PRIMA PARTE

 

IL RESPIRO DEL BOSCO

 

DI

IGOR DELLA LIBERA

 

 

Richmond Enterprises. New York

 

Dane Whitman sospirò e chiuse il cellulare. Nell'edificio era rimasto quasi da solo e l'unica compagna era la musica leggera che proveniva dalla radio sul tavolo.

-Dove sei finita? - chiese come se Carol, sua moglie, fosse lì nella stanza e non in giro per il paese per promuovere il suo ultimo libro “Una spada nel cuore”. Era partita 18 ore prima insieme al suo agente. Aveva avvisato Dane che non sarebbe stato facile comunicare visto che le tappe del tour prevedevano paesini dai nomi strani che figuravano a stento su google map, piccoli centri che ancora non la conoscevano e su cui puntava molto l'agente sicuro di aver spremuto fino all'ultima copia le grosse città.

Nonostante questo Dane si trovava nello scomodo ruolo del marito apprensivo e la cosa risultava strana visto le tante missioni per salvare il mondo che li avevano tenuti l'uno distante dall'altra. Ma a quel tempo non c'era stato un matrimonio di mezzo e il suo cuore era corazzato come il suo costume da cavaliere nero.

-Il peggior nemico di un uomo è una donna in carriera.- l'aveva letto da qualche parte in una delle riviste della sua assistente. Doveva farsene una ragione ma non ci riusciva e lentamente in lui emerse un'altra consapevolezza.

-Che mi sta succedendo? Sembro una madre che è preoccupata per il figlio fuori con gli amici. Non è normale. Non sarà l'andropausa?- sorrise tra se ma la punta di amarezza rimase. Si alzò per prendere la giacca dall'attaccapanni. La indossò e quando infilò la mano nella tasca non trovò solo le chiavi della sua vettura, ma sentì il bordo di carta di una busta.

-Che diavolo? Chi è che può avermela infilata senza che me ne accorgessi?

Non c'era mittente, era normale, senza qualcosa che la differenziasse da mille altre. La aprì in fretta infilando il dito sotto la chiusura e strappandola.

-Forse me l'ha messa la mia assistente quando è venuta con i documenti da firmare e semplicemente si è dimenticata di dirmelo.

L'ipotesi sfumò subito vedendo che il testo era composto da lettere ritagliate da titoli di giornali, alcune colorate, altre in bianco e nero.

“Vieni questa notte a Whispering Woods. Prendi la strada che costeggia il bosco che respira. Trova la casa in fondo a Marker Street. La maledizione dell'ebano non è stata sconfitta, dorme in attesa di risvegliarsi”

-Se è uno scherzo di Richmond giuro...

Sapeva che non era così, pochi sapevano dell'incubo legato alla sua spada, ancor meno che era stato debellato. O almeno così aveva creduto. Ma adesso quelle parole rimettevano tutto in discussione.

 

 

 

 

 

Whispering Woods. New York

 

-Inizia a piovere.- constatò Dane mentre le gocce si intensificavano battendo sui vetri dell'auto. Girò lo sguardo verso il sedile accanto al suo dove era appoggiata la spada d'ebano. Niente costume ma un'assicurazione se l'era portata comunque, anche perché la ragione per cui stava andando fuori New York, nella zona dove si dice gli alberi sussurrino, era la sua arma.

I fari faticavano a ferire il muro d'acqua e la luce era come se fosse lavata via. La strada iniziò a restringersi pressata dagli alberi del bosco che sembravano protendersi verso di lui. Nel velo pesante e liquido le loro figure si contorcevano come anime in pena.

Davanti a lui sul cruscotto c'era il navigatore satellitare ma da qualche minuto la voce meccanica non aveva più detto nulla e nel database del congegno non figurava nessuna strada chiamata Marker.

-Con questo dannato acquazzone non si vede ad un palmo dal naso, potrei aver già passato Marker Street anche se ho la sensazione che non sarò io a trovare la casa ma sarà lei a trovare me. È come se qualcuno mi picchettasse nel cervello. Ha iniziato quando ho trovato la lettera e sta continuando.

Whitman era sempre meno tranquillo come se il tempo  fosse il riverbero atmosferico dei suoi pensieri cupi e confusi. L'unica chiarezza la fece in cielo un lampo che rischiarò l'oscurità strappando l'immagine di qualcosa alle tenebre gonfie di nubi.

-Le notti buie e tempestose esistono davvero e non sono solo un aiuto per chi si trova davanti ad una pagina bianca e non sa cosa scrivere.- Carol aveva detto questa frase durante una cena in cui aveva invitato alcuni amici scrittori. Dane si ricorda di aver sbadigliato parecchie volte rimpiangendo le riunioni dei Vendicatori o dei Difensori.

Alla fine quando anche l'ultimo ospite aveva lasciato la casa barcollando per il troppo vino, Carol in cucina abbracciandolo aveva detto -Secondo me i loro personaggi così affascinanti carismatici sono dei vampiri. Succhiano tutto da loro e non rimangono che gusci vuoti.

-E non solo quelli.- disse Dane baciandola e poi indicando il cimitero di bottiglie sul tavolo.

Avevano riso insieme si erano baciati e avevano percorso come scolaretti le scale che portavano alla camera da letto.

-Carol..- si trovò a sussurrare tra se ma fu un sospirò che venne subito sommerso dal rumore sordo di un urto contro la vettura.

Rimase sorpreso dall'impatto, la stessa macchina tremò. Inchiodò subito, afferrò la spada e scese incurante del diluvio. Il paraurti dell'auto era staccato per metà, il cofano incassato e sporco di sangue. Sangue e pelo.

-Un animale spaventato dal temporale deve essere uscito dal bosco. Non si è accorto della macchina e ci è andato contro...- ricostruzione che non faceva una piega. Forse l'unica cosa normale in quella notte.

Ma la normalità durò poco. Di nuovo un lampo e questa volta illuminò un cartello sul ciglio della strada, di legno con una mano e un dito sbrecciato e consunto che indicava il bosco.

Dane si avvicinò, riconobbe la scritta, indicava lo stesso indirizzo della lettera. Aveva trovato Marker Street anche se si trattava di un sentiero di fango che entrava dritto tra gli alberi nel punto dove il buio era più fitto che nel cielo e i rami sembravano coprirlo come ad impedire che quell'entrata fosse scorta.

Un gesto pietoso della natura che fino a quel momento si era rivelata una crudele matrigna. 

 

***

 

-Dai racconti dell'orrore siamo passati alla favole...- disse incamminandosi lungo il sentiero. Aveva indossato un k-way verde palude un po' fosforescente e sembrava un fuoco fatuo che si muoveva sotto la pioggia.

Poi anche quel lucore diafano scomparve nel punto in cui il bosco si apriva al buio.

-Forse dovrei lasciami dietro delle molliche di pane...- Si voltò e gli sembrò che la breccia tra gli alberi si chiudesse. Accarezzò l'elsa della spada che gli spuntava da dietro la schiena infilata in una tracolla.

-Quel lampo non è stato casuale come non lo è stato  lo scontro in quel punto. Non sono il Dottor Strange ma non ci vuole un signore delle arti mistiche per capire che qui c'è puzza di soprannaturale.

Lui è sempre stato diviso tra la scienza e la magia, la prima professata e seguita come scienziato, la seconda ereditata dalla sua famiglia.

La marcia risultò difficile per il fango che invischiava i passi. Gli alberi un po' lo proteggevano dalla pioggia il cui rumore attutito dalle fronde sembrava sempre più quello di un pianto sommesso.

- Avevo ragione, qualcuno mi sta guidando. Quel rumore di sottofondo nella testa non era casuale. Non esistono coincidenze simili non una dietro l'altra. Visto l'impegno che ci ha messo a trascinarmi qui mi aspetto un comitato di benvenuto dal mio misterioso ospite.

I pensieri si muovevano lenti come i suoi passi e il fango che li imprigionava era quello dei dubbi e della paura di entrare in un terreno nemico e sconosciuto.

Presto avrebbe avuto le sue risposte o alla fine di quella fantomatica strada ci sarebbero state solo altre domande.

Gli alberi iniziarono a farsi più radi e adesso si intuivano in alto spicchi di cielo nero più consistenti e poi di colpo, come ogni cosa successa fino a quel momento, la terra lasciò il posto a mattonelle più che altro sassi che formavano l'ultima parte del sentiero e portavano dritti verso una casa avvolta per ora nelle ombre.

-Speriamo che non ci sia una strega che cucina le persone. Quella storia mi ha sempre spaventato da piccolo. Preferisco gli Orchi.

Arrivò alla porta della casa che da lontano sembrava più piccola ma che, man mano che la  avvicinava si mostrava per quello che era.

Un'abitazione tardo vittoriana abbandonata. Era difficile intravedere la sagoma dell'ingresso sotto il porticato di legno. Lo sentì scricchiolare sotto gli stivali come avvertì il cigolio dell'altalena  di fianco alla finestra.

A questo punto estrasse la spada e l'ebano scuro luccicò prima che una luce tremolante si accendesse.

Non poteva credere ai suoi occhi. Era di fronte a qualcosa che avrebbe potuto definire solo come il prodotto della follia. La porta, la facciata anche le finestre erano divise in quadrati e alcuni di questi pezzi mancavano.

Era come entrare in un puzzle a tre dimensioni. Una casa Frankenstein solo che le porzioni esistenti erano perfettamente coincidenti. Tornò sui suoi passi per vedere l'insieme da oltre il bordo del portico. La casa era tutta come l'ingresso. Non aveva mai visto un edificio di questo tipo.

-Non è possibile, è come una costruzione giocattolo. Prima l'incidente e adesso questo. Chi abita in quella casa?

Corse verso l'ingresso, la curiosità vinse ogni paura, spalancò la porta a cui mancavano due cubi. Quando entrò si richiuse alle sue spalle e dentro si accese un altra luce, più forte. L'interno era ancora più surreale con mobili in sezione e il pavimento che aveva pezzi mancanti e sembrava un percorso ad ostacoli.

-Sono stufo di questi giochetti. Fatti vedere. Ho seguito le indicazioni della lettera ora voglio vederti in faccia. Non mi spaventi con la tua casa puzzle.

-Non era mia intenzione ho altri modi più efficaci per raggiungere quello scopo e farti tremare di terrore.

La punta d'ebano vibrò e Dane avvertì l'essere prima che questo uscisse del tutto dalle tenebre. Il fendente scuro della lama non lo raggiunse, la creatura si dimostrò molto rapida e dopo averlo evitato uscì alla luce del lampadario a quadretti.

-Non abbiamo mai avuto la fortuna di incontrarci anche se ho avuto a che fare con alcuni dei tuoi amici. Puoi chiamarmi Pandemonio.1

Dane non disse nulla e riprovò ad attaccarlo, ma questa volta la lama andò a segno solo per scoprire che anche il corpo di Pandemonio era fatto di pezzi e che questi come in un mosaico potevano spostarsi, smaterializzarsi per poi ricomparire.

- Frena il tuo impeto cavaliere. Non puoi fare nulla contro di me. Un tempo la mia anima era in pezzi adesso lo è tutto il mio corpo. Ho deciso che non avrei più voluto indietro quanto era mio, quanto avevo svenduto al demonio. Ora faccio parte dell'inferno insieme ad altri colleghi uno dei quali hai intravisto lì fuori nella pioggia.

- Nella lettera hai scritto che la spada non è stata purificata che la maledizione è dormiente. È tutto un trucco?

- Dovevo trovare un modo per condurti qui. A me piace fare a pezzi la carne, le cose e ricomporle, sono un demone cubista, il mio collega invece separa le anime e mischia le emozioni. È stato lui a   fare un cocktail con le tue. Ti ha instillato dubbi, curiosità e ti ha spinto ad intraprendere il viaggio senza avvertire nessuno.

Dane comprese finalmente da dove veniva l'eco nella sua testa, quello che lo aveva condotto lì dandogli l'impressione che le decisioni fossero le sue. Adesso non lo sentiva più e era deciso a passare al contrattacco.

-Hai fatto male i tuoi conti Pandemonio, tutti e due li avete sbagliati. Se ti piace essere fatto a pezzi ti accontenterò.

Dane si lanciò di nuovo contro il nemico ma Pandemonio non utilizzò nessun trucco perché nella stanza un altro essere si materializzò, una creatura ancestrale che un tempo combatté con il Dottor Strange sulla porta della seconda creazione: il separatore d'anime.2

Se Dane avesse saputo che bastava uno sguardo in uno dei suoi mille occhi per sentirsi frantumare la psiche lo avrebbe distolto ma così non fece e il risultato fu terribile come se la sua anima fosse uno specchio frantumato da un colpo potente di mazza. Cadde in avanti sentendo prima di perdere coscienza la voce  frammentata come un disturbo radio di Pandemonio.

-Ciò che è stato forgiato può essere spezzato. 

 

Due settimane dopo. New York.

 

Kenneth Ward non poteva credere a quello che gli stava succedendo, a come fosse cambiata la sua vita dopo quel patto blasfemo.

Finalmente camminava su un tappeto rosso tra transenne dorate, finalmente al suo fianco c'era una donna bellissima e l'unico fastidio erano i flash continui dei fotografi e il vociare dei giornalisti.

Le domande gli ronzavano attorno e lui rispondeva con sorrisi, promettendo spiegazioni ma dicendo anche che quella notte era dedicata solo al programma a cui aveva dedicato la sua vita.

Voleva che quella sera dove tutto sembrava luminoso come se il sole stesso avesse fatto gli straordinari per omaggiarlo tutti parlassero di lui, lo circondassero d'affetto riconoscendoli i suoi meriti.

Poi a tutto quel clamore che lo assediava fu messo il silenziatore.

Si quietò, rimase fermo sulla passerella e lentamente intorno a lui le persone scomparvero così la sua scorta e anche della donna trofeo non sentì più la mano nella sua. Divenne tutto bianco, un bianco caldo, accecante, insostenibile, il nulla da cui era fuggito che lo reclamava? Pensò e poi una voce che aveva sentito una volta quella che aveva cambiato la sua vita risuonò forte come se il nulla gli parlasse.

-Mi hai già dimenticato Kenneth, hai dimenticato il tuo benefattore?

-No.- indugiò e poi aggiunse -Signore. È dunque giunto il momento.

-Si è arrivato ma prima che tu faccia quella cosa per me, quella che ti ha permesso di strisciare fuori dalle tenebre dell'anonimato devi occuparti di un problema. C'è un uomo che era il possessore dell'oggetto che ti ho dato, quell'uomo sta venendo a riprenderselo e tu glielo devi impedire. Non pensavo tornasse ma evidentemente ho sottovalutato la sua forza.

-Un uomo? Dimmi di più? Non dovrei temere nessuno. Mi hai dato il potere dell'ebano.

-Fanne buon uso Kenneth. Questa è una vera battaglia. Finora i tuoi nemici sono stati ottusi produttori, indici d'ascolto e solo grazie a me hai avuto ciò che volevi. Adesso però dovrai ricorrere al mio dono per diventare davvero il mio araldo sulla terra e fermare quell'uomo prima che possa essere d'intralcio al mio disegno.

-Araldo? Cosa devo fare?

-Per adesso ti consiglio di aprire gli occhi ed evitare il pugno che è diretto alla tua bella e lampadata faccia.

L'avviso arrivò tardivo e le nocche dure si scontrarono contro il suo naso.

Cadde all'indietro e mentre il sangue gli usciva vide sopra di se un uomo. Il viso coperto da una barba ispida, sporco, vestito di stracci. Gli occhi rossi di alcol scadente e rabbia. La miscela che animava ogni suo gesto ogni sua parola sputata.

-Alzati bastardo. So che ce l'hai tu? Chiunque mi abbia ridotto così pensava di poter nascondere ciò che è mio ma io lo sento, sento l'ebano.

Kenneth non capiva perché nessuno stava intervenendo, in realtà l'uomo si era liberato delle guardie del corpo con facilità e il tutto era avvenuto in pochi secondi forse un minuto.

Adesso altre guardie, altre persone dello staff provavano ad intervenire ma lo straccione era incurante della minaccia delle grida, della confusione.

Afferrò Ward per il bavero della giacca elegante e Kenneth sentì addosso la puzza dell'uomo e non poteva credere che quel relitto fosse una minaccia per chi aveva poteri supremi. E se il signore si stesse solo divertendo con lui? Non era forse il suo giocattolo fin dall'inizio? Cosa lo rendeva diverso da un cucciolo virtuale da nutrite accudire punire, gratificare o minacciare?

-Io non ho niente che ti appartiene.

-Davvero allora è niente quello che sento che nascondi sotto i tuoi vestiti di marca.

Due uomini afferrarono da dietro il barbone e lo spostarono da Ward, ma l'uomo dimostrò ancora una volta come l'alcol non lo rallentasse, come i suoi pugni fossero precisi e le capacità di combattimento affinate.

Si liberò dei due gettandoli sul tappeto rosso. Ne stavano arrivando altri per non parlare della gente, i fan, i giornalisti che passavano sotto i cordoni chi per aiutare chi per saperne di più. Il barbone aveva il tempo per un avvertimento vibrato e diretto come il dito puntato su Ward.

-Riavrò ciò che è mio.

Sfruttando la confusione, con un paio di spintoni ben assestati uscì dalla calca e l'inseguimento dei poliziotti durò il tempo di rifugiarsi in un vicolo e di sparire lasciando gli sbirri a guardare in basso nei cassonetti o in alto lungo le scale anti incendio.

La modella abbracciò Ward e disse con la voce rotta dalla paura di quell'aggressione.

-Kenneth? Chi era quell'uomo? Sembrava conoscerti.

-Forse era uno a cui non è piaciuto il mio show. Andiamo via di qui. La serata è rovinata.

Rientrò in fretta nella macchina che l'autista aveva prontamente riportato all'ingresso. La portiera si chiuse su altre domande su altri flash.

Quando guardò negli occhi cerchiati di trucco della donna si sentì un mostro, magari lei non lo amava e mai l'avrebbe fatto se fosse rimasto quello di prima, però non era lo stesso giusto che lui per la sua fama, per l'effimera gioia del successo stesse per condannarla a morte  insieme a milioni di persone. Subito rinnegò quel pensiero, non poteva più permettersi una coscienza.

L'aveva persa quando aveva accettato quel marchio d'ebano nel suo cuore.

 

***

 

La porta di metallo si aprì e da dietro uscì il barbone.

Nel buio nessuno l'aveva notata. Aveva imparato a conoscere ogni buco di quella città e da quando vi era tornato, aveva vissuto nelle interiora, nelle budella malsane di quel luogo.

Era costretto a farlo perché non poteva chiedere aiuto ai suoi vecchi amici. Non si ricordava di averne o forse non ne aveva mai avuti.

Aveva ricordi lucidi e dolorosi solo di quel momento quando la battaglia con il male prese la piega sbagliata e lui si trovò inerme, mentre compivano davanti a lui l'atto più crudele e abietto. Il resto era nebbia fitta che filtrava in ogni pensiero, mascherava il presente e celava le zone del passato che poteva sostenerlo nella ricerca della verità.

L'unica certezza era che quel Ward aveva qualcosa di suo, un pezzo dell'anima che avevano smembrato.

Si mosse barcollando verso uno dei suoi rifugi, uscì dal vicolo per attraversare la strada dopo essersi accertato che nessuno lo seguisse che la polizia avesse desistito nel frugare nella spazzatura.

Poi si infilò in un altro budello cittadino sperando che in quella che chiamava casa, sotto ad un cartone fosse rimasto un rimasuglio di liquore.

Ne aveva bisogno. Era l'unica cosa che un po' attenuava la nebbia.

Ma adesso aveva un volto quello di Kenneth Ward. Prima di stasera lo aveva visto in un vecchio giornale con cui si era coperto. Era stato in quel momento che qualcosa era scattato in lui e aveva avvertito la sensazione che potesse tornare chi era o almeno scoprire la sua identità seppellita sotto il dolore che gli avevano procurato.

Forse era stato impulsivo a minacciare un uomo potente come quello, ma andando lì standogli vicino aveva avuto la certezza che ciò che cercava ce l'avesse lui. Ma perché smembrargli l'anima per darne i pezzi in pasto a gente come Ward? Che disegno si nascondeva dietro all'azione più vile e crudele di cui era stato vittima?

Altre cose da scoprire, risposte da cercare. E intanto camminava, lento alla luce sintetica di lampioni, insegne colorate e fari d'auto rapaci ma veloce nel buio maleodorante come se non fosse ormai diverso dai topi che con i loro squittii gli tenevano compagnia nelle sue tane.

Adesso era sotto il ponte sopraelevato del metrò e sotto tra le colonne c'era l'ingresso ad una zona della metropolitana abbandonata. Era una delle “case” migliori. Sollevò il portello in metallo per calarsi nelle tenebre amiche ma prima che vi potesse scomparire una voce richiamò la sua attenzione una voce che portava un nome. Il suo nome.

-Dane Whitman. So chi sei e posso aiutarti

 

Continua...

 

 

 

 



1     La prima apparizione di Martin Preston alias Pandemonio risale al numero 4 dei vendicatori della costa ovest, pubblicato in Italia su Capitan America e i Vendicatori (ed Star Comics) numero 52.

2Per trovare questa avventura dovete leggere il volume 22/23 del Dottor Strange pubblicato in Italia dall'editoriale corno in appendice ai primi quattro numeri dei I Difensori.