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Marco M. Lupoi annuncia una rivoluzione per le testate Marvel Panini Comics

  • Pubblicato in News

In una lunga lettera aperta, il direttore editoriale di Panini Comics Marco M. Lupoi, ha annunciato una rivoluzione editoriale prevista per fine anno. In concomitanza dell'arrivo del rilancio Fresh Start voluto dal nuovo EIC della Marvel C.B. Cebulski ci saranno, infatti, una serie di novità. Le prime riguardano la riduzione del numero di testate, la volontà di presentare riviste il più possibile monografiche, l'introduzione di albi di 24 pagine, la nascita di spillati da fumetteria e maggior distanza fra uscita in edicola delle storie e ristampa in volumi dei cicli presentati.

Di seguito le parole di Lupoi:

"In primis, abbiamo sentito il bisogno di ripensare il numero delle testate regolari, riducendone leggermente il numero, ma soprattutto modificandone la struttura. Per anni siamo partiti dal contenitore (per esempio, un mensile che può avere in sommario tre storie e mezza) e lo abbiamo in vari modi colmato, spesso mescolando storie imprescindibili con altre di livello medio o discreto ma anche con storie indubbiamente di minor fascino, a volte mescolando personaggi dello stesso angolo di universo, altre creando accoppiate più o meno improbabili. Ecco, come regola cercheremo di presentare nelle collane regolari solo le testate principali, quelle più forti, mantenendo quanto più possibile il carattere monografico degli albi. Introdurremo un formato inedito in Italia (24 pagine più copertina) ma comune (e di successo) in Spagna, e quando ci saranno in un anno più di 12 uscite di un titolo, usciremo anche noi 14, 15 o 16 volte l’anno invece di proporre albi con foliazione maggiore. I titoli slegati dalla continuity li presenteremo in volumetti brossurati in vendita esclusivamente nelle fumetterie, e quelli dal taglio più autoriale continueranno come prima a uscire in cartonato nelle nostre collane per libreria, che tanto successo hanno avuto di pubblico e di critica. Davanti al progressivo declino della distribuzione in edicola (un canale in cui il numero dei punti vendita cala di mese in mese), per gli albi regolari faremo affidamento sempre più sul canale delle fumetterie. Per la prima volta faremo alcune collane regolari spillate solo per quel circuito, e lanceremo iniziative promozionali dedicate. Allo stesso tempo, prenderemo un impegno su un tema che sta a cuore a molti rivenditori: tutte le storie presentate nelle serie regolari spillate non usciranno ristampate in volume prima di 12-18 mesi dalla loro prima edizione. Per leggere in raccolta le prime storie dell’era Cebulski ci sarà quindi da aspettare almeno l’estate/autunno del 2020, e per quel lancio in volume stiamo pensando a formati e formule nuove, che “stacchino” con le ripresentazioni di Marvel NOW! e dei cicli successivi."

Altra novità, la riduzione del gap con le uscite americane a 4-5 mesi:

"Un altro impegno che abbiamo preso, e i cui risultati pensiamo siano già visibili, sarà la riduzione del gap temporale tra le nostre uscite e quelle negli USA. Alcuni anni fa siamo passati dai nove mesi “storici” di distanza a sette, e già quello fu un cambiamento epocale. Ora abbiamo in mente quota cinque mesi, con la tentazione di arrivare alla distanza minima possibile anche da un punto di vista tecnico, ovvero quattro mesi. In un mondo sempre più interconnesso, in cui le notizie viaggiano istantaneamente, aspettare troppo a lungo per l’edizione in lingua di un fumetto americano ha ormai sempre meno senso, e per questo il processo di catch-up – sia pure con tutti i problemi organizzativi che comporta – è ormai ineluttabile."

Infine, oltre a diverse iniziative promozionali e novità non ancora annunciate, Lupoi parla anche di un inevitabile aumento di prezzo:

"Non sfuggirà ai più attenti, leggendo Anteprima, che questo rilancio è accompagnato da un ritocco dei prezzi di copertina. Non ci nascondiamo dietro a un dito: sappiamo che arriva a un anno dal precedente. L’aumento incessante dei costi è un elemento chiave che abbiamo tenuto in considerazione; è soprattutto però la crisi della distribuzione in edicola, e in generale dell’editoria, a spingerci in questa direzione, per mantenere dritta la barra della nostra ammiraglia e poter continuare a proporre quelli che per noi sono i migliori comics del mondo (a un prezzo per storia ancora molto inferiore rispetto a quello della loro controparte USA). Sappiamo di chiedervi un sacrificio. E la speranza è quella di poterlo ricompensare con i fumetti più belli del pianeta, proposti nella confezione e nella modalità migliore."

Qui potete leggere la lettera completa scritta da Lupoi.

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Un'estate italiana, recensione: un noir calcistico nell'Italia del '90

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Il gioco del calcio, in Italia, non è solo uno sport, è una passione bruciante. Per alcuni un sogno, per altri una vocazione. E tra questi c’è chi trasforma il proprio talento calcistico nel lavoro di una vita.
Da questa premessa inizia il graphic novel scritto da Enrico Brizzi e disegnato da Denis Medri.
Il protagonista è Yuri Salati, promessa del calcio italiano degli anni ’80 che, a causa di un disastroso infortunio ha dovuto riscrivere la propria carriera e riconsiderare la propria vita, scegliendo una strada pericolosa: nell’estate del 1990, proprio durante il Mondiale di Calcio, accompagnato da un ignaro amico d’infanzia, Flavio, ha un incarico come corriere di un pallone da calcio “particolare” per conto di un boss criminale. Ciò che quel torrido giorno d’estate ha in serbo per Yuri non potrà che essere tragicamente inaspettato.

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Quella messa in piedi da Enrico Brizzi è un racconto di formazione dolorosa, a volte obbligata, a volte negata, spesso fraintesa. È la parabola ascendente e discendente di un uomo che, vuoi per il destino, vuoi per scelte sbagliate più o meno consapevoli, ha trasformato il sogno in incubo.
Il Mondiale di Italia ’90, per Brizzi è strumento per restituire un immaginario nostalgico, e, contemporaneamente, dare una chiave di lettura agli eventi, un commento e persino un ritmo all’evoluzione della trama. Un’estate italiana ha l’impronta del poliziottesco anni ’80 e la costruzione narrativa del noir.

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Tre sono i principali piani temporali che si mescolano per ricostruire la storia: il presente, quel maledetto giorno della partita Argentina-Camerun, il passato da campione di Yuri, e il passato fondativo di quello che era solo un ragazzino alla ricerca di una propria dimensione nel mondo. Ogni temporalità serve a Brizzi per restituire non solo la complessità tragica della figura di Yuri, ma anche per ricostruire tre epoche diverse lontane nel tempo, ma estremamente vicine all’immaginario del lettore.

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Complice fondamentale di questa ricostruzione è il disegno di Denis Medri. Con linee leggere, vezzi caricaturali e un'attenta ricostruzione iconica, il lavoro di Medri sorregge con forza il testo di Brizzi. Recuperando anche, con fare citazionista, le “immagini” dell’epoca (tra screen televisivi e figurine di calciatori) il disegnatore crea tavole stratificate ricche di dettagli, la cui gabbia “libera” gli permette di condensare più momenti e più sensazioni con grande efficacia narrativa.

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Il volume edito dalla Panini Comics per la collana 9L è un cartonato di grande pregio, a partire la carta, la cui grammatura esalta le scelte coloristiche di Medri, sempre capaci, con il solo colpo d’occhio, di catturare l’atmosfera temporale ed emotiva dei personaggi.

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Hulk Grigio, recensione: oltre il bianco e nero

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Dopo Daredevil Giallo e Spider-Man Blu, il duo Jeph Loeb e Tim Sale nel 2003 pubblica a ruota il terzo capitolo della loro tetralogia del colore, ovvero Hulk Grigio. Il colore scelto, come tradizione, oltre a identificare un periodo del personaggio, è rappresentativo del tono della storia: “Ecco il problema di non vivere in un mondo in bianco e nero. È possibile che non sia tutto bianco o nero. Hai la possibilità del… grigio”. In questo caso, si vuole sottolineare la natura complessa del protagonista, difficile da inquadrare e da comprendere per gli altri.
Anche in questa occasione, vengono riproposte le caratteristiche salienti delle due saghe precedenti. Si parte dal racconto del protagonista del proprio passato e dal ricordo di una persona amata e perduta ritrovandoci, dunque, dinanzi a una rinnarrazione delle prime storie del personaggio. Similmente a Daredevil Giallo, si pesca proprio dall’esordio della serie, tuttavia - mentre la ricostruzione delle origini dell’eroe cieco appariva più articolata a filologica - con Hulk si sceglie una strada differente.

L’incipit della storia vede Bruce Banner fuggitivo confidarsi con l’amico e psicologo Leonard Samson. L’uomo racconta i primi momenti di vita di Hulk, il salvataggio di Bruce Jones, il conseguente incidente, la trasformazione e la caccia al mostro effettuato dal generale Ross.
In particolare, però, sotto i riflettori troviamo la storia d’amore con Betty Ross, figlia del generale, fidanzata con Bruce. Hulk, senza il filtro di Banner, ma con reminiscenze della sua personalità, fa prigioniera la donna con Loeb che richiamava il classico cliché cinematografico del mostro che rapisce la bella.

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In evidenza vengono messi, dunque, le conflittualità dei personaggi: Hulk che odia Banner in quanto lo ritiene la sua prigione. Bruce che odia se stesso e che ritiene Hulk una sorta di punizione divina per aver creato una bomba piuttosto che utilizzare il suo cervello per scopi benefici. Il generale Ross che si scaglia contro “il mostro” e il suo problematico rapporto con la figlia che tenta di proteggere. La stessa donna, risoluta e forte, che si scaglia contro Hulk e, infine, Rick Jones, adolescente ribelle che si sente in colpa per quanto capitato a Bruce. Ogni personaggio vive, dunque, il suo piccolo grande dramma personale, che viene approfondito da Loeb in maniera attenta. Naturalmente, i riflettori sono puntati su Hulk, mostro ma anche vittima, sorta di bambino innocente ma in grado di far fuori un esercito e mettere in pericolo la donna che ama e che vuole proteggere.

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L’intreccio narrativo su cui si sviluppa il racconto non è molto articolato, a differenza di Daredevil Giallo e Spider-Man Blu, tuttavia Loeb lavora sulla psiche di Hulk, sul suo rapporto con Banner, sul suo amore per Betty, in una maniera davvero esemplare. L’autore si aggancia alla caratterizzazione psico-analitica della serie avvenuta con l’arrivo di Peter David sulla testata che donò profondità a un eroe che ormai sembrava non aver più nulla da dire.
Loeb, dunque, scrive una vera e propria psico-analisi di Hulk, giocando come suo solito con l’aspetto romantico e malinconico. L’autore fa un buon lavoro mettendoci molto del suo: in un albo delle saga Hulk si scontra con Iron Man, cosa mai “ufficialmente” accaduta nelle storie originali. Bisogna ammettere che l’esordio della testata del duo Stan Lee e Jack Kirby non fu certo dei migliori e il loro ciclo non viene particolarmente ricordato in quanto non all’altezza di altre loro serie del periodo. Per questa ragione, Hulk Grigio è sicuramente il modo migliore per approcciarsi alla storia d’origine del personaggio.

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Tim Sale, nella ricca sezione extra del volume Panini Comics, racconta delle sue influenze per disegnare l’Hulk che rappresenta tozzo e sgraziato. Oltre alle prime storie di Kirby, fondamentale è stato anche il Frankenstein cinematografico di James Whale nel film del 1931. In particolare, da sottolineare la scena in cui Hulk uccide “inconsapevolmente” un coniglio che sta accarezzando, una sequenza che ricorda la morte accidentale della bambina nel film di Whale per mano del mostro. Il lavoro dell’artista è, come sempre, eccellente, sia per quanto riguarda la regia delle tavole che la raffigurazione dei sentimenti dei personaggi.

Hulk Grigio viene ricordato meno rispetto agli altri lavori del duo e forse in questo influisce molto la proposizione di un periodo non particolarmente amato del Gigante di Giada. Tuttavia, seppur forse un gradino sotto gli agli altri capitoli della tetralogia del colore, resta un ottimo racconto, oltre che una storia fondamentale per approcciarsi al personaggio.

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Punisher Collection - Diario di Guerra: Grosso Guaio ai Tropici, recensione: Gli anni '80 di Frank Castle

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Quando The Punisher apparve per la prima volta nel 1974 sulla copertina di The Amazing Spider-Man 129, fucile in mano e Tessiragnatele sotto tiro, neanche i suoi creatori Gerry Conway, Ross Andru e John Romita Sr. avrebbero mai immaginato che quel vigilante, creato sull’onda del successo di film come Il Giustiziere della Notte con Charles Bronson, avrebbe riscosso un successo clamoroso passando ben presto dallo status di comprimario a quello di protagonista assoluto. L’idea decisiva per la creazione del personaggio venne fornita a Conway dalla lettura dei romanzi dello scrittore Don Pendleton con protagonista il giustiziere The Executioner, oltre che dall’osservazione della realtà delle periferie statunitensi di quel periodo, dove i cittadini erano in balia di una criminalità che spadroneggiava e contro la quale le forze dell’ordine mostravano tutti i loro limiti.

Il periodo di maggior successo del personaggio arriva con gli anni ’80 quando, dopo le ripetute apparizioni come avversario/alleato dell’Uomo Ragno nelle collane a lui dedicate e dopo una significativa presenza nelle storie di Daredevil firmate da un giovane Frank Miller, la Marvel decide di dedicare all’alter-ego di Frank Castle delle iniziative a suo nome. Nel 1985 esce Punisher: Circle of Blood, miniserie di 5 numeri a firma Steven Grant / Mike Zeck che ottiene un successo clamoroso, e che inizia a definire la personalità del Punisher a cui siamo abituati, più cupo e determinato nella sua missione sanguinaria. Sono gli anni in cui furoreggiano sugli schermi gli action-movie traboccanti sangue e pallottole in cui divi come Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger non usano mezze misure nello sbarazzarsi dei “cattivi” di turno: in film come Cobra, Commando e Codice Magnum, le città americane dell’era Reagan sono ritratte come moderne giungle colme di pericoli nelle quali è lecito farsi giustizia da soli a suon di proiettili. Da questo punto di vista, il Punisher incarna lo zeitgeist di quei tempi: quando la Marvel decide di lanciare finalmente la prima serie regolare dedicata al personaggio nel 1987, a firma Mike Baron / Klaus Janson, i lettori tributano un’accoglienza calorosa ad un prodotto che stavano aspettando da tempo. Anche in questo caso il riscontro di vendite è senza precedenti per una serie che non è collegata in alcun modo al bestseller dell’editore di quel periodo, X-Men, e ha legami piuttosto tenui col resto dell’Universo Marvel data la volontà degli autori di privilegiare una dimensione urbana e realista.

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Già nell’anno successivo la Casa delle Idee soddisfò le richieste sempre più pressanti dei lettori che chiedevano a gran voce ulteriori dosi delle avventure di Frank Castle: nel 1988 uscì il primo numero di The Punisher War Journal, secondo mensile dedicato al vigilante, per i testi dell’editor Carl Potts e per i disegni di un giovane talento che, nel giro di un paio d’anni sarebbe diventata la star più idolatrata del settore: Jim Lee. Panini Comics ha recentemente mandato in libreria il secondo volume dedicato alla ristampa delle storie di Potts & Lee, all’interno della collana Punisher Collection. La riproposta delle storie del Punitore di questo classico duo è un piccolo evento editoriale: all’epoca della loro prima pubblicazione italiana datata 1989/91 l’editore di allora, la Star Comics, scelse un formato cosiddetto “bonellide”, ridotto e in b/n, tipico dei polizieschi all’italiana come Nick Raider che a quei tempi furoreggiavano in edicola. Peccato che le vicende di Frank Castle c’entrassero poco con quel tipo di prodotto, e ad essere penalizzate furono soprattutto le tavole di uno già spettacolare Lee. I due volumi rendono quindi giustizia al lavoro del disegnatore coreano, dandoci la possibilità di ammirarne le matite nel loro splendore originale. Detto questo, non sempre la memorie ci restituisce le cose per quello che sono veramente, e rileggendo queste storie a distanza di quasi 30 anni ci si può rendere conto di quanto la fama di queste prime uscite di Punisher War Journal sia ad attribuire unicamente alla presenza di un artista come Lee che, sebbene ancora alle prime armi e con qualche incertezza, già lasciava intravedere il talento straripante che lo avrebbe accompagnato nei suoi incarichi successivi.

Leggendo il primo volume, eravamo rimasti perplessi di fronte alla pochezza dei testi di Potts, datati e verbosi, e all’utilizzo frequente di escamotages narrativi come il riassunto degli eventi precedenti tramite l’utilizzo del flashback, ed altri artifici oggi fortunatamente superati. Esilarante, in tal senso, la scena in cui il Cecchino, avversario del Punisher, ferito gravemente e a terra, chiede al suo carnefice, un ex commilitone, di rinfrescargli le idee su come siano arrivati a quel punto. Le due pagine di flashback che ne seguono sono francamente irritanti ed inaccettabili per gli standard di oggi. Anche l’approfondimento psicologico del protagonista è inesistente, lontano anni luce dalla versione che ne aveva dato Grant: Potts si concentra unicamente sull'azione, confezionando storie di scarso spessore simili per tono a quelle dei film di cassetta sopra citati.  Le cose fortunatamente migliorano col secondo volume, Diario di Guerra: Grosso guaio ai Tropici, che contiene elementi di maggior interesse rispetto al primo. Su tutti, la crescita esponenziale di Jim Lee: abbandonate completamente le incertezze da semi esordiente, il futuro disegnatore di X-Men libera tutta la sua esplosività con tavole straripanti d’azione e, per la prima volta, con l’utilizzo di spettacolari splash-pages. La confidenza col mezzo è ormai evidente e la trasformazione è già avvenuta: il Lee che disegna le ultime pagine del volume è gia il Jim Lee, dal tratto potente e muscolare, che di li a poche settimane, si traferirà sulle pagine di Uncanny X-Men per realizzare in coppia con Chris Claremont il fumetto più venduto di tutti i tempi.

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Al contrario di The Punisher, la collana madre scritta da Mike Baron che non aveva contatti con la continuity Marvel dell’epoca ed era chiusa in una sua autoreferenzialità, Punisher War Journal era aperta all’apparizione di altri personaggi della Casa delle Idee. Se nel primo volume avevamo assistito all’apparizione di stelle di prima grandezza come Daredevil e la Vedova Nera, oltre che ad una minisaga in 2 parti con co-protagonista Wolverine, nel primo blocco del secondo volume il Punitore viene coinvolto in Atti di Vendetta, evento Marvel del 1989 in cui un consorzio di criminali capitanato da Kingpin e dal Dr. Destino, manovrati a loro insaputa da Loki, decidono di scambiarsi le loro nemesi, affinché siano impreparati nell’affrontare avversari mai incontrati prima. Al Punisher tocca Bushwacker, il “Guerrigliero”, assassino di mutanti creato da Ann Nocenti sulle pagine di Daredevil, fanatico dotato di un braccio cibernetico che può trasformare in qualsiasi arma. Inutile dire che lo scontro tra due tipi così è una manna per la matita potente di Lee. Il secondo blocco del volume offre un buon team-up con Spider-Man, alle prese con una pericolosa banda di neonazisti, in cui Lee si prende una pausa ed è sostituito dal classico David Ross, oltre a quella che è forse la storia più interessante dell’intero volume scritta, guarda caso, non da Potts ma da Mike Baron. Da sempre interessato ai temi sociali, Baron sceneggia un ottimo episodio su un tema ancora oggi odioso ed attuale, quello della speculazione finanziaria ai danni dei piccoli risparmiatori, mettendo Frank Castle sulle tracce di un faccendiere che ha rovinato un’intera comunità. Inutile dire che la punizione arriverà, e sarà tremenda. Un’altra futura star della matita, Mark Texeira, ripassa egregiamente a china le matite del carneade Neil Hansen.

L’ultimo blocco di storie è composto dalla saga in tre parti che dà il titolo al volume, e segna il canto del cigno di Lee sulla testata. Qui un Frank Castle in versione “vacanziera” deve affrontare un’imprevista trasferta alle Hawaii, per salvare la famiglia del suo assistente Microchip dalla banda di narcotrafficanti nella quale sono incappati. Anche in questa trama da telefilm anni ’80 si innesta una bizzarria di Potts, che fa accorrere in aiuto di un Punisher in difficoltà un “Kahuna” locale, condendo la storia di un misticismo spicciolo e di una dimensione “new age” da supermercato. Jim Lee saluta personaggi, testata e lettori con le solite tavole esplosive, dirigendosi verso remunerativi lidi mutanti. Di li a poco saluterà anche Potts, lasciando il campo al più capace Baron, che si dividerà così su due testate.

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Il successo editoriale del Punitore si manterrà stabile fino ai primi anni ’90, per poi scendere inesorabilmente verso la metà del decennio con la chiusura di tutte le iniziative a lui collegate. L’avvicinarsi del nuovo millennio richiedeva una voce diversa per narrare le vicende di Frank Castle, una voce che non avesse il timore di scendere negli abissi della sua follia, dei suoi traumi e della sua ossessione per la vendetta. Quell’uomo, nonché lo scrittore definitivo del Punisher, sarebbe stato l’irlandese Garth Ennis, reduce dal successo di Preacher. Ma questa è un’altra storia, buona per un altro giorno.

Panini Comics presenta Diario di guerra: Grosso guaio ai Tropici in un pregevole cartonato, contraddistinto dalla consueta cura editoriale, arricchendolo di tutte le cover e le pin-up realizzate da Jim Lee durante la sua permanenza sulla testata, elemento che lo rende un acquisto imprescindibile per tutti gli estimatori di questo straordinario artista.

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