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All Star Superman: caduta ed ascesa di un Uomo d’Acciaio

di Davide “Myskin” Giurlando
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Se c’è un motivo per cui la DC Comics ricorderà con piacere il triennio 2006/2008 (per il resto funestato da ritardi, incoerenze editoriali e cambi di disegnatore e scrittore in corsa) è senz’altro All Star Superman, la maxiserie di Grant Morrison e Frank Quitely uscita con cadenza (più o meno) bimestrale a partire dall’autunno 2005, e al centro di un enorme successo di pubblico e di critica (tre premi Eisner, due Harvey, tre Eagle). I meriti di All Star Superman, tuttavia, si sono visti paradossalmente soprattutto dopo la sua conclusione: la palpabile influenza che la storia sta avendo sulle testate regolari dell’Uomo d’Acciaio (e non solo in quelle) è vista da molti come la conferma che la saga – come si era già intuito all’epoca dell’uscita – rappresenta qualcosa di più di una maxiserie: è diventata un canone, un punto di riferimento che finora nella storia di Superman era in gran parte mancato, paragonabile al Dark Knight Returns di Frank Miller per Batman: LA storia definitiva di Superman, con cui tutte quelle successive dovranno, in un modo o nell’altro, confrontarsi. Inoltre, per chi ne conosce la travagliatissima genesi, All Star Superman rappresenta anche qualcos’altro: il punto d’arrivo di un progetto in lavorazione da quasi 10 anni.

1998: DC One Million

Le primissime avvisaglie di un lavoro supermaniano legato al nome di Morrison risalgono addirittura agli anni ’90, quando lo scozzese era “solo” l’acclamato scrittore della JLA. Nel 1998, egli fu l’artefice dell’eventone estivo "DC One Million", che pur dipanandosi dalla serie regolare della Lega della Giustizia, toccò TUTTE le testate regolari della DC in uscita quel mese. La storia, incentrata sull’incontro fra la JLA del presente e i suoi discendenti dell’853esimo secolo, partiva già con ambizioni molto alte, ossia quelle di disegnare – sia pure a grandi linee – una cronologia futura “ufficiale” (quindi niente linee temporali alternative, niente futuri possibili) dell’intero Universo DC. Di tutti gli eroi, Superman è quello cui viene concesso più spazio: nel futuro, attraverso le parole del suo discendente Kal Kent, e dell’ormai obsoleto robot Platinum, scopriamo che, dopo la morte per vecchiaia di amici ed alleati, Kal-El, il Superman originale, è partito per un lungo pellegrinaggio nello spazio, lasciando il proprio mondo adottivo nelle mani del suo primo discendente, Superman Secundus. Mentre la Terra conosce nuove minacce (spesso evolutesi a partire da classici nemici supermaniani, tra cui una virulenta piaga Bizarro), il Kal-El originale si ritira nel sole, dove diventa gradualmente un essere semidivino composto da pura energia; in questa forma, cioè quella di un Superman dorato, comparirà alla fine della saga, per sconfiggere Solaris, il “Sole tiranno”, una stella artificiale dotata di un’intelligenza umana (e malvagia) e riportare in vita Lois Lane (anch’essa in forma di semidea) con cui si ritirerà su New Krypton, una sorta di “olimpo” nato dalla ricostruzione, anche genetica, della Krypton originale.

Al di là della storia in sé, che benché un po’dimenticata resta molto godibile, "DC One Million" è importante anche per un altro motivo: è una delle poche volte in cui Superman viene ritratto esplicitamente e consapevolmente come un essere simile ad un dio, e come tale capace di miracoli e persino di resurrezioni. A dir la verità qualcosa di simile si era già visto, per esempio in Dark Knight Returns, dove Kal diventa quasi una forza della natura: ma la “divinità” di questi (pochi) precedenti si espleta in una chiave diversa da quella morrisoniana. Il Superman di Miller è un dio in quanto potentissimo e praticamente inarrestabile; quello di Morrison è sorridente, pietoso e costruttivo. Miller sembra credere in una divinità di forza, Morrison in una di carattere. Non a caso all’epoca Morrison pensa a Superman come ad una figura esplicitamente cristologica, venuta sulla Terra a sacrificarsi per i peccati dell’uomo e animata soprattutto da un infinito amore per tutto ciò che esiste (un’idea, in verità, già parzialmente elaborata da Elliot S. Maggin, celebre scrittore di Superman degli anni ’70 e uno dei modelli dichiarati di Morrison nei suoi romanzi su Kal-El, in particolare "Miracle Monday").

Va detto che l’intuizione di Morrison è particolarmente importante se si pensa all’epoca in cui venne concepita, ossia gli anni ’90, in cui il modello di Superman era ancora quello ideato da John Byrne in Man of Steel, la miniserie che nel 1986 aveva riscritto le origini dell’eroe dopo la "Crisi sulle Terre Infinite". Secondo il “canone” byrniano, Superman è più “umano” che alieno; è relativamente potente, ma non come in era pre-1986; pensa e sente come un americano, non come un dio; in definitiva, Clark Kent è quello “vero”, mentre Superman è la “maschera”. Morrison si schiera apertamente contro questa visione, ideando un supereroe che riesce a non farsi corrompere dall’immensità dei suoi poteri proprio grazie alla sua innata moralità: un dio, ma capace di porsi (e di farsi comprendere) su un piano squisitamente umano.

Nonostante le ambizioni di Morrison, va detto che comunque questa visione non attecchì e per una decina d’anni il punto di riferimento delle storie di Superman sarebbe rimasto Byrne; ma c’è da chiedersi cosa sarebbe stato se Superman now! fosse andata in porto…

2000: Superman now!

Nel 1999 le quattro supertestate della DC navigavano in cattive acque, sia commerciali che qualitative. La pluriennale gestione di Dan Jurgens, lontanissima – in termini monetari – dai fasti della saga della "Morte di Superman" (1992), mostrava la corda ed era chiaro che non ci si sarebbe potuti accontentare di un cambio al timone delle testate, ma che sarebbe stato necessario un rilancio vero e proprio. In queste circostanze, quattro scrittori idearono un “pitch”, cioè una proposta narrativa per un ciclo di storie che avrebbero dovuto ricreare la versione “ufficiale” del personaggio di Superman per il nuovo millennio. Gli autori coinvolti erano: Mark Waid (all’epoca popolarissimo per la miniserie Kingdom Come e la sua gestione di Flash), Mark Millar e Tom Peyer (in quegli anni “violini di spalla” rispettivamente di Morrison e Waid) e, naturalmente, Grant Morrison. Lo scopo del pitch (e della sua storyline principale, Superman now!) sarebbe stato distaccarsi definitivamente dal Superman di Byrne e fare delle supertestate un fumetto di avventura e fantascienza supereroistica “pura”, lontanissima dalla “soap opera” che aveva prevalso per gran parte degli anni ’90: un tentativo, auspicabilmente maturo e consapevole, di ricreare il concetto di “sense of wonder” per il 2000.

Il progetto fu bocciato. Nessuno sa veramente perché: una leggenda metropolitana – mai veramente confermata ma piuttosto in voga – sostiene che la politica DC dell’epoca imponesse che sulle serie di punta non si potessero porre autori dai nomi troppo noti, che avrebbero potuto sopravanzare quelli del personaggio. Un’altra voce vuole che il piglio degli scrittori sia stato troppo aggressivo, e che abbia causato una lite con i vertici della casa editrice… Fatto sta che il fallimento di Superman now! segna uno spartiacque nella storia della DC. Millar (che non ha mai nascosto la sua ambizione di dedicarsi al personaggio) si sarebbe da allora dedicato solo alla Marvel e alla Wildstorm; Morrison, sbattendo la porta, passa alla concorrenza per cui produce il suo celebre ciclo degli X-Men; Waid stesso, dopo il suo ciclo sulla JLA, passa prima alla Crossgen e poi alla Marvel, per poi ritornare alla DC nel 2003 con Superman: Birthright, figlio diretto di Superman now!; le testate di Superman vengono assegnate a Joe Kelly, Jeph Loeb, Mark Schultz e Jean Marc De Matteis (poi seguito da Joe Casey), che riescono comunque a fare un lavoro generalmente buono e a segnare qualche tappa importante nella storia editoriale del kryptoniano (ma probabilmente non quanto avrebbe fatto il quartetto dei super-autori se ne avesse avuto la possibilità). Quanto al pitch vero e proprio, benché alcune linee generali fossero note già all’epoca, scompare nel nulla. Tuttavia, all’incirca un anno fa, la bozza è ricomparsa sulla rete (grazie ai morrisoniani storici Timothy Callahan e Chad Nevett) e finalmente si è potuta valutare l’idea nella sua completezza (anche se, essendo per l’appunto solo una bozza, non sapremo mai in che forma e con che modifiche le idee derivanti sarebbero state sviluppate).

Il Superman 2000 pitch è bizzarro. Alcune idee sono geniali; altre, come la storia portante, talmente assurde che c’è da chiedersi se mai i vertici DC avrebbero potuto approvarle. Il tratto dominante, comunque, è l’immenso amore che tutti e quattro gli autori hanno per la storia e il personaggio. Sono animati da un entusiasmo palpabile, contagioso, che in effetti traspare anche dai successivi lavori supermaniani cui si sarebbero effettivamente dedicati (compreso, appunto, All Star Superman; da notare che, benché il progetto sia scritto ad otto mani, confrontando con esso le storie supermaniane di Waid, Morrison e Millar è possibile in linea di massima individuare gli autori individuali di alcuni dei concept). Ovviamente non possiamo sapere quanto questo entusiasmo si sarebbe tramutato in belle storie, ma ci sono sicuramente un impegno e un interesse enormi. Concettualmente il riferimento principale è la Silver Age, ma non c’è una restaurazione, quanto una volontà di recuperare lo spirito del “meraviglioso” degli anni ’60 declinandolo in chiave moderna. La continuity resta però rigidamente quella inaugurata da Byrne: quindi niente kryptoniani superstiti a parte Superman, niente Kandor (la città rimpicciolita che in era Silver Age conteneva gli ultimi abitanti di Krypton), e anzi uno dei momenti chiavi di Man of Steel (Superman che acquisisce i poteri solo durante l’adolescenza dopo aver condotto un’infanzia “umana”, normale) è proprio lo spunto da cui scaturisce la vicenda.

Superman now! parte infatti da un’ulteriore avanzamento dello sviluppo della fisiologia supermaniana. Come il sole ha trasformato l’umano Clark Kent nel supereroe Superman, un’ulteriore evoluzione dei poteri avrebbe trasformato Superman in un essere semidivino. Improvvisamente la sua prospettiva non sarebbe stata più quella umana: sarebbe riuscito a vedere le auree vitali delle persone, a sentire la musica del cosmo, in pratica i suoi sensi sarebbero diventati più “super” di quanto non fossero mai stati. Ciò tuttavia non avrebbe causato una corruzione dell’eroe, anzi: il poter sentire e concepire distintamente OGNI singolo essere vivente avrebbe modificato la sua prospettiva, facendogli intuire l’importanza della vita in ogni forma. Pa’ Kent sarebbe morto (non è specificato come), il che avrebbe contribuito alla definitiva maturazione di Kal. Al Daily Planet sarebbero tornati Cat Grant (la provocante reporter creata da Marv Wolfman e Jerry Ordway nel 1987) e Steve Lombard (un vecchio personaggio degli anni ’70 che svolgeva un ruolo simile a quello di Flash Thompson nelle storie dell’Uomo Ragno). Gran parte del pitch è dedicato alla descrizione del background storico e umano del personaggio; con una retcon si sarebbe stabilito che alcuni membri della Justice Society (in particolare Al Pratt, Atom) avrebbero allenato Superman durante la sua adolescenza. Nella Fortezza sarebbero comparsi nuovi gadget, tra cui dei proiettori per contattare i Supermen del futuro e quelli provenienti da linee temporali alternative, ed un universo in miniatura che avrebbe contenuto la nostra Terra, priva di supereroi (quest’idea è senz’altro di Morrison, che infatti l’avrebbe riutilizzata in All Star Superman e in Seven Soldiers). Superman sarebbe diventato vegetariano (idea di Waid, che la riutilizza in Superman: Birthright) e avrebbe cominciato a portare le mutande rosse sotto i pantaloni (!). Lois sarebbe diventata corrispondente dall’estero, come Clark, e i due si sarebbero incontrati in posti esotici in giro per il mondo. Il Daily Planet si sarebbe trasformato in un periodico on-line.

Gran parte del pitch è dedicato ai cattivi. Metallo, il cyborg dal cuore di kryptonite, sarebbe diventato una sorta di Michael Myers di Halloween, quando si fosse impossessato della kryptonite rossa, una variante che provoca in Superman dolorose mutazioni (questa idea pure pare di Waid). Sarebbe tornato Solaris. Winslow Schott, il Giocattolaio, sarebbe morto e avrebbe trasferito la sua coscienza in un pupazzo vivente (come Chucky, la bambola assassina). Il Burlone sarebbe diventato una sorta di Michael Moore, un elemento disturbatore che avrebbe evidenziato attraverso scherzi pericolosi le storture del Sistema. Sarebbe nato un nuovo Mondo Bizarro, a partire da un gigantesco organismo monocellulare che avrebbe “imitato” la Terra. Brainiac avrebbe avuto finalmente un corpo meccanico (come nella Silver Age), progettato da Luthor. Lex, infine, si sarebbe rivelato non solo un superimprenditore (come da versione Byrne), ma anche un genio scientifico in grado di fare calcoli velocissimi nello spazio di un secondo, e parzialmente redimibile (è interessante che questa versione di Luthor sia condivisa da praticamente tutti gli autori del pitch, tant’è che compare sia in All Star Superman che in Superman: Birthright, che nella miniserie di Mark Millar Red Son).

La trovata più controversa, comunque, è senz’altro la storyline principale, in seguito rinnegata dagli stessi autori. Luthor, alleato con Brainiac, avrebbe scoperto l’identità segreta di Clark e l’avrebbe rivelata al mondo, scatenandogli contro i suoi peggiori nemici. Brainiac, a sua volta, avrebbe operato delle trasformazioni sul sole rendendolo rosso e perciò facendo perdere i poteri a Superman. L’eroe se la sarebbe cavata solo grazie ad un’alleanza con il folletto ultradimensionale Mxyzptlk, ma prima di essere sconfitto Brainiac avrebbe convertito le proteine del cervello di Lois Lane su cui era “registrata” la conoscenza di Superman in un veleno che l’avrebbe uccisa lentamente. Per salvarla, Superman con l’aiuto di Mxyzptlk, avrebbe acconsentito ad eliminare il ricordo di se stesso dalle menti di tutto il pianeta, quindi di fatto rinunciando alla storia e al matrimonio con Lois… Ricorda niente? Ebbene sì, è – con minime variazioni – la stessa trama di One More Day, la miniserie di J. Michael Straczynski e Joe Quesada con cui la Marvel nel 2007 ha tentato di rilanciare lo status quo dell’Uomo Ragno! In effetti, è molto probabile che – o attraverso un suggerimento di Millar o semplicemente per sentito dire (la trama in linea di massima era nota nel comicdom già all’epoca) la Marvel abbia tratto spunto da questa storyline abortita applicandola ad uno dei suoi personaggi di punta. Il che, insieme ai già citati Birthright, Red Son, e vari altri dettagli nelle storie di Kurt Busiek, Geoff Johns e altri autori supermaniani degli ultimi anni, rende Superman now!, se non altro, una delle storie più influenti di sempre… Senza essere mai stata pubblicata!

2005: La linea All Star

Nel 2005 Grant Morrison torna alla DC, per cui produce diverse miniserie Vertigo e la maxiserie Seven Soldiers. Nello stesso periodo Bob Shreck, già editor di Batman e di Green Arrow, concepisce l’idea della linea All Star, che molti vedono come una sorta di risposta della DC alle testate Ultimate della Marvel. In realtà, se risposta c’è, è quasi esclusivamente in termini commerciali: gli albi All Star infatti non mirano a creare un loro universo dotato di continuity e partono da un presupposto più libero ma anche più generico e nebuloso, ossia creare delle storie “senza tempo” di questi personaggi, adoperando liberamente, senza vincoli di continuity, i loro elementi più riconoscibili e iconici. Alla fine, dei vari progetti All Star (che comprendevano anche una All Star Batgirl di Geoff Johns e J. G. Jones e una All Star Green Lantern), a vedere effettivamente la luce saranno All Star Batman and Robin the boy wonder di Frank Miller e Jim Lee, e, appunto, All Star Superman, assegnato a Morrison e a Frank Quitely; incerto a tutt’oggi lo status di All Star Wonder Woman di Adam Hughes, serie apparentemente non cassata ma in lavorazione da quasi quattro anni. 
Per l’occasione, Morrison recupera le vecchie idee concepite per Superman now!, ma da una prospettiva diversa: trovandosi nella condizione di poter spaziare liberamente in settant’anni di continuity, di poter dare al suo eroe il destino che preferisce e soprattutto di non dover necessariamente rilanciare il personaggio delle testate regolari – che è vincolato ad una continuity più o meno rigida – può dedicarsi ad un progetto più ambizioso: quello di creare una storia che riassuma, evisceri ed eternizzi – ponendole su una prospettiva leggendaria, quasi da mito greco – le caratteristiche di base di Superman; e già qui si pone un problema fondamentale, ossia come rendere “simpatico” un personaggio che ha come grosso tallone d’Achille proprio l’empatia del lettore? Benché la cosa a livello di storie concrete sia più uno stereotipo che una verità provata (la miniserie Superman for all Seasons di Jeph Loeb aveva già proposto un Kal-El umano e fallibile, per esempio), da sempre il lettore medio si sente più attratto dal più gestibile – ed umano – Batman. Con Superman ci sono dei problemi di immedesimazione (come si fa a porre su una prospettiva umana un personaggio così potente?), di etica (come si declina l’eroismo di Superman?), di simpatia (come si fa a trovare gradevole un eroe talmente perfettino?). Morrison recupera allora un concept che, secondo la leggenda, sarebbe stato alla base anche delle idee di Superman now! e che, a suo dire, sarebbe originato dall’incontro “sciamanico” con un cosplayer alla convention di San Diego del ’98. Il misterioso personaggio conosciuto da Morrison sarebbe stato un individuo robusto, molto muscoloso, ma contemporaneamente avvolto da una simpatia e da un calore umano motivati proprio dalla sicurezza in se stesso; l’idea di un Superman tranquillo e rilassato, non esibizionista o prepotente, fornisce la base per il ritratto dell’eroe che comparirà in All Star Superman. L’immagine che meglio sintetizza il concept è la copertina dell’albo numero 1: Superman di spalle, tranquillamente seduto su una nuvola, che sorride leggero al lettore. La cosa bizzarra è che, benché questa versione di Superman sia già diventata – in brevissimo tempo – iconica (e quindi citata in numerose copertine, vignette, eccetera, di altre testate), in realtà è lontanissima dalle classiche immagini supermaniane! Le “pose immortali” di Superman (come la celebre copertina di Action Comics #1) sono spesso incentrate sull’esibizione della forza: Superman che spezza le catene col torace, Superman che tira un’automobile in testa ai banditi, Superman che sfonda un muro a cazzotti. Qui niente di tutto questo: il Superman di Morrison trae la sua gradevolezza proprio dal fatto che non esibisce seriosamente la propria forza, è totalmente autocontenuto; non spezza catene perché non sente la necessità di dimostrare che può farlo. È una figura paterna, ma non paternalistica, una sorta di gigante buono (come Paul Bunyan, il leggendario taglialegna della Storia americana – il riferimento è di Morrison stesso). Non a caso, l’unica vera battaglia supereroistica della serie è l’albo numero 11, il più programmaticamente “epico” e militareggiante; per il resto della saga le situazioni risolte da Superman con l’uso della forza bruta sono pochissime, solo quando non c’è un’alternativa plausibile (per esempio l’attacco alla “bomba umana” nel n. 1) o addirittura sono viste con un distacco critico (il Superboy immaturo del n. 6, che paga un’eccessiva fiducia nelle sue possibilità fisiche con la morte del padre) o comico (la sfida a braccio di ferro con i due amici-rivali Samson e Atlas nel n. 3). Ma generalmente cerca soluzioni più umane, legate all’intelligenza o alla pietà. È, in contrasto con molte delle concezioni (vere o stereotipate) del Superman classico, non tanto un Mister-Muscolo, ma una specie di versione adulta e consapevole del Piccolo Principe: un Superman gentile.

E poi c’è la morte. Nell’idea di un eroe costretto a confrontarsi con la prospettiva di una fine imminente ed inevitabile, qualcuno ha visto, forse a ragione, la visione del mondo di un autore ormai prossimo alla mezza età (Morrison è nato nel 1960). Comunque sia, l’idea fornisce lo spunto per due ulteriori elementi: da un lato l’umanizzazione di Superman, che accetta consapevolmente e serenamente la propria fine; dall’altro, la spinta per l’eroe a compiere le sue imprese più leggendarie e definitive (le famose “12 Fatiche” più volte ricordate nel corso dell’albo), oltre che a prendersi le sue soddisfazioni più intime e personali (dichiararsi finalmente a Lois Lane). In pratica, più Superman sente la fine che si avvicina, più si convince della necessità, e soprattutto della responsabilità morale, di “vivere all’altezza dei propri ideali” (un riferimento, per Morrison, al Rinascimento e più precisamente all’Orazione sulla dignità dell’uomo di Pico della Mirandola), oltre che di comprendere definitivamente di essere parte di un universo unico in cui tutto ha un ruolo. Queste visioni filosofiche ed olistiche vengono argomentate da Morrison non apertamente, ma attraverso un gioco di riferimenti e sfumature complesso e sottilissimo: come nel finale del n. 5, in cui Clark si ritrova a bordo della nave della morte di Nasthalthia-Caronte e finisce traghettato direttamente nel n. 6, l’albo più direttamente connesso con la consapevolezza della morte (e che significativamente si apre con un’immagine della luna); o nel passaggio in cui Luthor, nel n. 12, ha per un secondo una visione unificata dell’universo, e la descrive attraverso una massima (in originale: “The fundamental forces are yoked by a single thought”), che poi è il medesimo haiku che il filosofo al servizio di Leo Quintum cercava di comporre nel n. 4; o Superman, morto, risorto e diventato immortale, all’interno del sole, sempre nel n. 12, in cui il suo corpo assume una posa ispirata all’Uomo Vitruviano e alla svastica Buddista, ossia ad una sintesi fra elementi umani e divini (tutti i riferimenti sono stati apertamente dichiarati da Morrison nel corso delle interviste).

In effetti, benché sia concepito (e fruibile ad una prima lettura) come un fumetto supereroistico, All Star Superman è lontanissimo dai canoni del mainstream americano. In parte ciò è dovuto al mostruoso (in senso buono) contributo artistico di Frank Quitely, che a tratti (per esempio negli abiti dei kryptoniani) sembra ispirarsi addirittura a Moebius. Ma soprattutto l’approccio di Morrison sembra finalizzato a creare una specie di grande romanzo fantastico, più che un comic book. Alcuni elementi sembrano più o meno direttamente ispirati persino da Borges; nel giustamente celebre n. 10, in cui assistiamo alla nascita e allo sviluppo di un mondo senza Superman (che poi è il nostro, cioè quello dei lettori), ma condizionato da una spinta atavica all’infinito e al divino (dagli aborigeni australiani alle teorie di Nietzsche), c’è una delle più belle sintesi del concetto di infinito (anzi, di “Neverending”, come dice il titolo della storia) mai comparse in un fumetto americano: Superman, o Dio, che crea il mondo che crea Superman che crea il mondo, e così via. O si veda l’altro celeberrimo capitolo, il n. 6, che è sostanzialmente un’elegia struggente del tempo che passa (i “3 minuti” perduti in cui Jonathan Kent muore; il mostro cronovoro, ossia “divoratore del tempo”; l’orologio della chiesa che simbolicamente salta e perde gli ingranaggi), ma anche della consapevolezza che, come direbbe Moore, “nulla ha mai fine” (il Superboy del passato che incontra il Superman del presente che incontra il Superman dorato del futuro, e tutti e tre accomunati dal ricordo imperituro del padre); il secondo capitolo è a sua volta una sorta di aggiornamento della favola di Barbablù, mentre l’apoteosi di Superman, che muore per risorgere ed essere assunto in cielo si richiama sia a Gesù Cristo che ad Ercole; o si pensi al capitolo n. 8, ambientato su Mondo Bizarro, ricchissimo di simbologie religiose e folkloriche (il rito della fine dell’estate, la “vecchia che brucia”, il Carnevale con il suo “re dei folli” – Le Roj è Jor-El scritto al contrario, ma assomiglia anche a “Le Roi”, cioè “il re” in francese, e infatti porta una corona di rottami), un mondo degradato e morente in cui però è ancora possibile trovare una sorta di bellezza spirituale.

Molti di questi elementi, comunque, sono comprensibili soprattutto ad una seconda o terza lettura, e qui sta un’altra caratteristica “unica” della maxiserie: la sua longevità. È, come molti lavori di Morrison, un’opera che può essere letta anche due o tre volte di seguito trovando ogni volta nuovi particolari. La “buccia esterna” resta comunque quella di una lettura supereroistica mainstream, peraltro perfettamente godibile anche per il grosso pubblico (come peraltro confermato dal successo di vendite, uno dei pochi veri picchi raggiunti dalla DC negli ultimi anni). Chiamato a confrontarsi con quello che potenzialmente potrebbe essere il punto di riferimento futuro di tutte le storie di Superman, Morrison riempie le pagine di citazioni minuziosissime dai fumetti, dai film e dalle serie televisive, ma agisce in base a quello che fin da Superman now! è stato definito il principio “includi e trascendi” (la definizione è di Timothy Callahan), ovvero includere tutti gli elementi di continuity e i riferimenti classici ma declinandoli in chiave moderna, non meramente citazionistica, in maniera tale che siano funzionali alla storia e alla personalità dei personaggi. Un esempio è dato dall’albo n. 4, quello dedicato a Jimmy Olsen: anche senza conoscere i riferimenti alle storie camp e leggerine degli anni ’60 in cui l’”amico di Superman” subiva ogni genere di trasformazione e strampalata vicissitudine, Jimmy ne emerge come un personaggio scanzonato e scavezzacollo (che poi è la riproposizione della sua personalità originaria, depurata da tutte le ingenuità retrò della Silver Age), e i cimeli di cui Morrison affolla il suo appartamento sono contemporaneamente sia dei riferimenti alle storie classiche (accessibili solo ai supermaniani esperti), sia il simbolo – “puro” e perciò comprensibile anche ai lettori profani – di una vita di spensierate avventure.

Ovviamente il rischio è la dispersione, ossia di dedicarsi troppo ai numerosi comprimari classici e di perdere di vista la storia; ma Morrison mantiene il suo cast al minimo o meglio al nocciolo fondamentale, ossia l’eroe (Superman, la cui personalità emerge in praticamente tutti gli albi della serie), la nemesi (Luthor), la bella (Lois) e gli amici (il Planet, ma soprattutto Jimmy). Per il resto riprende personaggi particolarmente oscuri o dimenticati, come Atlas e Samson, ne inventa di nuovi (Krull, Zibarro), utilizza cattivi dalla personalità non preponderante (il Parassita) e in generale rende le ambientazioni e le avventure funzionali a far risaltare le psicologie dei protagonisti. Sono prudentemente lasciati da parte i personaggi dalla personalità troppo forte, ma lievemente meno importanti del cast principale, che avrebbero potuto non trovare il giusto spazio all’interno della maxisaga: niente Brainiac, niente Supergirl, niente Legione dei Supereroi. Tuttavia alcuni dei motivi a loro legati sopravvivono all’interno della storia: la Legione ad esempio è un gruppo di supereroi dal futuro che ha conosciuto Superman nella sua adolescenza, come in All Star Superman fa la Squadra dei Supermen; Solaris è un’intelligenza artificiale malvagia alleata con Lex Luthor, come Brainiac; e così via. In pratica, sotto il profilo squisitamente superoistico, la maxiserie è un’esplorazione completa e definitiva del mito supermaniano, declinata in chiave moderna, poetica, ironica e soprattutto ottimistica: nella sua malinconia di fondo è comunque una storia piuttosto aperta alla speranza, o meglio ancora – come è abbastanza usuale nel Morrison degli ultimi anni – alla bellezza e alla varietà della vita; basti pensare al monologo di Kal-El all’interno della fortezza nel numero 11, ossia la versione morrisoniana (e più gentile) del “Ho visto cose che voi umani…” di Blade Runner.
 
Moore con(tro) Morrison

Insomma, la migliore storia di Superman mai raccontata? Certo è che la rosa dei contendenti è piuttosto contenuta. A differenza di Batman, che grazie alla sua facilità di utilizzazione (ogni storia noir è potenzialmente una storia di Batman) ha annoverato numerosi capolavori nel corso della sua storia, Superman si è dovuto scontrare sia con le già menzionate difficoltà d’approccio, sia con il problema che affligge molti personaggi fantascientifici, ossia la facile deperibilità del materiale (non a caso molte storie di Superman classiche oggi risultano o retrò o irrimediabilmente datate). A conti fatti, le storie “immortali” di Superman sono relativamente poche (anche se rappresentano altrettanti capolavori): Superman for all Seasons, il celebre Action comics #775 di Joe Kelly, e una manciata di altre. In un’ipotetica classifica, il diretto contendente di All Star Superman sarebbe, con tutta probabilità, la famosissima Che fine ha fatto l’Uomo di Domani? di Alan Moore, Curt Swan e George Pérez, la celeberrima minisaga in due parti con cui nel 1986 il “Bardo di Northampton” chiudeva definitivamente la storia del Superman della Silver Age narrandone l’ultima, drammatica avventura (benché l’albo sia tecnicamente fuori continuity). Per anni la storia di Moore è stata considerata da molti (non da tutti: il sottoscritto le preferisce Per l’uomo che aveva tutto di Moore e Gibbons) la migliore storia di Superman di sempre. Come se la caverebbe contro l’opera dello scrittore di Glasgow?

Mettendo da parte i gusti personali, il confronto puramente estetico (le pur pregevoli tavole di Swan non reggono il confronto con quelle, elaboratissime, di Quitely), e le diverse concezioni del personaggio, la più grande discrepanza fra le due storie è evidenziata soprattutto dal momento e dagli scopi con cui sono state concepite. Morrison mirava a sintetizzare la “leggenda di Superman”, Moore a porre la parola fine ad una sua specifica era creativa che stava venendo a mancare con l’incombere dell’aggiornamento di Byrne. In pratica, Morrison celebra Superman laddove Moore celebra soprattutto il funerale della Silver Age. E se questo permette a Moore di concentrarsi su specifici aspetti della storia del personaggio, dall’altro corre il rischio di rendere alcune sequenze lievemente fini a se stesse, o meglio ancora significative se e soltanto se le si inquadra nell’ambito più grande della storia fumettistica supermaniana (il che è anche un limite di Supreme, il peraltro apprezzabilissimo Superman creato da Rob Liefeld per la Image, che nelle mani di Moore è diventato una versione sotto mentite spoglie di Kal-El); in tal senso, per esempio, nella sequenza in cui Jimmy Olsen diventa per l’ultima volta il Ragazzo Elastico, l’”amico di Superman” sembra più una comparsa ben caratterizzata che un personaggio vero e proprio. Inoltre, forse anche per motivi di spazio, nessuno dei cattivi della storia di Moore ha l’approfondimento psicologico di cui gode Luthor in quella di Morrison (nella storia di Moore, anzi, il supercriminale è stranamente sottoutilizzato). Sia chiaro che la storia di Moore è ottima, che ha giustamente rappresentato un punto di riferimento per vent’anni, e che il Bardo è e resta uno scrittore eccelso che è riuscito a mantenere standard qualitativi ineguagliati per la maggior parte della sua carriera; ma, nel caso specifico, è più probabile che la maxiserie di Morrison resti lo standard supermaniano più o meno definitivo per il nuovo millennio (anche se, senza la storia di Moore, che Morrison ha dichiarato essere tra le sue fonti di ispirazione, forse All Star Superman non ci sarebbe mai stato… forse).

Influenze e futuro

Tutte le storie legate al personaggio di Superman (e non solo a lui) edite negli ultimi anni devono qualcosa ad All Star Superman. Alcune sottotrame dell’opera morrisoniana hanno fatto il loro ingresso nella continuity regolare; certi personaggi hanno subito il medesimo destino delle loro controparti All Star, ed altri – come Steve Lombard – hanno adottato persino l’aspetto fisico con cui li ha ridisegnati Quitely. E dalla fine della maxisaga è passato appena un anno. Sarebbe interessante poter valutare gli effetti a lungo, lunghissimo termine: cosa resterà del poetico, semidivino Kal-El tra venti o trent’anni?

Infine: l’epopea supermaniana di Morrison può dirsi conclusa? Forse no. Infatti, benché la maxiserie abbia raggiunto la sua fine, pare che lo scrittore avesse concepito materiale, se non per un sequel, almeno per una serie di speciali che avrebbero dovuto proseguire la storia principale dopo l’uscita del dodicesimo numero. Gli speciali avrebbero dovuto essere disegnati da artisti che finora non si sono mai cimentati con il personaggio, e, almeno nei piani, essere dedicati a quegli aspetti della vita di Clark che nella saga sono appena accennati. La prima storia sarebbe stata incentrata sull’arrivo di Kal a Metropolis, con influenze dalla Golden Age, e sulla battaglia contro Satana (sic!); la seconda, su Superman Secundus (il figlio di Lois e Kal cui rimanda Leo Quintum nel n. 12) e la sua amicizia con il figlio di Batman (un riferimento al ciclo di storie immaginarie degli anni ’70 dei “Super-figli”, in cui Batman Junior combatteva il crimine insieme a Superman Junior); il terzo, sulla Squadra dei Superman dell’853esimo secolo. Sfortunatamente, Morrison ha preferito dedicarsi ad altri progetti, come l’imminente Multiversity; ma è probabile che prima o poi anche le nuove avventure del Superman All Star vedano la luce. Sperando, come è successo per Superman now!, che nel frattempo non debbano passare altri dieci anni.


Ulteriori analisi, a firma Morrison in persona, possono essere rinvenute nelle interviste della serie All Star Memories: (al link trovate il collegamento a tutte e 10 le puntate) e nei commenti di Morrison antecedenti all’uscita di All Star Superman, mentre su Comicbookresources è apparsa un’intervista successiva alla fine della saga.

Il blog The gold in us, will survive in you propone interessanti collegamenti tra DC One Million e All Star Superman, il come sempre imprescindibile forum del sito Barbelith ha seguito e commentato le uscite della maxiserie in tempo reale mentre Double Articulation ha svolto interessantissime analisi sui parallelismi fra All Star e le sue influenze culturali, da Bradbury a Blake, dai miti greci a Barbablù.

Qui, infine, le note originali commentate al fallito rilancio di Superman del 2000.


Redazione Comicus
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