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Deadwood Dick 1, recensione: la Bonelli si fa Audace!

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“Bruttostronzofigliodiputtana”, si apre con questa battuta Deadwood Dick, il nuovo fumetto Bonelli che inaugura la linea Audace per lettori maturi. Un’imprecazione che sembra esser messa lì apposta per dire che qui non c’è posto per “satanassi” o “giuda ballerini” di sorta. La voglia di rinverdicare la propria identità “adulta” è dunque subito evidente dalla scelta lessicale effettuata e di certo non si ferma qui. Ma procediamo con ordine.

Da anni ormai la Bonelli opera un processo di rinnovamento che coinvolge sia le sue testate storiche che le modalità di diffusione, i contenuti e anche gli assetti interni. Dopo aver sistemato il suo parco testate base, l’arrivo delle miniserie ha permesso di proporre nuovi personaggi e nuove tematiche, svecchiando anche il proprio linguaggio e proponendo il colore oltre al consueto bianco e nero. Negli ultimi anni, il varo di una linea da libreria e l’adozione di nuovi formati è stata accompagnata anche da una differenziazione più profonda che mira a target diversi. Così, oltre alla sua linea “classica” - di cui fanno parte Tex e Dylan Dog, ad esempio - la Bonelli ha varato la linea Young, rivolta ai più giovani (Dragonero Adventures, 4Hoods) e quella Audace, rivolta invece a un pubblico più maturo.

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Presentata ufficialmente a Lucca Comics & Games 2017, la linea – che prende il proprio nome dalla prima denominazione della casa editrice Sergio Bonelli Editore – ha visto debuttare in libreria Senzanima e Sessantotto, mentre ora, con Deadwood Dick, fa il suo esordio anche in edicola. La serie è ispirata a un vecchio eroe western che è stato totalmente rielaborato dallo scrittore texano Joe R. Lansdale e che ora diventa un fumetto grazie al lavoro di Michele Masiero e Corrado Mastantuono.

La vicenda è ambientata circa 20 anni dopo la guerra di secessione americana che ha abolito la schiavitù. Tuttavia, nel Texas di quegli anni essere un nero era sempre un marchio indelebile agli occhi dei bianchi, ed è per questo che per un futile motivo il protagonista del racconto si ritrova a fuggire dal suo villaggio per evitare un’ingiusta impiccagione. L’unica via per avere un futuro dignitoso gli sembra quella di arruolarsi nell’esercito. Durante la sua fuga conoscerà Cullen, un ex maggiordomo (e schiavo) al servizio di un bianco che aveva combattuto con i sudisti al fianco del suo padrone, ucciso in guerra. Al suo ritorno si ritrovò libero, ma senza un lavoro. Dopo anni di sacrifici, anche per lui l’esercito rappresenta una paga e un posto sicuro.

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L’avventura inizia in media res con il protagonista che lotta per la vita contro un indiano. È lo stesso Dick a narrare la sua storia e, grazie alle didascalie, possiamo andare avanti e indietro nel tempo nella sua vita. La frammentarietà della linea temporale, che compie enormi salti in avanti e indietro, è uno degli espedienti che Masiero utilizza in nome di una maggiore libertà creativa per questo fumetto. Un altro è il lessico, come anticipato in apertura di articolo. Se è vero che lo stesso Lansdale utilizza un linguaggio forte e diretto, il suo utilizzo massiccio risulta quasi eccessivo in alcuni casi, come se si volesse rimarcarne la possibilità di utilizzarlo.

Altra impressione simile riguarda l’utilizzo di situazioni che difficilmente vedremo in western come Tex (Cullen che defeca dietro un cespuglio e il conseguente dialogo). Tuttavia, se magari qualche soluzione del genere appare forzata, in generale il lavoro fatto da Masiero scorre con grande scioltezza.
Anche la storia fila liscia e i personaggi appaiono ben caratterizzati. Tuttavia, la vicenda è ancora troppo introduttiva è sembra interrompersi bruscamente alla fine, come se la sceneggiatura originaria fosse stata spezzata in due parti. Ricordiamo che, per questa serie, si è utilizzata una foliazione totale di 68 pagine, di cui 60 di fumetto, poco più della metà di un normale Tex. Insomma, la struttura episodica non è stata sfruttata al massimo e la sensazione di trovarsi davanti a “mezzo episodio” è forte, tuttavia la qualità della scrittura resta alta e si attendono sviluppi dell’intreccio narrativo per farla decollare del tutto.

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Il formato leggermente maggiore rispetto a un classico albo Bonelli permette a Mastantuono, fra i maggiori artisti contemporanei del fumetto italiano, di sfoggiare tutta la propria arte. Non assistiamo a un utilizzo della gabbia diverso da quanto potremmo vedere in uno dei recenti albi dell’editore, oramai serie come Orfani e Dragonero ci hanno mostrato soluzioni visive ben più “spinte” di quelle utilizzate in Deadwood Dick, ma nelle tavole di Mastantuono possiamo notare una regia al di là della perfezione, e la qualità del suo lavoro raggiunge vette notevoli.

Se per un giudizio complessivo più dettagliato dobbiamo attendere le prossime uscite, non possiamo che considerare Deadwood Dick come un buon punto di partenza. La differenza con la linea classica Bonelli si evince in una serie dai toni più maturi e che si concede qualche libertà espressiva in più. Siamo ai primi passi, ma la linea Audace sembra aver iniziato col piede giusto.

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Affrontare la proprie paure con l'ironia: intervista a Daniel Cuello

Per leggere la recensione di Guardati dal beluga magico, clicca qui.

Daniel Cuello, dopo il successo di Residenzia Arcadia, pubblicato da Bao Publishing, torna con un nuovo libro, dove raccoglie le sue strip più famose ma inserisce un racconto breve molto intenso e personale. Lo abbiamo intervistato al Napoli Comicon 2018, dove abbiamo affrontato temi importanti e caldi. Soprattutto in questo momento storico.

Come mai la scelta di creare una storia insieme alle tue famose strip?
Ci tenevo tanto a raccontare qualcosa di personale, un momento ben preciso della mia vita, quello che stavo vivendo mentre pensavo alla storia. Nel racconto faccio fare un salto al mio personaggio. Un salto nei miei “passati”, ma non solo: l’ho trasportato dalle strip a qualcosa di più strutturato ed elaborato. Una cosa di cui sentivo il bisogno, ho molte cose da raccontare e volevo partire da questa.

Tra prologo e capitoli c’è un intermezzo delle tue strip più famose, come mai questa scelta di spezzare la continuità?
Tutte le strip e il racconto sono ambientate nello stesso universo: nella realtà. Per quanto esasperata e alcune volte no sense, parlo sempre della realtà che mi circonda. Certe strip possono non sembrare verosimili, ma sono tutte “sincere”, basate su eventi che mi accadono realmente. Fanno parte del racconto complessivo, anche se sembrano lontane dal tema del racconto.

COVER GUARDATI DAL BELUGA MAGICO

Ricordi e malinconia, senso di esclusione, integrazione e appartenenza. Cosa ti ha spinto a scrivere ora di questi temi? C’è stata una necessità particolare o qualche stimolo che ha innescato la storia?
Erano cose che vivevo mentre scrivevo il racconto. Avevo la necessità di esternarle e un racconto mi sembrava il modo migliore anche per liberarmene, in un certo senso. Sarà retorico, però per me è stato terapeutico. Liberarsi da certi pesi emotivi che mi stavano schiacciando è stato come prenderne coscienza e sono riuscito a esorcizzarli alleggerendomi un pochino.

Visti i temi affrontanti, il personaggio potrebbe essere ampliato...
Infatti uno dei miei obiettivi è quello di farlo crescere. Questo è solo l’inizio, In futuro ci saranno altri sviluppi. Ho molte cose in serbo per “il personaggio”. Anche se al momento mi sto occupando di cose diverse.

Anche il tono è molto particolare.
Sì, ci tenevo a essere ironico. Ci sono temi molto importanti che non volevo raccontare in modo pesante. Si parla di appartenenza, esclusione e malinconia, persino depressione, tematiche che non vorrei trattare in modo patetico. Mi piace arrivarci in modo ironico, appunto, e un po’ per volta. Con la prima lettura magari viene da sorridere, mentre con la seconda si notano sfumature più celate ma presenti. Questo perché chi lo legge non deve sentirsi appesantito, deve poterlo leggere senza stufarsi, così da cogliere poi il messaggio sottostante. È un espediente, è il mio modo di raccontare. Anche perché è proprio il mio modo di vedere la vita: c’è sempre comicità e drammaticità, è il metodo narrativo che più mi rappresenta.

Il bambino menzionato nel racconto, sei tu realmente oppure è solo uno spunto narrativo? C’è un motivo particolare? E perché come rappresentazione della paura c’è proprio il Beluga?
Il bambino è effettivamente il me bambino. Cioè, io realmente avevo quella maglietta a righe. Divido la mia vita, un po’ come fanno tutti, in grandi capitoli. C’è il capitolo uno, Argentina, fino a quando avevo 8 anni. Sono stato catapultato in Italia ed è iniziato un altro capitolo. È iniziata l’adolescenza, in Italia, e quello è stato un altro capitolo ancora, e così via fino ad oggi.

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Andiamo un attimo off-topic, anche se nemmeno tanto. Quando sei arrivato in Italia com’è stato?
Io sono stato fortunato, ti dirò. Per due semplici motivi: sono bianco e sono argentino. Questa cosa, vista dagli altri, non mi fa percepire come straniero, “sono uno di loro”. Questo ti fa capire quanto il razzismo sia una questione di pura percezione di chi il razzismo lo fa. Se fossi stato anche solo un po’ più scuro avrebbero avuto qualcosa di cui lamentarsi, pur mantenendo tutto il resto identico. Questo, non posso negarlo, mi ha aiutato. Però ho vissuto sempre con questa strana sensazione di non sentirmi mai completamente a casa in Italia e non sentirmi più a casa neanche quando tornavo in Argentina. Perché vieni visto dagli argentini come uno che se n'è andato. Addirittura mi chiamavano “tano”, un appellativo che viene dato agli Italiani. Anche loro mi vedevano come straniero e in Italia ovviamente mi dicevano che ero straniero perché venivo dall’Argentina. Non mi sono mai sentito a casa da nessuna parte. Penso che chi è andato a vivere da un’altra parte, soprattutto da piccolo, capisce perfettamente di cosa sto parlando. Hai tutto l’imprinting del tuo paese ma anche l’accumulo culturale del luogo in cui ti trovi. Non riesci a trovare il punto preciso di equilibrio. Capita a tutti gli immigrati di prima generazione e, ripeto, io sono stato “fortunato”. Per quelli che hanno vissuto questo distacco è normalissimo sentirsi in questo modo. L'aspetto positivo è che ti apre la mente, vedi le cose da più prospettive. Avere un occhio dentro e un occhio fuori mi fa vedere i pregi e i difetti dell’Argentina come dell’Italia. Questo meccanismo è visibile in Residenza Arcadia. I personaggi sono sì stronzi, ma ne mostro sia i pregi che i difetti.
Per rispondere alla questione della rappresentazione della paura ti posso dire “perché è innocuo”. Il Beluga è il panda dei mari, totalmente inoffensivo. La paura, per certi versi, è un qualcosa che provi solo tu. È la tua immaginazione, un tuo modo di vedere le cose e la realtà. Quando ho fatto la strip da cui è nato tutto il libro, quella riportata anche nella quarta di copertina, mi serviva un colpo di scena, dovevo sfruttare qualcosa di non spaventoso, per far comprendere il concetto. Intorno al Beluga, infatti, ci sono persino un arcobaleno e delle stelline, non fanno paura, anzi, sembra tutto bello.

Tecnicamente la struttura del libro è divisa in atti. Ogni intermezzo rispetta precisamente delle categorie delle strip. C’è la fiction, l’amico disturbatore, Piero Angela, le riflessioni al pc. Alcune sembrano il preludio del tema della storia inedita ed arrivano quasi subito prima dell’inizio del capitolo. Sono state pensate per la storia oppure è una coincidenza? Dato che sono già online da tempo, le hai pensato in precedenza al libro e con finalità su esso?
Sì, ho cercato di fare una divisione per tema. Non so se ci sono riuscito alla perfezione, ma era questo il mio intento. Per risponderti alla coincidenza o meno, ti dico subito che alcune son state create ad hoc per la storia breve. Sono totalmente inedite e non si trovano sul web. Quella che ha dato il via al tutto, come ti dicevo prima, è quella del Beluga Magico, che ho ampliato ed elaborato, fino ad arrivare al racconto breve.

Alcune strip presenti sul web sono quasi premonitrici. Come se aleggiasse già nell’aria questo racconto.
Sì, anche se in un primo momento possono sembrare totalmente scollegate tra di loro, nel libro ho dato alle strip la continuità che c’è hanno nel mio cervello, come se fosse una serie televisiva divisa in tanti capitoletti. Ci sono personaggi ricorrenti, guest star e gag ricorrenti. Prendiamo Piero Angela: lui torna spesso, perché è un personaggio che mi piace. Appare anche nel racconto breve, per dare questo senso di continuità. Volevo che il racconto avesse la stessa atmosfera delle strip. Non doveva essere una cosa a sé stante o totalmente nuova, altrimenti avrebbe stonato con l'insieme.
 
Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro? Stai già lavorando a qualcosa?
Non posso dire granché in realtà, ho già in programma e in lavorazione il prossimo libro, che uscirà nel 2019. Sarà un graphic novel autoconclusivo, con personaggi nuovi e totalmente inediti. Non c’entra né con Residenza Arcadia, né con il Beluga. Vedrete!

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Addio a Steve Ditko, papà di Spider-Man e del Doctor Strange

  • Pubblicato in News

Ci ha lasciati a 90 anni Steve Ditko, co-creatore di Spider-Man e del Doctor Strange. A darne notizia è il sito The Hollywood Reporter dopo conferma del dipartimento di polizia di New York.

Non è stata annunciata nessuna causa di morte. Ditko è stato trovato senza vita nel suo appartamento il 29 giugno e si ritiene che sia morto circa due giorni prima.

Ditko, da sempre un solitario, non ha eredi e risulta non sposato.

Nato a Johnstown il 2 novembre 1927, Ditko studiò alla Cartoonists and Illustrators School (attuale School of Visual Arts) di New York e fece il suo debutto artistico nel 1953 per la Crestwood Publications e la Harvey Comics. Nel 1956 fece il suo debutto alla Atlas Comics, la futura Marvel, su Journey into Mystery 33. All'inizio degli anni '60 creò con Stan Lee i suoi personaggi più celebri: Spider-Man e Doctor Strange. Dopo i dissapori con Lee, a metà anni '60 tornò alla Charlton, dove aveva già lavorato negli anni '50. A fine anni '60 e metà anni '70, l'artista lavorò per la DC Comics, dove creò Creeper, Hawk e Dove e Shade, fra le altre cose.

In seguito, le sue collaborazioni con diversi editori (anche con la Marvel) sono state numerose. Anche se nel corso dei decenni la sua attività è diminuita, fino all'ultimo Ditko ha scritto e disegnato fumetti, come dimostrano le sue ultime opere tramite crowdfunding su Kickstarter come quella che vi abbiamo riportato appena un mese fa.

Di seguito, alcune delle immortali tavole e cover disegnate da Ditko.

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Ribellioni adolescenziali fra le note delle Spice Girls e dei Nirvana, intervista a Eleonora Antonioni e Francesca Ruggiero

Per leggere la recensione di Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano, clicca qui.

La Eris Edizioni, dopo aver sostenuto il Progetto Stigma non si ferma qui. Chiama in causa due autrici così diverse ma così affiatate: Eleonora Antonioni e Francesca Ruggiero. Il loro libro Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano sorvola il tema dell’adolescenza, quei drammi che ci sono tanto cari e familiari e lo fa portandoci indietro nel tempo, negli anni '90, dove smartphone e digitale erano ancora utopia. C’erano i diari, all’epoca e proprio i diari sono un elemento importante perché perno stilistico e narrativo. Abbiamo incontrato le due autrici a Napoli Comicon 2018, per scavare un po’ di più, all’interno di questo piccolo affresco narrativo.

Perché storie di bambine ed adolescenti? C’era una necessità di voler raccontare una cosa specifica o è nata da qualcosa in particolare?

Ruggiero: Non c’è una qualcosa in particolare. O forse sì, quando tu parli di urgenza. Cioè io avevo scritto questo racconto e quando scrivi un qualcosa parti sempre da un’urgenza, appunto, o dalla voglia di raccontare una situazione o un’emozione. In questo caso volevo raccontare uno dei primi pugni nello stomaco, che ti prendi in quella fase di transizione, quando smetti di essere bambino e incominci ad essere adulto. Quel periodo quando sei nella pre-adolescenza e stai entrando nell’adolescenza. Dirti esattamente perché l’ho scritta, non lo so, come non so mai perché scrivo una storia invece di un’altra o perché do la precedenza ad una invece che ad un’altra. Questo non te lo so spiegare. So soltanto che dopo che l’ho finita, mi è subito venuta in mente Eleonora. Ho pensato che mi sarebbe piaciuto tanto vederla trasposta da lei, come un fumetto. Quindi le ho mandato la storia, che poi è il primo racconto del libro. Come avrai visto sono tre racconti diversi. Io le inviai il primo. Lei l’ha letto e dopo qualche mese ci siamo messe a lavorare sul libro. E così è nato.

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Quindi inizialmente non era concepito per essere un fumetto ma come racconto di narrativa.

Ruggiero: Sì. Anche se poi con Eleonora ci abbiamo messo un pomeriggio a fare l’adattamento, essenzialmente lo storyboard. Mi sono immaginato l’adattamento con lo stile di Eleonora fin da subito. Non so dirti perché ma era chiaro nella mia mente. Ovviamente conoscevo già il suo lavoro e conoscevo lei. Mi sembrava perfetto per le corde di questa storia.

Antonioni: Come diceva Francesca, la caratteristica di questo racconto è proprio il primo momento in cui ci si scontra in una maniera un pochino più adulta con gli altri o con la società e, questa cosa, mi piaceva molto. Questa fascia d’età è caratterizzata da queste super-mega-tragedie, anche se le difficoltà della vita sono altre. Queste situazioni sono vivissime e vissute come drammi reali. Però ci interessava parlarne, quindi abbiamo messo in piedi gli altri racconti. Più che altro per completare così la narrazione e la tematica. Tra l’altro, il suo racconto, era scritto in prima persona. Sembrava messo giù tutto d’un fiato, come un flusso di coscienza della protagonista e così è nata l’idea di fare un diario. Alla stessa maniera gli altri due. Sembrano tre piccoli estratti di diario ma con forme diverse. Il primo è da riflessione e scrittone, quindi cosa scrivo giorno per giorno sul mio diario. Il secondo è un diario visivo, fatto tipo di collage, mentre nel terzo, la ragazza appunta i testi delle canzoni. Lei non esprime a parole quello che prova e sente. Non le piace parlare con la gente, quindi scrive la musica perché ama la ama. Comunque sono tre componenti che nei nostri diari c’erano sempre. Quindi abbiamo scisso il tutto in tre storie con queste tipologie di espressione. Essendo poi che la struttura è formata dal presente per poi andare in flashback, ho utilizzato la penna quattro colori per tratteggiare ogni singola componente visiva. Tipo il rosso e il nero per il presente e l’azzurro e il rosso per i flashback. Il verde solo per le cose riportate dalla televisione come programmi, canzoni e pubblicità. Il blu, comunque, è il colore dei diari. Nel secondo invece, l’azzurro è il colore delle pagine di quadernone che usa la ragazza. Il terzo, essendo caratterizzato dai testi delle canzoni, ho utilizzato il verde, perché già dall’inizio la parte mediatica aveva questo colore e richiamava il tutto.

Iconografia anni 90. È stata una scelta narrativa particolare e studiata, oppure è venuta casualmente, in maniera consequenziale perché vi è più vicina?

Antonioni: Entrambe. Io quando ho letto il racconto poteva essere pubblicato su riviste di narrativa già così com’è. Però ho notato che in tutto il racconto c’era la totale assenza di tecnologia. Quindi pensare ad adolescenti che non usano messaggini mi sembrava strano. C’era la totale assenza di quel media e quindi le ho chiesto se l’avesse immaginata nel passato. Magari nell’adolescenza passata da noi, quindi gli anni '90. In realtà non era un problema che si era posta inizialmente, l’è venuta così e non volevamo alterare questa caratteristica peculiare. Quindi per noi, essendo più naturale e facile descrivere la nostra esperienza e gli anni' 90, abbiamo deciso di farlo. Da qui abbiamo messo giù un processo di riportare e riscavare le icone dell’epoca. Non è stato premeditato ma naturale.

Ruggiero: La scelta narrativa di non inserire la tecnologia è avvenuta perché c’era il bisogno di non scrivere una storia statica. Nel senso che una persona che guarda un telefono, per me, è la cosa più statica che puoi immaginare. Preferisco, nelle mie storie, che i personaggi facciano e dicano in faccia o vedano delle cose che succedono. Prediligo il mostrarle piuttosto che rappresentarle attraverso messaggini per telefono.

Antonioni: In realtà poi se si pensa, se fosse stato ambientato ai giorni nostri, sarebbe raccontato attraverso e totalmente nei social network. Invece della festa magari sarebbe un’attenzione mancata sui social, un visualizzato su Whatsapp. Non so, cose del genere. Però ci piaceva inserire quel modo di viversi le cose, così diverso da oggi. Anche se i sentimenti dietro sono gli stessi. Prima magari se non avevi l’attenzione dell’amica, dell’amico o del ragazzo che ti piace magari soffrivi a merda. Ora se non hai il like, ci soffri. Cambia la modalità ma non il sentimento o l’emozione dietro.

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Però l’iconografia è proprio marcata. Come a voler sottolineare determinate cose, oggetti etc. Come se fosse quasi un manifesto anni '90.

Ruggiero: Ci siamo divertite di più così. Noi avevamo quegli anni (delle protagoniste) proprio negli anni '90. Avevamo quell’età esattamente in quel periodo. Quindi avevamo una ricchezza iconografica già di nostro e introiettata fortissimo. C’è anche da dire che durante l’adolescenza hai un sacco di miti, un sacco di cose che ti piacciono che invadono proprio materialmente la tua vita in ogni aspetto. Dalla tua cameretta al tuo diario, al modo in cui ti vesti. Vorresti far parte di quello che vedi. Adesso è diverso, però negli anni '90, per esempio, era MTV, la finestra nel mondo. Guardavi la tua scuola e poi guardavi la scuola americana. Valeva per qualunque cosa, secondo me. Era una ricerca identitaria: assomigliare ai tuoi idoli, i contesti che vorresti e desidereresti, i riferimenti da cui prendere spunto. Crescendo poi ti spogli da tutte queste infrastrutture ma ti restano comunque dentro. Ma quello è il momento dell’accumulo. Nel libro quando dici che è sottolineato, perché è il momento dell’inglobare il più possibile.

Antonioni: L’elemento dei televisori, ad esempio, è un particolare creato in corso d’opera. Non ricordo esattamente il momento ma c’è stato un attimo in cui ho pensato che ci potesse essere qualcosa nato dall’input, dato dalla televisione. I bambini nati e cresciuti negli anni '80 e '90, in verità dagli anni '60 ma prima c’erano meno canali, era diverso. Comunque sia la televisione è stata la nostra babysitter. Il nostro media. Ora c’è internet, Youtube, ma per noi era quello. Non sceglievamo cosa vedere perché in parte ci veniva imposto, quindi anche per le protagoniste mi piaceva l’idea dello spot che improvvisamente appariva. Ci sono alcune cose che abbiamo studiato ritornando al passato. Tipo Clarice, la ragazza del terzo racconto, ascolta la musica mentre corre. Negli anni '90 ascoltavi il lettore cd mentre lei ascolta il walkman. Il lettore cd però salta se corri, quindi non abbiamo preso un periodo specifico degli anni '90. Come riferimento abbiamo la seconda metà degli anni '90. C’è un periodo specifico che però non vogliamo rivelare. Soprattutto per il terzo racconto, dato che ci serviva una playlist e un riferimento.
Siete uscite però nel momento storico adatto, dato che viviamo in un periodo di revival anni 90

Antonioni: Quando abbiamo deciso di ambientarlo in quegli anni, volevamo prendere un po’ tutto quello che ci piaceva e mischiarlo. Però poi abbiamo calcato un po’ verso la fine di quel periodo strategicamente, perché il revival attuale è su quello. Ti spiego. Il revival c’è già da due o tre anni. In questo preciso momento riviviamo quella fascia finale degli anni '90. Siamo quasi a cavallo degli anni 2000. Un po’ ci abbiamo anche pensato dato che ormai l’ambientazione era quella, perché non sfruttare la cosa.

Come mai la scelta stilistica della biro, essendoci proprio una dedica ad inizio albo?

Antonioni: Anche questa modalità è avvenuta sperimentando. Io in linea di massima, uso china e pennello e quando stavo cercando di creare personaggi, dargli un volto, fare i primi studi, notavo che questo tipo di tecnica non andava bene. È nata prima la decisione di voler usare più colori. Pochi. Una selezione limitata, però c’era qualcosa che non andava. In quel periodo disegnavo tanto con le penne a colori. Spesso quando lo facevo dal vivo. Quindi ho iniziato a fare gli storyboard così. Poi ho capito che andava e ho sperimentato la scelta delle tonalità da usare. L’effetto mi era piaciuto molto e ho deciso di usare la penna quattro colori. Quando ci hanno chiesto, quindi, di voler fare una dedica mi è sembrata opportuna anche per voler giustificare questa scelta stilistica. Poi all’interno c’è una scena dove è menzionato Birò e la penna quattro colori. Che poi non ha nemmeno il brevetto, preso da Bic, quindi gli abbiamo fatto questo omaggio.

Ruggiero: Quando mi ha presentato questi storyboard disegnati a penna li ho trovati molto freschi e sono saltata di gioia e le ho chiesto di lasciarli in questo modo. Molto pop come espressione.

In futuro possiamo aspettarci altro da voi due insieme?

Antonioni: Sicuramente sì ma ora dovremo dividerci per un po’. Io sto lavorando ad un altro libro che mi terrà impegnata. Abbiamo altre idee che stiamo sviluppando insieme. Lei poi continua a scrivere altri progetti. Ci siamo trovate bene. Un lavorare in simbiosi, un continuo palleggiarsi di materiale, pomeriggi passati insieme dato che viviamo nella stessa città e siamo amiche. È stato veramente bello.

 

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