscuro e nel costruire tavole ricche di dettagli. L’influenza più grande, e che non passa inosservata, è sicuramente quella del grande Roberto Raviola, in arte Magnus, richiamato nell’abile uso del contrasto tra bianco e nero e nelle espressioni facciali deformi e innaturali dei personaggi.

Edizioni Inkiostro riporta negli scaffali delle librerie Miracoli con un volume di grande formato che ha il pregio di esaltare le tavole di Palumbo, ma anche il difetto non indifferente di non proporre alcuna scheda di presentazione dell’opera o degli autori, né di offrire un apparato critico capace di affrontare l’eredità dell’esperienza di Cyborg, rivista che nonostante la sua vita effimera ha lasciato un solco profondo nella storia del fumetto italiano. Un’omissione che dispiace, visto il prezzo non propriamente contenuto del volume nonostante la ridotta foliazione.

Wolverine / Punisher / Ghost Rider - Cuori di tenebra, recensione: artigli, pallottole e catene infernali

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Allo scoccare degli anni ’90 la scena fumettistica americana è ancora influenzata dall’onda lunga del cosiddetto revisionismo, il movimento che nel decennio precedente aveva rinnovato profondamente il genere supereroistico, lanciando nel firmamento del comicdom, tra le altre, le stelle di Alan Moore e Frank Miller. Opere come Watchmen e Il Ritorno del Cavaliere Oscuro avevano mostrato la definitiva perdita dell’innocenza dei superuomini, diventati ormai il simbolo delle nevrosi di una società occidentale che, da li a poco, avrebbe perso i punti di riferimento tradizionali a causa degli eventi scatenati dalla caduta del Muro di Berlino. Il successo dei lavori di Moore e Miller esercitò una forte influenza su tutto il settore, che sarebbe stato presto dominato da una schiera di anti-eroi, cupi e violenti, capaci di oscurare per un paio di lustri i supereroi classici con l’unica eccezione di Batman, personaggio dalle caratteristiche che ben si adattavano al nuovo filone. E mentre la DC si godeva il successo del Cavaliere Oscuro, trainato delle straordinarie performance al botteghino dei due lungometraggi firmati da Tim Burton, preparandosi contemporaneamente ad uccidere Superman con una memorabile saga-evento, in casa Marvel Capitan America e il resto degli Avengers erano stati surclassati nelle preferenze dei lettori da un terzetto di “duri” che non disdegnavano il ricorso alle maniere forti quando le circostanze lo richiedevano: Wolverine, Punisher e Ghost Rider.

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La grande popolarità di Wolverine era legato a doppio filo allo straordinario successo della saga degli X-Men, di cui l’artigliato canadese era il membro più riconoscibile ed amato. Durante la sua lunga gestione delle vicende mutanti, Chris Claremont ne aveva definito il carattere di eroe solitario ma capace di fare squadra, del duro che sotto la scorza apparentemente impenetrabile nasconde un animo romantico. Altro elemento di grande fascinazione per i lettori era l’assoluto riserbo sul suo misterioso passato, di cui alcuni elementi erano stati solo accennati da Claremont e che, in quei primi anni ’90, cominciava ad essere esplorato dal successore di X-Chris sulla collana personale di Logan, Larry Hama.
Nel frattempo il Punitore, nome con il quale era conosciuto in Italia l’alter-ego di Frank Castle fin dalla sua prima apparizione, si era affrancato dalla condizione di comprimario della testata dell’Uomo Ragno grazie ad un’eccellente miniserie, Circle of Blood, a cui avevano fatto seguito non una ma ben due collane a lui dedicate: Punisher, di Mike Baron, Klaus Janson e, successivamente, Whilce Portacio, e Punisher War Journal, scritta dall’editor Carl Potts, che aveva rivelato il talento esplosivo di un giovane ma già straripante Jim Lee. In anni in cui dominavano gli action-movie interpretati da Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger, che si sbarazzavano spesso dei loro avversari ammazzandoli senza tanti complimenti, il Punitore era il tipo di anti-eroe che i lettori bramavano.
Ultimo ma non meno importante, Ghost Rider, che era tornato inaspettatamente al successo nel 1990 dopo anni di oblio. Artefice del rilancio e delle rinnovate fortune del Teschio Fiammeggiante era stato Howard Mackie, artigiano della macchina da scrivere che ben rappresenta la Marvel di quel decennio, in cui scriverà un lungo e importante ciclo di Peter Parker: Spider-Man e testate mutanti come X-Factor e Mutant X. Mackie riprende un personaggio cult della linea horror della Marvel dei ’70, aggiornandolo per i tempi: ne esce fuori un noir urbano dai toni sovrannaturali che diventa un best-seller assoluto di quegli anni, lasciando incredulo lo stesso Mackie. La collana ha come protagonista un nuovo ospite per lo Spirito della Vendetta, il giovane Dan Ketch che sostituisce Johnny Blaze, e ruota intorno al mistero riguardante l’identità del demone che possiede il ragazzo, che non risulta essere più Zarathos, l’entità che infestava Blaze.

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Nel 1991, i tre personaggi sono accomunati da un successo straripante e da un interesse crescente da parte del pubblico, elemento che provoca un aumento esponenziale delle iniziative a loro dedicate: Wolverine comincia ad apparire, oltre che nelle serie degli X-Men e nella sua collana personale, in una miriade di miniserie e one-shot oltre che a collezionare comparsate, tutte adeguatamente reclamizzate, sulle principali testate Marvel; viene varata una terza serie per il Punitore, Punisher War Zone, che si aggiunge alle due già esistenti; a Ghost Rider viene affiancata Spirits of Vengeance, collana che racconta l’alleanza tra il Centauro di fuoco e Johnny Blaze, il precedente ospite dello Spirito della Vendetta che, dopo un’iniziale diffidenza, accompagnerà il nuovo Ghost nelle sue avventure, anche lui ovviamente in sella ad una moto rombante e dotato di un look alla Lorenzo Lamas, divo del piccolo schermo di allora.
Constatata la crescente popolarità dei tre personaggi, nel 1991 la Marvel decise di farli incontrare in uno speciale one-shot, Ghost Rider/Wolverine/Punisher: Hearts Of Darkness, che ottenne un successo di vendite straordinario e che oggi Panini Comics ristampa all’interno della collana Grandi Tesori Marvel, a più di 25 anni dalla prima pubblicazione italiana.
Il team creativo era composto dallo stesso Howard Mackie, lo sceneggiatore demiurgo della testata di Ghost Rider, e da un giovane ma già affermato John Romita Jr ai disegni.

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La storia inizia col ritorno di Cuorenero, il demone figlio di Mefisto, creato da Ann Nocenti e dallo stesso Romita Jr. nella loro splendida run di Daredevil. Eternamente in lotta col padre, che cerca di spodestare dal suo trono, la progenie infernale cerca di assicurarsi la collaborazione di tre guerrieri che non temono di spingersi al limite del lecito quando necessario. A tale scopo, attira nella cittadina di Christ’s Crown, nello stato di New York, Wolverine, Punisher e Ghost Rider, che si ritrovano in un b&b locale nelle loro identità civili di Logan, Frank Castle e Dan Ketch. Gli eroi sono giunti qui dopo aver ricevuto ciascuno una lettera, che promette ai tre ciò che più desiderano a patto di convergere nel piccolo centro di provincia. Durante la notte, Cuorenero si rivela a quelli che spera diventeranno i suoi campioni. A Logan promette di squarciare la nube di mistero che circonda il suo passato, a Dan di rivelargli la verità sull’origine del demone che lo possiede nei panni di Ghost Rider; a Castle promette di riportare in vita la sua famiglia, la cui morte era stata la causa della nascita del Punitore. Con queste offerte, l’erede di Mefisto è convinto di portare i tre anti-eroi dalla sua parte, certo che saranno allettati, oltretutto, dalla possibilità di eliminare l’incarnazione stessa del male. Giusto? Sbagliato. Perché i tre non sono tipi da scendere a compromessi con un demonio come Cuorenero. Il quale, seccato, pensa di scatenare l’Inferno a Christ’s Crown per costringere i tre ad obbedire ai suoi ordini, possedendo la popolazione del paesino e rapendo Lucy, la figlia della proprietaria del bed & breakfast. Abbandonati gli abiti civili, sguainati gli artigli, accese le moto infernali e imbracciate le armi, Wolverine, Ghost Rider e il Punitore affronteranno insieme la minaccia di Cuorenero, salvando la piccola città e la sua popolazione.

La sceneggiatura di Howard Mackie, pur non essendo meritevole di un Eisner o un Harvey Award, è comunque divertente e avvincente come un action movie dell’epoca, tipico prodotto d’evasione di un periodo più semplice della storia del fumetto americano. Ma, soprattutto, è un servizio reso all’arte di un John Romita Jr. scatenato, qui già all’apice della sua carriera. È un momento cruciale per l’artista, che ha raggiunto la maturità stilistica alla fine del decennio precedente con lo strepitoso ciclo di Daredevil scritto da Ann Nocenti citato prima. Stimolato dalla collaborazione con una leggenda del tavolo da disegno come Al Williamson, che si era occupato delle chine delle sue matite, Romita Jr. aveva dato una svolta determinante al suo stile e alla sua carriera: messa da parte l’influenza del celebre padre, con le sue matite morbide e arrotondate, l’artista aveva virato verso un tratto spigoloso e squadrato, che da quel momento in poi diventò il suo marchio di fabbrica. Cuori di tenebra rappresenta il trait d’union tra il Romita Jr. di fine anni ’80 e quello dei primi anni ’90, periodo in cui consegna alla storia quello che è da molti ritenuto il suo lavoro definitivo, Daredevil: Man Without Fear su testi di Frank Miller. Ma quell’artista sublime è già sbocciato sulle pagine di Hearts of Darkness, che è diventato un oggetto di culto soprattutto per la sua prova maiuscola: le sue tavole alternano l’uso di vignette orizzontali o verticali con straordinarie splash-page straripanti di azione e cura per i dettagli. È il periodo in cui furoreggiano i vari Todd McFarlane, Jim Lee e Rob Liefeld, che l’anno successivo lasceranno la Marvel per fondare la Image: Romita Jr. non si sottrae alla vocazione spettacolare del fumetto in voga in quegli anni, ma la sua è una spettacolarità funzionale alla trama, capace di aumentare la carica epica dello script, e mai una banale esibizione muscolare. È nella produzione di questo periodo, tanto in queste pagine come nel precedente Iron Man scritto per lui da John Byrne, che nasce la vocazione di Romita Jr. per uno stile monumentale, di chiara ispirazione kyrbiana, che proseguirà nel corso del decennio con la miniserie dedicata a Cable, col suo ritorno sulle pagine di Uncanny X-Men e, soprattutto, con lo splendido ciclo di Thor su testi di Dan Jurgens. Assolutamente funzionali le chine del veterano Klaus Janson, che ripassano le matite di Romita Jr. donandogli un look sporco e ombroso perfetto per una storia come questa.

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Il volume è completato dalla riproposta di Dark Design, il sequel di Cuori di Tenebra datato 1994. La storia, sempre scritta da Mackie, vede il trio di eroi riunirsi ancora una volta per correre in aiuto di un’ adolescente Lucy, e affrontare Cuorenero in una ormai perduta Christ’s Crown, che è diventata l’Inferno in terra. Fumetto d’azione senza infamia e senza lode, Dark Design si segnala per la buona prova ai disegni di un acerbo ma già capace Ron Garney. L’autore risente della moda “Image” imperante all’epoca, con tavole dominate da un gusto per le pin-up spesso svincolate da una necessità narrativa, ma tra le pagine già si intravedono gli scampoli dell’eccellente artista che sarà.

Panini Comics ripropone Cuori di tenebra e il suo seguito in uno strepitoso volume della collana Grandi Tesori Marvel: il formato “gigante” esalta la già spettacolari tavole di Romita Jr. e Garney, rendendo giustizia soprattutto all’arte sopraffina del primo, artista indimenticabile che è stato sinonimo di “Marvel Style” per più di tre decadi, lasciando il suo segno inconfondibile su tutti i principali personaggi dell’editore. Un’occasione per riscoprire una piccola e sottovalutata gemma di questo grande autore, capace di divertire oggi come ieri tra artigli sguainati, sibili di proiettili e rombi di motori infernali, con buona pace dei “salotti chic” del fumetto.

I maestri del mistero: Il mastino dei Baskerville, recensione: il ritorno di Sherlock Holmes

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Correva l’anno 2009 quando uscì nelle sale cinematografiche di tutto il mondo Sherlock Holmes, la prima di due pellicole (per il momento) interpretate da Robert Downey Jr. e Jude Law, che riportò sotto i riflettori il celebre detective creato da Sir Arthur Conan Doyle nel 1887. Il successo del film incoraggiò altri progetti con protagonista l’investigatore più famoso della storia della letteratura gialla, soprattutto in ambito televisivo. Dopo pochi anni videro infatti la luce due serie simili, accomunate dal tentativo di ambientare le avventure di Holmes e Watson ai giorni nostri rendendole plausibili, ma molto diverse per esiti qualitativi: la poco riuscita Elementary e lo Sherlock della BBC che ha rivelato al mondo il talento recitativo di Benedict Cumberbatch. I film per la tv interpretati da quest’ultimo e da Martin Freeman nel ruolo del Dr. Watson hanno adattato in maniera fedele, salvo le ovvie modifiche dovute alle differenti epoche di ambientazione, i romanzi di Conan Doyle, preservandone lo spirito e rendendo il vecchio detective d’epoca vittoriana una star della fiction moderna. Non stupisce quindi il proliferare di iniziative multimediali dedicate all'illustre inquilino di Baker Street, tutte accomunate, come le serie tv appena citate, dalla necessità di restare fedeli al materiale di partenza pur adattandolo al gusto moderno. Ultima arrivata, tra questa serie di progetti, la versione a fumetti di una delle più celebri avventure di Holmes, Il Mastino dei Baskerville, ad opera di Giulio Antonio Gualtieri e Federico Rossi Edrighi, inserita nella collana I maestri del Mistero curata da Roberto Recchioni ed edita dalla Star Comics.

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La storia è ben nota a chiunque abbia letto il romanzo originale: a Dartmoor, nel Devonshire, la popolazione locale è terrorizzata dalle apparizioni di un enorme cane, un mastino il cui arrivo è annunciato da latrati raggelanti. La bestia sarebbe legata da una maledizione ad una famiglia nobile locale, i Baskerville, dannata per sempre a causa della condotta sconsiderata di un suo membro, Sir Hugo, ora deceduto. Quando l’erede diretto alle fortune della famiglia, Sir Charles, muore assassinato in circostanze misteriose, il Professor Mortimer, un amico di famiglia, si reca a Londra per cercare l’aiuto dell’investigatore privato più famoso d’Inghilterra, Sherlock Holmes. Mortimer crede, e a ragione, che il successivo erede nella linea di sangue, Sir Henry, sia in grave pericolo. Holmes invierà nel Devon il suo fidato amico John Watson per proteggere Sir Henry, osservare la situazione e relazionarlo. Il detective risolverà il caso a Londra sulla base delle sue infallibili deduzioni, salvo poi recarsi a Dartmoor, dove qualcuno non è chi dice di essere, per smascherare il colpevole.

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Riuscito adattamento dell’originale di Conan Doyle, Il Mastino dei Baskerville è una lettura piacevole ed avvincente, grazie alle scelte creative di Gualtieri e Rossi Edrighi che oscillano tra classico e moderno. Lo scrittore, pur rifacendosi alla versione classica di Holmes, fissata non solo dai romanzi ma anche dai lungometraggi degli anni ’40 interpretati da Basil Rathbone, riesce a fornirne una versione non paludata e particolarmente fresca, grazie ad una perfetta caratterizzazione del personaggio che passa attraverso i gustosi scambi verbali col Dr. Watson, che non riesce a tenere il passo dei ragionamenti e delle brillanti deduzioni del suo celebre amico, generando così divertenti siparietti. Holmes è ritratto come un campione della ragione, scettico su tutto quello che viene definito “paranormale”: ironia volle che il suo creatore, Sir Conan Doyle, fosse invece un seguace dello spiritismo, tanto da cadere vittima di una truffa ai suoi danni. Uno script appassionante, quello di Gualtieri, che si beve tutto d’un fiato catapultando il lettore immediatamente nell’azione e non appesantendo la fruizione con inutili didascalie.

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Lo stile di Federico Rossi Edrighi è un altro esempio di quella commistione tra classico e moderno di cui si parlava prima: un tratto stilizzato e aguzzo, molto contemporaneo, che contrariamente a quanto si pensi diventa la scelta ideale per illustrare una storia gotica e di fantasmi, grazie alla capacità di creare giochi di ombre col tratteggio. Uno stile minimalista che nasconde belle sorprese, basta pensare alla sequenza in cui Holmes scioglie il mistero rivelando la soluzione del caso, in cui i contorni delle vignette prendono la forma della rete in cui sta cadendo il colpevole. Una soluzione grafica che dimostra inventiva, insieme all’uso efficace delle onomatopee.

Completa il volume un ottimo apparato redazionale, curato dagli stessi Recchioni e Gualtieri con l’apporto di Kevin Scauri e Michele Monteleone, che analizza con competenza l’opera di Conan Doyle e il rapporto travagliato con la sua creazione più celebre: come bonus, un gustoso elenco dei “mastini infernali” che hanno infestato la Gran Bretagna nella sua storia secolare. Tutti buoni motivi che, uniti ad una piacevolissima veste editoriale da cartonato soft-touch, rendono consigliabile l’acquisto del volume.

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