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Angie Digitwin 1, recensione: la supereroina cyberpunk di Vietti e Alberti

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Dopo l’introduttivo numero 0, Angie Digitwin, personaggio figlio della collaborazione tra Panini Comics e Tim, inizia ufficialmente le sue avventure con il primo numero. Torna Stefano Vietti alla sceneggiatura, questa volta accompagnato dal sodale Luca Enoch ai disegni.
Se il numero 0 aveva il compito di accattivare il lettore mostrando questa nuova (super) eroina e l’universo in cui si muove, il numero 1 inizia ad indagarla: Angie è una giovane ragazza che trascorre le sue giornate tra università, amicizie e attività da supereroina. Come abbia ricevuto i super poteri, quale sia il suo passato, chi siano i suoi nemici, è solo (giustamente) accennato, in attesa che tali elementi vengano svelati nel corso della serie.

Quella che il primo numero apre al lettore è una realtà artefatta, che si sdoppia, che clona e modifica la sua essenza e che confonde continuamente i due piani. Ed Angie è capace di muoversi attraverso queste intercapedini tra realtà.
Il tono del numero (e verosimilmente della serie) è un intrigante mashup tra un plot narrativo dall’impronta supereroistica e le atmosfere e le soluzioni grafiche da racconto cyberpunk.
La sceneggiatura di Vietti, nonostante si assesti su di una solida narrazione capace di passare da scene aciton a scene di quotidianità con fluidità, rimane troppo lineare nel creare l’aspettativa e nel presentare protagonista e comprimari lasciandone in sospeso i motivi narrativi.

Il disegno di Enoch si pone lo stesso obiettivo ricordando – nel felice contrappunto tra scene concitate e scene più leggere – le soluzioni visive che l’autore aveva adottato per la sua serie Spraylitz. Le ultime due tavole del numero sono illustrate da Mario Alberti, già autore dei disegni del numero 0, che ha il compito di descrivere il twist narrativo finale di questo primo racconto.
Di indubbia qualità, la colorazione realizzata da Andres Mossa, che gioca sul contrasto toni caldi e toni freddi, necessario per l’estetica delle scene d’azione e che ricorda, negli intenti, le atmosfere cromatiche del film Tron: Legacy.

Con gli elementi messi in campo finora è ancora presto per poter comprendere con chiarezza gli intenti narrativi e l’operazione editoriale che vi è dietro. Il primo numero, dunque, è ancora troppo “di maniera” ed utilizza, seppur con evidente e consolidata maestria, strumenti narrativi già consolidati. Vedremo come si evolve il progetto.

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Le grandi storie dell'orrore, recensione: l'horror Marvel anni '50

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Gli anni ’50 furono per il fumetto americano un decennio di transizione, ma ugualmente molto importante, se non addirittura fondamentale. Dopo il boom dei comics dedicati ai supereroi, il genere sembrò aver esaurito tutto quello che aveva da dire e le testate, anche quelle più popolari, chiusero man mano. Furono pochi i supereroi che sopravvissero (fra cui Superman & Batman) mentre altri, durante il decennio, furono protagonisti di rilanci non particolarmente apprezzati.

In questa fase, fu il parco testate della EC Comics, soprattutto grazie a testate memorabili quali Tales from the Crypt, The Vault of Horror, Weird Science e Weird Fantasy, a fiorire e in molti seguirono il loro esempio: fra questi troviamo Martin Goodman, fondatore e presidente della Timely, ovvero la futura Marvel. L’editore, che aveva perso fiducia nel settore puntando su altro, accolse bene la diminuzione di pagine dei comic book (da 64 a 48 prima, a 32 infine) che, per un prezzo di copertina invariato, garantiva un guadagno migliore a fronte di spese più contenute.
Nello stesso periodo, per la precisione nel 1951, Goodman decise anche di avviare una società di distribuzione propria, chiamata Atlas News Co., Inc., che portò a dare un nuovo marchio alle sue testate al posto del “vecchio” Timely.

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Nacquero in questo decennio serie quali Journey into Mystery, Menace, Strange Tales, Tales of Suspence e altre, alcune della quali diverranno famose in seguito per ospitare le prime avventure dei nuovi eroi Marvel. La formula di queste testate era semplice: storie brevi di 6-7 pagine, che presentassero una trama con un finale in grado di far sussultare il lettore. La redazione era composta da pochissime persone, e i disegnatori erano quasi tutti freelance, tuttavia grazie in particolare all’inventiva di un certo Stan Lee, le storie potevano vantare un ottimo livello qualitativo.

Le cose sembravano funzionare, finché nel 1954 non accadde l'impensabile. Lo psichiatra Fredric Wertham pubblicò infatti il volume Seduction of the Innocent in cui dimostrava la sua assurda teoria seconda la quale i fumetti sarebbero una delle principali cause della delinquenza giovanile. Il libro divenne un caso nazionale tanto da avere serie ripercussioni nel mondo del fumetto a cui seguirono - fra le altre cose - fallimenti, chiusure di intere testate nonché la istituzione di un codice di autoregolamentazione approvato dagli stessi editori che rassicurasse i genitori sull'affidabilità della lettura. La verve delle serie crime e horror, dunque, venne duramente colpita e questo spinse gli sceneggiatori ad aggirare l’ostacolo e ad accettare le regole o, in alternativa, a puntare sulle serie fantascientifiche.

Se le suddette vicende colpirono il mondo dell’editoria in toto, lo stesso Goodman ci mise del suo per complicare la situazione. Chiuso il suo ramo distributivo nel 1957, l’editore si affidò ad uno dei maggiori distributori nazionali - la American news company - che però a sua volta fallì di li a breve costringendo Goodman a un’alleanza col suo principale avversario (la National Comic, ovvero la DC) in un patto che gli consentiva la diffusione di solo 8 testate al mese, che l’editore trasformò - astutamente - in 16 bimestrali. Sembrava, insomma, l'inizio della fine. Tuttavia, qualcosa stava cambiando, e grazie al ritorno di Jack Kirby, che già collaborò con Goodman a inizio anni '40, e all’arrivo di artisti come John Romita Sr. e Steve Ditko, non solo il livello qualitativo restò alto, ma soprattutto si preparò il terreno per la rivoluzione Marvel di inizio anni ’60.

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Panini Comics ha deciso di varare una collana dedicata a queste storie partendo da quelle appartenenti al genere horror. Il volume si presenta, dunque, come un’elegante cartonato antologico in cui sono state selezionate un numero elevato di avventure restaurate che portano il totale delle pagine a 296. Il libro, che presenta anche un apparato redazionale inedito, è suddiviso in 5 capitoli, di cui i primi 3 dedicati alle storie anni ’50, un quarto più breve a quelle anni ’70, mentre il quinto e ultimo è composto da una breve storia umoristica che funge da parodia al genere. Una selezione ricca e soddisfacente, che spazia nei sottogeneri horror dalle minacce esterni a quelle più intime e nascoste, dai vampiri agli zombi, passando per fantasmi, mostri e così via.

Non ci troviamo dinanzi a pietre miliari della Nona Arte, Come già premesso nei redazionali dello stesso volume, ma a semplici storie che gli stessi autori sapevano che di lì a poco sarebbero state rimpiazzate nella memoria del lettore da altre. Tuttavia, proprio il loro dover catturare l’attenzione del pubblico, unito anche alla brevità delle stesse, rende queste avventure avvincenti e gradevoli ancora oggi a oltre 60 anni dalla loro pubblicazione originaria. Chi ama, dunque, le serie EC Comics e le storie stile Ai confini della realtà troverà qui pane per i propri denti. Inoltre, veder all’opera artisti come Lee, Dikto e Kirby prima dell’era Marvel non è secondario e aggiunge un valore immenso a questi lavori.

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Come anticipato sopra, il quarto capitolo è dedicato agli anni ’70, quando il genere horror tornò di moda e soprattutto spopolavano i vampiri. Abbiamo, dunque, una selezione di 5 avventure tratte da Vampire Tales in cui possiamo ammirare artisti quali Jim Steranko, John Romita Sr., Bernet e altri. Sono passati 20 anni da quando testate del genere spopolavano e questo appare evidente osservando le tavole in bianco e nero – in questa occasione – delle storie che presentano una narrazione più moderna e una costruzione della tavola più libera e con un tratto più contemporaneo.
Alla luce di quanto detto finora, non possiamo che consigliare l’acquisto del volume, per motivi storici ma non solo in quanto la lettura si è dimostrata appagante e degna di nota.

 

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Noi siamo Occhi di Gatto, recensione: la saga di Tsukasa Hojo in volume da libreria

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Ci sono serie e personaggi cementificati nella nostra memoria, complici anche gli innumerevoli passaggi televisivi che ci hanno accompagnato nei lunghi pomeriggi della nostra gioventù. Le tre sorelle Kisugi, ovvero Hitomi, Rui e Ai (Sheila, Kelli e Tati Tashikel nell’edizione italiana dell’anime) ne fanno sicuramente parte. Così come rimbomba ancora il ritornello “Oh Oh Oh Occhi di gatto” cantato da Cristina D’Avena in una delle sue più celebri performance per le sigle dei cartoni in onda su Mediaset. È inutile negare che tutto ciò è uno dei motivi, se non il principale, che spinge all’acquisto del volume Noi siamo Occhi di Gatto edito da Panini Comics.

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Un’operazione, quella dell’editore modenese, molto intelligente e apprezzabile, replicata anche per altri titoli come le uscite in contemporanea di Io sono Lupin e Io sono City Hunter. Così come avviene già per i volumi targati Marvel che sbandierano lo stesso titolo (ad esempio Io sono Spider-Man), ci troviamo davanti a una selezione delle migliori storie della serie racchiuse in un unico volume da libreria. Iniziativa lodevole e abbastanza insolita se applicata ai manga, spesso per loro stessa natura, ma proprio per questo vincente. Raccogliere le storie più significative di una serie è sia ottimo per i lettori occasionali - che magari non hanno voglia di acquistare l’intera serie - sia per quelli più fedeli che bramano un’edizione libraria  del loro manga preferito.

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Per l’occasione, dunque, Panini opta per una selezione ragionata che intende mostrare i momenti salienti della saga, quelli in cui avvengono le principali svolte narrative, tralasciando dunque episodi auto-conclusivi. Nella lettura delle storie presentate si potrà magari avvertire qualche piccolo salto narrativo, ma in generale i lettori possono apprezzare l’evoluzione della trama portante, soprattutto riguardo la storia d’amore fra Toshio e Hitomi.

La trama della serie creata da Tsukasa Hōjō per Shōnen Jump dalla Shūeisha, pubblicata dal 1981 al 1985, vede le tre sorelle, che gestiscono un bar chiamato “Cat’s Eye”, compiere furti di notte - proprio con lo stesso nome del locale - per recuperare la collezione d’arte appartenuta al padre misteriosamente scomparso. A mettersi sulle loro tracce è proprio Toshio Utsumi, ispettore di polizia che le stesse sorelle sfruttano per carpire informazioni sui propri furti grazie alla sua relazione con Hitomi.

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La selezione fatta da Panini ci mostra, come anticipato, le avventure fondamentali per l’evolversi della trama principale, per questo motivo le storie presenti nel volume tendono ad avere caratteristiche più da romance e da comedy che d’azione e da poliziesco. Una scelta apprezzabile, comunque, tanto per gli appassionati che per i neofiti che avranno così comodamente a disposizione alcune delle storie più importanti della saga. Chi non ha mai letto il manga di Cat’s Eye, troverà un po’ di differenze rispetto all’anime, non solo per i nomi originali, ma di sicuro si troverà subito a proprio agio. Le storie, nonostante gli anni alle spalle, sono assolutamente godibili e moderne, grazie anche al tratto pulito di Hōjō che tende a un realismo non forzato. Inoltre, seguendo l’ordine cronologico proposto, è interessante scoprire l’evoluzione del tratto dell’autore.
Un must have per chi ha amato le vicende delle sorelle Kisugi. Speriamo, inoltre, che il successo di questa iniziativa porterà Panini (e gli altri editori) a moltiplicare la nascita di antologie manga dedicate alle serie più celebri.

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