CUS: Ciao Piero e ciao Bruno, benvenuti sulle pagine di Comicus.it. Che ne dite di presentarvi ai nostri lettori?
Piero Lusso: Nasco agli albori del boom economico a Bra (Cn), dove vivo e lavoro (si fa per dire).
Degli anni dell’infanzia conservo ancora gelosamente il n. 1 dei Classici Audacia, responsabile della mia passione per i fumetti e di una futura vita di espedienti. Diplomato perito tecnico, continuo lo studio del disegno e della pittura nello studio Menini-Bisi. A fine anni 70 entro di soppiatto nel mondo dei comics, con una comparsata sulle pagine del Male sotto falso nome, esperienza che non avrà seguito. Nell’84 vinco un concorso per giovani autori del mensile “Totem” con una breve storia fantascientifica scritta e disegnata da me. Anche questa esperienza non ha seguito, poiché Totem chiude prima ancora che abbia terminato le chine di altre due meravigliose storielle, che giacciono tuttora nei miei archivi segreti. Sicchè, dopo uno sporadico intermezzo di sette anni nell’industria per motivi alimentari, getto alle ortiche una brillante carriera di disegnatore meccanico e mi tuffo con entusiasmo nel mondo del precariato.
Per un decennio mi dedico senza logica apparente alla pittura, ai trompe l’oeil, alla grafica digitale, all’illustrazione e alla pubblicistica locale. E’ in quel periodo che si sviluppa la mia passione per la scrittura, fino a quel momento relegata a hobby. I miei articoli satirico-grotteschi appaiono sulle pagine di un giornale locale, e anche se mi fruttano la riprovazione di molti concittadini e qualche minaccia di querela, mi consentono di affinare il mio stile. Cosa che mi verrà utile poco dopo, nei primi anni 90 quando, convinto da amici e avvocati a non trascurare queste potenzialità e utilizzarle altrove, butto alle ortiche una brillante carriera di proto e polemista e vengo ingaggiato nello staff di Silver come sceneggiatore, colorista, editor e fantasista. Da allora ho scritto le storie di Cattivik e di Lupo Alberto - lavorando con disegnatori del calibro di Massimo Bonfatti, Bruno Cannucciari, Giacomo Michelon e Giorgio Sommacal – ne ho colorate molte, ho curato contenuti e grafica degli Alby d’Oro e collaborato al mercandishing di Mck.
Nel frattempo ho ideato la serie “Contatti” per il Giornalino insieme a G. Sommacal, con il quale ho inoltre creato il monello autistico Yellow Kill e l’investigatore esistenziale Leonida (in preparazione), nonché fumetti istituzionali, aforismi, elzeviri, epitaffi, aiku. Ho scritto numerosi episodi delle serie a cartoni animati di Lupo Alberto (Rai-Canal Plus) e sto lavorando a quella di Cattivik (Mediaset).
Tutto ciò senza tradire la mia natura profonda di disegnatore, proseguendo una carriera parallela travestito da illustratore e producendo con parsimonia illustrazioni per editoria, industria, istituzioni e web web (Slow Food, Gioc, Fondazione Torino Musei, Utet, L’Unità, www.scifi.com).
Bruno Cannucciari: Ciao, sono Bruno Cannucciari. Romano, classe 1964, da quindici anni scrivo e disegno storie e tavole autoconclusive di Lupo Alberto. Faccio le copertine, i disegni per la cartoleria e i modelli dei cartoni animati di Lupo Alberto. Prima ho fatto altre cose non del tutto trascurabili come migliaia di vignette e disegni per il quotidiano Italia Oggi. Ho pubblicato fumetti su Comic Art (da solo o in coppia con Franco Fossati ai testi) , L’isola che non c’è ( Gli idronauti) e Lupo Alberto (Winny). Ho illustrato libri e opuscoli per Mondadori, Berlitz, De Agostini, Amministrazioni Comunali e manifestazioni fumettistiche e insegnato disegno presso la VLR Cartoon nell’ambito di un corso di formazione professionale per animatori patrocinato dalla Comunità Europea. Suono il basso, scrivo canzoni elettroniche strepitose che vinceranno tutti i Grammy di qui ai prossimi vent’anni. Con il gruppo dei Monzòn ho vinto un Premio della Critica al Festival ‘Voci x la Libertà’ , patrocinato da Amnesty International.
CUS: Piero, com'è nata l'idea di uccidere un personaggio così popolare? Non è la prima volta che accade nel mondo dei fumetti, ma in Italia è un abitudine molto poco diffusa...
PL: E’ una domanda che mi fanno sempre e che mi coglie sempre un po’ impreparato. Soprattutto dovendo riferire di idee come questa, che nascono da meccanismi interiori e maturano in un angolo dei tuoi pensieri per lungo tempo, anche inconsapevolmente, finché d’un tratto si manifestano e tu “sai” che è venuto il momento di affrontarle.
A posteriori mi sono accorto che il tema della morte aleggiava già da oltre un anno nelle mie storie: l’avevo sfiorato in “Meglio prevenire”, l’avevo stilizzato in “Vampiro sarà lei”.
A un certo punto, semplicemente, ho capito che era venuto il momento di affrontarlo in modo onesto e diretto, senza ipocrisie. Una necessità, in un certo senso, ma anche la volontà di rompere un tabù. E una sfida professionale.
Devo anche sottolineare come in tutto ciò sia stato avvantaggiato dal fatto di lavorare per un personaggio come Lupo Alberto con una forte tradizione di fumetto “impegnato”, che nella sua storia non si è mai sottratto dal trattare argomenti delicati, difficili e controversi. Inoltre ho trovato come sempre in Silver la totale disponibilità a lasciarmi esplorare territori di narrazione insidiosi come questo, qualità assai rara per un autore-editore. Ben pochi l’avrebbero permesso.
Tornando alla storia: stabilito il delitto, scegliere nel lupo la vittima designata è stato un passo quasi obbligato. Per trasmettere al lettore il dramma e il sentimento della perdita di una persona amata era necessario metterlo nelle stesse condizioni, per poi condurlo, insieme con Marta, attraverso lo smarrimento, il rifiuto, il senso di colpa che accompagna la dolorosa elaborazione del lutto. Crudele ma necessario, come la scelta di ambientare il dramma in concomitanza col Natale (c’è qualcosa di peggio che la “Festa” per eccellenza, quando il tuo mondo interiore sta crollando?).
Il lieto fine è solo apparente, ma è volutamente nascosto. Ci sono alcune (volute) ambiguità: gli elementi del sogno di Marta che permangono, il cielo incongruo desiderato in precedenza. Come se Marta e Alberto si fossero ritrovati inun sogno ulteriore. Altrove. Non sappiamo nemmeno se sono vivi. E’ una doppia chiave di lettura della storia per non banalizzarla sol solito HappyEnd…
Non è stato facile, comunque, e come spesso accade quando l’elaborazione di una storia è così intensa e laboriosa, ci sono momenti di profonda depressione e altri di esaltazione. Non sono sicuro che faccia bene alla salute, ma è l’unico modo di scrivere che conosco.
Come sempre, alla fine del lavoro, ero così spossato da non essere più in grado di valutare cosa avessi realmente prodotto, ma grazie a dio c’è Silver a darmi le giuste coordinate…
Sul perché, di tanto in tanto, io senta la necessità impellente di misurarmi in storie così eccessive, e dannandomi, e faticando e rischiando di giocarmi la reputazione, è un mistero anche per me. Credo sia il mio modo di sfidarmi e migliorarmi. O forse sono masochista.
Tuttavia, se la difficoltà di gestire un argomento così delicato ha reso il lavoro molto faticoso, la soddisfazione di vederlo interpretato in maniera tanto magistrale da Bruno Cannucciari è stata grande. Bruno ha la capacità quasi diabolica di entrare in sintonia con le storie che scrivi, e di arricchirle di così tante finezze, sfumature e sottigliezze psicologiche che alla fine ti resta il dubbio che te l’abbia suggerita lui. Grande Bruno, quand’è che la critica si deciderà a farne un mito?
Per quanto questo sia comunque un mestiere che ci permette di pagare le bollette e i creditori, ci sono momenti irripetibili nella realizzazione di un episodio, specialmente se come questo, fuori dalla routine. Come per esempio le quasi intraducibili discussioni telefoniche tra Bruno (chitarrista provetto) e me (tastierista fallito) su come rendere”musicale” la sequenza che riporta il testo di “E ti vengo a cercare” di Franco Battiato, per ambedue uno dei preferiti del musicista…
A storia finita ho ricevuto molti apprezzamenti dai lettori e da colleghi, ma anche qualche sberleffo, segno che la morte non esorcizzata a volte fa uno strano effetto...
La difficoltà di certe storie consiste nel saper filtrare la forza delle spinte emotive con una forma e uno stile che le rendano comprensibili e condivisibili e che si adattino alle esigenze di pubblicazione
A volte è necessario mettere da parte il mestiere e lasciare che la forza del proprio intimo, il cuore e l’istinto, prendano il sopravvento e “decidano” la storia. Il mestiere va utilizzato per rendere più efficace il contenuto, e renderlo comprensibile. Troppo mestiere alla lunga ingessa le idee, costringendole a ripercorrere percorsi consueti e confortevoli, impigrendo la creatività. Di tanto in tanto io cerco sentieri accidentati e cerco di arrivare in cima. Sbucciandomi la ginocchia, spesso.
CUS: Di solito c'è uno sceneggiatore, un disegnatore (a volte un inchiostratore diverso da quest'ultimo) ed un colorista. Nel caso di questa storia lo sceneggiatore affianca il disegnatore... come colorista! E' una cosa insolita, no? Come l'avete vissuta?
PL: Perchè credo di essere un disegnatore imprigionato nel corpo di uno sceneggiatore, o viceversa. E’ una stranezza, infatti che, a quanto mi risulta l’unico precedente è la Canepa di SkyDoll.
L’attività di colorista è nata quasi agli esordi della mia collaborazione con Silver, ai tempi dello speciale Cattivik Color. Provenivo dalla grafica e non volevo abbandonarla. Da allora, di tanto in tanto ho il privilegio di colorare le storie che scrivo, lavoro e che si integra con la precedente di sceneggiatore e mi consente di perfezionare la collaborazione con il disegnatore, arricchire il taglio stilistico dell’episodio, le atmosfere e il tono generale. In qualche modo è anche un risarcimento al disegnatore, a cui mi metto al servizio volentieri dopo averlo logorato con le mie lunghissime descrizioni, annotazioni, post scriptum, telefonate! Von è vero: non sono così. Non sempre, almeno. In questa storia, Bruno e io abbiamo concordato la colorazione addirittura prima del disegno…
BC: Piero avrebbe fatto volentieri anche i layout, il lettering e gli sfondi, ma l’ho abbattuto a un metro dal mio tavolo. No, in realtà sono ben contento che l’abbia colorata lui, visto che sa farlo in maniera superba. Chi altri avrebbe saputo rendere con medesima efficacia le luci e gli umori che aveva immaginato? Per quanto mi riguarda, poi, quando disegno una storia di Piero mi metto totalmente al suo servizio. Lui è il regista visionario, io istruisco le comparse, sposto le scenografie e mi assicuro che tutta la troupe abbia avuto il suo cestino. Siamo entrambi molto rispettosi del lavoro dell’altro, come Fellini e le maestranze di Cinecittà.
PL: Se a leggere queste prime risposte qualcuno ha pensato a qualche sordido rapporto tra Bruno e me, devo deluderlo. Siamo due persone normalissime, con una vita sana e all’aria aperta. Come Brian Eno e Robert Fripp.
CUS: In che modo Silver è intervenuto nella storia, se l'ha fatto?
PL: Silver non interviene praticamente mai sulle mie sceneggiature, al massimo ci sono brevi osservazioni in fase di soggetto e qualche volta concordiamo delle piccole modifiche di testo. Nel caso specifico non ha battuto ciglio perchè ci eravamo già capiti, e tra me è lui, per storie "difficili" come queste c'è una sorta di tacito accordo per cui accetta la sfida e vede cosa sono in grado di fare. Credo di averlo deluso poche volte e quando l'ho terminata, si è limitato a farmi dei complimenti che mi hanno fatto arrossire di legittimo orgoglio. Ben pochi autori accetterebbero forzature di questo genere, ma lui è lui. E' che tra noi c'è ormai una lunga consuetudine di stima e fiducia reciproci per cui, se qualcosa non lo convince è già in fase di soggetto.
CUS: Grazie mille, alla prossima!




