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Luca Tomassini

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Mad Run #7: Quel verde oggetto del desiderio, l'Hulk di Paul Jenkins e Mark Texeira

Bentornati su Mad Run, la rubrica che vi porta a zonzo tra le storie più bizzarre e scabrose del comicdom a stelle e a strisce! Dopo aver parlato dei segreti oscuri di Gwen Stacy e del porno quasi girato da Superman e Big Barda, oggi torneremo indietro fino all’alba del nuovo millennio per raccontarvi di quella volta che Hulk tentò di accoppiarsi con sua cugina Jennifer Walters, il rispettato membro dei Fantastici Quattro e dei Vendicatori noto anche come She-Hulk! Il tutto accadeva in Incredible Hulk Annual 2000, firmato dai pur capaci Paul Jenkins e Mark Texeira, albo contrassegnato dall’ignominia che sarebbe scivolato facilmente nell’oblio dei miei ricordi personali se non fosse stato per la segnalazione dell’amico e lettore Luca Benedetti di Roma.

Compiamo quindi un balzo temporale fino al 2000, l’anno del paventato Millennium Bug che avrebbe dovuto causare gravi problemi ai sistemi informatici allo scoccare della mezzanotte del 1° gennaio 2000 e che invece si rivelò pressoché una bufala. La strada verso una nuova età della pietra la stiamo tuttora percorrendo orgogliosamente e di questo passo, prima o poi, riusciremo a raggiungerla. Il nuovo millennio venne invece inaugurato da un pessimo tormentone di Jennifer Lopez che invitava il pianeta ad aspettare con ansia il veglione di San Silvestro, che si sarebbe svolto in realtà più o meno come tutti gli altri. In ambito fumettistico si respirava però un’aria di grande rinnovamento: era il tempo della "Nu Marvel" di Bill Jemas e Joe Quesada. L’azienda, che era uscita con le ossa rotte dalla grande implosione di mercato della seconda metà degli anni ’90, attraversava un periodo di splendore creativo quale non aveva più vissuto dai favolosi anni ’80 di John Byrne, Frank Miller e Chris Claremont. La gestione di Jemas, Presidente, e di Quesada, top artist promosso editor in chief, era caratterizzata dalla volontà di rompere i ponti col passato recente, coinvolgendo scrittori ed artisti che non avevano mai lavorato sulle icone Marvel. Energie creative fresche, in grado di contribuire con un punto di vista inedito alla storia di personaggi in giro ormai da quattro decadi e contestualmente, di alzare la posta verso territori narrativi più maturi. L’ascesa di Quesada ai vertici dell’azienda era cominciata nel 1998 quando era stato chiamato da Bob Harras, il suo predecessore, per rilanciare quattro collane minori, alcune in affanno da molti anni come Daredevil e Punisher, altre con personaggi inutilizzati da molto tempo come Black Panther e Inhumans. Le quattro serie vennero affidate in “subappalto” alla Event Comics, etichetta di proprietà dello stesso illustratore e del suo collega e amico Jimmy Palmiotti, e raggruppate nella linea Marvel Knights.

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Di quelle prime quattro proposte targate Marvel Knights, la collana che ottenne il maggior successo di critica fu Inhumans, maxiserie di dodici numeri firmata dal britannico Paul Jenkins e disegnata dalla star Jae Lee. Jenkins veniva dal fumetto indipendente e il suo unico contributo fornito ad una serie di una major (se escludiamo un fallito tentativo di rilancio per Werewolf By Night) era un rispettato ciclo di John Costantine, Hellblazer, titolo che non veleggiava certo nei piani alti delle classifiche di vendita. Eppure, questa prova era bastata per convincere Quesada, grazie all’abilità dello sceneggiatore nell’analizzare le pieghe dell’animo umano e per i toni introspettivi della sua scrittura. Inhumans fu un successo inaspettato, una prova d’autore che svettava sul resto della produzione dell’editore, tanto che fu il primo titolo Marvel della storia ad aggiudicarsi l’Eisner Award, l’Oscar del settore. Jenkins divenne ben presto uno dei nomi più “caldi” dell’industria e continuò a mietere riconoscimenti anche con il suo lavoro successivo, sempre per l’etichetta “Marvel Knights” e sempre in coppia con Jae Lee, The Sentry, l’eroe affetto da disturbo della personalità multipla la cui esistenza era stata dimenticata dal mondo e che ora tornava per riprendere il suo posto nel Pantheon Marvel, sempre perseguitato dalla sua nemesi Void che altri non è che un prodotto della sua psiche frammentata. Non passò molto tempo che allo sceneggiatore britannico si aprirono le porte di alcune delle più prestigiose collane storiche dell’editore: sono di quegli anni un apprezzato ciclo intimista di Peter Parker: Spider-Man e una controversa run su The Incredible Hulk. Mentre il suo approccio al mondo del Tessiragnatele incontrò i favori di pubblico e critica, qualche perplessità suscitarono invece le storie che lo scrittore dedicò al Gigante di Giada.

Nel 1998 The Incredible Hulk era rimasta orfana di Peter David, l’autore che aveva sceneggiato la serie per ben 12 anni, scrivendo quello che viene considerato tuttora il ciclo definitivo sul personaggio. David aveva preso una serie che vivacchiava nei bassifondi delle classifiche di vendita, e che si era ormai adagiata da tempo sul concept del mostro incompreso perseguitato dall’esercito, trasformandola in un viaggio nella psiche umana quale mai si era visto in un mensile a fumetti. Lo scrittore fece sua, ampliandola, una felice intuizione di Bill Mantlo (altro nome storico associato alla collana) secondo il quale il dramma umano di Bruce Banner partiva da lontano, e più precisamente dagli abusi subiti da parte del padre quando era bambino. Su questa pietra angolare, David costruì l’architrave del suo lungo ciclo, donando una motivazione psicoanalitica ai conflitti interiori che lacerano Banner. Le trasformazioni dello scienziato cominciarono a subire delle variazioni a seconda del suo stato emotivo: il bruto verde lasciò spazio ad una versione grigia, intelligente e cinica, un bullo di nome Joe Fixit che, vestito in gessato, se ne andò addirittura a fare il buttafuori a Las Vegas in uno dei momenti più folli e geniali della run di David. In seguito le personalità dominanti di Banner si sarebbero stabilizzate in una sintesi perfetta delle incarnazioni precedenti: un culturista in canotta che si faceva chiamare “Il Professore”, di nuovo verde ma con le fattezze di Banner e soprattutto, con la sua intelligenza. Lo sceneggiatore deliziò i lettori per oltre un decennio con storie ricche di verve ed ironia, creando un’identificazione tra scrittore e collana che solo Chris Claremont con i suoi X-Men poteva vantare.

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Nel 1998 David fu costretto ad interrompere il suo ciclo in disaccordo con la dirigenza Marvel, che voleva sbarazzarsi dell’elemento psicoanalitico per tornare alle classiche atmosfere da “Hulk Spacca!”. L’ultimo storia sceneggiata dall’autore, Sabbie piatte e solitarie, è al tempo stesso il suo struggente addio e una commovente dichiarazione d’amore ai personaggi che aveva scritto per ben 12 anni, rendendoli suoi.
I lettori sapevano che non avrebbero mai più letto un Hulk tanto bello, e così fu.
La collana venne affidata al veterano John Byrne che, seguendo le indicazioni aziendali, portò i toni della serie verso le atmosfere del telefilm classico. Ma i lettori, che non si erano ancora ripresi dall’addio di Peter David ed erano ormai abituati ad un tipo di narrazione più complessa, rifiutarono il nuovo ciclo. La Marvel corse ai ripari sostituendo Byrne col nuovo “golden boy” Paul Jenkins. Su richiesta esplicita dei fan, Bruce Banner tornava sul lettino dello psicanalista.

Jenkins stabilì da subito una forte continuità col ciclo di David, riportando in auge il discorso delle personalità multiple. Già nel suo primo numero lo scrittore faceva compiere ai lettori un nuovo viaggio nella mente di un sempre più devastato Banner, dove avrebbero potuto ritrovare le sue personalità dominanti: il bruto rabbioso e ottuso, il grigio e cinico Fixit e l’intelligente Professore. Ma Jenkins propone una chiave di lettura nuova e clamorosa: i tre energumeni sono solamente una minima parte della migliaia di personalità che vivono nei recessi più profondi della mente di Banner e che aspettano nell’ombra per uscire. Conscio del pericolo, Bruce stringe un patto con le sue tre personalità classiche per arginare le altre e concede loro di abitare il suo corpo a rotazione. Nel frattempo, nel mondo reale, dovrà affrontare la minaccia del Generale Ryker, un losco figuro associato alle pagine più nere della storia degli Usa che è deciso a fare un uso militare dei raggi gamma che hanno dato vita ad Hulk.

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Il ciclo di Jenkins incontrò il favore dei lettori per il ritorno alle tematiche psicanalitiche e per l’innegabile lirismo della sua prosa, anche se era evidente il richiamo alle storie di David e il tutto non brillava esattamente per originalità. Soprattutto, le sue storie erano prive di quell’ironia con cui il suo predecessore bilanciava i momenti più drammatici. Fu comunque un buon periodo per la serie, salvata dalla padronanza di Jenkins alla macchina da scrivere e da un comparto artistico che vedeva all’opera due fuoriclasse come Ron Garney prima e John Romita Jr dopo. Eppure, in una run dominata da toni seri e introspettivi, non mancò una mosca bianca che suscitò parecchie controversie alla sua uscita, l’Annual del 2000 scritto dallo stesso Jenkins per i disegni del mai troppo lodato Mark Texeira. Una storia che, nonostante il prestigio degli autori coinvolti, è un manifesto del ridicolo involontario e merita di essere ospitata in questa rubrica!

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La storia si apre nello stesso deserto che è stato teatro dell’incidente nucleare che ha dato origine ad Hulk. Il mostro è nella sua versione selvaggia ed ottusa, e di umore decisamente negativo.

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Nel frattempo, nella residenza degli Avengers, una pensierosa Jennifer Walters, She-Hulk, confessa a Wasp la sua preoccupazione per il cugino, e per il fardello della solitudine che deve sopportare.

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Di recente, in veste di suo avvocato, Jen ha rappresentato Bruce in un tentativo di amnistia dall’esito negativo. La donna non sa che la corte è stata corrotta dal Generale Ryker, la nemesi che ha tormentato Banner negli ultimi mesi. Nel suo peregrinare rabbioso, Il Gigante di Giada raggiunge New York, dove viene rilevato dal computer della base dei Vendicatori. La squadra al completo interviene per affrontarlo. E qui facciamo parlare al posto nostro le splendide tavole di Texeira.

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Iron Man è giunto in avanscoperta ma si rende conto che la situazione è grave e chiama in soccorso il resto della squadra, formato da Wasp, Giant-Man, Ms. Marvel, Triathlon, Visione, Scarlet Witch e She-Hulk.

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Wanda è il leader tattico sul campo, situazione del tutto inedita nella storia degli Avengers. She-Hulk tenta di parlare col mostro scatenato, cercando di calmarlo e di capire se da qualche parte, dentro di lui, c’è traccia di suo cugino Bruce. Ottiene invece l’effetto contrario: Hulk la carica, ferendola.

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Come se non bastasse, il Bruto è attraversato da ricordi dolorosi delle donne che hanno segnato la sua vita e quella di Banner, come la defunta moglie Betty e Jarella.

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She-Hulk tenta ancora di avvicinarlo approfittando della trasformazione del Gigante in Banner. Ma l’uomo lascia di nuovo spazio al mostro, che colpisce ancora la cugina.

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Visione ha un’intuizione sullo strano comportamento di Hulk e ne trova conferma consultando un sito di antropologia (!). Comportandosi come un primate, il Mostro è in cerca di una compagna e si sta mettendo in mostra! La candidata ideale, ovviamente, è She-Hulk, e il Gigante di Giada l’ha colpita ripetutamente per dimostrarsi superiore ed aumentare le possibilità di sottomissione dell’ “esemplare” femmina. Non proprio un comportamento elegante, da parte dell’alter ego del Dottor Banner, non molto rispettoso del gentil sesso. Senza contare che questo bizzarro tentativo di seduzione animalesca è diretto a sua cugina. Ma come recita il titolo della storia, stiamo parlando di un “basic instinct”.
Dopo aver capito di essere la “pietra dello scandalo”, Jen decide di prendere il toro per le corna ed affrontare di petto la situazione. Il mostro la attacca nuovamente ma la donna non si sposta. Il “tentativo di corteggiamento” finisce male, con un rifiuto. Anche se She-Hulk consola il mostro dicendogli che tutto sommato, se non fossero stati cugini… chissà. Il due di picche viene servito con garbo.

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Hulk urla tutta l’ amarezza per la sua solitudine e per il rifiuto della donna, e fugge via. Gli Avengers stanno per lanciarsi al suo inseguimento ma vengono fermati dalla stessa She-Hulk, che nonostante riporti i segni delle percosse ricevute si sente in colpa per la sorte del cugino e chiede ai suoi compagni di squadra di lasciarlo in pace.

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Per quanto salvata visivamente dalle ombrose matite di Mark Texeira, il grande artista di Ghost Rider, Wolverine e Black Panther, la storia di Paul Jenkins suscitò reazioni indignate al suo apparire negli Stati Uniti. Narrativamente, il desiderio incestuoso del Gigante di Giada è giustificato dal fatto che la sua versione bruta non sa che She-Hulk è sua cugina. Fecero comunque scalpore le tavole in cui veniva mostrata in maniera piuttosto disinvolta la violenza sulla donna, lividi compresi. Non è difficile pensare che oggi, dopo i recenti scandali a sfondo sessuale verificatisi negli States, una storia come questa non sarebbe mai stata approvata dallo staff editoriale Marvel. In Italia apparve ben cinque anni dopo la sua uscita negli States: Panini Comics preferì concludere il prima possibile la run di Jenkins per far partire subito dopo l'acclamato ciclo del suo successore, Bruce Jones. Basic Instinct venne così inserita come riempitivo su Devil & Hulk 112 e 113 del 2005, tra la fine della run di Jones e il successivo ed effimero ritorno di Peter David sulla collana del Gigante di Giada.

Ricordiamo che esiste un futuro alternativo in cui Hulk sì è effettivamente accoppiato con She-Hulk: è il mondo distopico e desolante di Old Man Logan, in cui un invecchiato Wolverine deve affrontare una pericolosa e violenta gang di teppisti gamma-irradiati, progenie dell’incesto tra un ormai folle Banner e sua cugina. Il tutto offerto dalla folle e iconoclasta penna di Mark Millar.

È tutto per questa puntata di Mad Run, gente! Fate buone letture e distogliate quegli sguardi lussuriosi dalle vostre procaci cugine!
Noi ci risentiamo presto. Fino a quel momento…
HEY, HO, LET’S GO!

Mad Run #6: Batman e il mistero dei Beatles

Bentornati su Mad Run, la rubrica più lisergica del panorama fumettistico italiano! Il nostro consueto spazio sta per arricchirsi di una colonna sonora importante, perché oggi parleremo dello straordinario incontro tra Batman, Robin e i Beatles! Portiamo le lancette dell’orologio indietro fino al 1970, anno in cui il Dinamico Duo incrociò la strada dei Baronetti più psichedelici di sua maestà! O quasi.

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L’albo in questione è Batman #222, scritto da Frank Robbins e disegnato da Irv Novick, autori di un importante ciclo del Crociato Incappucciato oscurato, però, dalla contemporanea e più celebrata run di Denny O’Neil e Neal Adams. In anni di riscoperta e di ristampe dei creativi più celebrati di Silver e Bronze Age, Robbins continua ad essere uno degli artisti più sottovalutati di entrambi i periodi, se non addirittura dimenticato. Eppure parliamo di un autore che ebbe il privilegio di lavorare col leggendario Milton Caniff, uno dei maestri assoluti del fumetto di tutti i tempi, e che creò una celebre striscia del dopoguerra, Johnny Hazard, che venne pubblicata per più di trent’anni sui maggiori quotidiani statunitensi.

Arrivato alla DC sul finire degli anni ’60, scrisse storie per Lois Lane e Superboy prima di vedersi assegnare entrambe le testate del Cavaliere Oscuro, Batman e Detective Comics. In coppia con Irv Novick, Robbins scriverà alcune tra le migliori storie di Batman del periodo, tra le quali vale la pena citare Un Colpo di troppo, thriller poliziesco che introduceva un cambiamento significativo nell’economia della serie, ossia la partenza di Robin/Dick Grayson per il college. Batman tornava quindi ad essere un giustiziere solitario, ricollegandosi alle sue radici gotiche. Tra gli altri contributi di Robbins al mito del Cavaliere Oscuro, ricordiamo Man-Bat, l’alter-ego mostruoso del Professor Langstrom che poteva trasformarsi in un vero ibrido tra uomo e pipistrello. Come dicevamo prima, le storie del Detective di Gotham firmate da Frank Robbins tendono oggi ad essere dimenticate, a favore di quelle coeve della celebre coppia O’Neil/Adams, e meritano senz’altro una riscoperta. Una significativa selezione è contenuta nel volume Batman dagli anni ’30 agli anni ‘70 pubblicato a suo tempo dalla Rizzoli – Milano Libri: se ne doveste trovare una copia in qualche bancarella dell’usato, non esitate a farla vostra.

Tornando a Frank Robbins, terminato il suo periodo alla DC si trasferirà alla Marvel dove lavorerà come disegnatore prima al Captain America scritto da Steve Englehart, in piena “Saga di Nomad”, e successivamente a The Invaders, la serie di ambientazione bellica scritta da Roy Thomas con protagonisti il Capitano e i suoi alleati in lotta contro le forze dell’asse durante la Seconda Guerra Mondiale. Avendo recuperato, da ragazzino, buona parte del periodo Corno nel mercato dell’usato, mantengo un ricordo vivido dello stile nervoso di Robbins: i suoi volti tirati, sudati, i suoi personaggi dallo sguardo fisso che sembravano costantemente sull’orlo di un esaurimento nervoso, i corpi contorti in posizioni anatomicamente impossibili, mi impressionavano e esercitavano su di me una grande suggestione. Il suo stile poteva non piacere ma era sicuramente originale ed innovativo, e meriterebbe una riscoperta.

La storia di cui parliamo in questa puntata uscì negli stessi mesi in cui si stava consumando lo scioglimento della band più influente e celebrata della storia della musica (a parere di chi scrive e non solo, ma chi non fosse d’accordo si può accomodare all’ascolto prolungato di Revolver, Sgt. Pepper, e il White Album. E mettiamoci pure Abbey Road).  L’uscita di Let it be sanciva nel 1970 la separazione ufficiale dei Beatles, ma in realtà l’album era stato registrato l’anno prima e John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr si erano già detti addio. La fine del gruppo sanciva il suo ingresso nella leggenda, e la sua influenza sulla cultura popolare e musicale, che era stata centrale per tutto il decennio precedente, si sarebbe fatta sentire per molti anni a venire. I Quattro di Liverpool erano stati, con l’eccezione pioneristica di Elvis Presley, il primo fenomeno di costume mondiale della storia, riuscendo ad attraversare gli ambiti più disparati. Per restare al nostro settore, John, Paul e Ringo erano stati addirittura coprotagonisti di una storia ambientata nell’Universo Marvel quando, in Strange Tales #130, avevano incontrato la Cosa e la Torcia Umana dei Fantastici Quattro.

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Di tutti i racconti e le leggende fiorite intorno al gruppo, nessuna raggiunse la popolarità della vicenda passata alla storia come Paul is dead. In seguito a un incidente d’auto patito nel 1966 da Paul McCartney, durante le registrazioni di Sgt. Pepper, si sparse la voce che il bassista dei Beatles fosse in realtà rimasto ucciso nello schianto della sua vettura e sostituito da un sosia, prontamente trovato dall’abile manager del gruppo, Brian Epstein, per non interrompere le attività della band che in quel momento era all’apice del successo. A seconda della versioni, il sostituto era un attore scozzese o un ex poliziotto canadese; in entrambi i casi, costui era stato sottoposto a un’operazione di chirurgia plastica per aumentare la sua somiglianza con McCartney. La leggenda cominciò a girare già nel novembre del 1966, ma la secca smentita dell’ufficio stampa del gruppo la mise a tacere. La diceria riaffiorò nel 1969, quando una radio di Detroit ricevette la telefonata di un misterioso individuo che sosteneva di essere al corrente della verità sull’incidente d’auto di tre anni prima, sostenendo che Paul era davvero morto e che gli indizi erano presenti in numerosi dischi dei Beatles. Le prove portate a sostegno della propria tesi dai sostenitori del complotto sono talmente numerose da aver ispirato una letteratura a parte, e qui ci limiteremo a citare la strofa di A day in the life, in cui si accenna ad un incidente d’auto mortale in cui il conducente non si era accorto del semaforo rosso, come nel caso di McCartney, o la celeberrima e iconica copertina di Abbey Road, in cui i quattro Beatles attraversano la strada e Paul è l’unico ad essere scalzo e fuori passo rispetto al resto del gruppo, quasi a sottolinearne l’estraneità. Quel che è certo è che gli stessi Beatles erano divertiti da questa vicenda e nel corso della loro carriera hanno fatto di tutto per alimentarla, in virtù di un gusto per il gioco e per lo scherzo che animava John Lennon in particolare. Nel 1970, quindi, la leggenda di Paul is dead era ben radicata nella cultura popolare dell’epoca e non stupisce che Robbins e Novick, i realizzatori della nostra storia, abbiano chiesto l’aiuto di Batman e Robin per confermarne o smentirne la veridicità! Andiamo quindi alla scoperta di Dead… till proven alive!, tradotto con un più prosaico La Sostituzione dalle Edizioni Cenisio nella versione italiana.

La storia si apre all’Università di Hudson dove un gruppo di studenti, tra cui Dick Grayson, sta ascoltando il nuovo album dei Twists (Oliver Twists nella versione originale). Il gruppo altro non è che la versione DC dei Beatles, i quali probabilmente non avevano dato il via libera all’editore per farli apparire nell’albo con i loro veri nomi. Così Paul, John, George e Ringo diventarono Glenn, Saul, Hal e Benji, benché ritratti da Irv Novick con le loro fattezze… anche se Saul, più che a Paul, somigliava a Jeff Lynne, frontman degli Electric Light Orchestra e amico fraterno di George. Il deejay suggerisce agli ascoltatori di ascoltare il disco a velocità diverse per cogliere dei messaggi nascosti che confermerebbero il decesso di Saul, tenuto nascosto dal resto del gruppo che avrebbe provveduto a sostituirlo con un sosia. La radio annuncia inoltre che il tour dei Twists raggiungerà a breve Gotham City, per provare a tutto il mondo che Saul Cartwright è ancora vivo. A questo punto, Dick contatta Bruce per suggerirgli di cogliere la palla la balzo e ospitare la band a Villa Wayne. Il miliardario accetta: Batman potrà così occuparsi del caso Saul.

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Così arriva il giorno dell’arrivo del gruppo a Gotham. I quattro musicisti vengono ricevuti da Bruce, Dick e Alfred. A sua insaputa, Bruce sta registrando la voce di Saul. Più tardi, insieme a Dick, effettuerà un confronto con l’audio dei dischi per capire se il bassista è veramente chi dice di essere.

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L’esame conferma i sospetti di Bruce e Dick: gli spettri sonori sono differenti! Serve però un ulteriore conferma: lo spettro sonoro è sempre diverso a seconda che si canti o si parli. Nei panni di Robin, Dick entra nella camera di Saul per prelevare il mangiacassette che l’artista porta sempre in viaggio con sé, per poterlo utilizzare in caso di un’ispirazione improvvisa.

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Ma quando meno se lo aspetta, il giovane aiutante di Batman viene aggredito da un misterioso individuo, che gli sottrae il mangianastri. I sospetti del dinamico duo ricadono ovviamente su Saul.

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Bruce non si arrende e ricorre ad uno stratagemma per registrare ancora la voce di Saul: approfittando del compleanno di Alfred, chiede al gruppo di intonare un “Happy Birthday” in suo onore!

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Qui entriamo con tutte le scarpe nel momento più “weirdo” dell’intera vicenda, che calza a pennello con la natura di questa rubrica. Nel malaugurato caso in cui Batman non riuscisse a risolvere il caso, disporrebbe pur sempre di un bootleg dei “Beatles” che cantano “Birthday” nel suo salotto, una vera rarità!
Durante il confronto tra il nastro e le telefonate fatte da Saul, Batman e Robin ascoltano il bassista mentre prende appuntamento con il proprietario di una sala registrazioni. I due si affrettano a raggiungere il gruppo sperando di risolvere il mistero, ma vengono aggrediti da una banda di balordi che li stava aspettando. La telefonata era una trappola.

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Sgominati i delinquenti, il Cavaliere Oscuro decide di tornare alla Tenuta Wayne e di prendere il toro per le corna affrontando direttamente Saul. Quello che non poteva immaginare è che il vero responsabile è Glenn, che tenta di aggredirlo con una pistola, minaccia prontamente sventata da Saul.

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Il bassista può quindi rivelare la verità a Batman e a Robin: è lui l’unico superstite del gruppo originale, mentre i suoi compagni sono deceduti in un incidente con un jet privato, mentre si recavano in Nepal. Il povero Saul si era affrettato a trovare tre sosia di Glenn, Hal e Benji per salvare la band, sottoponendoli ad interventi di chirurgia plastica per aumentare la somiglianza con i suoi amici scomparsi. Per sviare qualsiasi sospetto, Saul aveva inventato e messo in giro la diceria sulla sua morte, polarizzando su di sé l’attenzione e sviandola dai “nuovi compagni”. Unico problema, la bramosia di denaro dell’avido, “nuovo” Glenn. Batman suggerisce a Saul di non disperdere il suo talento e di formare un nuovo complesso con “Hal” e “Benji”.

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Così grazie al dinamico duo, dalle ceneri dei Twists nasce un nuovo gruppo di successo, i Phoenix.

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Sperando che, nella finzione, producano musica migliore di quella dei Wings, gruppo creato da McCartney dopo i fasti degli anni con i Beatles e ritenuto da molti critici un passo falso nella straordinaria carriera di Sir Paul.

Prima di salutarci, è giusto tributare un piccolo omaggio all’artista di questo episodio cult di Batman, Irv Novick. Si tratta di un ottimo artigiano del fumetto, che ha legato il suo nome principalmente alle storie di Flash, ma che ha firmato anche storie significative del Cavaliere Oscuro (una delle mie preferite è il Demone di Gothos Mansion, storia dai toni horror stile film Hammer, scritta da Denny O’Neil). La sfortuna di Novick è stata quella di aver disegnato Batman nello stesso momento in cui il grande Neal Adams ne forniva la sua versione iconica, elemento che ha certamente relegato nell’ombra gli sforzi artistici del buon Irv.

È tutto per questa puntata di Mad Run! Ho una pila di vinili da far girare al contrario, a partire da Starway to Heaven dei Led Zeppelin: dicono che ci sia un messaggio nascosto, quindi vi saluto e vi do appuntamento alla prossima!
Scriveteci e commentate sulla nostra pagina Facebook per farci sapere se c’è una Mad Run che vorreste vedere apparire nella nostra rubrica. Fino a quel momento…
HEY, HO, LET’S GO!

Grandi Eventi Marvel - X-Men: Inferno, recensione: Il destino di Madelyne Pryor

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C’era una volta la Marvel degli anni ’80, un decennio fondamentale per la storia del fumetto che la Casa delle idee cavalcò da grande protagonista, proponendo cicli di storie indimenticabili realizzate da giganti del settore. Era la Marvel di Jim Shooter, il dispotico editor-in-chief che governò la casa editrice con pugno di ferro guadagnandosi l’odio eterno di tanti autori al suo servizio. Era il periodo d’oro, tra gli altri, del Daredevil di Frank Miller, dei Fantastici Quattro di John Byrne, del Thor di Walt Simonson e, soprattutto, degli X-Men di Chris Claremont.

Tra tutte le straordinarie invenzioni partorite dalla fervida immaginazione della coppia Stan Lee - Jack Kirby negli anni ’60, la saga degli X-Men era quella che aveva incontrato minor successo, un esito negativo dovuto principalmente al fatto che i due autori, oberati di lavoro e pressati dalle scadenze, avevano dovuto lasciare la serie dopo il primo anno e mezzo di vita per concentrarsi su altre testate come Fantastic Four e The Mighty Thor. Nel 1975 la Marvel prova un rilancio degli Uomini X col mitico Giant Size X-Men 1, e il resto è storia. La prima storia del nuovo gruppo viene scritta da Len Wein, ma già da quella successiva il posto al timone della serie, ribattezzata dopo pochi numeri Uncanny X-Men, viene preso dal suo giovane assistente, Chris Claremont. È l’inizio di una gestione che durerà ben sedici anni, che si rivelerà ben presto il più grande successo commerciale nella storia della Marvel e che ancora oggi è considerata, per ambizione e realizzazione, uno dei vertici qualitativi della narrazione seriale a fumetti americana.
Claremont realizza una versione aggiornata del feuilleton ottocentesco, tessendo un arazzo di trame e sottotrame lanciate nell’ombra per poi esplodere a distanza di decine di numeri, introducendo elementi da soap opera come amori impossibili e sofferti, tradimenti, intrighi, morti e resurrezioni. Il tutto unito ad una prosa qualitativamente eccelsa e ad una capacità straordinaria nel conferire spessore e tridimensionalità a degli eroi di carta.

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Nei primi anni della sua run, lo scrittore mise Jean Grey al centro della narrazione e la rese il cuore pulsante della squadra, costruendole intorno il grande affresco della Saga di Fenice Nera. Di ritorno dalla prima missione nello spazio della nuova squadra, Jean venne infatti posseduta da un’entità cosmica denominata appunto “Fenice”, che aggiunse capacità semidivine ai suoi già notevoli poteri di telepate e di telecineta. Corrotta da un potere sempre più incontrollabile, dal quale era stata trasformata nella malvagia Fenice Nera, Jean viene messa sotto accusa dall Impero Galattico Shi’ar per avere volontariamente disintegrato un intero sistema solare, causando milioni di vittime. Gli X-Men accorrono in suo aiuto, fronteggiando in un duello sulla luna la Guardia Imperiale Shi’ar. I lettori, intanto, affrontavano un dilemma morale: come tifare per un personaggio tanto amato ormai corrotto e perduto, capace di sterminare una galassia?

Nel memorabile finale della saga Jean, in un ultimo barlume di lucidità, decide di mettere fine alla sua vita per salvare l’universo, tra la disperazione dei suoi compagni e di Ciclope in particolare. Dopo aver sepolto quel che restava di Jean, Scott Summers decide di lasciare il gruppo e partire. Durante il suo peregrinare, conosce una donna che somiglia incredibilmente a Jean, Madelyne Pryor, e se ne innamora. I due si sposano ed hanno un figlio, Nathan Christopher. I piani di Claremont per la coppia vennero compromessi quando, pochi anni dopo, John Byrne rivelò in un numero di Fantastic Four che Jean Grey era viva e vegeta e che la Fenice si era sostituita a lei di ritorno da quella missione nello spazio, proteggendola in un bozzolo in fondo al fiume Hudson scoperto per caso da Vendicatori e Fantastici Quattro. Non era stata quindi la donna a morire sulla luna, ma un suo doppio. A nulla valsero le proteste di un adirato Claremont presso la dirigenza Marvel, che vedeva nel ritorno di Jean Grey la possibilità di una riunione dei cinque X-Men originali a cui dedicare uno spin-off della vendutissima serie mutante principale. La serie si fece, ovviamente, e venne chiamata X-Factor. Nel primo numero Scott, venuto a conoscenza del fatto che Jean era ancora viva, lasciava moglie e figlio per riunirsi con lei. Un gesto non propriamente elegante. Come se non bastasse, la povera Madelyne venne attaccata dai Marauders, nemici degli X-Men al soldo del malvagio genetista Sinistro, misteriosamente interessato a Nathan Christopher, che ordinò il rapimento del bambino. Salvata da un intervento degli X-Men, e rimasta ormai sola, Madelyne si unì a questi ultimi e andò a vivere con loro nell’outback australiano, in un periodo in cui la squadra era creduta morta e si era rifugiata all’insaputa di tutti in Australia.

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È in questo momento della saga degli X-Men che si svolge Inferno, cross-over uscito tra il 1988 e il 1989 che coinvolgeva le testate mutanti Uncanny X-Men, X-Factor e New Mutants, la collana dedicata agli studenti più giovani dello Xavier Institute che Claremont aveva tenuto a battesimo nel 1983, prima di cederne le redini a Louise Simonson a metà del decennio. La Marvel ha ormai abbandonato ogni remora circa una sovraesposizione eccessiva dei pupilli di Xavier e ne vuole sfruttare l’incredibile successo con un aumento delle proposte e eventi che coinvolgano l’intera linea, a partire da Il Massacro Mutante del 1986. È l’inizio di uno sfruttamento massiccio del brand “X”, che Claremont deve accettare suo malgrado, approfittandone per chiudere alcune delle numerose trame in sospeso. Con Inferno, in particolare, lo scrittore chiude il cerchio intorno alla travagliata figura di Madelyne Pryor, sottotrama che X-Chris aveva lanciato addirittura 8 anni prima in una vignetta marginale di Avengers Annual 10, in cui appariva una bambina dallo stesso nome. Nome che, per ammissione dello stesso Claremont è un omaggio al capolavoro hitckcockiano La donna che visse due volte , elemento che la dice lunga sulla relazione tra Madelyne e Jean Grey.

In Inferno scopriamo infatti che Maddie non è altri che il clone di Jean, creata in laboratorio da Sinistro per i suoi loschi scopi. Ossessionato da sempre dalla linea genetica dei Summers, il folle genetista intendeva creare il mutante perfetto grazie all’unione tra Scott e Maddie visto che Jean, morta sulla luna, non era più disponibile. Così, ad un’inconsapevole Madelyne erano stati forniti parte della personalità e dei sentimenti di Jean, spingendola tra le braccia di Scott. Ma non tutto era andato secondo i piani di Sinistro, perché presso la donna aveva trovato casa anche un residuo del potere della Fenice. Come se non bastasse, Maddie viene anche avvicinata da N’Astirh, un demone del Limbo che sta progettando l’invasione dell’isola di Manhattan. I due stringono un patto, e il demone trasforma la donna nella potente Regina dei Goblin. Dotata di un potere quasi assoluto e gonfia di rancore, la donna giura vendetta contro Sinistro per averla manipolata e contro Scott per averla abbandonata, scatenando letteralmente l’Inferno sulla Terra. Solo l’intervento combinato di X-Men, X-Factor e Nuovi Mutanti salverà la situazione.

Riletto oggi, Inferno denuncia sicuramente i trent’anni passati dalla sua uscita, soprattutto per un eccesso di verbosità e un uso delle didascalie ormai superato nel fumetto contemporaneo. Succedono più cose in questo cross-over che in intere annate della maggioranza delle collane odierne, dominate da uno stile “decompresso” che serve soprattutto a raccoglierne i cicli in bei volumi autoconclusivi da vendere nelle librerie. Al contrario, però, si resta ancora affascinati dalle trame ad orologio di Claremont e di come tutto riesca a convergere in un incastro attentamente pianificato e ragionato. Da questo punto di vista, sono gli episodi di Uncanny X-Men a farla da padrone nell’economia del volume, mentre le storie di X-Factor e Nuovi Mutanti scritte da Louise Simonson forniscono un contributo decisamente ancillare ai piani di “X-Chris”. Le vicende di Sunspot, Cannonball e compagnia, in particolare, risultano di difficile comprensione senza aver letto le storie precedenti, e portano a compimento la trama della possessione demoniaca di Illyana Rasputin, Magik, la sorellina di Colosso, diventata la Reggente del Limbo dopo averne spodestato il precedente sovrano, Belasco.

Le pagine di Uncanny, al contrario, sorprendono ancora oggi per la ricchezza delle trame e per lo spessore che Claremont sapeva conferire ai personaggi, accompagnandoli per mano in un processo di crescita durato sedici anni. Il team di questo periodo, poi, era uno dei più azzeccati dell’intera storia della squadra: ai veterani Wolverine, Colosso, Tempesta e Rogue si accompagnavano Havok, il complessato fratello di Ciclope che aveva da poco iniziato una travagliata relazione con Madelyne, l’affascinante profugo extra-dimensionale Longshot, Dazzler, la cantante capace di tramutare la propria voce in colpi di luce e Psylocke, l’elegante telepate sorella di Capitan Bretagna che da li a poco avrebbe affrontato una traumatica trasformazione nella mortale e affascinante guerriera che conosciamo oggi. È qui che assistiamo alla reunion, dopo una lunga diaspora, tra gli X-Men creduti morti e i loro compagni di X-Factor, che poco tempo dopo rientreranno nel team nell’atto conclusivo della lunga gestione claremontiana. Il tutto illustrato da un Marc Silvestri in grande spolvero, capace di tradurre in immagini di forte impatto l’intreccio immaginato dallo scrittore. Il disegnatore dà il meglio di sé soprattutto nel disegnare eroine di una bellezza impossibile, sinuose ed affascinanti, eguagliato in questo solamente dal suo amico e successore sulle pagine di Uncanny, Jim Lee. Sulle pagine di X-Factor, il contributo grafico di Walter Simonson non è all’altezza delle vette raggiunte dall’artista pochi anni prima col suo leggendario ciclo di Thor, penalizzato dalle pesanti chine di Al Milgrom; in New Mutants, il tratto cartoonesco di Brett Blevins appare fuori luogo e avulso dal contesto generale, con i suoi Nuovi Mutanti ritratti come ragazzini dai grandi occhioni. Ma a breve arriverà Rob Liefeld, che avvierà il processo di trasformazione della testata in X-Force.

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Prima di abbandonare la grande saga mutante da lui ideata e condotta per più di cinque lustri, Claremont si toglierà lo sfizio di scrivere un ciclo di X-Factor, la testata di cui aveva cercato di impedire la nascita, per risolvere la sottotrama legata a Nathan Christopher Summers, il figlio di Scott e Maddie. Il bimbo verrà infettato dal virus tecno-organico dal malvagio Apocalisse e ad un disperato Ciclope non resterà che inviarlo nel futuro per cercare una cura. Il bambino tornerà nel nostro tempo adulto, nei panni del risoluto guerriero di nome Cable (presto al cinema in Deadpool 2 con le fattezze di Josh Brolin).

Raccolto da Panini Comics in un bel brossurato della linea Grandi Eventi Marvel, Inferno è un capitolo dell’epopea claremontiana consigliato tanto ai lettori della vecchia guardia tanto ai neofiti che, partendo da qui, avranno magari la curiosità di scoprire l’intera run mutante dello scrittore. Recupero che ci sentiamo di raccomandare vivamente, per poter vivere appieno l’opera di un tessitore di trame che ha giocato fino in fondo tutte le carte a lui concesse dalla serialità, come nessuno né prima né dopo di lui.

Historica 63: Ribelli - Stati liberi e indipendenti, recensione: Gli uomini che fecero la Storia

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Brian Wood ha saputo costruirsi, nell’arco della sua carriera, una reputazione di sceneggiatore impegnato che non teme di affrontare argomenti anche controversi. Pur non avendo mai raggiunto lo status di “star”, si è guadagnato un buon seguito presso gli appassionati grazie a serie cult come DMZ e Northlanders. Da qualche anno, Wood si sta dedicando con passione alla narrazione di “storie americane”, tra presente e passato. Il primo caso è ben rappresentato da Briggs Land, appassionante serie ambientata in un’America rurale e suprematista, bacino di voti in cui hanno attecchito le promesse elettorali di Donald Trump. Ma è con la saga di Rebels che lo scrittore sta conducendo una sentita rivisitazione della nascita degli Stati Uniti, vista attraverso gli occhi di chi la Storia la fa ma senza finire mai nei libri di testo degli istituti scolastici. Così, a tre anni dall’uscita della prima miniserie, arriva in Italia il seguito, intitolato Ribelli – Stati liberi e indipendenti, pubblicato anch’esso nella collana “Historica” di Mondadori Comics.

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Nella miniserie originale avevamo assistito alla nascita degli Stati Uniti d’America, grazie all’impegno e alla dedizione di uomini come Seth Abbott, colono del New Hampshire che, dopo aver assistito con i suoi occhi alle violenze perpetrate dalle giubbe rosse al servizio della Corona Inglese, decide di arruolarsi e votarsi alla causa dell’indipendenza. La sua dedizione lo porterà a guadagnarsi la fiducia di George Washington in persona, ma anche a sacrificare la sua vita familiare: sarà costretto ad allontanarsi per anni dalla moglie Mercy, lasciandole l’onere di crescere da sola il figlio John appena nato. E proprio John, ormai cresciuto, raccoglie il testimone dal padre come protagonista di questa seconda puntata. Il giovane Abbott è un ragazzo solitario e taciturno, e coltiva un’unica passione: ama passare le giornate sulla collina vicino alla sua abitazione, da cui gode di un’ottima vista sul mare. Ammira con lo sguardo il passaggio di navi, velieri e brigantini, che sa riconoscere e catalogare anche da una grande distanza. Quello di John è qualcosa di più di un hobby, il ragazzo è dotato di un talento innato: sa ideare navi di nuovissima concezione, come nessun altro. Per questo va a lavorare nei cantieri navali di Boston, dove si mette subito in luce con i suoi superiori. John darà l’impulso decisivo alla nascita della flotta navale statunitense, resasi necessaria dopo i numerosi atti di pirateria contro le navi mercantili americane da parte di inglesi e francesi. Contro i primi, scoppierà la guerre anglo-americana, a cui John darà un valido contributo con la realizzazione della Constitution: la costruzione della più grande nave della flotta a stelle e a strisce costerà al ragazzo lunghi anni della sua vita e a questa ossessione sacrificherà tutto, anche la libertà, per motivi che qui non sveleremo. Come suo padre, anche John si dedicherà a una causa che gli segnerà l’esistenza, contribuendo a muovere i fili della storia della sua nazione da una posizione defilata, lontana dai riflettori, ma comunque importante.

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Brian Wood prosegue la sua narrazione delle origini degli Stati Uniti d’America con una prosa asciutta, essenziale e non celebrativa: chi si aspettasse l’agiografia tipica di tanti lungometraggi resterebbe deluso. Lo scrittore compie un efficace lavoro di sottrazione, mostrando solo alcuni brevi passaggi di natura bellica necessari al racconto, per poi concentrarsi sull’intimità degli uomini come John Abbott, che hanno fatto la storia del paese da dietro le quinte. Rispetto al padre Seth, che pur con tutti i suoi limiti era un patriota, la figura di John è controversa, divisa tra luce e ombre. La dedizione al suo sogno sembra più il personale soddisfacimento di un’ossessione che lo tormenta più che servizio reso alla patria, il risultato di una passione coltivata durante un’infanzia solitaria. Anche la storia d’amore con Alice, l’unica persona in grado di relazionarsi con lui, ci viene raccontata a posteriori, con l’espediente di uno scambio epistolare, quasi per non distrarre il lettore dalla vicenda principale. Con la figura di John Abbott, Wood si conferma ancora una volta abilissimo nel tratteggiare la psicologia dei suoi protagonisti.

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Il nostro connazionale Andrea Mutti accompagna ancora una volta lo scrittore nell’avventura di Rebels, formando con lui un sodalizio perfetto: non finiscono di stupire le sue tavole ricche di dettagli, la versatilità nell’illustrare tanto le scene di guerra quanto l’intimità domestica. La resa visiva non risente dell’abbandono della precedente colorista Jordie Bellaire, grazie alla vivida palette cromatica del subentrante Matt Taylor.

L’ottimo volume cartonato con cui Mondadori Comics presenta Ribelli – Stati liberi e indipendenti può fregiarsi anche questa volta della preziosa introduzione di Sergio Brancato, indispensabile per fornire al lettore coordinate storiche necessarie alla comprensione dell’opera.

 

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