
Due chiacchiere prima di iniziare
Salve a tutti!! E bentornati al primo appuntamento di Talking book dopo la pausa estiva. Una pausa attesa, sospirata a tratti fortemente desiderata. L'estate per molti, ed io mi ci metto in prima fila, rappresenta il momento ideale per tirare le somme, valutare ciò che è stato fatto sin qui e decidere come comportarsi in futuro. Per questo motivo, prima di lasciarvi alla interessante chiacchierata con Omar Martini vi invito a scrivermi per sottopormi giudizi e suggerimenti per l'anno che verrà.
Sfogliando il catalogo della Black Velvet ci si trova a leggere i nomi di alcuni dei più grandi autori del fumetto mondiale, da Brian Bendis a Alexander Zograf, passando per Alan Moore fino a Jason e Massimo Semerano. Il merito di un catalogo così variegato e di qualità così elevata è di una sola persona: Omar Martini. Ciao Omar e benvenuto su Talking book, che ne diresti di presentarti ai nostri lettori?Ciao a tutti. Potrei dire che Black Velvet è il frutto del mio più che trentennale amore per il fumetto, iniziato fin da bambino e che, da semplice appassionato lettore, mi ha poi fatto muovere diversi passi in questo mondo, da un punto di vista professionale. Ho iniziato con un gruppo di amici (che in parte mi hanno seguito anche in altre imprese successive) facendo una fanzine ciclostilata, “I signori delle stelle”. Il primo numero era tutto centrato sulla fantascienza, nostra passione primaria dell’epoca, ma già fin dal secondo (e penultimo!) numero l’attenzione si spostò sul fumetto. A questa prima pubblicazione sono seguite le collaborazioni ad altre fanzine e pubblicazioni auto-prodotte, come “Bianco e nero” e “Bzz”. Da tutto questo è nata poi la costituzione di una scuola di fumetto con il centro AICS di Treviso (mia città di nascita), che abbiamo portato avanti per qualche anno. In quello stesso periodo ho collaborato con uno studio editoriale e realizzato la “revisione testi” (allora si chiamava “occidentalizzazione”) dei primi manga erotici della Play Press (come “La clinica dell’amore” o “My my my”), a cui poi segue, alla fine del 1994, il mio trasferimento a Bologna, dove lavoro come traduttore per un anno con la Marvel Italia e sono assunto presso l’allora Alessandro Distribuzioni, in seguito Pan Distribuzione quando Alessandro Pastore vendette il ramo della distribuzione alla Panini. Lì, mi sono occupato di varie cose, anche se i comuni denominatori sono sempre stati l’ambito dell’importazione e la collaborazione con “Anteprima”. Nel 1997, assieme a Luca Bernardi, fondiamo la Black Velvet Editrice, che nel corso di questi nove anni ha subito dei costanti aggiustamenti di rotta. Alla fine del 2003 c’è poi il mio ultimo grande cambiamento professionale, che è l’entrata come redattore all’interno della Coconino Press.
Quando è nata la Black Velvet? E cosa ti ha spinto a creare una casa editrice?
Come dicevo, Black Velvet nasce nell’estate del 1997 (almeno da un punto di vista contabile), anche se il primo albo, “Autronia”, uscirà nel 1998 e ce ne vorrà prima che si possa riuscire ad avere una certa costanza di uscite.Il desiderio di creare una casa editrice è nato dalla mia passione e dal fatto che con il mio socio di allora vedevamo numerosi libri a fumetti pubblicati negli Stati Uniti che non erano tradotti in Italia (all’epoca la situazione era ben diversa). In maniera decisamente presuntuosa, decidemmo quindi, se nessuno lo faceva, di accollarci (o arrogarci?) noi questo compito, e iniziammo a contattare due case editrici, la Fantagraphics e la Drawn & Quarterly. Il nostro progetto iniziale era quello di realizzare delle pubblicazioni monografiche, traducendo le interviste del “Comics Journal”, ma anche di pubblicare una scelta di fumetti. Devo dire che ben presto accantonammo l’idea della pubblicazione delle interviste, non perché non le considerassimo interessanti, quanto perché il lavoro che comportavano quegli albi era molto: c’è da tenere presente che la nostra esperienza editoriale era un po’ scarsa (nonostante all’epoca io la considerassi più che sufficiente) e che facevamo tutto nel nostro tempo libero (entrambi avevamo un altro lavoro). Quando vedemmo che continuavamo a rimanere “impantanati” sul secondo numero che continuavamo a rivedere, ma che procedeva piuttosto lentamente (anche perché all’epoca avevo numerosi altri impegni che spesso mi distoglievano dall’attività della casa editrice), decidemmo di dedicarci alla seconda parte del nostro progetto, cioè i libri a fumetti. Da lì, sempre lentamente, i vari contatti sono aumentati e abbiamo iniziato a scegliere e a produrre i libri e gli autori che ci interessavano. La nostra media di pubblicazione è stata all’inizio piuttosto bassa (circa 3-4 titoli all’anno) ed è solo dal 2002 circa che siamo riusciti ad aumentare la produzione.
Sin dalle sue origini il catalogo della BV è stato caratterizzato da una enorme eterogeneità degli autori proposti. Alle volte sembra che l’unico legame tra una pubblicazione e l’altra sia la qualità. Come effettui la scelta del materiale da pubblicare e dove vai a scovare alcuni degli autori che pubblichi?
Può forse sembrare un po’ ridicolo, ma nella maggior parte dei casi le mie scelte sono dettate dal “Previews”, il catalogo principale del fumetto di lingua inglese. Lo consulto mensilmente da un decennio, è su quello che baso i miei acquisti e, di conseguenza, le mie scelte editoriali perché i libri che seleziono sono essenzialmente quei libri che ho letto, che mi sono piaciuti e che ho ritenuto interessanti, soprattutto da un punto di vista editoriale. Quello che mi interessa maggiormente è di presentare titoli che, solitamente, possano dimostrare le capacità e possibilità del medium fumetto. Libri che non siano semplicemente (o solamente) di intrattenimento, ma che possano trasmettere al lettore anche dell’altro. A parte rare eccezioni, quindi, come ad esempio il volume “Odds off” (in italiano “Alla deriva”) di Matt Madden, che mi venne inviato direttamente dall’autore stesso, vengo in contatto con i libri che pubblico n questa maniera molto semplice.
Questo ovviamente vale per gli autori stranieri. Per gli autori italiani il discorso è diverso. Spesso nasce da un discorso di conoscenza, di possibilità di venire a conoscenza della nascita di certi progetti e quindi dell’offerta da parte mia di pubblicarli. Oppure il caso diverso è quello dei “recuperi”, come quello del “Commissario Spada” o di certi libri di Paolo Bacilieri (“Barokko” prima, “Durasagra” adesso).
Ecco, dal momento che ne hai parlato tu, introduciamo l’argomento Commissario Spada. Non finirò mai di ringraziarti per aver riproposto un fumetto così bello ed incredibilmente rivoluzionario. Come è nato questo progetto editoriale e, a parte l’enorme consenso di critica, che accoglienza ha avuto da parte del pubblico? L’idea è nata abbastanza casualmente da due conversazioni praticamente parallele che ho avuto nel 2001-2002 con Andrea Rivi e Sergio Rossi. Con Andrea parlavamo del fatto che quella serie, che lui leggeva da bambino, non era disponibile per i nuovi lettori ed era una cosa veramente assurda, considerata la grandezza e la modernità di quell’opera. Con Sergio, invece, seguivamo entrambi gli incontri organizzati dall’associazione Hamelin e un giorno Antonio Faeti nominò questa lunghissima intervista, inedita, che Laura de Luca gli aveva fatto leggere. Entrambi pensammo che sarebbe stato davvero interessante pubblicarla e renderla disponibile… una parola tira l’altra e ci siamo imbarcati assieme in questa avventura editoriale, suddividendoci compiti produttivi e ambiti di distribuzione.
L’accoglienza, fortunatamente, è stata buona. Abbiamo stampato una tiratura un po’ più alta rispetto agli standard usuali che usavamo per un titolo normale… ed è andata bene. Abbiamo ristampato il primo volume e sto pensando che probabilmente sarebbe ora di ristampare anche il secondo. Tieni però presente che all’epoca la cosa non era però così scontata: d’accordo che periodicamente, quasi come un mantra, veniva fuori la classica frase sul fatto: “Ah, come sarebbe bello che qualcuno ristampasse il Commissario Spada”, ma questo non dà automaticamente il segnale di una vendita sicura, dato che non sai mai se quelle frasi sono dette effettivamente da un numero rappresentativo di persone… oppure solo da qualche appassionato. Ti posso assicurare che l’interesse c’è stato e credo che continui a esserci.
Prima, parlando del Commissario Spada, ti chiedevo del tipo di accoglienza riservatagli dal pubblico… bene, in un mercato asfittico come quello nostrano, un mercato nel quale pare che riescano ad emergere solo personaggi ed autori noti ed affermati, come si comporta la Black Velvet?
Black Velvet si muove forse in maniera anomala, magari anche un po’ suicida, nel senso che è assolutamente corretto quello che dici, ma le scelte dei libri da pubblicare raramente tengono conto del fatto che sicuramente potremo vendere un libro piuttosto che un certo autore. La prima cosa che prendo in considerazione è se il libro mi piace e se ritengo utile una sua possibile pubblicazione in Italia. Certo, abbiamo avuto dei titoli “sicuri” ma, a parte le cose su e di Alan Moore (l’unica vera certezza editoriale del nostro catalogo), tutti gli altri erano, nel momento in cui li abbiamo pubblicati, oppure quando abbiamo acquisito i diritti, delle incognite. Anche se poi l’abbiamo pubblicato molto dopo, abbiamo preso i diritti di “Goldfish” alla fine del 1999, quando Brian M. Bendis aveva appena iniziato a scrivere per la Image; “Spada” non era una certezza assoluta, anche se molto probabile; Jason Lutes l’abbiamo pubblicato noi per la prima volta, prima che esplodesse con “Berlin"; in maniera analoga, Thompson, anche se alla fine è stato pubblicato in contemporanea con il “Blankets” di Coconino, io in realtà l’avevo acquistato prima ancora che pubblicasse il suo secondo libro… tutti questi libri ed autori, che sono un po’ i nostri best-seller, sono stati il frutto di scelte assolutamente personali, che non hanno preso in considerazione molto l’aspetto commerciale. Certo, non sono completamente masochista, non sono di famiglia ricca per cui posso spendere e spandere senza problema, e quindi non vado di certo a pubblicare tutto quello che mi piace, dato che ci sono certi libri o autori che trovo interessanti (uno su tutti, John Porcellino), ma che, al momento, continuano a essere ancora fortemente difficili per un mercato come il nostro. Delle minime considerazioni sulla vendibilità o sul fatto che un certo tipo di tratto possa o non possa essere ostico lo faccio, ma alla fine l’unico criterio di selezione è se il libro mi colpisce profondamente oppure no.Dalla tua risposta emerge che ti capita molto spesso di acquisire i diritti di una pubblicazione anni prima di immetterla sul mercato. Perché i tempi di lavorazione targati Black Velvet sono così lunghi?
Perché Black Velvet è una struttura piccola e a volte mi faccio “prendere la mano” dai libri che vorrei pubblicare. Viene fatto “tutto in casa” e ad affiancarmi, oltre ovviamente agli autori italiani che pubblico, di solito ci sono solo due persone: Alberto Corradi, ormai braccio destro insostituibile, e smoky man, che collabora per i progetti collegati ad Alan Moore e per la serie “Strangehaven”. Con un numero ridotto di persone che lavorano fattivamente ai libri (cioè per traduzione, grafica, lettering, ecc.) non in maniera quantitativa, puoi ben immaginare che la “potenza di fuoco” editoriale non è giocoforza molto ampia (anche se in questi ultimi anni abbiamo fatto notevoli passi avanti). Direi che, rispetto ai nostri inizi, i titoli “parcheggiati” sono decisamente diminuiti e, al momento, sono davvero pochi: “Soundtrack” di Jessica Abel, anche quello in uscita tra qualche mese) e “Box Office Poison” di Alex Robinson, interessante meta-fumetto di taglio quotidiano che pubblicheremo in due volumi, a partire dal prossimo novembre. Al momento, comunque, le nostre capacità sono oliatissime, per cui riusciamo realmente a realizzare i libri in tempi inferiori e i libri “in ritardo” sono ormai quasi spariti.
C’è da dire che il ritardo in alcuni casi è dovuto anche al fatto che nella usuale programmazione annuale, a volte si inseriscono a sorpresa dei titoli che non erano minimamente previsti e che, per varie ragioni, devono essere pubblicati in tempi stretti… con la conseguenza di far ritardare l’uscita di libri già previsti.
Black Velvet non è nuova alla pubblicazione di albi co-prodotti con altri editori. Come mai ricorri a questo tipo di operazioni e che benefici ne traggono l’editore ed il prodotto?
Finora abbiamo realizzato co-edizioni con due editori per ragioni leggermente diverse, anche se ci sono due punti che rimangono in comune: la fiducia e stima nelle persone con cui ti trovi a lavorare, e la suddivisione di determinati aspetti produttivi. Per Spada, il progetto è nato praticamente a tre, con due persone che rispetto. Ci siamo suddivisi vari aspetti della produzione (Sergio aveva più contatti per i redazionali), mentre io mi sono occupato più degli aspetti di pre-stampa, nonché di parte della distribuzione (BV in fumetteria, mentre BD, che era già entrata in libreria, si occupava di questo settore).Con Coconino ci sono stati alcuni aspetti simili, a cui si è sommato l’amore, in comune con Igort, per Chester Brown e la considerazione di dividersi i rischi di un libro potenzialmente ostico come “Louis Riel” (a chi sarebbe interessata in Italia la biografia di un misconosciuto patriota canadese?)
Ebbene, con il senno di poi, queste collaborazioni hanno dato i frutti sperati? In un mercato piccolo e frammentato da risibili beghe tra distributori e invidie editoriali, può essere quella delle co-produzioni (o addirittura, in un futuro prossimo, quella delle fusioni tra più editori piccoli) la soluzione per proporre prodotti differenti, garantendo loro la sopravvivenza?
Sinceramente non lo so. La mia esperienza mi ha portato a fare questa scelta per diverse ragioni, ma non è detto che questa possa essere la soluzione ideale. Forse, più che la co-edizione, potrebbe essere una scelta migliore quella della fusione. Ritengo però che debbano essere rispettati due criteri, in questo caso: il mantenimento della linea editoriale delle case editrici di partenza, soprattutto se ben definito e caratterizzato, e il desiderio di ottenere, attraverso la creazione di una struttura più grande, una maggiore ottimizzazione del lavoro quotidiano della casa editrice.
Come fai coesistere il tuo lavoro come redattore alla Coconino e la tua attività di editore concorrente? C’è conflitto di interesse tra queste tue due figure professionali?
A guardare la cosa dall’esterno forse sì… in realtà, no. Innanzitutto perché c’è un rispetto reciproco per il lavoro che stiamo parallelamente portando avanti… e poi perché quando Igort mi ha fatto la proposta di entrare a lavorare per Coconino, l’ha fatta proprio sulla base del lavoro che stavo portando avanti con Black Velvet. Sicuramente entrambe le case editrici lavorano in ambiti simili, hanno avuto anche autori in condivisione (Brown, Lutes, Thompson), ma poi a ben guardare ci sono anche delle differenze che, secondo me, potranno anche aumentare in futuro. In comune c’è la visione del fumetto come mezzo di espressione, di narrazione, di qualcosa che rimane e che colpisce emozionalmente il lettore, come potrebbe fare un libro, un film o una canzone. Non siamo interessati a fare un fumetto di puro e semplice intrattenimento, ma abbiamo scelto di cercare opere diverse. In un momento in cui mi sembra che a volte, anche in maniera eccessiva, si parli in maniera ossessiva di “genere”, rifacimento del “genere”, riproposizione del “genere”… beh, a livello editoriale noi facciamo una scelta diversa.
Non c’è conflitto di interesse anche perché, per esempio, parlo liberamente con Igort dei miei piani editoriali… e io ovviamente conosco quelli di Coconino, ma questo non crea nessun tipo di problema o difficoltà. Sono convinto che, semplicemente andando a cercare con un po’ di attenzione all’estero si possano trovare molte opere interessanti, meritorie di un’edizione italiana, e c’è davvero spazio per chiunque voglia pubblicarle e portare avanti un progetto del genere.
Il catalogo della Black Velvet è molto variegato, ci sono molti autori e altrettanti generi differenti. Credi che l’eterogeneità delle tue scelte rappresenti il punto di forza della BV? Non avere un lettore-tipo o avere un lettore in grado di spaziare tra diverse proposte, anche molto differenti tra loro, è il segreto della sopravvivenza? Non credo che Black Velvet abbia, in realtà, una così grande eterogeneità di generi… penso che, a parte certe eccezioni specifiche (che comunque hanno una loro ragion d’essere), il criterio di scelta portato avanti fino a questo punto sia sempre stato quello di proporre un fumetto contemporaneo, moderno, di taglio tendenzialmente realistico, al di fuori dei generi canonici ben codificati. Certo, abbiamo libri come la serie del Commissario Spada o i volumi di Brian M. Bendis, ma nel primo caso si tratta di un capolavoro assoluto del fumetto italiano (e rientrante quindi in questa ricerca di un fumetto personale e autoriale), mentre nel secondo, aldilà della ricerca interessante sul linguaggio del genere e sulla composizione grafica della tavola, sono delle opere inizialmente nate in un ambito legato alla “small press” statunitense. “Strangehaven” è un’altra meteora… ma è un’opera interessante proprio per il suo taglio soap-operistico e per come Millidge rielabora in modo estremamente personale le tematiche più varie. A parte questi, credo che gli altri libri pubblicati rientrino in una sensibilità di creazione fumettistica comune, anche se poi ovviamente gli stili grafici possono essere i più svariati, passando dai “funny animals” di Jason alla "ligne claire" di Jason Lutes al realismo minimale di Jessica Abel o Matt Madden. Da non dimenticare, poi, il fatto che un altro obiettivo che Black Velvet si pone è proprio quello di proporre nuovi autori, spesso pubblicati per la prima volta in Italia. È uno dei nostri scopi e, ritengo, una delle ragion d’essere di una casa editrice di qualsiasi tipo: la ricerca di nuove proposte per stimolare il gusto del lettore.
Quali sono i fiori all’occhiello del tuo catalogo? Di quali volumi sei particolarmente fiero?
Scelta durissima, dato che non vorrei tralasciare davvero nessuno… direi che, in ordine sparso, c’è la ristampa del Commissario Spada; il recente volume di Thomas Ott, soprattutto per aver avuto l’opportunità di poter riportare la pubblicazione in Italia di questo straordinario disegnatore; “Sacco amniotico” di Moore & Campbell, per aver potuto pubblicar un’opera davvero originale nel panorama del fumetto; “Non mi sei mai piaciuto” di Chester Brown, la sua opera più bella e dove riesce realmente a unire l’apparente distacco gelido della narrazione con una passione trattenuta; tutti gli autori italiani che ho pubblicato… mi fermo qui, anche se potrei continuare tranquillamente!
La fumetteria è un’isola felice nella quale è possibile riuscire a pubblicare qualsiasi tipo di prodotto, riuscendo a incontrare sempre e comunque il proprio lettore oppure, con il tempo, rischia di diventare una sorta di ghetto in cui il fumetto - soprattutto quello di nicchia - rischia di essere circoscritto e dimenticato a favore dei soliti noti che imperversano sulle pubblicazioni a grandi tirature?
Credo che quello che descrivi si stia già realizzando (intendo lo scenario “apocalittico”)… o meglio, dipende dal singolo editore capire se vuole vivacchiare nell’ambito della fumetteria con qualche centinaia di copie su una tiratura media di poco più di un migliaio di copie, oppure se si vuole giocare la carta del tentativo di inserimento nel mercato della varia. È certamente una sfida durissima, ma sono convinto che certi libri, se adeguatamente promossi, possano dare più soddisfazioni economiche in una libreria di varia che in una fumetteria. “Blankets” di Coconino è stato ristampato grazie alle vendite delle librerie, non delle fumetterie. Pur essendo lo zoccolo duro delle entrate di una casa editrice di fumetti, le fumetterie non riescono a essere sufficientemente competitive nell’ambito dei libri a fumetti, come magari invece riescono a esserlo per quanto riguarda il materiale da edicola (e questo è davvero un paradosso, a mio giudizio). Danno quella sussistenza alle case editrici di fumetti come può essere Black Velvet, ma non tanto di più. Questo è dovuto a tutta una serie di questioni, che toccano tutti gli anelli della catena… ma che non credo sia il caso di discutere in questa sede.
Domanda imprescindibile: quali sono i programmi futuri della Black Velvet? Molte cose stanno bollendo in pentola, e su alcune preferisco tacere per scaramanzia e perché, nonostante gli accordi in corso, non ho ancora un contratto firmato in mano. Dopo la tornata estiva (cioè “Una storia a fumetti” di Alessandro Baronciani, “Il viaggiatore distante” vol. 1 di Otto Gabos, “Bardìn il superrealista” di Max, “Serpenti e scale” di Moore-Campbell e un altro libro di Jason), ci saranno nuove proposte di autori americani, un nuovo libro di Thomas Ott, un’apertura al fumetto spagnolo, con il ritorno di un grande autore come Carlos Gimenez e i suoi “Los Profesionales”, la possibile pubblicazione di autori tedeschi (anche se con opere che uno magari non si aspetterebbe da noi)…e poi autori italiani, tra cui il già annunciato “Ferragosto” di Luca Genovese che ha subito qualche ritardo perché ci sono alcuni elementi della storia che dovevano essere modificati, ma che ormai sono sistemati quasi del tutto. Un panorama quindi, molto ricco e variegato, che subirà una riorganizzazione per mantenere la linea ma, allo stesso tempo, allargare il discorso allo scenario delle librerie di varia.
C’è poi il discorso di “Doonesbury”, che mentre lo stavamo per annunciare si è “scontrato” con l’edizione, a me sconosciuta, di Arcana (e il problema è nato dal fatto che, con le strisce americane, è possibile avere contemporaneamente edizioni formalmente diverse dello stesso materiale). Abbiamo trovato con l’editore americano una soluzione per continuare a portare avanti il progetto, sebbene in termini diversi rispetto a quelli iniziali che stavamo delineando. Quindi aspettatevi nei prossimi mesi delle novità a questo riguardo.
Talking Book non raccoglie interviste “istituzionali”, ma piuttosto conversazioni senza peli sulla lingua e casuali, ispirate, magari, dai discorsi ascoltati distrattamente sul tram o dalla notizia d’attualità del giorno, con professionisti del mondo del fumetto.




