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Emanuele Amato

Emanuele Amato

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La ricerca di se stessi nella profondità dello spazio: intervista a Francesco Guarnaccia

Francesco Guarnaccia è una promessa del fumetto italiano. Membro di spicco del collettivo Mammaiuto, ha già all’attivo un bel po' di pubblicazioni iniziate nel 2013, grazie all’autoproduzione, fino a From Here To Eternity per Shockdom. Esordisce con Bao Publishing con la sua spaziale, quanto profonda opera, Iperurania. Lo abbiamo intervistato durante il Napoli Comicon 2018, per ampliare un po’ la visione di questo meraviglioso fumetto.

Potete leggere la recensione di Iperurania qui.

Il tuo Iperurania è una storia fantascientifica, che però è un pretesto, per raccontare il superamento di paure. Quanto c’è di autobiografico dietro?
Di biografico c’è il 40%. Direi che non è una storia propriamente autobiografica ma prende spunto, neanche dai fatti reali, ma delle sensazioni che ho provato, che per me sono state passeggere. Non hanno minimamente influenzato la mia vita e il mio quotidiano, però, nel momento in cui mi è capitato di provarle le ho trovate interessanti per svilupparci una storia. Del buon materiale da approfondire, insomma. Quindi ho incominciato partendo dalla mia esperienza ad ingigantirla. Provare a capire se una situazione del genere, ovvero la sindrome dell’impostore, come poteva cambiare la vita nel momento in cui diventava pesante e opprimente. Comprendere quali potessero essere le conseguenze anche nei rapporti con le altre persone. Infatti poi nel libro si parla di amicizia, di rapporti con i colleghi e tutti i rapporti interpersonali, più o meno intimi. I rapporti più intimi, in questo caso, non hanno un riscontro effettivo 1 a 1, nel senso che nessuno dei personaggi del libro è il corrispettivo di un personaggio reale, però loro sono il sunto, il condensarsi di tutte le mie esperienze di amicizie che ho vissuto nella mia vita.

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Hai dato voce alla situazione di tanti artisti, coinvolgendo vai ambiti dell’arte. Come credi che sia il panorama attuale del fumetto? E come lo stai vivendo?
Io, personalmente, la sto vivendo molto bene. Cerco di essere, allo stesso tempo, molto professionale e molto amichevole, diciamo. Se questo è il termine giusto. Quello a cui tengo, però, è non mescolare le due cose. Nel momento in cui si è ai festival e si hanno rapporti personali, per me è importante anche entrare in confidenza, in intimità, nel senso del conoscere chi si ha davanti come persona. Avere dei buoni rapporti. Quando è il momento di essere professionali, tutte le questioni personali devono restar fuori. Non devono influenzare ciò che è il lavoro. Ad esempio, io preferisco tenermi più alla larga possibile da polemiche, frecciatine etc. Ritengo che facciano veramente male all’ambiente lavorativo in primis e all’ambiente in generale, poi. Bisogna scindere le cose, per quanto sia possibile. E non condivido nemmeno l’idea che spesso capita di vedere, dell’avere una sorta di squadra di appartenenza. Come se gli autori dovessero essere divisi in scuderie o team, insomma. Questo introduce un elemento di competizione. Io ho lavorato con tante realtà e sono contento e fiero di aver messo le mani un po’ ovunque. È chiaro però, che a volte si trovano delle situazioni più stabili, un po’ per alchimia quasi. In questo momento sono molto soddisfatto del lavoro svolto con Bao e sicuramente collaborerò in futuro con loro, anche se non voglio precludermi niente. Soprattutto mi piace pensare che sia possibile lavorare insieme pur collaborando con realtà distanti, senza che l’una escluda l’altra. Tornando alla domanda principale, se l’ambiente lo si vive in modo sano, è veramente ricco e prospero. Non bisogna cadere prede di isterismi e critiche distruttive.
La sindrome dell’impostore, nel libro, assume due forme diverse, in contesti diversi. Mi spiego meglio. Uno all’interno proprio dell’ambiente di appartenenza, che sia settore della fotografia, fumetto o altri campi artistici, c’è dell’invidia da parte dei colleghi. C’è la competizione. Non quella sana ma quella malsana. Infatti quello che tento di dire nel libro è che la competitività in realtà può essere una cosa molto positiva se presa in un certo modo. Che ti spinge a migliorare.
Poi c’è un altro sentimento che è rivolto all’esterno dell’ambiente artistico. Riguarda quello che una persona, che fa un lavoro più tradizionale, prova per chi invece fa un qualcosa che ama. Questo anche in maniera contraria. Nel senso chi fa un lavoro che ama fare, si autoinnesca poi dei sensi di colpa. Per cui chi vive di un lavoro che reputa divertente, si può sentire in difetto verso persone che magari si spaccano la schiena. In realtà la soluzione dovrebbe essere quella di avere una serenità verso sé stessi. Inoltre, se fai un lavoro che ti piace e ti diverte, all’esterno non viene più percepito come un lavoro. Si ha un non riconoscimento di esso, perché non stai lì a soffrirne. Questo avviene più per autodifesa che per cattiveria, vorrei sottolinearlo.

Hai un metodo particolare di strutturazione della tavola. Ti ispiri a qualche artista in particolare? Quali sono le tue influenze artistiche?
Ovviamente la tavola e la messa in pagina sono asservite alla storia. È impossibile per me dire che le cose sono scisse. È chiaro che tutto ciò che voglio sperimentare e far entrare in pagina è funzionale alla storia. In generale resto sempre abbastanza sorpreso quando mi dicono che sono particolarmente sperimentale .A me non sembra, o quantomeno, le mie vignette sono regolari.  Tutto il libro ha una continua dilatazione e decompressione delle vignette. È un gioco di avvicinamento e allontanamento. Quindi ci sono pagine super piene e tante splash-page e doppie splash. Mi piace questo metodo perché mi permette di dare tanto ritmo alla storia. Comprimere, decomprimere e, per me. la grandezza della vignetta è un segnale del soffermarsi, un’indicazione precisa, temporale direi, o comunque di importanza. In realtà sto dicendo delle cose abbastanza fondamentali, basiche oserei.
Per le ispirazioni, faccio molta fatica ad identificare quali sono le mie influenze per la scrittura e quelle per la messa in pagina. Per la regia delle storie, ecco. Per il riferimento stilistico invece devo citare Bryan Lee O’Malley, che non riesco a separarmene come assimilazione e, negli anni, la scena degli artisti indie inglese, quelli sotto l’ala della Nobrow Press. Tra i miei preferiti direi senz’altro Luke Pearson e Sam Brosnan. Uscendo invece dall’ambiente del fumetto, faccio molto riferimento al mondo dell’animazione. La recente scena dell’animazione 2D: Gravity Falls, Adventure time, sono tra quelle che più mi prendono.

Cosa dobbiamo aspettarci per il prossimo futuro?
Allora, con Bao per ora stiamo a vedere Iperurania e ancora dobbiamo parlare del futuro. Nell’immediato, invece, la mia preoccupazione è terminare Il Cavaliere e il Serpente. È una storia a cui tengo tantissimo e voglio assolutamente portare al termine. Dopodiché ho un paio di storie in serbo. Forse troppe, quindi sto cominciando a pensare all’idea di scrivere anche per altre persone e vedere come va. Lavorare con dei disegnatori per mettermi alla prova, perché nonostante io sia molto geloso delle mie storie, sono arrivato nel momento in cui forse alcune storie dovrei deciderle di non farle se dovessi disegnarle tutte io, quindi non mi va di accantonarle. Allora meglio affidarmi a qualcuno di cui mi possa fidare e farle venire alla luce.

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Ultimissima. Il prodotto finito di Iperurania, come ti sembra? Te lo aspettavi in questo modo oppure c’è qualche appunto che avresti visto diversamente?
Allora io ho lavorato in digitale. Ho fatto una progettazione vera del libro. Prima di cominciare a lavorare alle tavole, avevo già perfettamente in mente le misure e il formato. Ciò nonostante, lavorare in digitale, ti provoca uno sfasamento totale dalla realtà. Tremendo. Per avere un minimo di corrispondenza mi son stampato le tavole in casa per comprendere come stesse venendo visivamente e come poteva apparire. Per avere un responso immediato, per controllare se ci fosse un particolare da modificare, tipo. Ma non è comunque sufficiente. Quando vedi il libro è altro. Quindi anche se sapevo in anticipo tutto, quale sarebbe stato l’aspetto del libro finito, non riuscivo a visualizzarlo fin quando non l’ho avuto tra le mani. Solo in quel momento ho avuto una visione chiara. Quando è capitato è stato veramente sorprendente. Il lavoro di stampa e tipografico è stato veramente eccezionale. Sono riusciti ad avere una corrispondenza tra i colori del mio schermo e quelli della carta, impressionante. Sono veramente soddisfatto della forma fisica di questo libro. Io all’università ho studiato design del prodotto, quindi anche questo mi ha regalato particolare attenzione sull’oggetto-libro e devo dire che Bao ha fatto un qualcosa di fantastico. Poi sono particolarmente feticista su questo aspetto, lo cerco e lo apprezzo in quello che compro. Non è neanche un valore aggiunto, ma un valore fondamentale che ogni libro dovrebbe avere. La progettualità del libro ha il potere di offuscare o massimizzare la bellezza di quello che è stato fatto.

Iperurania, recensione: Dai dilemmi interiori allo spazio profondo

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Potete leggere l'intervista a Francesco Guarnaccia qui.

“L’artista è uno spirito ingordo che vive di e per altra vite”

Francesco Guarnaccia è un giovane autore, conosciuto principalmente per il suo From Here To Eternity, edito da Shockdom. In realtà, l'autore ha alle spalle una bella esperienza nel campo dell’autoproduzione, insieme al collettivo Mammaiuto, associazione culturale che da anni si sta imponendo nel panorama fumettistico per le loro opere di grande qualità, non a caso premiati quest’anno al Napoli Comicon con il premio Micheluzzi come miglior webcomic con il loro I tre cani.
Il suo nuovo lavoro, Iperurania per Bao Publishing, è un graphic novel fantascientifico, genere usato però come pretesto per un racconto molto più complesso e profondo. Mettiamo un po’ di ordine, partendo dalla trama.

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In un futuro dove ormai la colonizzazione spaziale di pianeti è ormai la prassi, l’estensione della civiltà umana va oltre i confini galattici, si incontra un pianeta estremamente ostile a questi propositi: Iperurania. Questo piccolo mondo ha delle caratteristiche strutturali che non permettono di essere abitato, né tanto meno attraccato. Ha una forza gravitazionale talmente potente da non permettere a chi, solo talora riuscisse ad entrare, di poterne riuscire. Ha campi magnetici estremamente forti da cortocircuitare ogni attrezzatura e dispositivo, rendendo impossibile l’utilizzo di apparati tecnologici. Gli esseri umani però non si danno per vinti. Dopo anni passati a cercare di colonizzarlo, hanno creato una stazione spaziale per poterlo monitorare. Hanno sviluppato tecniche di pilotaggio di tute spaziali per poter scattare foto di qualità per carpirne i segreti. Le diapositive sono affidate a esperti fotonauti che tentano in ogni modo e con ogni manovra di scattare la foto della loro vita. Le cose non girano bene però e da professione sovvenzionata, diventa un hobby, perché si è capito che il pianeta è inespugnabile. I giovani aspiranti quindi si ritrovano a seguire un sogno che nella realtà, è un’utopia, quasi. Tra questi c’è Bun, ragazzino che più di ogni altra cosa, desidera diventare un (metti nome fotonauti).

Bun vive ancora con i suoi quando invece il suo migliore amico, che lavora sulla stazione spaziale, è già indipendente mentre lui è timido, impacciato e non crede in sé stesso. Vuole però ardentemente scoprire Iperurania. Un giorno, per caso, in una strana manovra, anche un po’ goffa, si ritrova quasi per magia sul pianeta. Scopre piccoli esseri gommosi tentacolari che iniziano a ricoprirlo fino a… trovarsi a casa sua. Questo episodio si ripeterà, facendogli comprendere che ha la capacità di teletrasportarsi sul pianeta. Da qui ci saranno un susseguirsi di avvenimenti, vicende e colpi di scena che porteranno il lettore più volte a sussultare.

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Guarnaccia tesse una storia fantascientifica per raccontare le paure, i drammi, i risvolti sociali attuali, di chi si trova a sognare e a lavorare in campo artistico. L’autore, con grande maestria, mette tanta carne sul fuoco ma senza tralasciare nulla. Dalle aspettative del lavoro allo scontro con la realtà, dalle invidie distruttive dei colleghi a quelle costruttive, dagli stereotipi che girano intorno alla professione artistica da parte di chi lavora in ambiti diversi. È come se il fare un lavoro che ami sia un qualcosa di totalmente assurdo. Concezioni che risultano essenzialmente realistiche, oggigiorno. Non solo. L'autore descrive perfettamente gli stati emotivi di chi si trova ad avere aspirazioni e che puntualmente vede demolirsi man mano e che solo con la caparbietà e la forza di volontà può ricostruire. Un romanzo di formazione, potrebbe essere definito questo Iperurania, ma le accezioni attuali potrebbero portare ad ambiguità descrittive, quindi eviteremo questa etichetta. Sta di fatto che non si prefigge di formare nessuno, esplicitamente, ma regala piccole perle che, prese e rielaborate, potrebbero aiutare molti artisti nel superare tante situazioni di stallo emotivo e professionale. Il tutto con tono ironico che non sdrammatizza in maniera superficiale, ma dona solo un colore diverso al tema.

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La sceneggiatura risulta un po’ pesante nella parte iniziale, in particolare la prima ventina di tavole troppo descrittive e in cui si approfondiscono la caratterizzazione ai personaggi. Invero forse è l’unica pecca, se vogliamo definirla tale, dato che le restanti 170 pagine vengono divorate in maniera impressionante. Il tutto prende improvvisamente un ritmo talmente calzante da far perdere la cognizione del tempo, finendo l’albo d’un fiato. Il meccanismo narrativo di Guarnaccia comprime e decomprime le tavole con vignette larghe fino a microscopici quadratini per dare risalto e attenzione a particolari scene. Le griglie sono estremamente studiate e strutturalmente complesse. Alcune tavole superano ampiamente le 15 vignette. Lo stile personalissimo di disegno è un tratto che ormai contraddistingue l’autore nella marea di artisti italiani, cosa difficilissima in un panorama editoriale dove ogni giorno escono nuove leve e autori. Alcune tavole psichedeliche sono tanto allucinanti quanto altamente funzionali. Anche il tipo di colorazione pastello che passa da tonalità semplici a pagine superfluo, sottolineano la capacità di utilizzare ogni possibile dettaglio ai fini della narrazione. Insomma, Guarnaccia è un autore che ormai sa come muoversi con destrezza senza risultare banale né per tratto né per storia né per storytelling, pur essendo giovanissimo.

L’edizione Bao è uno spettacolo. Un cartonato 21x27 cm che evidenzia e amplifica la potenza di ogni tavola. Dovendo affrontare griglie non proprio classiche e dal gran numero di vignette, questa soluzione è la più efficace. La carta utilizzata rende grazia alla colorazione e la costina, con titolo in rilievo, è una chicca per l’esposizione in libreria di questo piccolo gioiello.

Ed Gein: la madre di tutti i serial killer, recensione

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“Il miglior amico di un ragazzo è la propria madre” (Psycho)

Quando si parla di icone ci si riferisce a personaggi o figure, sia reali che di finzione, che hanno rivoluzionato un determinato immaginario. Icona di follia nella cinematografia e letteratura è Norman Bates, personaggio creato dalla penna di Robert Bloch e reso celebre dall'attore Anthony Perkins nella trasposizione cinematografica di Psycho diretta da Alfred Hitchcock. Altro caposaldo iconico del genere thriller è Il silenzio degli innocenti, romanzo di Thomas Harris prima e film diretto da Jonathan Demme poi. Divenne icona fondamentalmente per la leggendaria interpretazione di Sir Anthony Hopkins nel ruolo dello psichiatra e omicida seriale Hannibal Lecter. Le vicende ruotano intorno alle indagini di un serial killer chiamato Buffalo Bill, assassino che scuoiava le proprie vittime. La pelle asportata veniva utilizzata per ricreare un vestito dalle forme femminili. Cosa hanno in comune questi due serial killer (ci riferiamo a Bates e Buffalo Bill) dalla ferocia inaudita e dal modus operandi così diverso? La risposta è presto data: Ed Gein.

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Ed Gein è un serial killer che, con le sue azioni, gelò il sangue nelle vene adun America che, fino ad allora, non conosceva dove poteva arrivare la brutalità umana. È il serial killer che ha ispirato più romanzi, racconti e film dell'orrore di chiunque altro. A lui si ispirarono Jeff Gillen e Alan Ormsby per il loro Macellaio di Woodside nel film Deranged.
A livello sociale per l'America fu una batosta. Il mostro era sempre altrove, mai in casa. I paesini di provincia erano considerati posti tranquilli, dove nulla mai poteva accadere. Tutte brave persone, tutto insospettabile, eppure i mostri erano lì, nascosti in bella vista. L'opinione pubblica fu scossa nel profondo e paure arcaiche vennero fuori. Il mostro era uscito allo scoperto, nessuno era più al sicuro ormai. L'efferatezza delle sue azioni erano talmente forti che alcuni lati delle sue vicende furono l'energia vitale che Bloch utilizzò per il suo romanzo Psycho. Fondamentalmente venne sfruttato il rapporto morboso, al limite dell'assurdo, con la madre. Per quanto riguarda Buffalo Bill, invece, il suo scuoiare le persone per indossarne la pelle. Anche Leather face di Non aprite quella porta di Tobe Hooper, richiama il noto serial killer. Possiamo citare anche  Three on a meathook, film del 1973, diretto da William Girdler, dove una fattoria isolata nella campagna americana si rivela una casa dell'orrore: un agricoltore folle e suo figlio rapiscono e uccidono giovani ragazze e le appendono a ganci da macellaio. Ovvero, la stessa scena che vide la polizia quando entrò nella casa di Ed Gein.

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Questo controverso personaggio è il protagonista del terzo albo della collana The Real Cannibal, serie di opere dedicate ai più efferati serial killer della storia. Edizioni Inkiostro, dopo il mostro di Rostov, Andrej Romanovič Čikatilo e Charles Manson, sceglie le gesta di Gein.
La sceneggiatura è di Jacopo Masini che narra le vicende in una struttura non lineare. Salti temporali tra il passato del feroce killer, dove approfondisce il rapporto morboso con la madre e il presente, ovvero quando viene catturato, sfruttando il punto di vista dello sceriffo di Plainfield, Art Schley. Questa modalità permette una maggiore comprensione della follia di Ed, analizzando le ossessioni e la rigida, asfissiante ed estrema educazione cattolica della madre. Vediamo scorrere con taglio cinematografico, la vita di Edward Gein, ripercorrendo i momenti salienti con la figura di Augusta Wilhelmine Gein, ovvero sua madre. Fanatica e con una visione misogina di tutte le altre donne, traumatizzò il piccolo Edward fin dall’infanzia. Non che Ed non abbia dimostrando, fin dalla tenera età, una malsana inclinazione verso il macabro. Nel finale diventa tutto un po’ troppo rapido ma, ovviamente, era impossibile poter raccontare una storia realmente enorme in una foliazione così ridotta, ovvero 44 tavole.

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Il racconto parte dalle fonti e dai documenti storici e questa caratteristica lo rende più definibile come graphic journalism che narrazione pure delle gesta di un maniaco in quanto la ricostruzione essenzialmente fedele. L’aspetto di cronaca è evidente soprattutto nelle tavole di Francesco Paciaroni. Il giovane disegnatore riprende più volte le foto d’archivio scattate dalla polizia durante le indagini. Paciaroni però ristruttura il tutto non soffermandosi sui dettagli in maniera ossessiva, rendendo personale e stilisticamente macabra ogni tavola. L’inchiostrazione sbavata di bianchi e neri pesanti, ma non eccessivi, dona una sensazione di incompiuto che rafforza l'idea di sporco, nell’accezione emotiva del termine. Il tratto realistico è leggermente acerbo ma funziona. I volti dei personaggi hanno un registro grottesco in perfetta linea col mood dell’opera.

L’introduzione della vicenda avviene tramite l’ormai celebre Alfredo Petronio, capostipide della famiglia Petronio, protagonista della celebre saga The Cannibal Family. Queste prime tavole sono illustrate dal boss di casa Inkiostro, Rossano Piccioni. Il cartonato, infine, è ben curato e in un formato 21x28 che amplifica la fruizione della tavole.

Il Corvo: Memento Mori 1, recensione: Vittime, non lo siamo tutti?

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Si possono dire tante cose sul fenomeno de Il Corvo - opera nata dalla mente di James O’Barr negli ormai lontani anni '80 - fumetto underground che richiama quel movimento Dark e Gothic musicale tra The Cure, Joy Division, Bauhaus da cui trae ispirazione per estetica ed emotività, unita all’esorcizzazione della vicenda molto personale della morte della sua fidanzata. Sull'opera originaria se ne è parlato tanto, quello che ci interessa è soffermarci sui suoi sequel. L’opera di O’Barr era conosciuta nell’ambiente, ma divenne mito e culto dopo la versione cinematografica ad opera di Alex Proyas con protagonista il defunto Brandon Lee, una morte avvenuta sul set dello stesso film che ne aumentò l’epicità definendo, forse per sempre, le sembianze nel nostro immaginario della figura di Eric Draven.
Successivamente son stati fatti altri film ed altre storie a fumetti che portano il nome de Il Corvo, ma nessuna è rimasta a lungo impressa finendo tutte presto nel dimenticatoio. Non che il fumetto di O’Barr brilli in sceneggiatura e disegni, ma dentro aveva una carica di rabbia, delusione, disperazione ed infinito amore che han portato il titolo a divenire il mito che è oggi.

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Nel 2019 arriverà al cinema il reboot dell’opera originale, con Jason Momoa come protagonista di cui molti si son già lamentati, parlando più con l’emotività che con la razionalità. Ricordiamo che il personaggio di O’Barr era bello pompato, a differenza di Brandon Lee, ma questa è un’altra storia. Siamo nell’era dei reboot, sequel e quant’altro e, ci piaccia o no, è così. Era solo questione di tempo prima che toccasse anche al Corvo. Sulla scia di questo rilancio, arrivò anche l’annuncio di Memento Mori, un progetto importante che vede la BD Edizioni di Marco Schiavone e la IDW co-produrre l’opera per il mercato americano ed internazionale. Questa volta però il parto è tutto italiano: autori italiani con location italiana. La probabilità di un faschio era dietro l’angolo, nonostante il titolo, ma non è stato così. I nomi in ballo sono grossi: Roberto Recchioni, Werther dell’Edera, Matteo Scalera, Davide Furnò, Alberto Ponticelli, solo per dirne alcuni.
L’opera è strutturata in 4 spillati mensili da 33 pagine. In ogni albetto è presenta la storia madre, scritta da Roberto Recchioni e disegnata da Werther dell’Edera e una mini storia autoconclusiva che aggiunge pezzi al puzzle, prodotta da diversi autori. In questo primo numero vediamo Matteo Scalera con colori di Moreno Dinisio.

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Passiamo quindi a Memento Mori. La storia riprende il tema classico introdotto da James O’Barr: la vendetta. Se nell’opera prima c’era Eric Draven che, come ormai tutti sanno, richiama foneticamente The Raven, ovvero il corvo, nell’opera di Recchioni abbiamo David Amadio. Già da questo possiamo intuire quale direzione verrà presa, ma procediamo con ordine.
Recchioni ambienta la vicenda nella sua Roma (chi al posto suo non l’avrebbe fatto), in maniera però del tutto motivata, essendo la città la capitale mondiale del cattolicesimo e sede della Città del Vaticano. Un attentato kamikaze ammazza decine di persone durante una processione, compreso David, chierichetto della chiesa, e la sua amata Sarah. Al ragazzo viene data la possibilità di vendicarsi grazie alla figura del corvo, lo psicopompo. Insomma le tematiche intuibili sono la vendetta e lo scontro tra religioni.

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La sceneggiatura di questo primo albo è tesa e diretta. La prima parte introduce la sacralità della città e la faccia della medaglia oscura della religione, quella della spada. David è la spada che farà sgorgare sangue in nome di Dio. Ma che ne sappiamo noi di Dio? Lui stesso lo dice in una delle scene più belle del volume, lo scontro con un suo coetaneo dal diverso credo. L’ambientazione di Roma e il mood oscuro si percepiscono dalla prima all’ultima vignetta. Lo storytelling dell’autore, sempre asciutto e deciso, rende le sequenze e il personaggio di David molto melodrammatiche, senza eccedere però in teatralità ostentate. Una drammaticità che Recchioni muove e gestisce bene.

Il lavoro di Dell’Edera e della Niro è impressionante. Pagine pulite e dalla facile leggibilità, con flashback appena sketchati e dalle tonalità chiare, e nei momenti d’azione sempre molto enfatici ma mai eccessivi. L’albo così risulta molto efficace, la sequenza iniziale, in particolare, offre un ritratto notturno di Roma affascinante che non scade nella classica immagine da cartolina che ci viene sempre propinata. Le tonalità di blu ne amplificano la cupezza, con lampi in tonalità di arancione. Tutto diventa praticamente meno Goth e più punk, partendo proprio dal design di David, vigilantes in All Star. Da brividi il ‘nuovo’ Corvo in piedi, sulle spalle dell’angelo che troneggia su Castel Sant’angelo.

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La short story presente in questo albo è firmata da Matteo Scalera che, in modo meno didascalico e più libero, struttura la narrazione in maniera dettagliata e dal dinamismo esemplare. "Virtù Sepolta", questo il titolo firmato da Scalera, si addentra ancora di più nel tema della vendetta, ma in maniera completamente differente, mostrandone le conseguenze e il risultato finale. La colorazione di Moreno Dinisio, arricchisce il bianco e nero con un tocco di giallo.
L’albo, infine, è arricchito da un ottimo comparto redazionale firmato da Micol Beltramini, mostrando le origini del mito e la lunga storia che portò alla pubblicazione. Altra nota di merito è la cura dell'edizione: lo spillato, in soft touch e con alette interne nere che, aprendo completamente, richiamano le ali di un corvo, rendono grazia alla storia.

Dopo averne letto il primo albo possiamo dire che, a differenza dell’opera di O’Barr - che aveva più cuore che metodo -, tutto è pensato in maniera dettagliata e con arte. Struttura e narrazione pulita e ragionata che, al momento, è di certo superiore a tutti i sequel apparsi fino ad ora.
Quel timore di base di un titolo fatto solo per sfruttare l'appeal commerciale del personaggio sembra essersi affievolito con una prima parte realmente ben giostrata e che mostra la qualità e la professionalità degli autori per questo ambizioso progetto.

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