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One Piece, recensione della seconda stagione del live action Netflix

  • Pubblicato in Screen

La seconda stagione della serie live-action di One Piece rappresenta un passo avanti significativo rispetto alla prima. Dopo un esordio che aveva già sorpreso molti spettatori per la sua fedeltà e per la cura nella costruzione dei personaggi, i nuovi episodi dimostrano una maggiore sicurezza nella gestione della storia e dell’universo narrativo creato da Eiichiro Oda. La stagione amplia il mondo della serie, introducendo nuove isole, nuovi personaggi e nuove sfide per la ciurma di Cappello di Paglia, mantenendo però sempre al centro il senso di avventura e di amicizia che caratterizza l’opera originale.

Uno degli aspetti più apprezzati di questa stagione è la crescita dei protagonisti. I rapporti tra i membri della ciurma risultano più profondi e naturali rispetto alla prima stagione, e le dinamiche tra i personaggi contribuiscono a rendere la storia più coinvolgente. Il protagonista, Monkey D. Luffy, continua a distinguersi per il suo spirito ottimista e determinato, mentre personaggi come Roronoa Zoro, Nami, Sanji e b trovano maggiore spazio per svilupparsi e mostrare lati nuovi della loro personalità. La chimica tra gli attori è uno dei punti di forza della serie e rende credibile il legame che unisce la ciurma.

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Tra le interpretazioni più riuscite della stagione spicca anche quella di Nico Robin, interpretata da Lera Lebova. L’attrice riesce a restituire bene il fascino enigmatico del personaggio, combinando eleganza, mistero e una certa sensualità che rende Robin particolarmente carismatica sullo schermo. La sua presenza scenica è notevole e contribuisce a rendere il personaggio uno dei nuovi ingressi più interessanti della stagione.

Un’altra introduzione importante è quella di Chopper, uno dei personaggi più amati dai fan dell’opera originale. La voce scelta per il personaggio risulta particolarmente riuscita e riesce a renderlo immediatamente riconoscibile e simpatico. La computer grafica utilizzata per rappresentarlo non è sempre perfetta e in alcune scene appare un po’ grezza, ma nonostante questo Chopper rimane una delle parti migliori dell’intera stagione e uno degli elementi che funzionano meglio nel passaggio al live-action.

Dal punto di vista narrativo, la stagione continua ad adattare alcuni degli archi più amati del manga, mantenendo lo spirito dell’opera originale pur con alcune inevitabili modifiche necessarie al formato televisivo. La storia procede con un buon ritmo e alterna momenti di azione, comicità e riflessione, cercando di bilanciare lo stile leggero tipico di One Piece con toni più drammatici quando la situazione lo richiede. In questo modo la serie riesce a mantenere viva l’attenzione dello spettatore e a rendere l’avventura sempre dinamica.

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Anche la produzione appare più ambiziosa. Le ambientazioni sono più varie e dettagliate, e la serie prova a espandere il proprio mondo con nuove location e scenografie. Questo contribuisce a dare un maggiore senso di esplorazione e scoperta, elementi fondamentali nella storia dei pirati di Cappello di Paglia. Inoltre, la colonna sonora e la fotografia aiutano a creare un’atmosfera coerente con il tono dell’opera.

Non mancano però alcuni difetti. Uno dei più discussi riguarda gli effetti speciali, che in alcune scene risultano meno convincenti. Trasporre un mondo così fantasioso in live-action è una sfida complessa, e in certi momenti la computer grafica appare un po’ artificiale. Anche alcune sequenze di combattimento risultano meno spettacolari rispetto a quelle dell’anime o del manga, probabilmente a causa dei limiti tecnici del formato televisivo.

Alcune scelte di casting hanno inoltre generato discussioni tra gli spettatori. In particolare, il cambio di etnia dei personaggi di Bibi e Mr. 8 non è stato apprezzato da una parte del pubblico, nonostante si tratti di una decisione approvata dallo stesso autore. In aggiunta, l’accento inglese molto marcato di Bibi è stato percepito da alcuni come un elemento piuttosto strano, considerando che il regno di Alabasta è chiaramente ispirato a un contesto mediorientale.

Anche dal punto di vista estetico non tutto risulta perfettamente convincente. Un esempio è il trucco del personaggio di Buggy, interpretato da Jeff Ward. L’attore offre una buona interpretazione e riesce a rendere il personaggio divertente e teatrale, ma il make-up in alcune scene appare piuttosto abbozzato e meno curato di quanto ci si aspetterebbe da una produzione di questo livello.

Un altro elemento che ha fatto discutere riguarda l’identità stessa della serie e il pubblico a cui sembra rivolgersi. In alcuni momenti il live-action sembra voler essere accessibile anche a chi non conosce il manga o l’anime, cercando di funzionare come una storia autonoma. Allo stesso tempo, però, inserisce riferimenti molto specifici pensati chiaramente per i fan storici.

Un’altra libertà narrativa riguarda il dialogo tra Garp e Gol D. Roger, che nel manga viene mostrato molto più avanti attraverso un flashback. Nel live-action la conversazione viene anticipata, probabilmente per offrire fin da subito più contesto sul passato del mondo dei pirati.

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Tra le scelte più curiose c’è anche l’apparizione anticipata di Bartolomeo, personaggio che nel manga viene introdotto molto più avanti nella storia, durante la saga di Dressrosa, ma che era comunque presente in quel momento. La sua presenza sembra funzionare più come un omaggio ai fan dell’opera originale che come un elemento realmente necessario allo sviluppo della trama in questa fase della serie.

In modo simile, alcune altre citazioni risultano leggermente forzate. La comparsa di alcune figure come Sabo o Brook appaiono piuttosto anticipate rispetto al momento della storia in cui i personaggi entrano effettivamente in scena nel manga, dando l’impressione di essere più un richiamo ai fan che una scelta narrativa davvero organica. Allo stesso modo, riferimenti a elementi molto più avanzati della trama, come la figura di Nika o la menzione della madre di Sanji, possono risultare un po’ fuori luogo in questa fase della storia. Si tratta probabilmente di piccoli indizi o easter egg inseriti per strizzare l’occhio agli appassionati più attenti, ma che rischiano anche di rendere la narrazione meno indipendente per chi si avvicina per la prima volta a questo universo.

Un altro punto critico riguarda la compressione della trama. Per adattare una storia molto lunga in pochi episodi, alcuni eventi vengono semplificati o ridotti, e questo può far percepire alcune parti della narrazione come troppo rapide. Alcuni personaggi secondari, che nell’opera originale hanno un ruolo più ampio, ricevono meno spazio.

Nonostante questi limiti, la seconda stagione riesce comunque a consolidare il successo della serie. Il risultato è un adattamento che dimostra rispetto per il materiale originale e che cerca di mantenere intatto il senso di meraviglia e di avventura che ha reso One Piece una delle opere più amate al mondo. In conclusione, questa stagione rappresenta un’evoluzione positiva della serie: pur con qualche imperfezione, riesce a coinvolgere sia i fan storici sia gli spettatori che si avvicinano per la prima volta alla storia della ciurma di Cappello di Paglia.

Voto: 7

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Comic(US) Book #10: X-Men, L'era di Rivelazione, Thor, Fantastici Quattro e Ultimate Endgame

  • Pubblicato in Focus

In questa puntata, spazio ad alcuni tie-in dell’Era di Rivelazione. Proseguono, poi, Imperial e Un mondo sotto Destino e cominciano le nuove run di Thor e dei Fantastici Quattro. Ma, soprattutto, è l’inizio della fine per il secondo Universo Ultimate.

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Sei: non badare al mondo
È tempo di scoprire chi c’è dietro il gigantesco complotto intergalattico che ha fatto precipitare l’Universo Marvel nel caos. E se l’identità di uno dei due “giocatori” era facilmente intuibile, molto meno lo era la seconda, la cui rivelazione permette a Jonathan Hickman di mantenere una residua dose di mistero su una trama che, a questo punto, sembra impensabile che possa già concludersi nel prossimo numero. Per il momento lo scrittore statunitense è stato molto bravo a calibrare i tempi narrativi e a districarsi con i tanti personaggi coinvolti nella vicenda, quindi, la sensazione è che le sorprese non siano ancora finite.
I colori di Federico Blee recuperano in luminosità rispetto agli episodi precedenti e a guadagnarci sono le tavole di Iban Coello e Federico Vicentini, aiutati pure dall’assenza di veri e propri passaggi action. Peccato che alcuni character storici vengano poco opportunamente rappresentati in versione manga style.
Voto: 7

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Un mondo sotto Destino 6: la coscienza del re
Preferiamo non commentare l’oscena copertina di Ben Harvey, dato che non è abitudine di questa rubrica fare uso di espressioni volgari, ma è ormai evidente che alla Marvel hanno perso del tutto il senso del ridicolo. Senza considerare che il capitolo ospitato in questo numero è, indiscutibilmente, il peggiore visto finora. E dire che, al di là della sconfortante prevedibilità con la quale Ryan North continua a utilizzare gli stereotipi attorno alla figura di Destino, l’episodio era partito abbastanza bene, con l’autoproclamatosi imperatore della Terra capace di mettere in difficoltà Mr. Fantastic dal punto di vista dialettico. Poi, però, Victor Von Doom si lascia banalmente accecare dalla rabbia, incurante dell’immagine che sta dando di sé in mondovisione. Da cui l’inevitabile domanda: è verosimile che un astuto manipolatore del suo livello non si renda conto delle conseguenze delle sue azioni? Ovviamente no. Si tratta di un errore strategico talmente assurdo, che neppure il più egocentrico dei dittatori commetterebbe e che, narrativamente parlando, si traduce in una clamorosa cantonata, impossibile da trascurare, anche di fronte ai bei disegni di R.B. Silva e agli sfavillanti colori di David Curiel.
Voto: 4

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Fantastici Quattro 1 (470)

Fantastici Quattro – L’era straordinaria
Riparte da uno la prima testata della Marvel, che per l’occasione recupera (non sappiamo se per onorare il passato glorioso del Quartetto o se per l’ingiustificato orgoglio di chi adesso ne sta supervisionando le gesta) la dicitura “il fumetto più straordinario del mondo!”. A cambiare, però, è soltanto il comparto grafico, con l’arrivo dell’ottimo Humberto Ramos, molto bravo a smorzare il suo stile cartoonesco per adattarlo ai toni – finalmente, possiamo dirlo? – più drammatici della serie. Notevoli anche le numerose splash page e la scelta delle inquadrature, che accrescono di parecchio il pathos del racconto. Era effettivamente da un bel po’ di tempo che l’artista messicano non sembrava così in forma.
Confermato, invece, Ryan North ai testi, il quale – incrociando le dita – pare aver capito che non poteva continuare all’infinito a narrarci una scialba family comedy che di supereroistico aveva solo il nome.
Certo, l’insopportabile sciatteria con cui lo scrittore canadese gestisce gli eventi (sì, ci riferiamo proprio alle pagine iniziali che danno il via alla vicenda) non finirà mai di sorprenderci, tuttavia, il deciso cambio di passo è innegabile.
Per completezza, segnaliamo che in questo numero compare pure la storia di North e Ramos distribuita da Panini Comics durante il Free Comic Book Day di pochi mesi fa.
Voto: 6,5

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Il mortale Thor 1 (317)

Thor – Né dei né maestri
Anche la serie del Dio del Tuono ricomincia da uno, a seguito dell’apparente morte del personaggio raccontata nei numeri scorsi. E pure qui a cambiare è solo il disegnatore, con il ritorno sulla testata dopo parecchi anni di Pasqual Ferry. L’artista spagnolo, nel tempo, ha modificato di molto il suo stile, perdendo progressivamente le influenze nipponiche che avevano contraddistinto l’inizio della sua carriera. Le sue figure sono ora meno plastiche e i suoi volti sono meno puliti. Si percepisce, insomma, la volontà di riavvicinarsi al fumetto europeo, con una sensibilità più da graphic novel che da semplice comic book.
Al Ewing, per contro, decide di omaggiare Walter Simonson recuperando l’identità di Sigurd Jarlson. Un espediente ingegnoso, utile a inserire il personaggio in un contesto a prima vista lontano dai miti norreni. Il protagonista di questo episodio introduttivo sembra, infatti, una specie di Punisher in versione proletaria, le cui azioni vengono mostrate con un grado di crudezza decisamente inatteso. La trama, però, è ancora troppo approssimativa per riuscire a catturare il lettore.
Voto: 6

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Avengers 30 (192)

I Nuovi Avengers – Killuminati parte uno
Cercare di sfruttare il richiamo mediatico di un film è un’operazione più che legittima, molto meno lo è scimmiottarne senza logica le trovate narrative. Questa serie era stata inizialmente pubblicizzata con il nome di New Thunderbolts, benché come la bella – ma purtroppo sfortunata al botteghino – pellicola di Jake Schreier, il titolo avesse alla fine un asterisco dal significato enigmatico. Le ultime scene del lungometraggio hanno, poi, risolto brillantemente il mistero e noi abbiamo subito capito (anche se sarebbe più corretto dire temuto) quale potesse essere la “geniale” mossa che di lì a poco sarebbe seguita nei fumetti. E infatti, puntuale come le tasse, la testata ha cambiato nome in New Avengers. Un biglietto da visita non proprio incoraggiante per l’albo che, tuttavia, è passato immediatamente in secondo piano una volta lettone il contenuto. Facendo pure finta di non assistere a Bucky Barnes che rinnega nel giro di due vignette la sua identità di Rivoluzione, che ha determinato le sue azioni negli ultimi anni (ennesimo, insensato, appiattimento alla continuity del Marvel Cinematic Universe), a scambi di battute e scenette romantiche tra il Soldato d’Inverno e la Vedova Nera che sembrano usciti da un action movie di infima categoria, a una Laura Kinney buona solo a mostrare fiumi di sangue del tutto gratuiti e a criminali storici utilizzati a casaccio, ciò che veramente ci ha fatto sgranare gli occhi per lo sconcerto è l’arrivo di una squadra di villain (i quali, a quanto pare, verranno chiamati con il ridicolo nome di Killuminati) che, al contrario di essere l’inquietante versione distorta del gruppo creato da Brian Michael Bendis e Steve McNiven, ne sembra una grossolana parodia. Come Sam Humphries abbia potuto concepire un obbrobrio del genere sfugge letteralmente alla nostra comprensione, lasciandoci pure il dispiacere di vedere l’incolpevole Ton Lima prodigarsi inutilmente ai disegni per rendere il risultato meno disastroso.
Voto: 4
West Coast Avengers – La guerra di Ultron parte cinque
Termina la sua corsa, piuttosto mestamente, questa miniserie che – non facciamo fatica a capirne le ragioni – non ha ottenuto il riscontro di pubblico sperato. L’inizio, tutto sommato, ci era parso promettente poi, però, Gerry Duggan - come ormai costantemente gli capita - spreca banalmente i buoni spunti con cui aveva introdotto questa nuova formazione degli Avengers della Costa Ovest con un finale che solo di rado si mantiene su un livello di drammaticità accettabile.
Danny Kim ha migliorato via via il suo tratto, ma non così tanto da farci ritenere le sue tavole degne di nota.
Voto: 5

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Radioattivo Spider-Man 1 (L’Uomo Ragno 884)

Spider-Man – Uno di noi parte 1
Se qualcuno dubitava del valore di Joe Kelly come scrittore, ecco che a fugare ogni dubbio è arrivata questa affascinante versione di Spider-Man, afflitto da strane mutazioni corporee, che si candida seriamente a essere l’unico personaggio degno di nota all’interno del mondo distopico creato da Rivelazione. L’autore statunitense ci mostra un Peter Parker costretto a proteggersi dal Virus-X assumendo dosi controllate di radiazioni, che lo fiaccano pesantemente nel fisico, ma non gli impediscono di ergersi a paladino dei reietti di Lowtown, una zona di New York che accoglie chi si oppone all’erede di Apocalisse. Ad aiutarlo nella sua missione – e a fare in modo che le radiazioni non lo uccidano – la sua compagna di vita (!) Cecilia Reyes. In più, una zia May come non l’avete mai vista.
Kev Walker ha un tratto molto personale, che porta a una rappresentazione del Tessiragnatele un po’ straniante. Tuttavia, i volti piagati dalla fatica e dal dolore, con cui ritrae i due amanti, accrescono notevolmente il clima tragico che si respira nella vicenda.
Preferiamo, invece, non entrare nei dettagli delle tre storielline tratte da Marvel’s Voices: Spider-Verse che completano l’albo, dato che solo quella con protagonista Miles Morales si salva a stento dalla mediocrità assoluta (e siamo stati buoni!).
Voto: 7

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Iron & Frost 1 (Iron Man 147)
Iron & Frost parte uno
In attesa del nuovo ciclo di Iron Man a opera di Joshua Williamson e Carmen Carnero, anche Tony Stark viene coinvolto nell’Era di Rivelazione e per l’occasione ritrova come partner la sua “quasi” moglie Emma Frost. I testi sono di Cavan Scott, noto per essere uno degli attuali cantori (pure nei fumetti) delle gesta dei Cavalieri Jedi, che mostra di avere una discreta conoscenza dei personaggi, sebbene gli eventi scorrano un po’ troppo rapidamente, senza un vero approfondimento delle personalità e delle motivazioni che muovono i protagonisti. Non ci sorprenderebbe, quindi, se il contributo di questo tie-in alla saga nel suo complesso si dimostrerà nullo o poco più.
Decisamente scarsi i disegni di Ruairí Coleman.
Voto: 6

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L’ultimo Wolverine 1 (Wolverine 469)

Wolverine – Una giornata diversa
Se Radioattivo Spider-Man ci è sembrato finora il miglior “derivato” dell’Era di Rivelazione, L’ultimo Wolverine rischia, invece, di guadagnarsi la palma di nefandezza dell’anno. Quando credevamo di esserci finalmente liberati del Wendigo in versione furry, cosa ti combina Saladin Ahmed? Pensa bene di ripescarlo (naturalmente senza neppure lo straccio di una spiegazione del perché il giovane Leonard, conosciuto nei primi numeri di questo mensile, sia tornato preda della maledizione), facendolo diventare – udite, udite – il nuovo Wolverine! E se già una simile decisione non vi apparisse del tutto insensata – considerando che, al massimo, sarebbe stato più logico farne una variante alternativa di Bestia – tenete presente che lo scrittore americano e il suo degno compare, il disegnatore messicano Edgar Salazar, hanno spinto ancora più a fondo il dito nella piaga, facendo sfoggiare all’ormai ex mostro cannibale una pettinatura che ricalca quella di Logan!
Scusate, ma non abbiamo la forza di proseguire oltre.
Voto: 3
Sabretooth – Andando altrove
Anche Erica Schultz non ha smesso di fare danni, sebbene le cose vadano senz’altro meglio che con Ahmed. Tuttavia, le vicende di Laura Kinney hanno ormai assunto i contorni di una soap opera famigliare, che coinvolge cloni e figli di Wolverine, a cui si è aggiunto pure un certo Zane Creed, presunto rampollo di Sabretooth, già deceduto prima ancora di apparire nelle storie. Anche la nostra Laura è diventata madre (L’Era di Rivelazione si svolge dieci anni nel futuro) e, al di là della sua decisione di vestire i panni che furono di Victor Creed e di stare dalla parte di Doug Ramsey, il resto non è altro che un insieme di pretestuosi battibecchi tra “parenti” e il preludio a voltafaccia abbastanza scontati.
Disegni di Valentina Pinti tra lo scadente e il pessimo.
Voto: 5

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Ultimate Endgame 1
Uno
Comincia qui la saga che segnerà (forse) la fine del nuovo Universo Ultimate ed è l’eccellente Deniz Camp a condurre le danze. Gli ideali rivoluzionari con cui l’autore turco-filippino ha infarcito la serie degli Ultimates nei mesi scorsi hanno, di fatto, prevalso sulla visione - sicuramente più intrigante, ma anche meno trascinante dal punto di vista emotivo – di Jonathan Hickman. Camp parte subito a spron battuto, con un prologo a ritroso nel tempo, dove, grazie a un Jonas Scharf finalmente in palla, il lettore riesce a percepire in maniera quasi tangibile l’estrema perversione che anima le azioni del Creatore. Tornati nel presente, gli eventi si succedono a ritmo accelerato, fino all’annunciato sollevamento della Cupola, che catapulta parte dei protagonisti in uno scenario del tutto inaspettato, al quale è probabile che Hickman abbia contribuito in modo significativo, anche se non accreditato.
Abbiamo già detto di Scharf. Molte pagine, però, sono opera dei coniugi Terry e Rachel Dodson, che, negli ultimi anni hanno, in verità, perso lo smalto di un tempo.
A ogni modo, un grande inizio.
Voto: 7,5

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Ultimate Universe

Due anni dopo
Nuovo albetto fuoriserie che segna il secondo anniversario di Terra 6160, dopo l’insipido speciale di dodici mesi fa. Questa volta Deniz Camp (aiutato dall’efficace Alex Paknadel) scatena il suo lato più immaginifico, riprendendo i suoi “iperbolici” Guardiani della Galassia, conosciuti, in precedenza, sulla testata degli Ultimates.
Impegnati nel tentativo disperato di salvare il loro futuro, apparentemente cancellato dalle manipolazioni del Creatore, i viaggi di questi eroi spazio-temporali diventano lo sfondo di avventure allucinate e caleidoscopiche, dove la logica e le leggi della fisica vengono completamente ribaltate, nel segno della fantasia più sfrenata. Non tutto si incastra alla perfezione e alcuni passaggi sono, francamente, fin troppo surreali (questo perché i vari disegnatori coinvolti - dei quali il nostro preferito è il grande Javier Pulido - non contengono minimamente il loro estro artistico), ma il risultato finale è indubbiamente affascinante.
Voto: 7

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Wonder Woman 24

Wonder Woman – Un’isola di uomini e topi parte 1
Terminato (per ora) lo scontro tra Diana e il Sovrano, Tom King coinvolge la Principessa delle Amazzoni in una nuova saga, di cui si era vista una sorta di introduzione nel numero precedente. Lo scrittore americano si diverte per l’ennesima volta a rielaborare in versione moderna uno dei bizzarri criminali che popolavano le testate DC negli anni Sessanta, tale Mouse Man, che, nelle sue mani, diviene il sinistro despota di un’isola dove scorrazzano topi giganti e, al cui confronto, persino la Corea del Nord sembra un paese liberale. La nostra eroina, tuttavia, sceglie di agire in contrasto alle decisioni della Justice League, pertanto aspettiamoci conseguenze, al momento, del tutto imprevedibili.
Daniel Sampere ai disegni è sempre garanzia di qualità.
Voto: 7

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Absolute Batman 10

Batman – Abominio parte 2
Mai ci saremmo aspettati di vedere in una testata supereroistica un body horror così estremo come quello che ci viene offerto dalla premiata ditta Scott Snyder-Nick Dragotta in questo episodio. L’apparizione di Mr. Freeze di un paio di numeri fa ne era stata un’avvisaglia, ma, complice pure la violenza inaudita che caratterizza gli scontri tra Batman e Bane, i due autori americani danno l’impressione di voler mettere da parte ogni freno inibitore, per mostrarci in tutta la loro sgradevolezza, le cose inimmaginabili di cui è capace il Bruce Wayne di questo nuovo universo DC, pur di riuscire a fuggire dalla sua prigionia.
Impossibile staccare gli occhi dalle pagine, nelle quali si alternano sequenze iper-dinamiche, scenari ansiogeni e vignette dalla potenza visiva enorme.
Voto: 8

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Blame! Extra Master Edition – Cofanetto, recensione: gli spin-off del capolavoro di Nihei

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Quando si parla di Blame! di Tsutomu Nihei, si entra in uno dei territori più estremi e affascinanti del manga di fantascienza. Un’opera fatta di silenzi, architetture impossibili e un’umanità ridotta a comparsa, persa in una Megalopoli infinita che sembra avere una volontà propria.
La Master Edition raccoglie non solo la serie originale, ma anche tre spin-off che ampliano questo universo da prospettive molto diverse: NOiSE, La fuga dei pescatori della Base Elettrica e Blame! Academy and So On.
Prima di addentrarci negli spin-off, però, vale la pena spendere due parole sull’opera madre.

Blame! non è un manga facile. La trama è ridotta all’essenziale e spesso lasciata in secondo piano rispetto all’impatto visivo e all’atmosfera. Killy, il protagonista, attraversa livelli infiniti della Megastruttura alla ricerca del gene terminale di rete, ma ciò che resta davvero impresso è il senso di smarrimento e solitudine.
Nihei costruisce un mondo che non spiega, non guida, non consola. Il lettore è costretto a perdersi, proprio come i personaggi. È un’opera che richiede pazienza, ma che ripaga con una potenza visiva e concettuale rara nel panorama del manga.

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NOiSE: l’inizio della fine

Tra i tre spin-off, NOiSE è quello più direttamente legato alla serie principale. Ambientato prima degli eventi di Blame!, racconta le origini del collasso della società e la nascita delle entità che governeranno la Megastruttura.
La protagonista, Musubi Susono, si muove in un mondo ancora parzialmente umano, ma già segnato da una tecnologia fuori controllo. Rispetto a Blame!, la narrazione è più tradizionale e accessibile, senza rinunciare all’atmosfera cupa e claustrofobica tipica di Nihei.
NOiSE funziona come una tragedia annunciata: sapere cosa accadrà rende il racconto ancora più amaro. È uno spin-off essenziale per chi vuole comprendere le radici dell’universo di Blame!.
Voto: 7

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La fuga dei pescatori della Base Elettrica: sopravvivere ai margini

Questo spin-off, realizzato da Koutarou Sekine sotto la supervisione di Nihei, sposta lo sguardo lontano dalle grandi dinamiche cosmiche per concentrarsi su un gruppo di sopravvissuti: pescatori che vivono ai margini della Megastruttura e tentano di sfuggire a un ambiente sempre più ostile.
Qui Blame! diventa quasi un racconto post-apocalittico classico, ma filtrato dallo stile di Nihei. Il focus è sull’umanità residua, sulle relazioni, sulla paura e sulla necessità di muoversi per non soccombere.
È una storia più breve e lineare, ma proprio per questo efficace nel mostrare quanto l’universo di Blame! sia crudele non solo su scala gigantesca, ma anche nella vita quotidiana di chi prova semplicemente a sopravvivere.
Voto: 7

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Blame! Academy and So On: la parodia che spiazza

Blame! Academy and So On è l’anomalia della raccolta. Una serie di storie brevi che rilegge personaggi e situazioni di Blame! in chiave comica e parodistica, spesso ambientandoli in contesti scolastici o assurdi.
Il cambio di tono è netto e potrebbe spiazzare chi cerca la stessa atmosfera dell’opera originale. Tuttavia, questo spin-off mostra un lato diverso di Nihei, capace di giocare con il proprio immaginario e di smontarlo con ironia.
Non è una lettura indispensabile, ma è interessante come curiosità e come pausa leggera all’interno di un universo notoriamente opprimente. Un universo che regge più punti di vista.
Voto: 7 1/2

I tre spin-off di Blame! dimostrano quanto l’universo creato da Tsutomu Nihei sia solido e versatile.
NOiSE approfondisce le origini, La fuga dei pescatori della Base Elettrica restituisce centralità all’essere umano, mentre Academy and So On sperimenta con il lato ironico e metanarrativo.
Nel complesso, la Master Edition non si limita a riproporre un classico, ma offre una visione più ampia e sfaccettata di uno dei mondi più radicali del manga moderno.

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Comicus cerca nuovi collaboratori

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