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Luca Tomassini

Luca Tomassini

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Bloodshot Salvation 1 - Il Libro della Vendetta, recensione: La seconda chance di Ray Garrison

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Autore tra i più raffinati e prolifici emersi nell’ultimo decennio, Jeff Lemire ha saputo conquistarsi in pochi anni un nutrito seguito di lettori affezionati grazie alla qualità della sua prosa, intrisa di una sensibilità intensa con la quale è impossibile non empatizzare. Lo sceneggiatore canadese ha saputo muoversi con abilità tanto nei territori dell’editoria indipendente, per la quale ha pubblicato alcuni dei suoi lavori più noti e amati, quanto nell’ambito del fumetto mainstream, collaborando a più riprese con i due colossi del settore, Marvel e DC. È interessante notare come, tanto nelle opere personali quanto in quelle su commissione, emerga con forza il tema della memoria: la struggente rievocazione delle proprie radici in Essex County, il ricordo del difficile rapporto con la figura paterna ne Il Saldatore Subacqueo, il ricordo del passato glorioso degli eroi dispersi nel limbo di Black Hammer. Lemire ha portato la sua sensibilità e le tematiche a lui più care anche durante la sua permanenza su collane a vocazione più strettamente commerciale, basti pensare al suo riuscito ciclo sul Moon Knight della Marvel in cui il protagonista, affetto da sindrome della personalità multipla, riesce a ricostruire faticosamente la sua psiche devastata grazie ad una difficoltosa selezione dei ricordi, alcuni veri ed altri falsi, che si agitano nella sua mente. Non stupisce quindi che Lemire abbia fatto dell’importanza della memoria un caposaldo del suo lavoro di genere più riuscito, il rilancio del tormentato soldato potenziato della Valiant Comics, Bloodshot.

Il personaggio appartiene a quella schiera di antieroi armati e violenti che, a partire dalla fine degli anni ’80 e per buona parte dei ’90, invase gli scaffali delle fumetterie americane con successi clamorosi di vendite, a discapito di eroi classici considerati ormai superati. Si trattò della moda di un momento, ovviamente, e per la fine di quel decennio controverso i fasti dei Punisher e dei Ghost Rider marvelliani, nonché degli Youngblood e della Bloodstrike della Image, erano già un ricordo. Anche la Valiant, piccola ma agguerrita casa editrice fondata dal dispotico ex editor-in-chief della Marvel, Jim Shooter, aveva partecipato alla moda in voga in quegli anni di creare almeno un personaggio che contenesse la parola blood nel nome. Così ecco che nel 1992 Kevin Van Hook e Don Perlin crearono Bloodshot, un ex militare che non ricorda la sua identità, sottoposto dalla bieca agenzia governativa conosciuta come Progetto Spirito Nascente ad un esperimento di potenziamento: nel sangue del soldato vengono infatti iniettati dei naniti, che gli conferiscono una forza sovraumana e, soprattutto, capacità rigenerative fuori dal comune. Bloodshot è la macchina assassina definitiva, e viene usato dal Progetto SN nella azioni di guerra più becere; fino a quando quel che resta della sua umanità torna ad emergere e a ribellarsi nei confronti dei suoi capi. Da qui inizierà una lotta senza quartiere contro il Progetto SN, che cercherà comunque a più riprese di riappropriarsi del suo killer preferito e della tecnologia presente nel suo corpo.

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Il primo approccio di Lemire al personaggio risale al 2014 con la miniserie The Valiant, evento che aveva riunito i principali personaggi della casa editrice e che si chiudeva con un nuovo status quo per il malinconico Bloodshot: liberato dai naniti grazie all’intervento della potente Geomante, l’eroe poteva finalmente cominciare una nuova vita lontano dalla violenza in cui era stato immerso per anni. Col nome di Ray Garrison, uno dei suoi precedenti alias (ma che potrebbe anche essere il suo vero nome), il soldato si era ritirato in Colorado, dove aveva trovato lavoro come tuttofare presso uno squallido motel. Ma il fantasma di Bloodshot tornerà a visitarlo ben presto, quando un misterioso serial killer dotato delle stesse capacità che una volta possedeva Ray comincerà a mietere vittime. L’eroe dovrà tornare in azione, pronto a riaccogliere in sé la maledizione dei naniti pur di non lasciarli a disposizione di un pazzo assassino, intraprendendo un viaggio nel cuore di tenebra degli Stati Uniti durante il quale incontrerà inaspettati alleati: Magic, una ragazza che Ray sottrarrà al giogo di un balordo e della quale si innamorerà, e l’agente Diane Festival dell’FBI, incaricata di indagare sugli omicidi del maniaco. La donna si convincerà della buona fede di Bloodshot dopo un’iniziale diffidenza.

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L’incontro tra Jeff Lemire, il miglior scrittore su piazza quando si tratta di affrontare emozioni e momenti introspettivi e Bloodshot, personaggio “tamarro” per eccellenza, si rivela inaspettatamente sublime: Bloodshot Reborn è un thriller dal ritmo serrato che lascia senza fiato e che allo stesso tempo non trascura le caratterizzazioni dei personaggi, resi tridimensionali dai testi di Lemire. Le Edizioni Star Comics hanno da poco pubblicato il primo volume di Bloodshot Salvation, secondo capitolo delle avventure di Ray Garrison sceneggiate dall’autore canadese, nel quale ritroviamo Ray e compagni dopo aver sventato l’invasione di New York da parte dei naniti nell’apocalittico finale di Reborn. L’azione si svolge su due piani temporali, sapientemente miscelati da Lemire. In un passato recente, Ray e Magic hanno potuto finalmente godere di un periodo di calma e felicità, coronato dall’arrivo della piccola Jessie: ma quando una minaccia dal passato della donna mette in pericolo la famiglia, Ray non ci pensa due volte a scatenare nuovamente Bloodshot. Nel presente, Magic e Jessie, ormai cresciuta, devono fare i conti con l’inspiegabile scomparsa di Ray e con un misterioso individuo, leader di un agenzia sorta dalle ceneri del defunto Progetto Spirito Nascente, deciso ad impossessarsi dei naniti presenti nel sangue di Jessie, che li ha ereditati dal padre. In assenza di questi, accorreranno in aiuto delle due donne Ninjak, altro pilastro dell’universo Valiant, amico e collega di Ray, e i Bloodshot del passato, cavie che decenni prima erano stati sottoposti allo stesso trattamento di Garrison, e che da quest’ultimo erano stati liberati. Insieme dovranno affrontare il terribile Rampage, versione distorta di Bloodshot al servizio della nuova organizzazione, che cercherà in ogni modo di rapire Jessie.

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Bloodshot Salvation prosegue senza soluzione di continuità le avventure di Ray Garrison, Magic e un manipolo di personaggi col quale il lettore ha avuto modo di familiarizzare nei volumi precedenti. Si tratta di una serie ormai collaudata, densa di azione e di avvenimenti, che non può fare altro che lasciare i fan nella spasmodica attesa dell’uscita del volume successivo. Lemire si conferma come uno dei top writer del momento, a suo agio tanto con le produzione indie quanto con i meccanismi della fiction di genere alla quale Bloodshot orgogliosamente appartiene. È ormai rarissimo, se non improbabile, imbattersi in un blockbuster d’azione dove i personaggi sono così meravigliosamente caratterizzati, a partire dai protagonisti Ray e Magic, due "reduci" che troveranno conforto l'una nelle braccia dell'altro. Il Bloodshot di Jeff Lemire è uno straordinario esempio di fumetto popolare che si innalza verso vette più elevate, una delle migliori prove dello scrittore canadese e, lo diciamo con grande dispiacere, probabilmente la più sottovalutata.

Assolutamente strepitoso è, inoltre, il comparto visivo di questo primo volume di Salvation, che alza ulteriormente l’asticella della qualità. Si rimane a bocca aperta davanti alle tavole di Mico Suayan e Lewis LaRosa, artisti che i lettori ricorderanno rispettivamente sul Moon Knight e sul Punisher della Marvel agli inizi degli anni 2000 e che, nel frattempo, hanno avuto una maturazione incredibile. Una prova di spessore indiscusso per entrambi gli artisti, all’insegna di uno storytelling inesorabile che traduce in immagini di straordinario impatto i testi al fulmicotone di Lemire, grazie anche alla colorazione efficace ad opera di Brian Reber e Diego Rodriguez.
Se volete scoprire la serie di supereroi più bella degli ultimi anni e di cui pochi (purtroppo) parlano, date una possibilità al Bloodshot di Jeff Lemire e non ve ne pentirete.

Punisher Collection - Diario di Guerra: Grosso Guaio ai Tropici, recensione: Gli anni '80 di Frank Castle

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Quando The Punisher apparve per la prima volta nel 1974 sulla copertina di The Amazing Spider-Man 129, fucile in mano e Tessiragnatele sotto tiro, neanche i suoi creatori Gerry Conway, Ross Andru e John Romita Sr. avrebbero mai immaginato che quel vigilante, creato sull’onda del successo di film come Il Giustiziere della Notte con Charles Bronson, avrebbe riscosso un successo clamoroso passando ben presto dallo status di comprimario a quello di protagonista assoluto. L’idea decisiva per la creazione del personaggio venne fornita a Conway dalla lettura dei romanzi dello scrittore Don Pendleton con protagonista il giustiziere The Executioner, oltre che dall’osservazione della realtà delle periferie statunitensi di quel periodo, dove i cittadini erano in balia di una criminalità che spadroneggiava e contro la quale le forze dell’ordine mostravano tutti i loro limiti.

Il periodo di maggior successo del personaggio arriva con gli anni ’80 quando, dopo le ripetute apparizioni come avversario/alleato dell’Uomo Ragno nelle collane a lui dedicate e dopo una significativa presenza nelle storie di Daredevil firmate da un giovane Frank Miller, la Marvel decide di dedicare all’alter-ego di Frank Castle delle iniziative a suo nome. Nel 1985 esce Punisher: Circle of Blood, miniserie di 5 numeri a firma Steven Grant / Mike Zeck che ottiene un successo clamoroso, e che inizia a definire la personalità del Punisher a cui siamo abituati, più cupo e determinato nella sua missione sanguinaria. Sono gli anni in cui furoreggiano sugli schermi gli action-movie traboccanti sangue e pallottole in cui divi come Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger non usano mezze misure nello sbarazzarsi dei “cattivi” di turno: in film come Cobra, Commando e Codice Magnum, le città americane dell’era Reagan sono ritratte come moderne giungle colme di pericoli nelle quali è lecito farsi giustizia da soli a suon di proiettili. Da questo punto di vista, il Punisher incarna lo zeitgeist di quei tempi: quando la Marvel decide di lanciare finalmente la prima serie regolare dedicata al personaggio nel 1987, a firma Mike Baron / Klaus Janson, i lettori tributano un’accoglienza calorosa ad un prodotto che stavano aspettando da tempo. Anche in questo caso il riscontro di vendite è senza precedenti per una serie che non è collegata in alcun modo al bestseller dell’editore di quel periodo, X-Men, e ha legami piuttosto tenui col resto dell’Universo Marvel data la volontà degli autori di privilegiare una dimensione urbana e realista.

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Già nell’anno successivo la Casa delle Idee soddisfò le richieste sempre più pressanti dei lettori che chiedevano a gran voce ulteriori dosi delle avventure di Frank Castle: nel 1988 uscì il primo numero di The Punisher War Journal, secondo mensile dedicato al vigilante, per i testi dell’editor Carl Potts e per i disegni di un giovane talento che, nel giro di un paio d’anni sarebbe diventata la star più idolatrata del settore: Jim Lee. Panini Comics ha recentemente mandato in libreria il secondo volume dedicato alla ristampa delle storie di Potts & Lee, all’interno della collana Punisher Collection. La riproposta delle storie del Punitore di questo classico duo è un piccolo evento editoriale: all’epoca della loro prima pubblicazione italiana datata 1989/91 l’editore di allora, la Star Comics, scelse un formato cosiddetto “bonellide”, ridotto e in b/n, tipico dei polizieschi all’italiana come Nick Raider che a quei tempi furoreggiavano in edicola. Peccato che le vicende di Frank Castle c’entrassero poco con quel tipo di prodotto, e ad essere penalizzate furono soprattutto le tavole di uno già spettacolare Lee. I due volumi rendono quindi giustizia al lavoro del disegnatore coreano, dandoci la possibilità di ammirarne le matite nel loro splendore originale. Detto questo, non sempre la memorie ci restituisce le cose per quello che sono veramente, e rileggendo queste storie a distanza di quasi 30 anni ci si può rendere conto di quanto la fama di queste prime uscite di Punisher War Journal sia ad attribuire unicamente alla presenza di un artista come Lee che, sebbene ancora alle prime armi e con qualche incertezza, già lasciava intravedere il talento straripante che lo avrebbe accompagnato nei suoi incarichi successivi.

Leggendo il primo volume, eravamo rimasti perplessi di fronte alla pochezza dei testi di Potts, datati e verbosi, e all’utilizzo frequente di escamotages narrativi come il riassunto degli eventi precedenti tramite l’utilizzo del flashback, ed altri artifici oggi fortunatamente superati. Esilarante, in tal senso, la scena in cui il Cecchino, avversario del Punisher, ferito gravemente e a terra, chiede al suo carnefice, un ex commilitone, di rinfrescargli le idee su come siano arrivati a quel punto. Le due pagine di flashback che ne seguono sono francamente irritanti ed inaccettabili per gli standard di oggi. Anche l’approfondimento psicologico del protagonista è inesistente, lontano anni luce dalla versione che ne aveva dato Grant: Potts si concentra unicamente sull'azione, confezionando storie di scarso spessore simili per tono a quelle dei film di cassetta sopra citati.  Le cose fortunatamente migliorano col secondo volume, Diario di Guerra: Grosso guaio ai Tropici, che contiene elementi di maggior interesse rispetto al primo. Su tutti, la crescita esponenziale di Jim Lee: abbandonate completamente le incertezze da semi esordiente, il futuro disegnatore di X-Men libera tutta la sua esplosività con tavole straripanti d’azione e, per la prima volta, con l’utilizzo di spettacolari splash-pages. La confidenza col mezzo è ormai evidente e la trasformazione è già avvenuta: il Lee che disegna le ultime pagine del volume è gia il Jim Lee, dal tratto potente e muscolare, che di li a poche settimane, si traferirà sulle pagine di Uncanny X-Men per realizzare in coppia con Chris Claremont il fumetto più venduto di tutti i tempi.

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Al contrario di The Punisher, la collana madre scritta da Mike Baron che non aveva contatti con la continuity Marvel dell’epoca ed era chiusa in una sua autoreferenzialità, Punisher War Journal era aperta all’apparizione di altri personaggi della Casa delle Idee. Se nel primo volume avevamo assistito all’apparizione di stelle di prima grandezza come Daredevil e la Vedova Nera, oltre che ad una minisaga in 2 parti con co-protagonista Wolverine, nel primo blocco del secondo volume il Punitore viene coinvolto in Atti di Vendetta, evento Marvel del 1989 in cui un consorzio di criminali capitanato da Kingpin e dal Dr. Destino, manovrati a loro insaputa da Loki, decidono di scambiarsi le loro nemesi, affinché siano impreparati nell’affrontare avversari mai incontrati prima. Al Punisher tocca Bushwacker, il “Guerrigliero”, assassino di mutanti creato da Ann Nocenti sulle pagine di Daredevil, fanatico dotato di un braccio cibernetico che può trasformare in qualsiasi arma. Inutile dire che lo scontro tra due tipi così è una manna per la matita potente di Lee. Il secondo blocco del volume offre un buon team-up con Spider-Man, alle prese con una pericolosa banda di neonazisti, in cui Lee si prende una pausa ed è sostituito dal classico David Ross, oltre a quella che è forse la storia più interessante dell’intero volume scritta, guarda caso, non da Potts ma da Mike Baron. Da sempre interessato ai temi sociali, Baron sceneggia un ottimo episodio su un tema ancora oggi odioso ed attuale, quello della speculazione finanziaria ai danni dei piccoli risparmiatori, mettendo Frank Castle sulle tracce di un faccendiere che ha rovinato un’intera comunità. Inutile dire che la punizione arriverà, e sarà tremenda. Un’altra futura star della matita, Mark Texeira, ripassa egregiamente a china le matite del carneade Neil Hansen.

L’ultimo blocco di storie è composto dalla saga in tre parti che dà il titolo al volume, e segna il canto del cigno di Lee sulla testata. Qui un Frank Castle in versione “vacanziera” deve affrontare un’imprevista trasferta alle Hawaii, per salvare la famiglia del suo assistente Microchip dalla banda di narcotrafficanti nella quale sono incappati. Anche in questa trama da telefilm anni ’80 si innesta una bizzarria di Potts, che fa accorrere in aiuto di un Punisher in difficoltà un “Kahuna” locale, condendo la storia di un misticismo spicciolo e di una dimensione “new age” da supermercato. Jim Lee saluta personaggi, testata e lettori con le solite tavole esplosive, dirigendosi verso remunerativi lidi mutanti. Di li a poco saluterà anche Potts, lasciando il campo al più capace Baron, che si dividerà così su due testate.

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Il successo editoriale del Punitore si manterrà stabile fino ai primi anni ’90, per poi scendere inesorabilmente verso la metà del decennio con la chiusura di tutte le iniziative a lui collegate. L’avvicinarsi del nuovo millennio richiedeva una voce diversa per narrare le vicende di Frank Castle, una voce che non avesse il timore di scendere negli abissi della sua follia, dei suoi traumi e della sua ossessione per la vendetta. Quell’uomo, nonché lo scrittore definitivo del Punisher, sarebbe stato l’irlandese Garth Ennis, reduce dal successo di Preacher. Ma questa è un’altra storia, buona per un altro giorno.

Panini Comics presenta Diario di guerra: Grosso guaio ai Tropici in un pregevole cartonato, contraddistinto dalla consueta cura editoriale, arricchendolo di tutte le cover e le pin-up realizzate da Jim Lee durante la sua permanenza sulla testata, elemento che lo rende un acquisto imprescindibile per tutti gli estimatori di questo straordinario artista.

Mad Run #7: Quel verde oggetto del desiderio, l'Hulk di Paul Jenkins e Mark Texeira

Bentornati su Mad Run, la rubrica che vi porta a zonzo tra le storie più bizzarre e scabrose del comicdom a stelle e a strisce! Dopo aver parlato dei segreti oscuri di Gwen Stacy e del porno quasi girato da Superman e Big Barda, oggi torneremo indietro fino all’alba del nuovo millennio per raccontarvi di quella volta che Hulk tentò di accoppiarsi con sua cugina Jennifer Walters, il rispettato membro dei Fantastici Quattro e dei Vendicatori noto anche come She-Hulk! Il tutto accadeva in Incredible Hulk Annual 2000, firmato dai pur capaci Paul Jenkins e Mark Texeira, albo contrassegnato dall’ignominia che sarebbe scivolato facilmente nell’oblio dei miei ricordi personali se non fosse stato per la segnalazione dell’amico e lettore Luca Benedetti di Roma.

Compiamo quindi un balzo temporale fino al 2000, l’anno del paventato Millennium Bug che avrebbe dovuto causare gravi problemi ai sistemi informatici allo scoccare della mezzanotte del 1° gennaio 2000 e che invece si rivelò pressoché una bufala. La strada verso una nuova età della pietra la stiamo tuttora percorrendo orgogliosamente e di questo passo, prima o poi, riusciremo a raggiungerla. Il nuovo millennio venne invece inaugurato da un pessimo tormentone di Jennifer Lopez che invitava il pianeta ad aspettare con ansia il veglione di San Silvestro, che si sarebbe svolto in realtà più o meno come tutti gli altri. In ambito fumettistico si respirava però un’aria di grande rinnovamento: era il tempo della "Nu Marvel" di Bill Jemas e Joe Quesada. L’azienda, che era uscita con le ossa rotte dalla grande implosione di mercato della seconda metà degli anni ’90, attraversava un periodo di splendore creativo quale non aveva più vissuto dai favolosi anni ’80 di John Byrne, Frank Miller e Chris Claremont. La gestione di Jemas, Presidente, e di Quesada, top artist promosso editor in chief, era caratterizzata dalla volontà di rompere i ponti col passato recente, coinvolgendo scrittori ed artisti che non avevano mai lavorato sulle icone Marvel. Energie creative fresche, in grado di contribuire con un punto di vista inedito alla storia di personaggi in giro ormai da quattro decadi e contestualmente, di alzare la posta verso territori narrativi più maturi. L’ascesa di Quesada ai vertici dell’azienda era cominciata nel 1998 quando era stato chiamato da Bob Harras, il suo predecessore, per rilanciare quattro collane minori, alcune in affanno da molti anni come Daredevil e Punisher, altre con personaggi inutilizzati da molto tempo come Black Panther e Inhumans. Le quattro serie vennero affidate in “subappalto” alla Event Comics, etichetta di proprietà dello stesso illustratore e del suo collega e amico Jimmy Palmiotti, e raggruppate nella linea Marvel Knights.

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Di quelle prime quattro proposte targate Marvel Knights, la collana che ottenne il maggior successo di critica fu Inhumans, maxiserie di dodici numeri firmata dal britannico Paul Jenkins e disegnata dalla star Jae Lee. Jenkins veniva dal fumetto indipendente e il suo unico contributo fornito ad una serie di una major (se escludiamo un fallito tentativo di rilancio per Werewolf By Night) era un rispettato ciclo di John Costantine, Hellblazer, titolo che non veleggiava certo nei piani alti delle classifiche di vendita. Eppure, questa prova era bastata per convincere Quesada, grazie all’abilità dello sceneggiatore nell’analizzare le pieghe dell’animo umano e per i toni introspettivi della sua scrittura. Inhumans fu un successo inaspettato, una prova d’autore che svettava sul resto della produzione dell’editore, tanto che fu il primo titolo Marvel della storia ad aggiudicarsi l’Eisner Award, l’Oscar del settore. Jenkins divenne ben presto uno dei nomi più “caldi” dell’industria e continuò a mietere riconoscimenti anche con il suo lavoro successivo, sempre per l’etichetta “Marvel Knights” e sempre in coppia con Jae Lee, The Sentry, l’eroe affetto da disturbo della personalità multipla la cui esistenza era stata dimenticata dal mondo e che ora tornava per riprendere il suo posto nel Pantheon Marvel, sempre perseguitato dalla sua nemesi Void che altri non è che un prodotto della sua psiche frammentata. Non passò molto tempo che allo sceneggiatore britannico si aprirono le porte di alcune delle più prestigiose collane storiche dell’editore: sono di quegli anni un apprezzato ciclo intimista di Peter Parker: Spider-Man e una controversa run su The Incredible Hulk. Mentre il suo approccio al mondo del Tessiragnatele incontrò i favori di pubblico e critica, qualche perplessità suscitarono invece le storie che lo scrittore dedicò al Gigante di Giada.

Nel 1998 The Incredible Hulk era rimasta orfana di Peter David, l’autore che aveva sceneggiato la serie per ben 12 anni, scrivendo quello che viene considerato tuttora il ciclo definitivo sul personaggio. David aveva preso una serie che vivacchiava nei bassifondi delle classifiche di vendita, e che si era ormai adagiata da tempo sul concept del mostro incompreso perseguitato dall’esercito, trasformandola in un viaggio nella psiche umana quale mai si era visto in un mensile a fumetti. Lo scrittore fece sua, ampliandola, una felice intuizione di Bill Mantlo (altro nome storico associato alla collana) secondo il quale il dramma umano di Bruce Banner partiva da lontano, e più precisamente dagli abusi subiti da parte del padre quando era bambino. Su questa pietra angolare, David costruì l’architrave del suo lungo ciclo, donando una motivazione psicoanalitica ai conflitti interiori che lacerano Banner. Le trasformazioni dello scienziato cominciarono a subire delle variazioni a seconda del suo stato emotivo: il bruto verde lasciò spazio ad una versione grigia, intelligente e cinica, un bullo di nome Joe Fixit che, vestito in gessato, se ne andò addirittura a fare il buttafuori a Las Vegas in uno dei momenti più folli e geniali della run di David. In seguito le personalità dominanti di Banner si sarebbero stabilizzate in una sintesi perfetta delle incarnazioni precedenti: un culturista in canotta che si faceva chiamare “Il Professore”, di nuovo verde ma con le fattezze di Banner e soprattutto, con la sua intelligenza. Lo sceneggiatore deliziò i lettori per oltre un decennio con storie ricche di verve ed ironia, creando un’identificazione tra scrittore e collana che solo Chris Claremont con i suoi X-Men poteva vantare.

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Nel 1998 David fu costretto ad interrompere il suo ciclo in disaccordo con la dirigenza Marvel, che voleva sbarazzarsi dell’elemento psicoanalitico per tornare alle classiche atmosfere da “Hulk Spacca!”. L’ultimo storia sceneggiata dall’autore, Sabbie piatte e solitarie, è al tempo stesso il suo struggente addio e una commovente dichiarazione d’amore ai personaggi che aveva scritto per ben 12 anni, rendendoli suoi.
I lettori sapevano che non avrebbero mai più letto un Hulk tanto bello, e così fu.
La collana venne affidata al veterano John Byrne che, seguendo le indicazioni aziendali, portò i toni della serie verso le atmosfere del telefilm classico. Ma i lettori, che non si erano ancora ripresi dall’addio di Peter David ed erano ormai abituati ad un tipo di narrazione più complessa, rifiutarono il nuovo ciclo. La Marvel corse ai ripari sostituendo Byrne col nuovo “golden boy” Paul Jenkins. Su richiesta esplicita dei fan, Bruce Banner tornava sul lettino dello psicanalista.

Jenkins stabilì da subito una forte continuità col ciclo di David, riportando in auge il discorso delle personalità multiple. Già nel suo primo numero lo scrittore faceva compiere ai lettori un nuovo viaggio nella mente di un sempre più devastato Banner, dove avrebbero potuto ritrovare le sue personalità dominanti: il bruto rabbioso e ottuso, il grigio e cinico Fixit e l’intelligente Professore. Ma Jenkins propone una chiave di lettura nuova e clamorosa: i tre energumeni sono solamente una minima parte della migliaia di personalità che vivono nei recessi più profondi della mente di Banner e che aspettano nell’ombra per uscire. Conscio del pericolo, Bruce stringe un patto con le sue tre personalità classiche per arginare le altre e concede loro di abitare il suo corpo a rotazione. Nel frattempo, nel mondo reale, dovrà affrontare la minaccia del Generale Ryker, un losco figuro associato alle pagine più nere della storia degli Usa che è deciso a fare un uso militare dei raggi gamma che hanno dato vita ad Hulk.

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Il ciclo di Jenkins incontrò il favore dei lettori per il ritorno alle tematiche psicanalitiche e per l’innegabile lirismo della sua prosa, anche se era evidente il richiamo alle storie di David e il tutto non brillava esattamente per originalità. Soprattutto, le sue storie erano prive di quell’ironia con cui il suo predecessore bilanciava i momenti più drammatici. Fu comunque un buon periodo per la serie, salvata dalla padronanza di Jenkins alla macchina da scrivere e da un comparto artistico che vedeva all’opera due fuoriclasse come Ron Garney prima e John Romita Jr dopo. Eppure, in una run dominata da toni seri e introspettivi, non mancò una mosca bianca che suscitò parecchie controversie alla sua uscita, l’Annual del 2000 scritto dallo stesso Jenkins per i disegni del mai troppo lodato Mark Texeira. Una storia che, nonostante il prestigio degli autori coinvolti, è un manifesto del ridicolo involontario e merita di essere ospitata in questa rubrica!

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La storia si apre nello stesso deserto che è stato teatro dell’incidente nucleare che ha dato origine ad Hulk. Il mostro è nella sua versione selvaggia ed ottusa, e di umore decisamente negativo.

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Nel frattempo, nella residenza degli Avengers, una pensierosa Jennifer Walters, She-Hulk, confessa a Wasp la sua preoccupazione per il cugino, e per il fardello della solitudine che deve sopportare.

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Di recente, in veste di suo avvocato, Jen ha rappresentato Bruce in un tentativo di amnistia dall’esito negativo. La donna non sa che la corte è stata corrotta dal Generale Ryker, la nemesi che ha tormentato Banner negli ultimi mesi. Nel suo peregrinare rabbioso, Il Gigante di Giada raggiunge New York, dove viene rilevato dal computer della base dei Vendicatori. La squadra al completo interviene per affrontarlo. E qui facciamo parlare al posto nostro le splendide tavole di Texeira.

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Iron Man è giunto in avanscoperta ma si rende conto che la situazione è grave e chiama in soccorso il resto della squadra, formato da Wasp, Giant-Man, Ms. Marvel, Triathlon, Visione, Scarlet Witch e She-Hulk.

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Wanda è il leader tattico sul campo, situazione del tutto inedita nella storia degli Avengers. She-Hulk tenta di parlare col mostro scatenato, cercando di calmarlo e di capire se da qualche parte, dentro di lui, c’è traccia di suo cugino Bruce. Ottiene invece l’effetto contrario: Hulk la carica, ferendola.

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Come se non bastasse, il Bruto è attraversato da ricordi dolorosi delle donne che hanno segnato la sua vita e quella di Banner, come la defunta moglie Betty e Jarella.

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She-Hulk tenta ancora di avvicinarlo approfittando della trasformazione del Gigante in Banner. Ma l’uomo lascia di nuovo spazio al mostro, che colpisce ancora la cugina.

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Visione ha un’intuizione sullo strano comportamento di Hulk e ne trova conferma consultando un sito di antropologia (!). Comportandosi come un primate, il Mostro è in cerca di una compagna e si sta mettendo in mostra! La candidata ideale, ovviamente, è She-Hulk, e il Gigante di Giada l’ha colpita ripetutamente per dimostrarsi superiore ed aumentare le possibilità di sottomissione dell’ “esemplare” femmina. Non proprio un comportamento elegante, da parte dell’alter ego del Dottor Banner, non molto rispettoso del gentil sesso. Senza contare che questo bizzarro tentativo di seduzione animalesca è diretto a sua cugina. Ma come recita il titolo della storia, stiamo parlando di un “basic instinct”.
Dopo aver capito di essere la “pietra dello scandalo”, Jen decide di prendere il toro per le corna ed affrontare di petto la situazione. Il mostro la attacca nuovamente ma la donna non si sposta. Il “tentativo di corteggiamento” finisce male, con un rifiuto. Anche se She-Hulk consola il mostro dicendogli che tutto sommato, se non fossero stati cugini… chissà. Il due di picche viene servito con garbo.

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Hulk urla tutta l’ amarezza per la sua solitudine e per il rifiuto della donna, e fugge via. Gli Avengers stanno per lanciarsi al suo inseguimento ma vengono fermati dalla stessa She-Hulk, che nonostante riporti i segni delle percosse ricevute si sente in colpa per la sorte del cugino e chiede ai suoi compagni di squadra di lasciarlo in pace.

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Per quanto salvata visivamente dalle ombrose matite di Mark Texeira, il grande artista di Ghost Rider, Wolverine e Black Panther, la storia di Paul Jenkins suscitò reazioni indignate al suo apparire negli Stati Uniti. Narrativamente, il desiderio incestuoso del Gigante di Giada è giustificato dal fatto che la sua versione bruta non sa che She-Hulk è sua cugina. Fecero comunque scalpore le tavole in cui veniva mostrata in maniera piuttosto disinvolta la violenza sulla donna, lividi compresi. Non è difficile pensare che oggi, dopo i recenti scandali a sfondo sessuale verificatisi negli States, una storia come questa non sarebbe mai stata approvata dallo staff editoriale Marvel. In Italia apparve ben cinque anni dopo la sua uscita negli States: Panini Comics preferì concludere il prima possibile la run di Jenkins per far partire subito dopo l'acclamato ciclo del suo successore, Bruce Jones. Basic Instinct venne così inserita come riempitivo su Devil & Hulk 112 e 113 del 2005, tra la fine della run di Jones e il successivo ed effimero ritorno di Peter David sulla collana del Gigante di Giada.

Ricordiamo che esiste un futuro alternativo in cui Hulk sì è effettivamente accoppiato con She-Hulk: è il mondo distopico e desolante di Old Man Logan, in cui un invecchiato Wolverine deve affrontare una pericolosa e violenta gang di teppisti gamma-irradiati, progenie dell’incesto tra un ormai folle Banner e sua cugina. Il tutto offerto dalla folle e iconoclasta penna di Mark Millar.

È tutto per questa puntata di Mad Run, gente! Fate buone letture e distogliate quegli sguardi lussuriosi dalle vostre procaci cugine!
Noi ci risentiamo presto. Fino a quel momento…
HEY, HO, LET’S GO!

Mad Run #6: Batman e il mistero dei Beatles

Bentornati su Mad Run, la rubrica più lisergica del panorama fumettistico italiano! Il nostro consueto spazio sta per arricchirsi di una colonna sonora importante, perché oggi parleremo dello straordinario incontro tra Batman, Robin e i Beatles! Portiamo le lancette dell’orologio indietro fino al 1970, anno in cui il Dinamico Duo incrociò la strada dei Baronetti più psichedelici di sua maestà! O quasi.

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L’albo in questione è Batman #222, scritto da Frank Robbins e disegnato da Irv Novick, autori di un importante ciclo del Crociato Incappucciato oscurato, però, dalla contemporanea e più celebrata run di Denny O’Neil e Neal Adams. In anni di riscoperta e di ristampe dei creativi più celebrati di Silver e Bronze Age, Robbins continua ad essere uno degli artisti più sottovalutati di entrambi i periodi, se non addirittura dimenticato. Eppure parliamo di un autore che ebbe il privilegio di lavorare col leggendario Milton Caniff, uno dei maestri assoluti del fumetto di tutti i tempi, e che creò una celebre striscia del dopoguerra, Johnny Hazard, che venne pubblicata per più di trent’anni sui maggiori quotidiani statunitensi.

Arrivato alla DC sul finire degli anni ’60, scrisse storie per Lois Lane e Superboy prima di vedersi assegnare entrambe le testate del Cavaliere Oscuro, Batman e Detective Comics. In coppia con Irv Novick, Robbins scriverà alcune tra le migliori storie di Batman del periodo, tra le quali vale la pena citare Un Colpo di troppo, thriller poliziesco che introduceva un cambiamento significativo nell’economia della serie, ossia la partenza di Robin/Dick Grayson per il college. Batman tornava quindi ad essere un giustiziere solitario, ricollegandosi alle sue radici gotiche. Tra gli altri contributi di Robbins al mito del Cavaliere Oscuro, ricordiamo Man-Bat, l’alter-ego mostruoso del Professor Langstrom che poteva trasformarsi in un vero ibrido tra uomo e pipistrello. Come dicevamo prima, le storie del Detective di Gotham firmate da Frank Robbins tendono oggi ad essere dimenticate, a favore di quelle coeve della celebre coppia O’Neil/Adams, e meritano senz’altro una riscoperta. Una significativa selezione è contenuta nel volume Batman dagli anni ’30 agli anni ‘70 pubblicato a suo tempo dalla Rizzoli – Milano Libri: se ne doveste trovare una copia in qualche bancarella dell’usato, non esitate a farla vostra.

Tornando a Frank Robbins, terminato il suo periodo alla DC si trasferirà alla Marvel dove lavorerà come disegnatore prima al Captain America scritto da Steve Englehart, in piena “Saga di Nomad”, e successivamente a The Invaders, la serie di ambientazione bellica scritta da Roy Thomas con protagonisti il Capitano e i suoi alleati in lotta contro le forze dell’asse durante la Seconda Guerra Mondiale. Avendo recuperato, da ragazzino, buona parte del periodo Corno nel mercato dell’usato, mantengo un ricordo vivido dello stile nervoso di Robbins: i suoi volti tirati, sudati, i suoi personaggi dallo sguardo fisso che sembravano costantemente sull’orlo di un esaurimento nervoso, i corpi contorti in posizioni anatomicamente impossibili, mi impressionavano e esercitavano su di me una grande suggestione. Il suo stile poteva non piacere ma era sicuramente originale ed innovativo, e meriterebbe una riscoperta.

La storia di cui parliamo in questa puntata uscì negli stessi mesi in cui si stava consumando lo scioglimento della band più influente e celebrata della storia della musica (a parere di chi scrive e non solo, ma chi non fosse d’accordo si può accomodare all’ascolto prolungato di Revolver, Sgt. Pepper, e il White Album. E mettiamoci pure Abbey Road).  L’uscita di Let it be sanciva nel 1970 la separazione ufficiale dei Beatles, ma in realtà l’album era stato registrato l’anno prima e John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr si erano già detti addio. La fine del gruppo sanciva il suo ingresso nella leggenda, e la sua influenza sulla cultura popolare e musicale, che era stata centrale per tutto il decennio precedente, si sarebbe fatta sentire per molti anni a venire. I Quattro di Liverpool erano stati, con l’eccezione pioneristica di Elvis Presley, il primo fenomeno di costume mondiale della storia, riuscendo ad attraversare gli ambiti più disparati. Per restare al nostro settore, John, Paul e Ringo erano stati addirittura coprotagonisti di una storia ambientata nell’Universo Marvel quando, in Strange Tales #130, avevano incontrato la Cosa e la Torcia Umana dei Fantastici Quattro.

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Di tutti i racconti e le leggende fiorite intorno al gruppo, nessuna raggiunse la popolarità della vicenda passata alla storia come Paul is dead. In seguito a un incidente d’auto patito nel 1966 da Paul McCartney, durante le registrazioni di Sgt. Pepper, si sparse la voce che il bassista dei Beatles fosse in realtà rimasto ucciso nello schianto della sua vettura e sostituito da un sosia, prontamente trovato dall’abile manager del gruppo, Brian Epstein, per non interrompere le attività della band che in quel momento era all’apice del successo. A seconda della versioni, il sostituto era un attore scozzese o un ex poliziotto canadese; in entrambi i casi, costui era stato sottoposto a un’operazione di chirurgia plastica per aumentare la sua somiglianza con McCartney. La leggenda cominciò a girare già nel novembre del 1966, ma la secca smentita dell’ufficio stampa del gruppo la mise a tacere. La diceria riaffiorò nel 1969, quando una radio di Detroit ricevette la telefonata di un misterioso individuo che sosteneva di essere al corrente della verità sull’incidente d’auto di tre anni prima, sostenendo che Paul era davvero morto e che gli indizi erano presenti in numerosi dischi dei Beatles. Le prove portate a sostegno della propria tesi dai sostenitori del complotto sono talmente numerose da aver ispirato una letteratura a parte, e qui ci limiteremo a citare la strofa di A day in the life, in cui si accenna ad un incidente d’auto mortale in cui il conducente non si era accorto del semaforo rosso, come nel caso di McCartney, o la celeberrima e iconica copertina di Abbey Road, in cui i quattro Beatles attraversano la strada e Paul è l’unico ad essere scalzo e fuori passo rispetto al resto del gruppo, quasi a sottolinearne l’estraneità. Quel che è certo è che gli stessi Beatles erano divertiti da questa vicenda e nel corso della loro carriera hanno fatto di tutto per alimentarla, in virtù di un gusto per il gioco e per lo scherzo che animava John Lennon in particolare. Nel 1970, quindi, la leggenda di Paul is dead era ben radicata nella cultura popolare dell’epoca e non stupisce che Robbins e Novick, i realizzatori della nostra storia, abbiano chiesto l’aiuto di Batman e Robin per confermarne o smentirne la veridicità! Andiamo quindi alla scoperta di Dead… till proven alive!, tradotto con un più prosaico La Sostituzione dalle Edizioni Cenisio nella versione italiana.

La storia si apre all’Università di Hudson dove un gruppo di studenti, tra cui Dick Grayson, sta ascoltando il nuovo album dei Twists (Oliver Twists nella versione originale). Il gruppo altro non è che la versione DC dei Beatles, i quali probabilmente non avevano dato il via libera all’editore per farli apparire nell’albo con i loro veri nomi. Così Paul, John, George e Ringo diventarono Glenn, Saul, Hal e Benji, benché ritratti da Irv Novick con le loro fattezze… anche se Saul, più che a Paul, somigliava a Jeff Lynne, frontman degli Electric Light Orchestra e amico fraterno di George. Il deejay suggerisce agli ascoltatori di ascoltare il disco a velocità diverse per cogliere dei messaggi nascosti che confermerebbero il decesso di Saul, tenuto nascosto dal resto del gruppo che avrebbe provveduto a sostituirlo con un sosia. La radio annuncia inoltre che il tour dei Twists raggiungerà a breve Gotham City, per provare a tutto il mondo che Saul Cartwright è ancora vivo. A questo punto, Dick contatta Bruce per suggerirgli di cogliere la palla la balzo e ospitare la band a Villa Wayne. Il miliardario accetta: Batman potrà così occuparsi del caso Saul.

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Così arriva il giorno dell’arrivo del gruppo a Gotham. I quattro musicisti vengono ricevuti da Bruce, Dick e Alfred. A sua insaputa, Bruce sta registrando la voce di Saul. Più tardi, insieme a Dick, effettuerà un confronto con l’audio dei dischi per capire se il bassista è veramente chi dice di essere.

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L’esame conferma i sospetti di Bruce e Dick: gli spettri sonori sono differenti! Serve però un ulteriore conferma: lo spettro sonoro è sempre diverso a seconda che si canti o si parli. Nei panni di Robin, Dick entra nella camera di Saul per prelevare il mangiacassette che l’artista porta sempre in viaggio con sé, per poterlo utilizzare in caso di un’ispirazione improvvisa.

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Ma quando meno se lo aspetta, il giovane aiutante di Batman viene aggredito da un misterioso individuo, che gli sottrae il mangianastri. I sospetti del dinamico duo ricadono ovviamente su Saul.

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Bruce non si arrende e ricorre ad uno stratagemma per registrare ancora la voce di Saul: approfittando del compleanno di Alfred, chiede al gruppo di intonare un “Happy Birthday” in suo onore!

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Qui entriamo con tutte le scarpe nel momento più “weirdo” dell’intera vicenda, che calza a pennello con la natura di questa rubrica. Nel malaugurato caso in cui Batman non riuscisse a risolvere il caso, disporrebbe pur sempre di un bootleg dei “Beatles” che cantano “Birthday” nel suo salotto, una vera rarità!
Durante il confronto tra il nastro e le telefonate fatte da Saul, Batman e Robin ascoltano il bassista mentre prende appuntamento con il proprietario di una sala registrazioni. I due si affrettano a raggiungere il gruppo sperando di risolvere il mistero, ma vengono aggrediti da una banda di balordi che li stava aspettando. La telefonata era una trappola.

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Sgominati i delinquenti, il Cavaliere Oscuro decide di tornare alla Tenuta Wayne e di prendere il toro per le corna affrontando direttamente Saul. Quello che non poteva immaginare è che il vero responsabile è Glenn, che tenta di aggredirlo con una pistola, minaccia prontamente sventata da Saul.

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Il bassista può quindi rivelare la verità a Batman e a Robin: è lui l’unico superstite del gruppo originale, mentre i suoi compagni sono deceduti in un incidente con un jet privato, mentre si recavano in Nepal. Il povero Saul si era affrettato a trovare tre sosia di Glenn, Hal e Benji per salvare la band, sottoponendoli ad interventi di chirurgia plastica per aumentare la somiglianza con i suoi amici scomparsi. Per sviare qualsiasi sospetto, Saul aveva inventato e messo in giro la diceria sulla sua morte, polarizzando su di sé l’attenzione e sviandola dai “nuovi compagni”. Unico problema, la bramosia di denaro dell’avido, “nuovo” Glenn. Batman suggerisce a Saul di non disperdere il suo talento e di formare un nuovo complesso con “Hal” e “Benji”.

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Così grazie al dinamico duo, dalle ceneri dei Twists nasce un nuovo gruppo di successo, i Phoenix.

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Sperando che, nella finzione, producano musica migliore di quella dei Wings, gruppo creato da McCartney dopo i fasti degli anni con i Beatles e ritenuto da molti critici un passo falso nella straordinaria carriera di Sir Paul.

Prima di salutarci, è giusto tributare un piccolo omaggio all’artista di questo episodio cult di Batman, Irv Novick. Si tratta di un ottimo artigiano del fumetto, che ha legato il suo nome principalmente alle storie di Flash, ma che ha firmato anche storie significative del Cavaliere Oscuro (una delle mie preferite è il Demone di Gothos Mansion, storia dai toni horror stile film Hammer, scritta da Denny O’Neil). La sfortuna di Novick è stata quella di aver disegnato Batman nello stesso momento in cui il grande Neal Adams ne forniva la sua versione iconica, elemento che ha certamente relegato nell’ombra gli sforzi artistici del buon Irv.

È tutto per questa puntata di Mad Run! Ho una pila di vinili da far girare al contrario, a partire da Starway to Heaven dei Led Zeppelin: dicono che ci sia un messaggio nascosto, quindi vi saluto e vi do appuntamento alla prossima!
Scriveteci e commentate sulla nostra pagina Facebook per farci sapere se c’è una Mad Run che vorreste vedere apparire nella nostra rubrica. Fino a quel momento…
HEY, HO, LET’S GO!

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