PROLOGO: Monte Wundagore,
Transia, Europa
Eventi prodigiosi avevano
spesso caratterizzato la storia della valle, alle pendici di queste montagne.
Svariati di tali eventi facevano parte del folklore delle genti al di là dalla valle.
Si trattava, tuttavia, di storie antiche; i testimoni di tali storie erano
ormai polvere, o, alla meglio, così avvizziti da sapere a stento ricordare il
proprio nome.
Nel 20° secolo, tuttavia, una
nuova leggenda era entrata a far parte del tesoro: era una storia che veniva
narrata con grande circospezione, la nuova favola per azzittire i bambini
disobbedienti e spingere i giovani a inutili tentativi di esplorazione della
‘valle incantata’ di Wundagore. Qualcuno, a volte, riusciva a superare gli impervi
ostacoli naturali…ma quando faceva ritorno, non ricordava proprio nulla! E
nessuno aveva voglia di chiamare le autorità perché si scoprisse cosa fossero
le strane, aliene ed intense luci che periodicamente apparivano dalla valle.
Del resto, quand’anche il
vento portava con sé gli ululati ed i ruggiti di creature sconosciute, o il
sussurro di un qualche dio dimenticato, gli spiriti-animali di Wundagore, le
creature al centro della leggenda, non facevano male a nessuno, alla fine…
Forse, proprio per tale ragione,
questa figura solitaria e stanca si era decisa a sfidare il vento e il freddo,
i ghiacciai e le rocce affilate come coltelli. Una figura umana, impossibile
determinare il suo sesso, coperta com’era da strati di abiti protettivi. Il suo
già faticoso passo, fatto di giornate di alimentazione sempre più scarsa, era
ulteriormente aggravato dalla gerla che portava alla schiena.
L’umano sapeva che questa era
la sua ultima corsa. Qualunque cosa fosse successa, non avrebbe avuto una
seconda chance. Un passo…un altro…e un altro ancora, sempre dritto, e se
ricadeva, doveva farlo sullo stomaco, senza danneggiare il suo prezioso carico.
E se si feriva, doveva rialzarsi, e proseguire. Un passo…un altro…e un altro
ancora.
Almeno, non sarebbe morto
invano. Se solo la Provvidenza avesse voluto concedere ancora un po’ di forza…
I suoi occhi erano quasi
ciechi per il riverbero del Sole sulla neve e sul ghiaccio. I guanti erano
rotti, le mani mostravano un inizio di cancrena. Ma andava avanti, spinto da un
misto inesauribile di disperazione e speranza. Un orecchio era caduto, perso
chissà quando nella scalata. Il cielo urlava, come in un ultimo tentativo di
respingere l’intruso.
Ma l’intruso avrebbe potuto
cedere solo se la paura avesse trovato spazio in lui. E l’umano era al di là di
ogni paura. Solo il suo obiettivo contava…
E lo vide! Non c’era
possibilità di errore, il paese dai tetti imbiancati che sorgeva nella Valle di
Wundagore era la sua meta. Mai un così piccolo centro urbano gli era sembrato
così grande ed accogliente…
L’umano avrebbe voluto dare
una pacca consolatoria alla gerla, ma non voleva rischiare di rompere l’unità
di riscaldamento. In un modo o nell’altro, comunque, il suo carico doveva
essere preso in custodia dagli abitanti del villaggio. Ora, però, doveva
riposare, riprendere fiato. Se era vero che loro
toglievano la memoria agli intrusi, lui doveva essere quel minimo fresco e
lucido per spiegarsi al meglio possibile.
Sì, loro
avrebbero…accolto…volentieri…il…
MARVELIT presenta

di
Valerio Pastore
Episodio 1 - UN ARRIVO INASPETTATO
Volavano nel vento, in
coppia, con consumata esperienza. Il loro assetto era saldo, sembrava che
volassero nell’aria più quieta.
Non erano uccelli, ne’ aerei.
Erano cavalieri, in sella a
‘cavalli’ meccanici, velivoli con ali a ‘V’ rovesciate, propulsi da energia
nucleare. I Destrieri Atomici per i famigerati Cavalieri di Wundagore.
Mantenevano una formazione
serrata, facili bersagli solo all’apparenza.
“Base, CP[i]
Oro. Gli strumenti non percepiscono alcun calore corporeo dall’intruso. Il
recipiente invece emette calore a temperatura corporea umana.” Il che voleva
dire che doveva stare usando un sacco di energia…E se quell’umano era giunto
fin lì a piedi, doveva avere camminato per parecchio tempo. Quella gerla doveva
essere piena di batterie, oppure contenere elementi ad alta tecnologia per
stare ancora funzionando… “Niente radioattività, ma è pesantemente schermato.
La superficie esterna è composta di polimeri plastimetallici. Chiedo permesso
di ispezionarlo da vicino.”
“CP Oro, Base. Permesso
accordato. Siate prudenti.”
“Ricevuto.” Detto ciò, i
Cavalieri ruppero la formazione e si diressero verso il corpo ed il suo carico
da lati opposti. Fermarono i destrieri a un metro dal suolo. Tenendo in mano la
lancia in dotazione, il CP scese, l’altro rimase in sella.
Il CP si avvicinò a passi
cauti al fagotto umano. Il naso gli confermò l’avvenuto decesso. Usò la lancia
per sfiorare appena la gerla, ma non ci fu reazione alcuna dall’oggetto. Lo
sollevò con la delicatezza riservata ad un uovo estremamente fragile; tranciò
l’imbracatura con due gesti secchi delle mani corazzate. Sollevò l’oggetto fino
a potere esaminarne il coperchio -saldato a dovere, con un pannello elettronico
a vigilare sulla serratura. “Se voi siete pronti, base, chiedo il permesso di
aprirlo. E che il Creatore ci aiuti.”
“Permesso concesso, Capo
Pattuglia Oro. Oro-2, puoi allontanarti, se preferisci.” Le comunicazioni
avvenivano su un canale comune.
“Negativo,” disse il secondo
Cavaliere.
Il CP lo guardò, esitando. “Milady…”
“Per l’onore di Wundagore,
non mi allontanerò. Per la nostra unione, non ti lascerò ad affrontare il
pericolo da solo, Sir Alexander.
Procedi.”
Le nuove armature, concepite
dalle migliori menti della valle, dopo che il Creatore aveva lasciato il mondo,
erano dotate di piccole armi, estremamente utili quando le armi tradizionali e
l’arma bianca per cui venivano addestrati fin dalla nascita, si fossero
rivelate inutili.
Energia scorse nel guanto.
Sir Alexander tagliò i sigilli con precisione chirurgica; ritrasse la mano di
scatto appena il pannello, tolto l’ultimo sigillo, emise un cicaleccio, per poi
spegnersi.
Non successe nulla…A parte il
fatto che le unità di riscaldamento si spensero altrettanto bruscamente.
Il
Cavaliere sollevò il coperchio, e capì dall’odore di cosa si trattasse ancora
prima di vederlo…
Il villaggio di Wundagore era
una struttura di medie dimensioni, fatta di edifici in puro stile ‘vecchia
Europa’, tutti di mattoni a vista e tetti spioventi, separati geometricamente
da stradine sulle quali solo i pedoni potevano procedere. Una perfetta immagine
da cartolina, decorata dagli immancabili prati, vasi di fiori e negozi rigorosamente
di artigiani. L’intera pianta era circondata da un fiume artificiale, i cui
rami confluivano in un lago centrale.
Bastava non fare troppo caso
al fatto che non uno dei cinquemila residenti circa fosse umano. A colpo d’occhio, numerose delle specie animali erano
rappresentate, dai mammiferi, ai rettili, ai pesci ed agli uccelli, e ci
scappavano persino degli insetti. Un
crogiolo ordinato, l’incubo di ogni razzista e il sogno di ogni Newyorkese.
Vestivano tutti secondo uno stile che trovava riscontro solo nel medioevo; le
specie più resistenti procedevano in abiti leggeri e sgargianti, o solo con i
pantaloni, a seconda dello status sociale. I più ‘deboli’ andavano in giro con
abiti pesanti e mantelli incappucciati.
In diversi seguirono con lo
sguardo il rapido avvicinamento di una pattuglia di due Cavalieri. Troppo
rapido, il che poteva volere dire guai;
i Cavalieri erano la crema della crema, i veri nobili, l’espressione diretta
della volontà del Creatore. Era loro dovere fungere da esempio di disciplina,
non comportarsi in modo affrettato…
Il tetto dell’edificio
dell’ospedale si aprì scorrendo via, mostrando la piattaforma di atterraggio
sottostante. I destrieri atomici entrarono insieme ai fiocchi di neve. A
manovra completata, lo staff medico in attesa –due gatte e una mucca- si fece
avanti, spingendo un’incubatrice. Due insetti, mantidi religiose, per la precisione,
spingevano una barella.
“Lady Bova,” disse Sir Alexander, che reggeva la gerla, “credo che
questo sia di sua competenza.
“E non potrebbe essere
diversamente, caro Alexander,” di tutti i non-cavalieri, solo lei, la Prima, aveva il diritto di trattare
tutti come fossero figli suoi. Il rispetto e la fiducia di cui Bova godeva
erano secondi solo a quelli dovuto al Creatore stesso. La grande mucca infilò
le sue manone nella gerla, delicatamente…e ne estrassero un fagotto di morbidi
tessuti. “Ma tu guarda…Non credevo che ne avrei rivisto uno, dopo così tanto
tempo…”
Avvolto dalla stoffa, c’era
un bambino. Un minuscolo essere umano
caucasico di pochi mesi, apparentemente in perfetta forma. Non appena fu fuori
dalla cesta, la creatura si mise ad urlare con una forza molto indicativa sul
suo stato di salute! I Cavalieri, scossi nel loro sensibile udito, fecero un
sobbalzo.
Bova mise il bambino
nell’incubatrice; poi, ad un suo segnale, le infermiere la portarono via. Bova
si avvicinò alla barella, su cui era stato deposto il cadavere portato
dall’altro Cavaliere. Avvicinandosi, Sir Alexander e Lady Raska si tolsero gli elmi, rivelandosi essere due esemplari di
‘Wolfdog’ dal pelo castano screziato di nero e gli occhi verdi, intensi, dei
loro ferali ‘cugini’…Ma erano comunque abbastanza cani ‘domestici’ da essere
intimamente disturbati dalla morte di un umano. Le mantidi stavano prelevando
campioni di tessuto e sangue dal corpo.
Bova si chinò sulla donna.
Non aveva bisogno di un’analisi clinica per capire che era morta di sfinimento
prima che l’assideramento la reclamasse…Era letteralmente devastata. Diverse
delle ferite erano state causate da armi da fuoco…
“In vita, doveva essere stata
una formidabile guerriera,” disse Raska, ammirata. “Un essere umano normale,
nelle stesse condizioni, sarebbe morto molto prima di arrivare da noi.”
“Hai ragione, ma dobbiamo
prima esaminare quello che ha con sé, poi…” fu interrotta da un cicalio al suo
polso. Dal bracciale comunicatore, per la precisione. “Dottore..?”
Rispose
una voce maschile. “Vorrei che veniste qua, lei ed i due Cavalieri. Subito.”
Entrarono praticamente di
corsa. “Cosa avviene?” chiese Alexander, la mano sull’elsa della spada ancora
infoderata.
Chino sull’incubatrice stava
un enorme orso dagli occhiali, così chiamato per i cerchi bianchi intorno agli
occhi. Per il resto, a parte un accenno di pelliccia bianca sul petto, il suo
pelo era completamente nero. Il suo cipiglio era molto severo, e rivolto
proprio ai Cavalieri. “Avviene, giovanotti, che dovrebbero insegnarvi a notarle, le cose. Guardate un po’ lì.” E
indicò col muso il bambino che gongolava tutto contento. “Siete sicuri che non
ci fosse, quando me lo avete scodellato?”
Nessuno capì di cosa stesse
parlando…fino a quando non lo videro: era una sfera. Stava attaccata al suo petto da una catena. Un minuscolo
poligono sfaccettato, dalle facce così numerose da dare l’illusione della
sfericità. A intervalli regolari e brevi, una singola faccia splendeva di luce
propria.
“Affe’ mia,” disse Alexander,
“di un simile oggetto neppure l’odore
perpcepii.”
“E lo stesso val per me,”
disse Raska.
“Andiamo bene,” sospirò
l’orso. “Vedete, questo aggeggino misterioso ci impedisce di attaccargli anche un
solo cerotto addosso.” Aprì il coperchio dell’incubatrice. “Prova un po’ a
toccarlo…Coraggio, mica ti morde.”
Alexander si avvicinò, e fece
come detto… “Per il creatore!” appena ebbe avvicinato la mano, una specie di scintilla era scoccata fra la sua mano e
la creatura! Di qualunque cosa si fosse trattata, non era evidentemente dannosa
per il bambino, un maschietto, visto che lui continuava a ridacchiare e ad
agitarsi felice.
“Un campo repulsivo,” disse
Raska. “Ma non capisco perc…Ehi!”
Il bambino prese improvvisamente
a piangere con forza. Nello stesso momento, lo strano pendente scomparve.
Bova si diresse verso un
armadio. “Vedo che qualcuno non ha
pensato a dargli da mangiare,” disse Bova, prendendo il necessario per
preparare un biberon.
Il dottore sbuffò. “Dovevo
prima fargli le analisi, e con quel campo di forza non…”
“Scuse, scuse.” Bova ci mise
un paio di minuti, poi si avvicinò all’incubatrice. “E adesso, si faccia da
parte e mi lasci fare. Scommetto che è il suo brutto muso che lo spaventa. Ci
vuole un’esperta, qui.”
L’ospedale era il sancta sanctorum dell’orso; dettare
legge in casa sua era praticamente una richiesta urgente di degenza, ma Bova
era di ben altra pasta, e aveva avuto a che fare con certi soggetti che avevano
dato filo da torcere al Creatore stesso.
Nel frattempo, Raska si era
avvicinata, curiosa, al bambino; istintivamente, si mise ad annusare. Il
bambino smise di piangere e, gorgogliando, allungò una manina fino ad afferrare
il tartufo. Ridacchiò, e nello stesso tempo riapparve il ciondolo!
“Abbiamo un chiaro caso di
affinità, qui,” disse Bova, per poi porgere il biberon a Raska. “Prendi.
Provaci tu. E senza l’armatura.”
Raska annuì, e si fece
aiutare da Alexander a rimuovere gli strati del guscio metallico, fino a quando
non rimase solo con la cotta che proteggeva le sue aree più vulnerabili…
“Capisco bene perché l’hai
sposata,” disse l’orso, annuendo. Alexander si sentì bruciare le orecchie…poi,
anche la maglia di cotta lo centrò al volto, coprendoglielo.
Raska si chinò ad afferrare
il bambino, che espresse la sua approvazione con una ricca selezione di
versetti. La femmina canina rimpianse di avere terminato da tempo lo
svezzamento dei suoi piccoli, oppure avrebbe provato a nutrirlo col proprio
latte. Appoggiò il biberon alla bocca del bambino e lasciò che lui facesse il resto
da solo.
La primordiale felicità del
Cavaliere fu, purtroppo, di breve durata: improvvisamente, dal bambino, stava
di nuovo arrivando l’odore della paura.
Poppava con più forza, era rigido, desideroso solo di essere protetto. Il suo
cuore aveva accelerato…
Raska mosse le orecchie, i
suoi già acuti occhi divennero due sonde implacabili sotto l’effetto
dell’adrenalina…Eppure, nella stanza non c’era nessun estraneo, e lei stessa
non percepiva alcuna presenza ostile. Notò che lo stesso Alexander, rispondendo
alla tensione di lei, si era messo sul chi vive, ma evidentemente senza frutto…
“Kilkikt,” disse l’orso, “per
favore, porta qui qualcuno del team scientifico. Voglio che provino ad
analizzare il ciondolo, prima che sparisca di nuovo.”
La mantide fece un inchino,
ed uscì. Dopo che la porta si fu chiusa dietro di essa, il bambino si chetò.
Raska disse, “Non potremmo rimandare queste analisi? Questo innocente ne ha
passate abbastanza in un solo giorno, non credete?”
Il medico era perplesso, ma
non aveva voglia di scatenare una discussione con un Cavaliere. “Ormai è sera…Va bene, ma dovete almeno promettermi
che resterete qui, in quarantena, a farmi compagnia.” Del suo insettoide
assistente non si doveva preoccupare: il Creatore aveva addirittura esaltato la refrattarietà naturale degli
insetti agli agenti biologici ed alle radiazioni. Niente attecchiva al loro
sistema immunitario.
La
proposta venne accolta da qualche grugnito, ma nessun dissenso.
“Il Kirinon è qui?”
Fra le ombre all’altro capo
della stanza brillarono decine di punti luminosi. “Sssì, è qui, è qui insieme
al ssuo portatore. Ucciderlo bisogna, e presto. Il tempo passa, e lui cresce.”
Erano più voci a parlare contemporaneamente, alternandosi di parola in parola,
come le tante bocche di una sola mente.
A parlare per primo era stato
uno sciacallo –una femmina, per la precisione, un rarissimo esemplare dalla
pelliccia bianca come la neve. Portava una ricca veste che allo stesso tempo
esaltava le sue forme, e una bella selezione di gioielli dorati. La pelliccia
del suo volto, intorno agli occhi, era tinta di rosso-sangue. Il suo nome era Anubia. “Lo so bene, esseri incapaci,”
ringhiò. “La nostra preda è stata più determinata di quanto ci fossimo
aspettati; almeno, è stata tanto gentile da portare il bambino qui…O, forse, non sapeva che noi avevamo
proprio qui il nostro quartier
generale…” Anubia si rilassò sul suo trono. “Ad ogni modo, abbiamo un’occasione
unica, questa notte, e non dobbiamo sprecarla: siamo solo noi, a conoscere le ragioni dietro l’esistenza del portatore del
Kirinon, e nessun altro a Wundagore dovrà sapere la verità. Andate, e non fate
ritorno se non con quell’amuleto maledetto in mano.”
Uno ad uno, i puntini si
spensero.
Rimasta sola, Anubia si alzò
in piedi. Si passò un artiglio su un bracciale, provocando una leggera
risonanza, percettibile solo dalle orecchie acute dei suoi canini servitori,
degli sciacalli maschi, neri come l’ebano. Vestiti solo di elaborati gambali e
bracciali dorati e di gonnellini scarlatti, vennero da una porta. Erano in
cinque, uno con un vassoio con del cibo, uno con un calice di vino, uno con una
serie di spazzole e uno con strati di asciugamani ripiegati. Il quinto portava
un vassoio vuoto.
Anubia si avvicinò ad una
piscina incassata nel pavimento, al centro della stanza. Stese le braccia
lateralmente, lasciandosi svestire da un servitore –prima gli ornamenti,
depositati sul vassoio vuoto, poi la veste, che invece il maschio tenne
accuratamente ripiegata su un braccio.
La
femmina si immerse nell’acqua fino al seno. Un servitore iniziò a frizionarle
le spalle con una spazzola. Lei allungò una mano ad afferrare un pezzo di
carne, ed iniziò a masticare con rabbia. Un
umano! Avrei preferito fare pressione per farlo esiliare…ma nessuno di questi
stolti può vedere una minaccia in un cucciolo indifeso! Quando se ne
accorgeranno, sarà troppo tardi!
Notte.
Le strade ed i cieli della
cittadella di Wundagore erano percorsi dai giochi e dalle varie attività delle creature
notturne. Come NY, la cittadella non dormiva mai.
Dalla finestra, Alexander
osservava la vita serale, sperando di poterla condividere. Invece, si voltò e
disse, “Hai intenzione di adottarlo?”
Raska era rimasta in piedi
per tutto il tempo, vigilando con cura materna il loro piccolo ospite. Aveva
‘quell’espressione’ negli occhi, ed i suoi movimenti tradivano un’ansietà che
andava oltre il suo normale senso dell’onore per l’innocente. Alle parole di
Alexander, levò lo sguardo. “Non lo so…forse. Abbiamo già due figli da sfamare,
e questo piccolo violerebbe le leggi sul numero permesso. Eppure, non so
perché, lo sento mio come se lo avessi appena dato alla luce…”
“Dovrà tornare dalla sua
gente, lo sai.”
Riluttantemente, Raska annuì.
Emozioni o no, era un Cavaliere e non avrebbe tradito le sue responsabilità ed
i suoi doveri di cittadina…Ciò nondimeno, si trovò a sperare che la donna che
l’aveva portato qui fosse stata il suo solo parente vivente…
In un angolo dell’infermeria,
Doc Urus se la stava dormendo della grossa. Bova sedeva, silente come una
statua, ma vigile come la Sfinge. Era praticamente nata per occuparsi degli
altri, e ancora si raccontava di come avesse preso sotto le sue ali due bambini
molto speciali[ii], la notte
in cui le forze più antiche del male cercarono di riconquistare il loro posto
di dominio…
Doveva essere stato un atto
di grande rispetto da parte sua, l’avere affidato il bambino, anche se solo
temporaneamente, a lei… “Cosa..?”
Le luci si spensero. Tutte,
completamente. La stanza fu immersa in un buio rischiarato solo dalle luci
della strada. “Doc,” disse Alexander, “codesto evento non è frutto del caso,
immagino?”
Forse era buio per l’occhio
umano, ma per quelle creature era ancora abbastanza chiaro da muoversi
agevolmente. Urus armeggiò su un pannello elettronico. “Immagini bene: tutti i
sistemi fuori uso. Non vanno neanche quelli di emergenza…Ma cosa diavolo sta
succed*!*”
Il
buio divenne più fitto! Si trattava ora non dell’assenza di luce, ma come di
una cosa viva, affamata di ogni fotone. Si estendeva a macchia d’olio,
partendo dal soffitto…E con l’oscurità anomala, arrivò il silenzio, l’assenza
di odori…
In
ginocchio davanti alla statua del Creatore, l’Alto Evoluzionario,
Anubia, vestita di una tonaca cerimoniale dai colori sgargianti, pregava
intensamente. Stava usando molte delle sue energie per aprire la strada ai suoi
alleati, ma non aveva scelta. Era ora o mai più.
A
denti serrati, Anubia pregava per il successo e pregava per la propria anima
dinnanzi al Creatore, implorando il Suo perdono.
In fondo, la soluzione era
semplice, e Alexander non esitò a metterla in atto. Afferrò il bambino, che
ormai si stava sgolando di brutto, e corse verso la finestra!
Non ci arrivò: un pezzo di
oscurità si frappose fra lui e la salvezza. Un pezzo di oscurità che si
esprimeva con versi cliccanti ed aveva quattro braccia e gli occhi grandi e
sfaccettati.
La risposta di Alexander fu
tanto rapida quanto l’attacco del mostro. Mentre con il braccio sinistro
reggeva il bambino, con quello destro estrasse la spada e nello stesso
movimento affettò la creatura in due all’altezza dell’addome!
Purtroppo, era solo uno, e
loro erano in tanti! Erano un intero sciame, e tutti volevano il sangue del
bambino! Ruggendo come una vera lupa, Raska si gettò nella battaglia dando il
massimo di sé. Quando l’Alto Evoluzionario decise di fare evolvere un nuovo
lupo, dopo il fallimento con l’Uomo-Bestia, decise prima di sperimentare
con dei wolfdogs, i cani-lupo, le creature più vicine al selvatico predatore,
ma relativamente più mansueti. Alexander e Raska e la femmina che venne prima
di loro furono i tre risultati. Divisi fra due mondi, dotati di due nature in
contrasto, i wolfdogs possedevano quella ferocia in combattimento necessaria
proprio in un caso come questo, e Raska si mostrò all’altezza delle aspettative
eccome! Precisa e implacabile come la falce del mietitore, non sprecò un solo
colpo, concentrandosi sul tronco chitinato delle creature, il cui peculiare
sistema nervoso era suddiviso in più centri, in modo tale da farli muovere
anche senza la testa.
Doc Urus era stato addestrato
per essere un medico, e per quanto bonaccione potesse essere, era ancora un
pezzo d’orso capace di colpire molto, molto duro. La sua spessa pelliccia e il
grasso naturale lo proteggevano da morsi che già, per il solo numero, avrebbero
inflitto seri danni ai Cavalieri. Ma neppure lui era invincibile, e presto lo
sciame lo ebbe sommerso!
Raska era la più vicina a
lui, ma non osò sprecare fiato in inutili urla o pianti. Non era il momento.
Ogni Cavaliere era stato
addestrato a combattere con una sola mano, ma nei corsi non era contemplata
l’opzione di un carico vivente nell’incavo del braccio. E doveva per giunta
tenerlo fermo, o il bambino si sarebbe trovato con una bella collezione di
ematomi!
Erano stati presi di sorpresa
come degli idioti, vero…ma perché il Popolo-Sciame doveva addirittura
usare la magia per questo attacco? Cosa c’entrava quel povero bambino?
Domande futili, inutili, nel
momento stesso in cui lo sciame, approfittando di un varco nelle sue difese, lo
sommerse…