X-Men 19

BLOOD

Parte 2

di Vale AlbaDiggi

 

Kristen si strinse al suo uomo, con tenerezza.

“Questo è fare centro!” si disse “Voglio dire…Kristen questo tipo è il più bel ragazzo che ti abbia abbordata!”

- Ehi bello… - gli fece, mezza ubriaca - …ma dove mi porti? Qui non c’è proprio nulla! È il peggior posto di San Francisco! -

- Fidati di me. Voglio farti vedere una cosa. -

Dopo qualche metro, svoltarono in un vicolo, bagnato dalla pioggia leggera che aveva iniziato a cadere. Improvvisamente, l’uomo spinse Kristen con una spallata.

- Ehi! – disse lei, rovinando a terra – Ma…che stai facendo? -

- Sta zitta, puttana! – ringhiò l’altro, tirando fuori un coltello.

La ragazza cercò di parlare, di gridare, ma la sua bocca non emise un fiato, mentre il suo aggressore si avvicinava.

- Se non fossi stata come le altre… - cominciò a dire – se non fossi venuta con me, se tu fossi rimasta sulla buona strada, non ti sarebbe toccata questa sorte, ricordalo. –

Kristen chiuse gli occhi, stando in attesa del dolore; le sembrò di indugiare in eterno nella sua paura: non avvenne nulla. Quando riaprì gli occhi, una massa blu indistinta si calò sul suo aggressore, emettendo un grugnito bestiale. Un calcio raggiunse il volto dell’avversario che volò contro un muro e la lotta si placò. Il bel viso che aveva ammaliato la giovane era ora contratto in una smorfia di dolore. Ancora presa dal panico, la ragazza vide l’essere blu in ombra tendere quella che sembrava ricordare una mano.

- Ahhh! – gridò Kristen, scappando. In lontananza, Henry McCoy la sentì farfugliare quella parola che ormai suonava ridicola e crudele. Mostro.

- È difficile, vero Henry? – chiese Peter, avvicinandosi.

- Stavo…stavo pensando l’esatto contrario. Quanto sarebbe semplice essere come lui… - rispose, indicando l’uomo a terra.

- Non abbiamo parlato molto, ultimamente. Mi piacerebbe… -

- Peter, sei un amico. Non hai bisogno di dimostrarmelo. -

- Non essere così cinico… -

- Sono solo logico, obiettivo. Di cosa vuoi parlare? Del perché non mi va più di lanciarmi all’attacco con sprezzo del pericolo? -

- Non l’hai appena fatto? -

- Per favore, Peter! Ma l’hai visto? -

- Forse dovresti davvero parlare, Hank. È cambiato tanto dall’ultima trasformazione…

- Mi sono studiato, so cosa avviene nel mio corpo, ma la scienza non mi aiuta. E poi non è questo, lo sai. O per lo meno puoi immaginarlo. –

- Ma fino a qui con noi sei venuto…perché? -

- Il professor Xavier…non posso lasciare che il suo nome finisca in pasto ai media… - concluse Henry, indossando una mascherina anti-smog.

- Perché quella? -

- Quando cambio città ci vuole un po’ prima che mi abitui ai nuovi odori. San Francisco mi ucciderebbe le mucose, senza questa mascherina… -

- Henry… -

- Ehi, vegliardi! – fece Emma Frost, avvicinandosi assieme a Logan.

- Considerata l’età probabile del tuo accompagnatore, Emma, il termine “vegliardi” è quanto meno inappropriato. -

- Ah-Ah, Henry. Molto spiritoso. Abbiamo scoperto una cosa. – disse Logan, mostrando una copia del San Francisco Herald.  

- Le nostre ricerche non saranno molto lunghe. – commentò Peter, leggendo.

Strage di mutanti – Un nuovo Serial Killer in città: già tre i suoi delitti; le vittime: mutanti

- Com’è possibile che non ne sapessimo niente? -

- I giornali hanno dato oggi la notizia, dopo l’uccisione di una ragazza con poteri elettrici, ma questo tizio aveva già fatto delle vittime. -

Henry osservava in silenzio il titolo del giornale.

- McCoy? – fece Emma, captando la sua ansia.

- Uh? No, niente…è che…la notizia mi ha colto di sorpresa. – rispose la Bestia, celando alla telepate i suoi veri pensieri.

 

Franklin volò alto sulla città, le scariche elettriche lo ricoprivano, mentre corrodevano le sue carni.

“Tornare…casa…”

Altro dolore, un altro afflusso di potere…la città divenne una danza di luci e di anime mentre l’aria dilaniava il suo volto.

“Cadendo…volare…”

In quel momento, le sue sofferenze si placarono. Era qualcosa che andava oltre il momento in cui aveva ucciso quei terribili mutanti, oltre l’affetto degli occhi di suo padre. Il potere se ne stava andando. Rapidamente, planò sulla città e giunse al suo rifugio. All’interno Mark lo aspettava.

- Franklin… - mormorò.

- …Mark…io ho… -

- Si lo so. – disse l’altro, osservando degli oggetti sul tavolo. Franklin, in uno dei suoi bagliori di lucidità, capì: Mark era stato lì, mentre lui aveva ucciso. Poi di nuovo, il mondo crollò sulla sua mente, e questa intuizione sparì, venne rigettata fuori dal corpo con un conato. 

- Franklin, va tutto bene…respira, su, con calma… - fece questi. Lentamente, l’altro si riprese e senza rialzarsi, sgattaiolò in un angolo buio della stanza.

- Bene, Franklin; ti ho preparato un nuovo composto, un mix dei tuoi lavori precedenti. -

- N…nnnnooooo… - mugugnò Franklin nell’ombra -…Mark…io ti prego…non fare… -

- Cosa? Cosa, inutile sgorbio? Ricorda quello che sei, ciò che vuoi distruggere! Ricorda quegli sguardi, quegli occhi. Io ti ho trovato, ti ho dato la possibilità di fare ciò che volevi! -

- Io…voleva…io voleva…solo morire… -

- Tutto a suo tempo, Franklin. – concluse Mark – Hai di nuovo problemi con il linguaggio? Concentrati. Il nuovo siero è più potente, devi concentrarti. Pensa ai loro occhi. – gli iniettò qualcosa aggiungendo:

- Quando avrà smesso di bruciare, sai dove andare. –

-…non smette mai… -

Mark uscì dalla stanza, facendo finta di non sentire. Non era questo che interessava agli alti vertici, il siero funzionava, e presto ne avrebbero avuto dell’altro. Molto altro.

 

Il rumore della porta fu buio e definitivo. Mark si allontanò in fretta da quel mostro che lo credeva suo amico. Il prigioniero, percepì quel sentimento e nuovamente ripudiò sé stesso, perché stava perdendo anche l’ultima persona che lo amava. “…Padre…” pensò Franklin, ricordando.

 

Padre Helmer trasse un lungo respiro. Non era la vita che aveva desiderato, né di certo quella a cui era stato chiamato da Dio.

- Janet, calmati…-

- Come puoi essere così calmo Helmer? Non capisci? Quello è nostro figlio! -

- Ti prego, tesoro, abbassa la voce. -

- Siamo cattolici, Helmer…lo capisci, questo? Capisci perché indossi quell’abito? -

- Janet, io non ti permetto di mettere in discussione la mia fede! -

Il sacerdote aveva parlato con un tono duro, ottenendo il silenzio, ma non la calma; la donna si sedette, mettendosi le mani nei capelli, mentre una piccola creatura piangeva nella sua culla.

- Cosa hai detto ai medici? – chiese il prete.

- Oh! Ecco la tua preoccupazione! Ho detto che non sapevo chi fosse il padre, facendo la figura della puttana! Solo per proteggerti! -

- Lo hai fatto anche per Franklin…non deve subire tutto questo, ha pochi giorni di vita. -

- Non ne avrà di più. -

Padre Helmer non riuscì a proferire parola, ricevette una fitta al cuore, realizzando ciò che aveva detto la sua amante.

- C…come puoi dire una cosa del genere? Tu, una cristiana…vorresti perdere il regno di Dio… -

- Svegliati, Helmer. Abbiamo già perso il regno di Dio entrambi, e nostro figlio ne è la testimonianza. Lo hai visto in faccia. -

Il sacerdote osservò il piccolo nella culla, le guance rosse bagnate dal pianto, i teneri occhietti lucidi, in tutto simili a quelli di un gatto.

- Potrebbe essere curabile… -

- Li chiamano mutanti. Sono…diversi, diversi per nascita. È il nostro castigo. -

- È cosa? Janet, diverso non significa né peggiore né migliore. “Anche l’aquila che vola più in alto ha sempre un cielo sopra di sé”. -

- Non siamo in chiesa, questo non è uno dei tuoi sermoni. Sei nella casa in cui hai peccato, prete, in cui hai ansimato, dimenticando Dio! Ricordalo. -

- Taci, peccatrice! -

- E tu cosa sei? Ah! Brucerai all’inferno, con me e tuo figlio! -

- Tu non ucciderai questa creatura. -

- Vorresti tenerlo? Non capisci? Dio ci ha puniti, dobbiamo correggere i nostri errori…e cominceremo da lui. -

- Non lo farai. -    

- Lui è empio, Helmer. È il male, il nostro male. È un maledetto mutante… -

Per la prima volta, in tutta la sua vita, Helmer capì di aver sbagliato a riporre l’amore in quella persona, sia come amante, sia come appartenente al genere umano. Preso da questa sensazione, diresse inconsciamente tutto quell’amore che sentiva di aver sprecato in quella sordida relazione sul piccolo, pronunciando quelle parole che gli si agitavano nel petto.

- Non ti permetterò di uccidere…mio figlio! -

- Esci da questa casa, Helmer! Esci, è casa mia…non puoi più nulla qui. -

Nessuno ascoltava il pianto del piccolo, gridavano tutti con veemenza tale da coprire quelle urla acute.

 

- Questa topaia è il massimo che possiamo permetterci? – chiese Emma, osservando la camera.

- Emma, è una sistemazione temporanea e improvvisata all’ultimo momento. –disse Peter.

- Questo non basta a scusare due camere matrimoniali. – disse Logan – Senti Rasputin, tu e Henry siete amici…mi pare giusto che dividiate la stanza… -

- E io e te Logan dovremo fare la stessa cosa? – chiese Emma, alzando un sopracciglio.

- Bellezza, capisco che ti piaccio, ma cerca di nascondere… -

- Senti, Mr Adamantio, non ho voglia di elaborare insulti abbastanza offensivi. Ho solo bisogno di una doccia e di una buona dormita. –

In un attimo, la Regina Bianca entrò nella stanza e si chiuse la porta alle spalle.

- Arrangiatevi voi maschietti. A proposito, Logan…sono di una taglia più grandi. -

- Vedi, Logan… - disse McCoy - …il mio vantaggio è l’aver perso la presunzione in amore. -

- Oh…sta’ zitto! -

- Ragazzi, per favore! Ora che facciamo? -

- Peter, io mi arrangio. Non ho sonno, farò un giro in città. Vi lascio la camera, ok? -

Colosso e Wolverine, X-Men esperti, pronti a ridere davanti al pericolo, capirono che quella che gli si prospettava sarebbe stata la peggiore notte della loro vita.

 

Emma Frost sganciò il fermo del suo vestito aderente, tornando finalmente a respirare.

“Ufff! Devo parlare con la sarta…” pensò, guardandosi allo specchio “…perché o si è sbagliata lei, o sono ingrassata. Si è OVVIAMENTE sbagliata lei.” Concluse entrando nella doccia e aprendo i rubinetti. Lo scroscio di acqua gelida percosse quelle forme meravigliose, che per qualche attimo divennero diamantine.

- Maledetta topaia! – gridò, tornando nella sua forma ordinaria e girando a volontà la manopola dell’acqua calda. Improvvisamente un flusso di immagini e pensieri la invasero, con decisione. L’effetto fu inizialmente piacevole, la mente della bionda fu come presa per mano da una forza incontrollabile e portata ai confini del suo potere. Purtroppo, ciò che Emma vide non fu altrettanto gradevole.

 

Da quella lite, passarono molti giorni, giorni che Janet passò a celare il bambino ai suoi amici, ai suoi parenti. Quella vita, così piccola, generò un grande sconvolgimento nella vita di quella disperata. Molte donne soffrono per questo stesso motivo di depressione post partum, ma in Janet la tortura di quelle responsabilità e il subbuglio di dolore e smarrimento ebbero un effetto curativo su quell’animo adirato, generando una chiarezza di pensiero che prima non aveva. La follia, però, rimase, assieme alla convinzione di dover eliminare quel peccato. Padre Helmer, dal canto suo, fece in modo di essere sempre presente in quella casa per scongiurare il pericolo di quel delitto. La scusa che faceva girare in città era quella di essere diventato la guida spirituale di Janet, in seguito ad alcuni avvenimenti drammatici, ma le malelingue avevano già ponderato, intuito e giudicato, come in ogni paesino di campagna.

- Janet… -

- Un tempo mi chiamavi “amore”. -

- Un tempo lo pensavo. – Helmer era serissimo quel giorno – Volevo solo dirti…che sono felice che tu ti sia ripresa da quella crisi. -

- Non so di cosa tu stia parlando. -

- Hai minacciato di uccidere nostro figlio… -

- No, no…io te l’ho annunciato. -

- C…come scusa? -

- Lo farò, Helmer. Ucciderò il mutante, gli farò un gran favore. -

- Mio Dio! E io che speravo che… -

- Sta’ zitto, Helmer; guardalo piuttosto. Guarda il suo sguardo, come cerca amore, affetto. -

- Janet, se vedi tutto questo… -

- Lo vedo, ma a differenza di te, io comprendo. Non avrà mai quello che cerca, da nessuno. Credi che fuori di qui qualcuno si commuoverà davanti a quegli occhi? Mi si rivolta lo stomaco quando lo vedo piangere, quando scorgo la vita in quelle iridi gialle! È…è…orrendo. -

- Tu sei malata. Speravo di poterti aiutare, ma mi sbagliavo. Devo trovare qualcuno che possa farlo. -

- Non vuoi assistere? – chiese Janet, senza ascoltarlo e prendendo un coltello – Mentre lo faccio, non vuoi vedere? -

- Janet posa quel coltello. -

- Ti ricordi i nostri giochi, Helmer? Ti ricordi come serravi gli occhi nell’impeto? – la donna si avvicinava alla culla.

- Janet…posalo! – Helmer le afferrò il polso, ma lei lo ferì alla mano, liberandosi.

- Oh, amore… - disse la folle - …sei bello come la prima volta, così spaventato, così indeciso. Anche allora ho dovuto fare tutto io. -

La mano di Janet calò sulla creatura, ma il suo gesto fu interrotto bruscamente. Padre Helmer colpì la sua amante con forza, facendola  cadere all’indietro. Il coltello emise un tintinnio invitante, poi, quando calò nei seni di Janet, mosso da mani abituate a benedire,  un rumore liquido di sangue inondò le orecchie del sacerdote.

- B…bravo… - disse Janet, aggrappandosi alla rabbia per rimanere viva - …bastardo…ora finisci…finisci il lavoro…la tua pecorella ti aspetta…battezzalo…prete! – presa da convulsioni, la donna si coprì di sangue e pallore.

La nera figura si alzò allora, facendo frusciare la tonaca fradicia di sangue. Il bambino piangeva. Quella cosa piangeva.

 

Henry McCoy spiccò un salto dal muro, raggiungendo la ringhiera di una scala antincendio e da lì si proiettò in avanti, afferrandosi saldamente al parapetto di una terrazza.

“Non posso farlo. Non posso. Non voglio.”

Balzò ancora e ancora, cercando la spossatezza: sapeva infatti che finché non si fosse sentito distrutto, non avrebbe smesso di pensare e di capire che stava sbagliando. Purtroppo per lui, stancarsi si rivelò più difficile del previsto.

“Niente più sciocchezze, Henry.” pensò, lasciandosi cadere per alcuni metri, accanto ad un muro che sfruttò per darsi una spinta.

“Ma come posso ignorare ciò che ho scoperto? Perché non l’ho detto agli altri, perché devo ancora pensare di risolvere tutto da solo?”

Un’esplosione in lontananza ruppe gli indugi di Hank. Supereroe no, ma neanche succube dell’indifferenza.

 

L’acqua scorreva copiosa sulle rosee forme sgraziatamente sedute nella cabina della doccia. Gli occhi, incorniciati dai capelli biondi fradici, erano persi nel vuoto, cercavano ciò che qualcuno voleva mostrarle. Respirava affannosamente Emma Frost, ingerendo acqua e ossigeno senza posa.

 

Il ragazzo attraversò la strada senza guardare. Un grave errore, non era più in campagna, come sedici anni prima, ora era in una grande città, a San Francisco. Franklin venne sbalzato indietro dall’urto con l’automobile che lo colpì fortunatamente di striscio. Mentre gli si formava un’ecchimosi sul braccio, Franklin rotolò all’indietro e perse gli occhiali da sole Ray-Ban. L’auto inchiodò e ne scese il guidatore, di corsa, ma prima che potesse raggiungere l’investito, intervenne qualcun altro. Sulla fronte di Franklin calò una mano severa, che gli coprì gli occhi gialli.

- Buon Dio! Si è fatto male? – chiese il guidatore.

- Il ragazzo sta benissimo. Grazie. – rispose una voce austera.

- Bisogna portarlo all’ospedale…subito… -

- No. Risalga in macchina e non si preoccupi. -

- Ma… -

- Faccia come le ho detto, se non vuole grane. -

L’uomo, stupito dalla situazione, rimase qualche secondo ad osservare l’altro che rialzava Franklin, coprendogli sempre gli occhi.

- Padre…io…mi fa male… -

- Taci e chiudi gli occhi. Devo raccogliere gli occhiali. -

Celato di nuovo il segreto del figlio, l’uomo strattonò per un braccio Franklin e infilò un portone. Quel palazzo era stato il loro rifugio negli ultimi anni. Dal giorno del delitto, Helmer aveva cambiato nome, smesso la tonaca e con essa la sua anima.

- Padre… -

Lo schiaffo arrivò su quelle guance, già rosse per il pianto.

- Questo è per non essere morto nell’incidente, maledetto mutante. – disse poi Helmer, stappando una bottiglia; così, come il Whisky scendeva in quella gola, le lacrime bagnavano il viso di Franklin, che ormai si era tolto gli occhiali.

- Tua madre… - disse quello che una volta era un sacerdote - …aveva ragione: sei orrendo quando piangi. E sei orrendo quando guardi, quando vivi! Non posso credere…credere a quello che le hai fatto! -

- Io non ricordo…padre, perdonami… -

- L’hai uccisa, mutante! Proprio quando stava cercando di liberarti, tu l’hai uccisa! Il demonio che è in te è uscito dal tuo petto e mi ha preso…in quel giorno maledetto…lei aveva capito! -

- Perdonami… -

- MAI! Io la amavo, lo capisci questo? Capisci quello che ti sto dicendo? Amavo Janet, e tu l’hai uccisa… -

In quegli anni, la scena si era ripetuta più volte. Stranamente, nonostante quest’odio, Helmer aveva istruito il bambino, perché capisse la sua presunta colpa. “Istruito”, ovviamente, è un termine relativo.

- E perché non ti uccido, una buona volta? – disse quel padre che lo aveva amato solo in culla, afferrando la bottiglia e rompendola – Perché non ti estirpo quel demonio, come voleva fare tua madre? -

Franklin, nel terrore gli puntò addosso i suoi occhi da gatto. Il sangue si gelò nelle vene di Helmer, la sua colpa era lì, non nel demonio, ma in sé stesso.

- No…io non voglio… - mormorò - …non voglio vedere… -

- Padre mio…perdonami… -

- Va…vattene…una volta e per sempre…non tornare. -

Franklin corse via, lasciandosi alle spalle i lamenti del padre a terra, con la gola squarciata.

Gli anni che seguirono, non furono che solitudine e fame. Cambiò quartiere, si dette al vagabondaggio. Molti lo credettero cieco, sempre con quegli occhiali da sole, ma nessuno provò mai a parlargli, tranne uno. Si chiamava Mark e divenne il suo unico amico e la sua maledizione.

 

Gli occhi bruciavano, Franklin non riusciva a chiuderli. Quei raggi stavano distruggendo ogni cosa, avevano già fatto saltare in aria il forno.

- Devo…volare…devo… - pensò, ma non aveva più poteri elettrici, e spiccare il volo, ora, era tutta un’altra cosa. Distrusse parte del tetto guardandolo, poi pensò di saltare, in alto, e riuscì a librarsi finalmente in aria. Questo nuovo tipo di volo dava una sensazione completamente diversa, meno dolorosa, più libera, ma l’inferno negli occhi non gli dava pace. Si sollevò per una decina di metri, poi due braccia robuste lo afferrarono e lo tirarono verso il basso. Dopo una lunga caduta, atterrando di schiena su un tetto, Franklin vide il volto del suo aggressore: il volto di Henry McCoy.  

- Che sta succedendo qui? – chiese Hank.

- Mutanti…ancora… - da quegli occhi fuoriuscì un raggio distruttivo.

- Mi spiace deluderti… - disse l’X-Man, saltando all’indietro -…ma io ho un allenamento di anni con un tipo di nome Ciclope. -

- Aaaargghh…non farmi…vedere…i tuoi occhi… -

- Sinceramente non so di cosa stai parlando, ma tutto questo mi ha già stufato. -

- Franklin! – gridò qualcuno nell’ombra.

- MARK! – rispose l’altro, interrompendo il combattimento.

- Non una mossa, tu. – disse Mark, uscendo dal suo nascondiglio e puntando una pistola contro la Bestia. 

- Se pensi che quell’arma possa intimorirmi non conosci così bene i mutanti come credevo. -

- Come credevi? -

- Hai addosso lo stesso odore di un oggetto che ho trovato nelle tasche di un uomo. Quelli della tua banda l’hanno ucciso davanti all’istituto Xavier, a NY. -

- Non erano della mia banda, io non ho una banda…lavoro per uno grosso. -

- Anche tu? Affascinante. Beh, Mark…che ne diresti di portarmi dal tuo capo? -

- Che intenzioni hai? -

- Ho un affare da proporgli. -

In cuor suo, Hank cercò di ignorare l’incertezza, l’esitazione che provava al pensiero di tornare in azione e di tradire una sua decisione. La posta in gioco era troppo alta, e poi non si trattava di un vero ritorno al “supereroismo”, ma di qualcosa di molto peggiore.

 

- Ragazzi! – gridò Emma, irrompendo nella camera.

- Emma… -

- Buono Peter…non puoi immaginare cosa ho appena visto. –

- Ehi, bellezza… -

- Logan non è il momento: ho qualcosa di importante da dirvi. -

In qualche minuto riassunse la storia di Franklin, mostrando un’emotività atipica per la X-Man. 

- Emma voglio che ti calmi. - fece Colosso, ma lei lo fermò.

- Non ora. Dobbiamo capire chi sta dietro a tutto questo, perché sono sicura che quel tipo ci condurrà all’organizzazione che cerchiamo, nella sua memoria ci sono ricordi particolareggiati dei delitti di cui parla il giornale. -

- Forse dovremo rifletterci… - disse Peter, aggiungendo - …ma tu devi calmarti. -

- Rasputin ha ragione, bella. Sei agitata e non è da te. – disse Wolverine.

- Cosa non è da me, Logan? Provare emozioni, vero? È questo che…che pensate di me! Non sono umana, per voi…perché serro una risata in un ghigno o un pianto in un’occhiata gelida, per voi è semplice giungere alla conclusione che io non vorrei ridere o piangere a volte! -

- Emma c’è qualcosa che non va… - capì Peter - Queste non sono le tue emozioni, o almeno non completamente. Il contatto telepatico deve essere stato molto forte. -

La X-Man tremava, scossa da un flusso di sensazioni che di solito sarebbe riuscita a controllare, come il dolore che le inondava ogni cellula, che le scorreva nelle vene. 

 

- E questo sarebbe il suo quartier generale? -

- Questo è un rifugio che ho rimediato alla svelta, dottor McCoy. Lei non mi ha dato molto preavviso. – rispose stizzito il Signore del crimine – Ha parlato di un affare: ebbene, sono qui. -

- Ho analizzato un campione del vostro siero, l’ho trovato addosso all’uomo che l’ha tradita. Devo dire che lei è venti anni avanti nell’analisi e l’ingegneria genetica mutante. -

- Non prenda il discorso alla larga, McCoy. Venga al punto. -

- Quando ho detto venti anni avanti, mi riferivo a me. E questo è… -

- …sorprendente? -

- Inconcepibile. Lei ha trovato il modo di produrre enzimi di polimerasi che… -

- La prego. Il merito è dei miei tecnici, io gli ho solo aperto la strada, non sono un esperto. -

- Ma il siero non è perfetto e io posso renderlo tale: se ho ben capito lei cerca di trasporre le caratteristiche del DNA mutante su quello umano, giusto? -

- Esatto, ma non mi chieda gli scopi. Anzi, vogliamo continuare il nostro discorso nei miei laboratori? -

 

 - Sei sicura di sentirtela? -

- Peter, anche se le emozioni di quel freak mi hanno fatto frignare come una ragazzina, ricordati che posso ancora leggere nella tua mente e magari svelare i tuoi piccoli segreti… -

- Ragazzi, è tornata. – concluse Logan

I tre osservavano San Francisco dall’alto del tetto dell’hotel.

- Qualcuno ha visto Hank? – chiese Peter.

- No, ma percepisco il suo tracciato mentale. – disse Emma – È agitato, si mostra sicuro di sé, ma ha paura di fare qualcosa di sbagliato. Posso localizzarlo… -

- E quell’altro? Franklin… - chiese Wolverine.

- Franklin Ganaver. Forse posso trovarlo…è…ragazzi, non ci crederete, ma sia Pelle Blu che l’amico dei sogni sono nello stesso posto. -

 

Hank osservò i macchinari che aveva davanti. Tutto in essi gli era sconosciuto, dalla forma alla maggioranza dei simboli sulle pulsantiere.

- La spiazza non conoscere qualcosa, dottor McCoy? – chiese il Signore del crimine.

- No, è solo che… -

- Lei conosce molte lingue, dottore, ma questo è un…codice particolare, diciamo. Un codice che i miei tecnici hanno impiegato mesi a decifrare. -

Mentre parlava, Henry aveva distinto le vocali dalle consonanti e tradotto le frasi più brevi e ricorrenti.

- Chi le ha costruite? -

- Lei corre troppo, dottore. Se ha alcune idee per migliorare il mio siero, mi dica cosa vuole in cambio. – la domanda aveva innervosito il Signore del Crimine.

- Non ho parlato di un compenso. -

- E devo credere che lei mi aiuterebbe senza uno scopo? -

- Io…si, ho uno scopo; voglio sviluppare un composto in grado… -

-…di far regredire la sua mutazione. –

- Lei ha gli strumenti adatti, a quanto pare. Voglio imparare ad usarli, voglio libero accesso ad essi. In cambio svilupperò il suo siero…come l’avete chiamato? -

- RpT3, dottor McCoy, ma non è il solo che abbiamo sviluppato. Tempo fa, lei tentò di sintetizzare un catalizzatore che potesse attivare la mutazione genetica, e testandolo su di sé ottenne risultati…beh, insomma… -

- Non vedo il perché di questo interesse per… -

- Il siero RpT3 è in grado di trasmettere la mutazione dal DNA mutante a quello umano, ma i poteri del nuovo soggetto non sono potenti quanto quelli dell’originale. Perciò abbiamo sviluppato un attivante genetico. -

- Lei vorrebbe che supervisionassi anche quel lavoro? -

- No. Lei sarà la mia cavia. -

Da una porta apparvero cinque scagnozzi armati di fucile. Hank saltò in alto, schivando parte dei colpi, che si rivelarono essere siringhe di attivante genetico. Atterrando in mezzo ai cecchini, ne stese un paio, ma si era avvicinato troppo e una fiala di siero gli si conficcò nella spalla. L’effetto non fu immediato, e quello che aveva sparato il colpo ricevette un pugno tale da fargli perdere conoscenza e parecchi denti. I sensi di Henry stavano impazzendo, proiettavano il suo essere in ogni angolo di quei laboratori. Altri colpi, dati, ricevuti, poi il senso della battaglia sembrò divenire una lama affilata, lanciata verso una fame di vita senza limiti.

- P…Per…Perché? – chiese Hank, agonizzante, rivolgendosi al Signore del crimine.

- Perché riconosco chi mente. Sperava di accaparrarsi una cura per la sua mostruosità o di fermare la mia attività, dottore? Lei ha probabilmente riconosciuto la tecnologia che io possiedo, e questo non mi piace. Non mi piace al pari del fatto che lei mi abbia mentito. Lei potrebbe curarsi quando vuole, non ha bisogno di me e della mia attrezzatura e io non sono vent’anni avanti a lei nell’analisi del DNA mutante. Però…-

- C…c…corri…corri idiota… -  

- Spingetelo fuori! – gridò il Signore del crimine, e Hank, che si era lanciato contro il suo nemico, fu costretto da una raffica di proiettili a saltare attraverso il grande lucernario sul soffitto. Gli odori concentrati in un luogo chiuso erano nauseanti, aveva bisogno di ossigeno per schiarirsi la mente, ma ormai era tardi. L’ultimo suo pensiero andò alla sua idea di non tornare in azione e alla tragica idea di tradire il suo proposito.

 

- Sta succedendo qualcosa. – disse Emma; i tre erano ormai arrivati nei pressi di quei laboratori.

- Che vuoi dire? -

- I pensieri di Hank…sono cambiati. È come se… -

- Giù! – urlò Logan. Un attimo dopo Henry McCoy si gettò su di loro.

- Hank…-  mormorò Peter.

La Bestia non si fermava, attaccava selvaggiamente i suoi nuovi nemici, facendo sibilare nell’aria i suoi artigli.

- Ci penso io…trovate chi gli ha fatto questo! – gridò Logan, lanciandosi contro Henry, stordendolo per un secondo, giusto il tempo per afferrarlo e spiccare un salto tenendolo stretto.

- Peter…Franklin si sta allontanando… -

- Seguiamolo. -

 

- Hai inviato Franklin al nuovo obiettivo? – chiese il Signore del crimine a Mark.

- Si, in questo momento. La vittima è un teleporta. -

- A quanto pare abbiamo gli X-Men addosso… - disse il criminale guardando fuori dalla finestra.

- Avranno un bel da fare per fermare il loro amico. – continuò.

- Ormai però hanno scoperto il suo segreto. – fece notare Mark.

- Chi l’ha scoperto? Henry McCoy non mi sembra nelle condizioni di parlare, Mark. Preoccupati solo di non fallire. -

 

- HANK! – gridò Wolverine, sfoderando gli artigli e sondando i tetti circostanti con i suoi sensi. Poco prima, la Bestia si era nascosta fra i palazzi, ora stava tendendo un agguato all’X-Man.

“Eccolo…” pensò Logan, avvertendo il suo odore, ma un attimo dopo si trovò nella morsa di quegli artigli blu. Era forte, dannatamente più forte di lui. In un impeto di sopravvivenza, il canadese infilzò i suoi artigli nel braccio di Hank, poi lo allontanò da sé con un calcio.

- Dannazione, torna in te, Henry! Non costringermi a… - McCoy intanto ripartiva alla carica.

Le due belve agirono in sintonia, puntellandosi con una mano sulla schiena della Bestia, Logan  saltò il nemico, girò su sé stesso, e cercò di infilzarlo con i suoi artigli, ma anche l’altro era stato veloce e lo stordì con un pugno. Graffi, molti graffi, lambivano le carni di Wolverine, che non reagiva. All’improvviso, combinando tutta la sua velocità con la sua forza, Logan sferrò un pugno riuscendo a spedire la Bestia su un altro tetto. Un attimo dopo Hank era scomparso di nuovo.    Preparandosi a saltare, il canadese venne invaso da queste parole: “Logan, vieni subito. Abbiamo trovato Franklin, ti mostrerò la strada.” Wolverine però non ebbe bisogno di quelle indicazioni, gli bastò seguire le sirene della polizia per arrivare ad un palazzo in cui Franklin era penetrato, sfondando una finestra.

- Ehi Rasputin! – chiamò, arrivando sulla cima di un edificio là accanto.

- Logan, è appena entrato. Emma ed io pensavamo di… -

- Aspetta…a quanto pare non siamo soli. – disse Emma, indicando un uomo che indossava un casco per celare la sua identità su un tetto accanto al loro. Wolverine scattò, saltandogli addosso, ma quello lo evitò facilmente, chiamandolo per nome.

- Conosco il tuo odore…assomiglia a quello dell’Uomo Ragno… - disse Logan – ma decisamente non sei lui. -

- Sono il Ragno Rosso. -

- Questo spiega tutto. -

- Lascia perdere, Logan. – disse Emma Frost, avvicinandosi assieme a Colosso – Da quello che leggo nella sua mente la storia è più complicata di quello che immagini. Ti basti sapere che possiamo fidarci di lui. -

- Ehi! Stai alla larga dalla mia testa! -

- Quello là, è una nostra priorità. – disse Peter, indicando la finestra semidistrutta.

- Scusate, ma non rimarrò a discutere su chi se ne deve occupare… - disse il Rosso, lanciando una tela e saltando nell’appartamento.

- Si comporta anche come l’Uomo Ragno… - disse Logan, prendendo sottobraccio Emma e Colosso e saltando anche lui.

Il fumo annebbiò i sensi del canadese per qualche secondo. Davanti a loro, il Ragno e Franklin davano spettacolo, combattendosi furiosamente.

- Cercherò di distrarlo; Emma, tu devi fermarlo telepaticamente. -

- Sembra che quel bellimbusto riesca a disturbare la mia telepatia, Logan, non mi sembra una buona idea… - ma Wolverine era già partito, saltando alla gola di Franklin. Il Rosso era a terra, quasi inerme eppure riuscì a colpire il nemico, facendolo sbilanciare. Per il resto, Wolverine si puntellò con le mani a terra e lo colpì con un doppio calcio. Fra le grida di Franklin, Logan ci tenne a dire

- Niente male, per la brutta copia di quello svitato del Ragno. – commentò Wolverine.

Intanto il teleporta che Franklin aveva attaccato gridò - Ehi, voi! Bella mossa! Diamocela a gambe…- ma il mutantofobo dagli occhi gialli si era rialzato e cercò di colpirlo con un raggio ottico, provocando un’esplosione.

- Prendi il ragazzo, io… - disse Logan, ma dovette scansare un colpo.

“Speriamo che ce la faccia.” Pensò il canadese, correndo verso Franklin.

- Perché fai questo, Franklin? Per quello che ne sai, sono un tuo simile! – disse il Ragno Rosso, tenendo il ragazzo ferito fra le braccia.

- Emma! Cerca di fermarlo! – gridò Peter, ma Emma era già uscita allo scoperto per farlo.

Franklin sembrò stordito per un attimo, ma non era sufficiente.

- Porta via quell’uomo! Questo tizio ha in sé qualcosa che contrasta la mia telepatia! -

disse lei al Ragno Rosso, che uscì di corsa.

- Ragazzi…non…ci…riesco… -

Occhi gialli si voltò di scatto verso di lei e sparò un raggio ottico. Wolverine fu rapidissimo: afferrò entrambi i compagni e saltò fuori da una finestra, proprio mentre Franklin faceva esplodere un tubo del gas. L’onda d’urto scaraventò il trio lontano e si salvò solo grazie all’agilità del canadese, che volteggiando riuscì ad atterrare su un tetto.

- State bene? – chiese Peter.

- Si, ho reso la mia pelle di diamante. -

- Qualche graffio, ma sta già guarendo. -

- Situazione, Emma? -

- Il Ragno è riuscito a salvarsi, anche il teleporta. Mentre Occhi gialli… -

In quel momento Franklin emerse dalle macerie e volò in alto, come un razzo.

- Ecco. -

- Che è successo con Hank, Logan? -

- È fuori di sé. Non ho la più pallida idea di che gli sia successo, né che connessione abbia con Franklin. -

- Il Ragno Rosso gli stava appresso, forse lui lo sa. – fece notare Emma.

- D’accordo, cerchiamo di trovare Henry; nel caso fallissimo, domani contatteremo il Ragno Rosso.- detto questo, Peter tacque; sondava i tetti che aveva nel raggio visivo, cercando di scorgere un guizzo blu.

- Lo troveremo. Dobbiamo trovarlo. – disse Logan, ma anche lui non credeva alle sue parole.

 

Fine parte 2

 

Si conclude la seconda parte di Blood e con essa l'incursione di Vale "AlbaDiggi" nel mondo mutante; non temete (vi vedo già lì, shockati da questa notizia), Blood terminerà su Ragno Rosso #4: la Bestia contro il supereroe locale e gli X-Men; in più torna, il Signore del Crimine!

 

Per chi volesse approfondire gli avvenimenti di questo numero, suggerisco la lettura del Ragno Rosso #2-3.

 

Vale "AlbaDiggi"