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Ci sono molte versioni della storia del loro primo incontro: nella più popolare si parla di un incontro casuale, di un ragazzo che entrando improvvisamente in una tenda scopre il segreto del più grande eroe d’America, e di come questi decise di prenderlo sotto la sua ala protettiva facendone il suo pupillo. Secondo altri resoconti questa era solo una storiella inventata per ispirare gli adolescenti di quella generazione e le cose quel pomeriggio andarono diversamente...

Camp Lehigh, 1940

Capitan America, o meglio il soldato Steve Rogers in licenza, era stato convocato dal Generale Chester Philips. I due passeggiavano per il cortile della base:

< Capitano, ha sentito parlare della Hitler-Jugend ?>

< Sissignore, la gioventù hitleriana. Un programma di propaganda nazista volto a preparare i giovani alla vita militare. >

< Esattamente.  Il governo ha pensato ad una mossa per controbattere l’ascesa di questo fenomeno; l’idea è quella di affiancare al nostro patriottissimo super soldato una giovane spalla, un coraggioso adolescente che sia d’esempio per i giovani americani.... un pò come il “ragazzo meraviglia ” delle strisce a fumetti...>

< Signore, non mi starà dicendo che....>

<Oh no, so cosa stai pensando ragazzo....> disse il generale con un sorriso  < non abbiamo intenzione di reclutare giovani dai licei o dagli orfanotrofi... abbiamo qui alla base in candidato perfetto. Conosci Bucky Barnes? >

< La mascotte della base? >

< Si, in un certo senso.... quando il suo vecchio morì in un’esercitazione, è stato allevato come una mascotte qui alla base, ma negli ultimi anni il ragazzo è stato finemente addestrato, sia qui in patria che all’estero. Pensa che ha passato sei mesi con la RAF , e gli inglesi erano entusiasti di lui. Sono stato personalmente informato sui suoi progressi... l’hanno definito un talento naturale, specie nel corpo a corpo.  Vieni che te lo presento...>

Barnes stava correndo con resto del plotone, si distaccò da loro e si mise sull’attenti.

< Riposo, soldato... questo che vedi con me è il capitano Steve Rogers, che certamente tu conoscerai come Capitan America. Da oggi vi addestrerete insieme, e quando il corso sarà terminato, se sarai ritenuto idoneo, diverrai il suo partner. Ti aspettano mesi molto duri ragazzo. Sarai all’altezza del compito? >

< Vedrà che non se ne pentirà signore. Capitano, sarà un vero onore lavorare con lei. > disse il ragazzo.

< Chiamami Steve...> gli rispose lui, stringendogli la mano.

 

E fu l’inizio di uno storico sodalizio...

 

 

Capitolo III: Faccia a faccia

 

 

Base missilistica di Suhdek, ora:

 

Dalla caduta dell’Unione Sovietica e la fine della Guerra Fredda questo è un posto di cui molti hanno quasi scordato l’esistenza ormai, simbolo di un’era che in molti vorrebbero dimenticare. La maggior parte degli uomini che stazionano qui è di passaggio, in attesa d’essere trasferiti. Per alcuni di loro si tratta di una punizione venir spediti qua, tra i monti Gory Byrranga, un luogo freddo e buio che pare essere dimenticato persino da Dio. Per questi e altri molteplici motivi i soldati non si aspettavano minimamente quest’oggi di essere messi sotto assedio dalle truppe  agli ordini del generale Nikolai Alexandrovich Zakharov, che nell’ultima ora hanno messo a ferro e fuoco la base; sono ben addestrati e sanno come rispondere all’attacco, ma mentirebbero se vi dicessero che non sono spaventati per quanto sta accadendo. Eppure, persino in quell’inferno, in mezzo alle pallottole che volano come moscerini e agli uomini di entrambe le fazioni che cadono uno dopo l’altro, non si poteva non rimanere a bocca aperta davanti allo spettacolo che si presentava davanti agli occhi di chi volgeva lo sguardo verso l’alto: sembravano usciti dal racconto de “il mago di Oz” , ma l’uomo di latta e l’animale parlante in questione erano Vostok e Ursa Major della Guardia d’Inverno, (1)  gli angeli custodi della Russia, i protettori della nazione: arrivarono in volo, grazie ai poteri del primo che trasportava il secondo.

L’enorme uomo – orso si lanciò in mezzo alle truppe degli aggressori, falciandoli uno dopo l’altro con i suoi poderosi pugni, mentre l’androide volava a pochi metri dalle loro teste, colpendoli con i suoi raggi ottici alla maniera di quel vecchio cartone animato, Mazinga Z, mentre i suoi poteri di intangibilità lo proteggevano dai colpi dei fucili nemici. In breve, l’intervento dei due supereroi stava ribaltando l’esito dello scontro, riportando fiducia e speranza tra i soldati della base. Ma il generale Zakharov aveva previsto il loro intervento, e aveva ancora il suo asso da calare. Un asso vincente. Nel battersi contro i mercenari Ursa Major non si accorse nemmeno della violenta scarica di colpi che gli crivellò la schiena: centinaia di dardi, simili a grosse siringhe, tutte piene di un potentissimo sedativo, che cominciava immediatamente a farsi largo nel suo sistema circolatorio. Stordito, il mutante emise un furioso ruggito e cominciò a correre verso la torretta da dove erano arrivati i colpi, con l’intenzione di abbatterla, ma una seconda e altrettanto precisa raffica gli colpì il petto. Iniziò a barcollare e dopo pochi passi finì la sua corsa, cadendo disteso per terra a mò di... pelle d’orso, è proprio il caso di dire. Nel vedere il suo alleato cadere, Vostok volò immediatamente in direzione della torretta da dove il cecchino, dopo aver cambiato il caricatore, cominciò a sparargli; i suoi proiettili però, proprio come quelli degli altri guerriglieri non intaccavano la sua pelle metallica, grazie alla sua intangibilità. Una volta raggiunto il supereroe lo afferrò per il collo, sollevandolo da terra.

 < Sei- quello- che- ha –ferito- il- Guardiano- d’Acciaio. E’- il- secondo- dei- miei- compagni- che- ferisci. Non- sarò- la- tua- terza- vittima. I- tuoi- colpi- non- posso- nuocermi- in- alcun- modo. Ti- conviene- parlare- dunque: chi- sei? Qual’è- il- tuo- scopo? Per- quale- motivo- siete- qui? > chiese Vostok, con la sua solita voce robotica, ma non ricevette nessuna risposta.

 < Interessante, - una- protesi- bionica. Notevole, - ma- non- ti- sarà- di- alcun- aiuto. > infatti il suo potere di manipolazione dei sistemi elettronici entrò in funzione, bloccando il braccio artificiale. Ma con l’altra mano il Soldato d’Inverno estrasse dalla sua cintura un piccola oggetto, simile ad un dischetto da hockey, e glielo attaccò al bicipite.

 < Che – cosAHAHAHAAHAHAHAH!! ##### * > una potente scarica elettrica attraversò  il suo corpo, mandandolo in cortocircuito. Mollata la presa il Soldato d’Inverno lo colpì con un calcio alla gola, facendo precipitare al suolo. Una volta liberatosi del suo avversario estrasse dalla sacca nera ai suoi piedi un lanciagranate, mirò ad una delle finestre sottostanti e scagliò una capsula di gas venefico, lo stesso utilizzato in occasione dello scontro con il Guardiano d’Acciaio; poi prese un lancia-rampino e sparò un cavo metallico verso la medesima finestra, dal quale si calò dopo aver indossato una maschera antigas. Tutto andava come pianificato da Zakharov.

 

Quel che il generale non poteva  prevedere, a causa dell’inaspettato tradimento del suo collaboratore Evgeny Stenkov, era l’intervento di un certo supersoldato americano che, a bordo di un jet dello  S.H.I.E.L.D., stava volando alla volta della base con la ferma intenzione di mandare a monte il suo folle piano. Ripeterono la stessa azione compiuta ai laboratori, con la pattuglia S.H.I.E.L.D. a scendere per prima dal  jet, con Steve e Yelena Belova, la nuova Vedova Nera, subito dietro. Si fecero largo tra gli uomini di Zakharov e penetrarono all’interno della base, correndo a perdifiato tra i corridoi; durante il volo avevano studiato la piantina della base che il direttore Brevlov aveva mandato loro sul computer di bordo, dunque riuscivano a muoversi agevolmente all’interno dell’edificio. Una volta girato un angolo, i due trovarono un manipolo di uomini barricati dietro a vari pezzi di mobilio che aprirono il fuoco verso di loro.

< DIETRO DI ME! > gridò Steve e, protetto dal suo scudo energetico, avanzò rapidamente.

La Vedova lo seguiva stando un passo indietro ma quando fu abbastanza vicina compì un balzo tale da saltar la loro barricata e piombargli addosso, abbattendo due dei soldati, mentre Steve metteva K.O. gli altri tre con la consueta forza e rapidità. Superato l’ostacolo proseguirono la loro corsa, e proprio come ai laboratori il loro percorso era gremito dei cadaveri sanguinanti dei soldati. Arrivarono alla palazzina principale, dove ancora il gas della capsula sparata dal Soldato d’Inverno riempiva la sala: immediatamente Steve estrasse dalla sua cintura dei filtri nasali che lo rendevano immune alla tossicità della stanza.

< Io proseguo di qua, tu cerca un’altra strada! > disse alla donna, che trattenendo il respiro fece un segno d’intesa con la testa, e poi tornò indietro sui suoi passi.

Sebbene inorridito dalla quantità di morti che lo circondavano, Steve sapeva di essere vicino al suo bersaglio, e l’adrenalina entrò in circolo rendendo la sua corsa ancor più rapida. Si ritrovò davanti ad un vano ascensore aperto, da cui era evidente che qualcuno vi si era calato.

 <Ci siamo... > pensò e si lanciò dietro all’inseguimento. Una volta giunto al sotterraneo vide l’ennesima strage compiuta dal suo ex partner, e mentre si guardava intorno notò uno dei soldati a terra muoversi ancora.

 < Resisti soldato. Ora ci sono io. > e tirò fuori dalla sua cintura il kit di pronto soccorso, da cui estrasse una garza adesiva e una fiala di morfina; in pochi secondi gli curò la ferita, dando al ragazzo un minimo di sollievo.

 <E’ una brutta ferita, ma te la caverai, devi solo tener premuto. Credimi, presto sarà tutto finito...>

 < E’ andato... aaaah!.... è andato da q-quella parte... > disse in agonia < Ha fini- finito i colpi....p-prendilo....>

 < Puoi giurarci...> gli rispose in maniera risoluta, poi lo lasciò appoggiato con le spalle al muro e prosegui nella direzione indicatagli. Il suo passo era lento ma deciso, sapeva di essere vicino e non poteva permettersi errori. Si rese immediatamente conto di essere nella sala di comando, e si sentì sollevato di essere arrivato in tempo... ma non fece nemmeno in tempo a pensarlo che venne colpito da una calcio alla schiena che lo scaraventò per terra.  Si girò all’istante e finalmente lo vide... dopo decenni dall’ultima volta, rivide il volto di < Bucky... >

La Vedova Nera proseguiva la sua corsa ai piani superiori; raccolse un fucile da terra, appartenuto ad un soldato ucciso, e si diresse nella direzione da cui sentiva provenire alcuni spari. Presto giunse sul luogo della sparatoria, dove un gruppo di uomini di Zakharov stava avendo uno scontro a fuoco con i militari a protezione della sala di monitoraggio. Prendendoli alla spalle Yelena li falciò col suo mitra, uccidendoli tutti. La polvere da sparo riempì l’aria e Yelena aspettò qualche secondo per far si che si dissipasse, poi entrò dentro la sala; lì, dietro un tavolo usato come scudo, tra resti di computer distrutti vi erano due soldati sopravissuti, uno in piedi con un fucile ancora fumante, l’altro era a terra, ferito ad una gamba, che impugnava in una mano una pistola ormai scarica e nell’altra, premuta contro il petto, un fascicolo colmo di fogli.

 < Ti ringrazio, chiunque tu sia.... > disse il primo

 < Sono il tenente Belova del G.R.U.. Sono qui con lo S.H.I.E.L.D. per fermare l’attacco. >

 < Questi bastardi sono spuntati dal nulla.... ma chi diavolo sono? > 

< Sono agli ordini di un pazzo, vuole far tornare il mondo indietro di 50 anni....> rispose lei, mentre il soldato in piedi si chinava per prestare soccorso al collega ferito.

Nessuno dei tre lo sentì arrivare; la Vedova si girò giusto in tempo per venir colpita in viso da un velocissimo pugno che la mandò K.O..

 < IL MONGOLO! > (2)  fece in tempo a gridare il soldato, prima che questi gli spezzasse il collo. Il mongolo... chi lo conosceva, non poteva non provare un brivido di terrore... un mercenario al servizio di Zakharov, si dice che “uccidesse solo respirando”, e da quel che si era visto era assolutamente all’altezza della sua fama.  Il soldato ferito,che tremava terrorizzato, puntava la sua pistola scarica verso di lui, mentre il sicario si avvicinava lentamente a lui.

 < Fermati bastardo...> lo intimò la Vedova, rialzandosi da terra e assumendo una posizione di combattimento. Iniziarono una lotta corpo e corpo che il mongolo dominava con facilità: ero troppo svelto, troppo rapido, i suoi colpi andavano tutti e segno non dando il tempo ad Yelena di rispondere.... ma com’è possibile, pensava lei, mentre il suo rivale la tempestava di calci e pugni, com’è possibile che riesca a battermi così, quasi senza sforzo? Eppure, aveva steso avversari molto più grossi e pericolosi di lui.... com’è possibile, allora? Non riusciva proprio a capacitarsene, mentre cadeva un’altra volta al tappeto. Stesa sul pavimento, col volto tumefatto per i colpi subiti, Yelena si sentiva umiliata come non mai.

 < La Romanova non sarebbe mai stata abbattuta da un nanerottolo come questo... io non sono meno di lei, e allora perchè? PERCHE’? > continuava a ripetersi, finchè una risposta non le illuminò la mente come la provverbiale lampadina:

 < MA CERTO! Ora ci sono... ho dimenticato la prima regola che mi insegnò il mio istruttore, l’ufficiale Pyotr Vasilievich Starkovsky... la prima regola che ogni insegnante di arti marziali insegna: mai sottovalutare il tuo avversario. Mai. >

La statura del suo nemico e il suo aspetto non certo possente le avevano fatto abbassare la guardia, ecco il perchè di quella sconfitta. Quello che aveva di fronte era un profondo conoscitore di varie forme di combattimento, era un lottatore pericolosissimo, che bisognava affrontare al massimo della proprio concentrazione. Si rialzò nuovamente e con questa nuova consapevolezza si preparò nuovamente al confronto, fredda e determinata. I suoi occhi di ghiaccio fissavano quel piccolo ma letale uomo.

 < Avanti, ricominciamo, fatti sotto! > parevano dirgli.

Il mongolo riprese ad attaccare, ma questa volta Yelena sapeva come rispondere ai suoi colpi. Si arrivò ad una situazione di stallo: entrambi paravano i colpi dell’altro e nessuno sembrava riuscire a prevalere. Alla fine emettendo un grido l’asiatico colpì la russa con un calcio volante che la stese al suolo per la terza volta, facendole perdere i sensi. Poi si voltò nuovamente verso il soldato.

 < STA INDIETRO! NON TI AVVICINARE!!> gridò questi in preda al panico. Il mongolo non emetteva un suono ma l’espressione del suo viso era eloquente. Il suo silenzio fu interrotto da una scarica di mitra che gli crivellò la schiena, uccidendolo all’istante: era ovviamente la Vedova Nera, che s’era finta svenuta per impossessarsi del fucile del soldato ucciso. Si rialzò in piedi, con l’arma fumante, mentre sottovoce malediva il cadavere del suo nemico con imprecazioni in russo strettissimo. Aveva ancora in circolo l’adrenalina per lo scontro che improvvisamente per tutta la base echeggiava rumorosamente il suono dell’allarme.

 < Ma che diavolo sta succedendo?? >

 

Sala di lancio, venti minuti prima...

 

Era là, in piedi davanti a lui, ma ancora non poteva crederci. Erano passati decenni dall’ultima volta che s’erano visti, ma quel volto gli era familiare come pochi... era solo un pò più vecchio, i capelli più lunghi, ma rimaneva inconfondibile: era proprio il viso di Bucky. Se mai Steve Rogers avesse avuto qualche dubbio, quell’incontro li aveva immediatamente dissipati. Solo il suo sguardo era diverso; era freddo, spietato, gli occhi di un vero assassino.

 < Bucky, sono io... sono Steve. >

 < Non so chi tu sia, ma devo complimentarmi con te per essere arrivato fin qui... purtroppo per te la tua corsa è finita. Niente si metterà tra me e la mia missione.>  disse, colpendolo nuovamente con un calcio. Rogers si rialzò da terra, bloccando un pugno diretto al volto.

 < Bucky... fermati! Ascoltami, cerca di ricordare... i sovietici ti hanno fatto il lavaggio del cervello... devi combatterlo! Tu non sei un russo, sei americano...>

 < Io gli americani li uccido... > sentenziò brutalmente il Soldato d’Inverno, cercando nuovamente di colpirlo con un pugno.

 < E’ questo che sei adesso? Un killer, un assassino a sangue freddo? È tutto quello che rimane di te? Questo non sei tu!! > disse Steve continuando a schivare i suoi colpi

 < STA’ ZITTO! >

 < No, non sto zitto! Ho passato troppo tempo a piangerti, maledicendomi per non averti salvato,... ma stavolta andrà diversamente! > disse mentre lo atterrava con un gancio destro

 < Tutto questo finisce qui, Bucky! Tornerai a casa con me! > La sua ex spalla si pulì il sangue che gli colava dalla bocca, si rialzò e riprese a combattere.

 Cominciò una lotta corpo a corpo tra i due, con Bucky all’attacco e Steve in difesa. Se il Guardiano d’Acciaio era stato un avversario  ostico per il Soldato d’Inverno, l’americano non era da meno: rapido nel schivare i colpi e resistente nel pararli; solo, non si spiegava perchè non attaccasse e continuava quell’inutile sermone:

 < Non riesco a credere a quello che t’hanno fatto... eri un soldato, ma non sei mai stato un sanguinario. Ricordi le atrocità a cui abbiamo assistito durante la guerra? Ricordi come ti sentivi male nel vedere i massacri dei nazisti? Ricordi il disgusto, la rabbia per tutti quei morti, quegli innocenti uccisi? > continuava a ripetergli imperterrito

 <BASTA!! > gridò Bucky, colpendolo con un manrovescio di destro

 <NO! MI STARAI AD ASCOLTARE! > ribattè Steve, mandandolo al tappeto con un pugno fortissimo col quale sfogò tutta la sua frustrazione

 < TU SEI JAMES BUCHNAN BARNES! Sei nato nell’Indiana e sei cresciuto nella base di Camp Lehigh dopo che tu padre morì. Siamo stati partners per tutta la seconda guerra mondiale, abbiamo combattuto in Europa e nel Pacifico... nel ’45 siamo caduti in un agguato nazista, il Barone Zemo ci ha teso una trappola e noi....>

 < Tu.... sei forte, devo ammetterlo. Ma sei anche pazzo... completamente pazzo. Non so cosa stai farneticando, perchè diavolo pensi di conoscermi e perchè continui a chiamarmi “Bucky”... ma tutto questo blaterare non ti servirà a fermarmi! >

La sua risposta fu un fendente col suo pugnale, un colpo mirato alla gola che solo gli incredibili riflessi dell’ex Capitan America riuscirono a mandare a vuoto. La pugnalata alla gola non andò a segno, quella morale inferta al cuore si. Tutta la rabbia, la frustrazione, il dolore vennero a galla, e Steve cominciò a battersi sul serio: con un primo calcio al polso lo privò del pugnale, poi lo colpì al costato con un diretto al corpo e con un altro calcio al volto. La risposta di Bucky non si fece attendere, colpendo ben due volte col suo braccio bionico. L’ex Bucky contro l’ex Capitan America... allievo contro il maestro, l’arma segreta dei sovietici contro il supersoldato americano... i titoli dei giornali si sarebbero sprecati, se questo mortale balletto fosse stato reso pubblico. Ma in quel freddo sotterraneo non c’era nessuno ad assistere alla lotta. Entrambi i contendenti erano lottatori eccezionali, pochi al mondo potevano competere con le loro mosse, e quando si è a quel livello di preparazione, sono la determinazione e le motivazioni a fare la differenza... e se il Soldato d’Inverno “eseguiva solamente gli ordini”, per Steve si trattava del riscatto della vita, la seconda occasione per la quale aveva pregato disperatamente in tante, tante notti insonni.

 < Sono io dannazione! Sono Steve! E tu sei Bucky, Bucky Barnes! Il mio amico, il mio partner! Ricorda chi sei, maledizione! RICORDA CHI SEI!!!> e con un tremendo uno-due seguito da un montante lo atterrò un altra volta. I suoi colpi infertogli sembravano aver avuto effetto, infatti Bucky s’alzò barcollando e ricadde in avanti, portandosi una mano alla testa.

< S-Steve....?? > bisbigliò con un filo di voce

 <SI! SI, SONO IO BUCK, SONO STEVE! VEDRAI, TI PORTERO’ VIA DI QUI...> disse con voce entusiasta, allungandosi verso di lui. Bucky gli afferrò un polso, lo tirò verso di se e piazzandogli la pianta del piede sul torace eseguì la Tomoe nage, la proiezione di judo volta a far volare l’avversario all’indietro sopra la propria testa.  Ancora a mezz’aria Rogers maledì se stesso per essere stato così ingenuo da cadere in un tranello così banale... ma l’aver a che fare con Bucky lo rese avventato, e questa sua sconsideratezza potrebbe costare la vita a milioni di persone. Atterrò di schiena e non appena si girò per rialzarsi lo vide correre di furia verso la sala comandi, estrarre dalla sua cintura una chiave, inserirla nel quadro e girarla: immediatamente la luce rossa del neon illuminò la stanza mentre l’assordante rumore dell’allarme risuonava in tutta la base.

< SEQUENZA DI LANCIO ATTIVATA. 60 SECONDI AL LANCIO... 59... 58... 57....>

30 missili erano sul punto di essere lanciati verso gli Stati Uniti, il  Soldato d’Inverno aveva compiuto la sua missione. Poi uscì di corsa, senza nemmeno voltarsi a guardare verso il suo avversario, scomparendo da dove era venuto. Per un istante, solo per un istante, Steve pensò di corrergli dietro, di sconfiggerlo e di riportarlo in patria. Ma fu la debolezza di un secondo, il tempo di un battito di ciglia; le vite di troppe persone era in pericolo, per cui si precipitò dentro la sala comandi cercando disperatamente di interrompere il lancio. Anche se nato negli anni 20, dal giorno del suo risveglio Rogers aveva imparato ad utilizzare complessi sistemi informatici dal grande Tony Stark, per cui il computer della base non gli procurava problemi; superò i firewall e cercò di disattivare la sequenza, ma scoprì con orrore che per farlo necessitava di alcuni codici numerici

 <MALEDIZIONE!> imprecò rabbiosamente; l’intera costa est rischiava di venire rasa al suolo se non s’inventava in fretta qualcosa.... ma cosa?

< 40 SECONDI AL LANCIO...39...38...37....>

Il tempo scorreva inesorabile, quando il suo comunicatore da polso suonò:

 < Capitano, cos’è successo? > domandò la Belova

< I MISSILI, HA ATTIVATO I MISSILI E NON SO COME DISATTIVARLI!!! > erano sull’orlo di una terza guerra mondiale

 < TU! SAI COME FERMARE IL LANCIO?>  chiese urlando al soldato al suo fianco

 <I- Io non.... non so come fare... cioè, ho qui delle schede> disse sventolando il fascicolo che aveva in mano < M- ma non posso collegarmi, ma quei bastardi hanno distrutto tutti i computer e... >

Ora tutto era chiaro, per la Vedova: la squadra di Zakharov aveva attaccato la sala di monitoraggio per eliminare chiunque cercasse di bloccare il lancio, e per questo avevano distrutto tutti i computer e ucciso tutto il personale. Dunque era possibile fermarli.

 <DAMMELO!> disse togliendoli lo schedario dalle mani; cominciò a svolgere le carte rapidamente, mentre i secondi correvano

 < 19...18...17....> finalmente, il foglio contenente gli agognati codici gli balzò all’occhio

 < CAPITANO!! HO I CODICI!! > gridò nel comunicatore, ridando a Steve la speranza

 <PRESTO!!!> rispose lui; le sue dita picchiavano velocemente sui tasti nella sequenza dettategli da Yelena, cercando disperatamente di essere più veloce del countdown

< 10 SECONDI LA LANCIO... 9...8...7...> il viso era  teso, i denti digrignati in un’espressione di immane sforzo, sudava copiosamente e le gocce di sudore gli colavano dal mento

 <DAIII....FORZA.....>

<...6...5...4...>

 <CI SONO!>

<SEQUENZA DI LANCIO INTERROTTA.>

Il silenzio piombò nella sala, la luce del neon si spense.

 <Dio, ti ringrazio...> sospirò la Vedova dall’altra parte della base. Steve rimase qualche minuto in silenzio, ascoltando il battito frenetico del suo cuore, aspettando che rallentasse  <Grazie mille, Tony... > disse con un filo di voce.

 

Eliveivolo S.H.I.E.L.D., diverse ore dopo.

 

<Ok, come stabilito:  la Vedova  ha citato “John Doe”  il meno possibile nel suo rapporto, riducendo il tuo intervento al minimo indispensabile, proprio come volevi.>

<Grazie Nick.> gli rispose uscendo dalla doccia.

 < Dì un pò... com’è stato rivedere il ragazzo dopo tutti questi anni?>

Steve si prese qualche secondo prima di rispondere:

 < Non saprei spiegarlo; da una parte ero contento di saperlo ancora vivo, come se le mie preghiere fossero state esaudite.... ma dall’altra... mio Dio Nick, dovevi esserci: ha compiuto una strage, in quella base. Tutti quei ragazzi morti... sembrava di vedere all’opera quel pazzo di Frank Castle...>

 <Dev’essere stata dura per te fartelo scappare da sotto le mani.> Steve si limitò ad annuire, con un espressione eloquente.

 <Ma lo ritroveremo>  riprese Fury  < Zakharov è furbo, ma prima o poi farà un errore e allora lo inchioderemo, vedrai.  C’è un altra cosa di cui volevo parlarti... ormai sarà ti sarà chiaro che in certe occasioni non possiamo fare a meno di te, quindi pensavo...>

 <So cosa stai pensando. La risposta è no.> 

 <Steve non ti sto chiedendo di tornare ad essere Capitan America; so bene il peso che quel costume comporta... tutte quelle responsabilità, i doveri con i Vendicatori... non è necessario tutto questo. Potresti semplicemente lavorare per lo S.H.I.E.L.D.: nessuno eguaglia tua esperienza sul campo, e potrei rimetterti in coppia con Sharon.>

 <No. Apprezzo la tua offerta, ma tu più di chiunque altro dovresti sapere quanti sforzi sto facendo per costruirmi una vita normale. Dopo tutti questi anni ho la necessità di scoprire chi è veramente Steve Rogers. Non posso mollare adesso. > disse porgendo all’amico l’uniforme blu che s’era tolto da poco.

<Una cosa non preclude l’altra. Potresti continuare ad insegnare e allo stesso tempo aiutarci a trovare il ragazzo. Pensavo di mettere su una task force segreta. Gente fidata, che segua i tuoi ordini.>

L’offerta era allettante. Steve ci pensò qualche minuto, poi gli disse:

<D’accordo, mi può star bene ma ad una condizione: scelgo io la squadra, e nessuno all’infuori di te deve esserne a conoscenza, ok?>

<Afferrato. Tratterai solo con me, garantito. Ora riprenditi quest’uniforme e conservala. Fammi sapere quel che ti serve.>

<Ok Nick.  E grazie.>

<Non ringraziarmi...  per quanto mi riguarda tutto questo dannato paese è in debito con te; se c’è qualcuno che si merita un trattamento di riguardo quello sei tu.> gli rispose Fury, poi uscì dallo spogliatoio accendendosi un sigaro, lasciandolo solo.

Mentre terminava di vestirsi Steve cominciò a ripensare nuovamente a Bucky: tra i mille pensieri che gli affollarono la mente, c’era un ricordo particolare che cominciò a farsi largo; era l’estate del 1943, durante lo sbarco in Sicilia. L’esercito americano che aveva appena liberato Palermo. Lui e Bucky erano in una tenda dell’accampamento.

 <Dio com’è bello qui... senti che pace che c’è, ora che i tedeschi se ne sono andati. Dici che se ne accorgerebbero se disertassi e rimanessi qui?> disse Bucky stiracchiandosi.

 < Credo che qualcuno noterebbe la tua mancanza> gli rispose sorridendo < Ma puoi sempre tornare qui e mettere su famiglia, quando la guerra sarà terminata...>

 <Ah è un idea... le italiane sono tanto carine...> disse sorridendogli di rimando. Poi si fece più serio e riprese a parlare:

 < Steve, seriamente... hai mai pensato a cosa farai quando tornerei a casa, alla fine della guerra? >

 < A dire il vero ancora non ci ho pensato... non so che programmi ha il governo per il suo “supersoldato”, ma come sai mi sono diplomato all’istituto d’arte, e ti confesso che un giorno mi piacerebbe tornare in Europa a visitare le città d’arte come Roma o Firenze>

 <Beh si, è proprio da te. Io invece no, quando tornerò nei cari vecchi U.S.A. non credo che li lascerò tanto presto. Ho un sacco di cose da vedere, in patria.... per esempio, sai che non ho mai visto la Statua della Libertà? >

 <Cosa??>

 <Che ti aspettavi? Sono nato nell’Indiana e sono cresciuto in una base militare, a sedici anni mi hanno mandato per sei mesi ad addestrarmi in Inghilterra, dopodichè mi hanno spedito qui al fronte... non ho avuto molto tempo per viaggiare, ti pare? Penso che mi prenderò una moto e la girerò tutta, da costa a costa... > e il pensiero di quel sogno infranto rese ancor più cupo il cuore di Steve Rogers.

 

Epilogo

 

Evgeny Stenkov è un uomo realizzato. Il suo atto di coraggio è stato ricompensato nel migliore. In fondo è merito suo se si è evitata la terza guerra mondiale. E ora finalmente è in America, la terra delle opportunità. Ora ha la possibilità di lavorare nei più prestigiosi laboratori del mondo, di partecipare a grandi convegni come quello di stasera e alloggiare in lussuosi alberghi come quello in cui sta entrando adesso. Sale nell’ascensore e va al quindicesimo piano, poi entra nella sua camera.  Dal frigo bar prende una bottiglia whisky e si riempie un bicchiere, poi contempla dalla finestra le luci della città, mentre con la mente inizia a viaggiare con la fantasia, immaginando di lavorare un giorno al fianco di grandi scienziati come Reed Richards o Hank Pym. Il suo fantasticare è interotto dall’immagine riflessa nel vetro che gli gela il sangue nelle vene. E mentre il laccetto gli si stringe attorno alla gola e la vita lo abbandona, l’ultimo pensiero che passa per la testa di Evgeny  Stenkov è l’assurda ironia che c’è nel venire ucciso dall’uomo che aveva aiutato a riportare in vita.

 <Generale? Missione Compiuta, il bersaglio è stato eliminato. No signore, non ha comportato alcun problema, quelli come lui non lo fanno mai. Venitemi a prelevare al punto stabilito. Qui Soldato d’Inverno, passo e chiudo.>

 

Fine.

 

 

 

LE NOTE

Si conclude (per adesso) la saga del Soldato d’Inverno. Steve Rogers e Yelena Belova non sono riusciti a catturarlo, ed esso rimane una letale arma in mano al folle gen. Zakharov. Quale sarà il suo fato? Cos’ha in serbo per lui il destino? E cosa farà Steve al riguardo? Sono certo che vi starete facendo domande come queste... beh, rimanete con noi per scoprirne le risposte!

 

1 = La Guardia d’Inverno appare qui dopo gli eventi di “Distruzione Oscura Assicurata” e prima di “Questo Male Indistruttibile” (nella serie “The Others”)

2 = Il Mongolo è anch’esso un personaggio ideato da Garth Ennis per la linea Max del Punitore, apparso nella storia “Madre Russia”.

Carmelo Mobilia