PROLOGO: Monte Wundagore, Transia, Europa

 

Eventi prodigiosi avevano spesso caratterizzato la storia della valle, alle pendici di queste montagne. Svariati di tali eventi facevano parte del folklore delle genti al di là dalla valle. Si trattava, tuttavia, di storie antiche; i testimoni di tali storie erano ormai polvere, o, alla meglio, così avvizziti da sapere a stento ricordare il proprio nome.

Nel 20° secolo, tuttavia, una nuova leggenda era entrata a far parte del tesoro: era una storia che veniva narrata con grande circospezione, la nuova favola per azzittire i bambini disobbedienti e spingere i giovani a inutili tentativi di esplorazione della ‘valle incantata’ di Wundagore. Qualcuno, a volte, riusciva a superare gli impervi ostacoli naturali…ma quando faceva ritorno, non ricordava proprio nulla! E nessuno aveva voglia di chiamare le autorità perché si scoprisse cosa fossero le strane, aliene ed intense luci che periodicamente apparivano dalla valle.

Del resto, quand’anche il vento portava con sé gli ululati ed i ruggiti di creature sconosciute, o il sussurro di un qualche dio dimenticato, gli spiriti-animali di Wundagore, le creature al centro della leggenda, non facevano male a nessuno, alla fine…

 

Forse, proprio per tale ragione, questa figura solitaria e stanca si era decisa a sfidare il vento e il freddo, i ghiacciai e le rocce affilate come coltelli. Una figura umana, impossibile determinare il suo sesso, coperta com’era da strati di abiti protettivi. Il suo già faticoso passo, fatto di giornate di alimentazione sempre più scarsa, era ulteriormente aggravato dalla gerla che portava alla schiena.

L’umano sapeva che questa era la sua ultima corsa. Qualunque cosa fosse successa, non avrebbe avuto una seconda chance. Un passo…un altro…e un altro ancora, sempre dritto, e se ricadeva, doveva farlo sullo stomaco, senza danneggiare il suo prezioso carico. E se si feriva, doveva rialzarsi, e proseguire. Un passo…un altro…e un altro ancora.

Almeno, non sarebbe morto invano. Se solo la Provvidenza avesse voluto concedere ancora un po’ di forza…

I suoi occhi erano quasi ciechi per il riverbero del Sole sulla neve e sul ghiaccio. I guanti erano rotti, le mani mostravano un inizio di cancrena. Ma andava avanti, spinto da un misto inesauribile di disperazione e speranza. Un orecchio era caduto, perso chissà quando nella scalata. Il cielo urlava, come in un ultimo tentativo di respingere l’intruso.

Ma l’intruso avrebbe potuto cedere solo se la paura avesse trovato spazio in lui. E l’umano era al di là di ogni paura. Solo il suo obiettivo contava…

E lo vide! Non c’era possibilità di errore, il paese dai tetti imbiancati che sorgeva nella Valle di Wundagore era la sua meta. Mai un così piccolo centro urbano gli era sembrato così grande ed accogliente…

L’umano avrebbe voluto dare una pacca consolatoria alla gerla, ma non voleva rischiare di rompere l’unità di riscaldamento. In un modo o nell’altro, comunque, il suo carico doveva essere preso in custodia dagli abitanti del villaggio. Ora, però, doveva riposare, riprendere fiato. Se era vero che loro toglievano la memoria agli intrusi, lui doveva essere quel minimo fresco e lucido per spiegarsi al meglio possibile.

Sì, loro avrebbero…accolto…volentieri…il…

 

 

MARVELIT presenta

di Valerio Pastore

Episodio 1 - UN ARRIVO INASPETTATO

 

 

Volavano nel vento, in coppia, con consumata esperienza. Il loro assetto era saldo, sembrava che volassero nell’aria più quieta.

Non erano uccelli, ne’ aerei.

Erano cavalieri, in sella a ‘cavalli’ meccanici, velivoli con ali a ‘V’ rovesciate, propulsi da energia nucleare. I Destrieri Atomici per i famigerati Cavalieri di Wundagore.

Mantenevano una formazione serrata, facili bersagli solo all’apparenza.

“Base, CP[i] Oro. Gli strumenti non percepiscono alcun calore corporeo dall’intruso. Il recipiente invece emette calore a temperatura corporea umana.” Il che voleva dire che doveva stare usando un sacco di energia…E se quell’umano era giunto fin lì a piedi, doveva avere camminato per parecchio tempo. Quella gerla doveva essere piena di batterie, oppure contenere elementi ad alta tecnologia per stare ancora funzionando… “Niente radioattività, ma è pesantemente schermato. La superficie esterna è composta di polimeri plastimetallici. Chiedo permesso di ispezionarlo da vicino.”

“CP Oro, Base. Permesso accordato. Siate prudenti.”

“Ricevuto.” Detto ciò, i Cavalieri ruppero la formazione e si diressero verso il corpo ed il suo carico da lati opposti. Fermarono i destrieri a un metro dal suolo. Tenendo in mano la lancia in dotazione, il CP scese, l’altro rimase in sella.

Il CP si avvicinò a passi cauti al fagotto umano. Il naso gli confermò l’avvenuto decesso. Usò la lancia per sfiorare appena la gerla, ma non ci fu reazione alcuna dall’oggetto. Lo sollevò con la delicatezza riservata ad un uovo estremamente fragile; tranciò l’imbracatura con due gesti secchi delle mani corazzate. Sollevò l’oggetto fino a potere esaminarne il coperchio -saldato a dovere, con un pannello elettronico a vigilare sulla serratura. “Se voi siete pronti, base, chiedo il permesso di aprirlo. E che il Creatore ci aiuti.”

“Permesso concesso, Capo Pattuglia Oro. Oro-2, puoi allontanarti, se preferisci.” Le comunicazioni avvenivano su un canale comune.

“Negativo,” disse il secondo Cavaliere.

Il CP lo guardò, esitando. “Milady…”

“Per l’onore di Wundagore, non mi allontanerò. Per la nostra unione, non ti lascerò ad affrontare il pericolo da solo, Sir Alexander. Procedi.”

Le nuove armature, concepite dalle migliori menti della valle, dopo che il Creatore aveva lasciato il mondo, erano dotate di piccole armi, estremamente utili quando le armi tradizionali e l’arma bianca per cui venivano addestrati fin dalla nascita, si fossero rivelate inutili.

Energia scorse nel guanto. Sir Alexander tagliò i sigilli con precisione chirurgica; ritrasse la mano di scatto appena il pannello, tolto l’ultimo sigillo, emise un cicaleccio, per poi spegnersi.

Non successe nulla…A parte il fatto che le unità di riscaldamento si spensero altrettanto bruscamente.

Il Cavaliere sollevò il coperchio, e capì dall’odore di cosa si trattasse ancora prima di vederlo…

 

Il villaggio di Wundagore era una struttura di medie dimensioni, fatta di edifici in puro stile ‘vecchia Europa’, tutti di mattoni a vista e tetti spioventi, separati geometricamente da stradine sulle quali solo i pedoni potevano procedere. Una perfetta immagine da cartolina, decorata dagli immancabili prati, vasi di fiori e negozi rigorosamente di artigiani. L’intera pianta era circondata da un fiume artificiale, i cui rami confluivano in un lago centrale.

Bastava non fare troppo caso al fatto che non uno dei cinquemila residenti circa fosse umano. A colpo d’occhio, numerose delle specie animali erano rappresentate, dai mammiferi, ai rettili, ai pesci ed agli uccelli, e ci scappavano persino degli insetti. Un crogiolo ordinato, l’incubo di ogni razzista e il sogno di ogni Newyorkese. Vestivano tutti secondo uno stile che trovava riscontro solo nel medioevo; le specie più resistenti procedevano in abiti leggeri e sgargianti, o solo con i pantaloni, a seconda dello status sociale. I più ‘deboli’ andavano in giro con abiti pesanti e mantelli incappucciati.

In diversi seguirono con lo sguardo il rapido avvicinamento di una pattuglia di due Cavalieri. Troppo rapido, il che poteva volere dire guai; i Cavalieri erano la crema della crema, i veri nobili, l’espressione diretta della volontà del Creatore. Era loro dovere fungere da esempio di disciplina, non comportarsi in modo affrettato…

 

Il tetto dell’edificio dell’ospedale si aprì scorrendo via, mostrando la piattaforma di atterraggio sottostante. I destrieri atomici entrarono insieme ai fiocchi di neve. A manovra completata, lo staff medico in attesa –due gatte e una mucca- si fece avanti, spingendo un’incubatrice. Due insetti, mantidi religiose, per la precisione, spingevano una barella.

Lady Bova,” disse Sir Alexander, che reggeva la gerla, “credo che questo sia di sua competenza.

“E non potrebbe essere diversamente, caro Alexander,” di tutti i non-cavalieri, solo lei, la Prima, aveva il diritto di trattare tutti come fossero figli suoi. Il rispetto e la fiducia di cui Bova godeva erano secondi solo a quelli dovuto al Creatore stesso. La grande mucca infilò le sue manone nella gerla, delicatamente…e ne estrassero un fagotto di morbidi tessuti. “Ma tu guarda…Non credevo che ne avrei rivisto uno, dopo così tanto tempo…”

Avvolto dalla stoffa, c’era un bambino. Un minuscolo essere umano caucasico di pochi mesi, apparentemente in perfetta forma. Non appena fu fuori dalla cesta, la creatura si mise ad urlare con una forza molto indicativa sul suo stato di salute! I Cavalieri, scossi nel loro sensibile udito, fecero un sobbalzo.

Bova mise il bambino nell’incubatrice; poi, ad un suo segnale, le infermiere la portarono via. Bova si avvicinò alla barella, su cui era stato deposto il cadavere portato dall’altro Cavaliere. Avvicinandosi, Sir Alexander e Lady Raska si tolsero gli elmi, rivelandosi essere due esemplari di ‘Wolfdog’ dal pelo castano screziato di nero e gli occhi verdi, intensi, dei loro ferali ‘cugini’…Ma erano comunque abbastanza cani ‘domestici’ da essere intimamente disturbati dalla morte di un umano. Le mantidi stavano prelevando campioni di tessuto e sangue dal corpo.

Bova si chinò sulla donna. Non aveva bisogno di un’analisi clinica per capire che era morta di sfinimento prima che l’assideramento la reclamasse…Era letteralmente devastata. Diverse delle ferite erano state causate da armi da fuoco…

“In vita, doveva essere stata una formidabile guerriera,” disse Raska, ammirata. “Un essere umano normale, nelle stesse condizioni, sarebbe morto molto prima di arrivare da noi.”

“Hai ragione, ma dobbiamo prima esaminare quello che ha con sé, poi…” fu interrotta da un cicalio al suo polso. Dal bracciale comunicatore, per la precisione. “Dottore..?”

Rispose una voce maschile. “Vorrei che veniste qua, lei ed i due Cavalieri. Subito.”

 

Entrarono praticamente di corsa. “Cosa avviene?” chiese Alexander, la mano sull’elsa della spada ancora infoderata.

Chino sull’incubatrice stava un enorme orso dagli occhiali, così chiamato per i cerchi bianchi intorno agli occhi. Per il resto, a parte un accenno di pelliccia bianca sul petto, il suo pelo era completamente nero. Il suo cipiglio era molto severo, e rivolto proprio ai Cavalieri. “Avviene, giovanotti, che dovrebbero insegnarvi a notarle, le cose. Guardate un po’ lì.” E indicò col muso il bambino che gongolava tutto contento. “Siete sicuri che non ci fosse, quando me lo avete scodellato?”

Nessuno capì di cosa stesse parlando…fino a quando non lo videro: era una sfera. Stava attaccata al suo petto da una catena. Un minuscolo poligono sfaccettato, dalle facce così numerose da dare l’illusione della sfericità. A intervalli regolari e brevi, una singola faccia splendeva di luce propria.

“Affe’ mia,” disse Alexander, “di un simile oggetto neppure l’odore perpcepii.”

“E lo stesso val per me,” disse Raska.

“Andiamo bene,” sospirò l’orso. “Vedete, questo aggeggino misterioso ci impedisce di attaccargli anche un solo cerotto addosso.” Aprì il coperchio dell’incubatrice. “Prova un po’ a toccarlo…Coraggio, mica ti morde.”

Alexander si avvicinò, e fece come detto… “Per il creatore!” appena ebbe avvicinato la mano, una specie di scintilla era scoccata fra la sua mano e la creatura! Di qualunque cosa si fosse trattata, non era evidentemente dannosa per il bambino, un maschietto, visto che lui continuava a ridacchiare e ad agitarsi felice.

“Un campo repulsivo,” disse Raska. “Ma non capisco perc…Ehi!”

Il bambino prese improvvisamente a piangere con forza. Nello stesso momento, lo strano pendente scomparve.

Bova si diresse verso un armadio. “Vedo che qualcuno non ha pensato a dargli da mangiare,” disse Bova, prendendo il necessario per preparare un biberon.

Il dottore sbuffò. “Dovevo prima fargli le analisi, e con quel campo di forza non…”

“Scuse, scuse.” Bova ci mise un paio di minuti, poi si avvicinò all’incubatrice. “E adesso, si faccia da parte e mi lasci fare. Scommetto che è il suo brutto muso che lo spaventa. Ci vuole un’esperta, qui.”

L’ospedale era il sancta sanctorum dell’orso; dettare legge in casa sua era praticamente una richiesta urgente di degenza, ma Bova era di ben altra pasta, e aveva avuto a che fare con certi soggetti che avevano dato filo da torcere al Creatore stesso.

Nel frattempo, Raska si era avvicinata, curiosa, al bambino; istintivamente, si mise ad annusare. Il bambino smise di piangere e, gorgogliando, allungò una manina fino ad afferrare il tartufo. Ridacchiò, e nello stesso tempo riapparve il ciondolo!

“Abbiamo un chiaro caso di affinità, qui,” disse Bova, per poi porgere il biberon a Raska. “Prendi. Provaci tu. E senza l’armatura.”

Raska annuì, e si fece aiutare da Alexander a rimuovere gli strati del guscio metallico, fino a quando non rimase solo con la cotta che proteggeva le sue aree più vulnerabili…

“Capisco bene perché l’hai sposata,” disse l’orso, annuendo. Alexander si sentì bruciare le orecchie…poi, anche la maglia di cotta lo centrò al volto, coprendoglielo.

Raska si chinò ad afferrare il bambino, che espresse la sua approvazione con una ricca selezione di versetti. La femmina canina rimpianse di avere terminato da tempo lo svezzamento dei suoi piccoli, oppure avrebbe provato a nutrirlo col proprio latte. Appoggiò il biberon alla bocca del bambino e lasciò che lui facesse il resto da solo.

La primordiale felicità del Cavaliere fu, purtroppo, di breve durata: improvvisamente, dal bambino, stava di nuovo arrivando l’odore della paura. Poppava con più forza, era rigido, desideroso solo di essere protetto. Il suo cuore aveva accelerato…

Raska mosse le orecchie, i suoi già acuti occhi divennero due sonde implacabili sotto l’effetto dell’adrenalina…Eppure, nella stanza non c’era nessun estraneo, e lei stessa non percepiva alcuna presenza ostile. Notò che lo stesso Alexander, rispondendo alla tensione di lei, si era messo sul chi vive, ma evidentemente senza frutto…

“Kilkikt,” disse l’orso, “per favore, porta qui qualcuno del team scientifico. Voglio che provino ad analizzare il ciondolo, prima che sparisca di nuovo.”

La mantide fece un inchino, ed uscì. Dopo che la porta si fu chiusa dietro di essa, il bambino si chetò. Raska disse, “Non potremmo rimandare queste analisi? Questo innocente ne ha passate abbastanza in un solo giorno, non credete?”

Il medico era perplesso, ma non aveva voglia di scatenare una discussione con  un Cavaliere. “Ormai è sera…Va bene, ma dovete almeno promettermi che resterete qui, in quarantena, a farmi compagnia.” Del suo insettoide assistente non si doveva preoccupare: il Creatore aveva addirittura esaltato la refrattarietà naturale degli insetti agli agenti biologici ed alle radiazioni. Niente attecchiva al loro sistema immunitario.

La proposta venne accolta da qualche grugnito, ma nessun dissenso.

 

Il Kirinon è qui?

Fra le ombre all’altro capo della stanza brillarono decine di punti luminosi. “Sssì, è qui, è qui insieme al ssuo portatore. Ucciderlo bisogna, e presto. Il tempo passa, e lui cresce.” Erano più voci a parlare contemporaneamente, alternandosi di parola in parola, come le tante bocche di una sola mente.

A parlare per primo era stato uno sciacallo –una femmina, per la precisione, un rarissimo esemplare dalla pelliccia bianca come la neve. Portava una ricca veste che allo stesso tempo esaltava le sue forme, e una bella selezione di gioielli dorati. La pelliccia del suo volto, intorno agli occhi, era tinta di rosso-sangue. Il suo nome era Anubia. “Lo so bene, esseri incapaci,” ringhiò. “La nostra preda è stata più determinata di quanto ci fossimo aspettati; almeno, è stata tanto gentile da portare il bambino qui…O, forse, non sapeva che noi avevamo proprio qui il nostro quartier generale…” Anubia si rilassò sul suo trono. “Ad ogni modo, abbiamo un’occasione unica, questa notte, e non dobbiamo sprecarla: siamo solo noi, a conoscere le ragioni dietro l’esistenza del portatore del Kirinon, e nessun altro a Wundagore dovrà sapere la verità. Andate, e non fate ritorno se non con quell’amuleto maledetto in mano.”

Uno ad uno, i puntini si spensero.

Rimasta sola, Anubia si alzò in piedi. Si passò un artiglio su un bracciale, provocando una leggera risonanza, percettibile solo dalle orecchie acute dei suoi canini servitori, degli sciacalli maschi, neri come l’ebano. Vestiti solo di elaborati gambali e bracciali dorati e di gonnellini scarlatti, vennero da una porta. Erano in cinque, uno con un vassoio con del cibo, uno con un calice di vino, uno con una serie di spazzole e uno con strati di asciugamani ripiegati. Il quinto portava un vassoio vuoto.

Anubia si avvicinò ad una piscina incassata nel pavimento, al centro della stanza. Stese le braccia lateralmente, lasciandosi svestire da un servitore –prima gli ornamenti, depositati sul vassoio vuoto, poi la veste, che invece il maschio tenne accuratamente ripiegata su un braccio.

La femmina si immerse nell’acqua fino al seno. Un servitore iniziò a frizionarle le spalle con una spazzola. Lei allungò una mano ad afferrare un pezzo di carne, ed iniziò a masticare con rabbia. Un umano! Avrei preferito fare pressione per farlo esiliare…ma nessuno di questi stolti può vedere una minaccia in un cucciolo indifeso! Quando se ne accorgeranno, sarà troppo tardi!

 

Notte.

Le strade ed i cieli della cittadella di Wundagore erano percorsi dai giochi e dalle varie attività delle creature notturne. Come NY, la cittadella non dormiva mai.

Dalla finestra, Alexander osservava la vita serale, sperando di poterla condividere. Invece, si voltò e disse, “Hai intenzione di adottarlo?”

Raska era rimasta in piedi per tutto il tempo, vigilando con cura materna il loro piccolo ospite. Aveva ‘quell’espressione’ negli occhi, ed i suoi movimenti tradivano un’ansietà che andava oltre il suo normale senso dell’onore per l’innocente. Alle parole di Alexander, levò lo sguardo. “Non lo so…forse. Abbiamo già due figli da sfamare, e questo piccolo violerebbe le leggi sul numero permesso. Eppure, non so perché, lo sento mio come se lo avessi appena dato alla luce…”

“Dovrà tornare dalla sua gente, lo sai.”

Riluttantemente, Raska annuì. Emozioni o no, era un Cavaliere e non avrebbe tradito le sue responsabilità ed i suoi doveri di cittadina…Ciò nondimeno, si trovò a sperare che la donna che l’aveva portato qui fosse stata il suo solo parente vivente…

In un angolo dell’infermeria, Doc Urus se la stava dormendo della grossa. Bova sedeva, silente come una statua, ma vigile come la Sfinge. Era praticamente nata per occuparsi degli altri, e ancora si raccontava di come avesse preso sotto le sue ali due bambini molto speciali[ii], la notte in cui le forze più antiche del male cercarono di riconquistare il loro posto di dominio…

Doveva essere stato un atto di grande rispetto da parte sua, l’avere affidato il bambino, anche se solo temporaneamente, a lei… “Cosa..?”

Le luci si spensero. Tutte, completamente. La stanza fu immersa in un buio rischiarato solo dalle luci della strada. “Doc,” disse Alexander, “codesto evento non è frutto del caso, immagino?”

Forse era buio per l’occhio umano, ma per quelle creature era ancora abbastanza chiaro da muoversi agevolmente. Urus armeggiò su un pannello elettronico. “Immagini bene: tutti i sistemi fuori uso. Non vanno neanche quelli di emergenza…Ma cosa diavolo sta succed*!*”

Il buio divenne più fitto! Si trattava ora non dell’assenza di luce, ma come di una cosa viva, affamata di ogni fotone. Si estendeva a macchia d’olio, partendo dal soffitto…E con l’oscurità anomala, arrivò il silenzio, l’assenza di odori…

 

In ginocchio davanti alla statua del Creatore, l’Alto Evoluzionario, Anubia, vestita di una tonaca cerimoniale dai colori sgargianti, pregava intensamente. Stava usando molte delle sue energie per aprire la strada ai suoi alleati, ma non aveva scelta. Era ora o mai più.

A denti serrati, Anubia pregava per il successo e pregava per la propria anima dinnanzi al Creatore, implorando il Suo perdono.

 

In fondo, la soluzione era semplice, e Alexander non esitò a metterla in atto. Afferrò il bambino, che ormai si stava sgolando di brutto, e corse verso la finestra!

Non ci arrivò: un pezzo di oscurità si frappose fra lui e la salvezza. Un pezzo di oscurità che si esprimeva con versi cliccanti ed aveva quattro braccia e gli occhi grandi e sfaccettati.

La risposta di Alexander fu tanto rapida quanto l’attacco del mostro. Mentre con il braccio sinistro reggeva il bambino, con quello destro estrasse la spada e nello stesso movimento affettò la creatura in due all’altezza dell’addome!

Purtroppo, era solo uno, e loro erano in tanti! Erano un intero sciame, e tutti volevano il sangue del bambino! Ruggendo come una vera lupa, Raska si gettò nella battaglia dando il massimo di sé. Quando l’Alto Evoluzionario decise di fare evolvere un nuovo lupo, dopo il fallimento con l’Uomo-Bestia, decise prima di sperimentare con dei wolfdogs, i cani-lupo, le creature più vicine al selvatico predatore, ma relativamente più mansueti. Alexander e Raska e la femmina che venne prima di loro furono i tre risultati. Divisi fra due mondi, dotati di due nature in contrasto, i wolfdogs possedevano quella ferocia in combattimento necessaria proprio in un caso come questo, e Raska si mostrò all’altezza delle aspettative eccome! Precisa e implacabile come la falce del mietitore, non sprecò un solo colpo, concentrandosi sul tronco chitinato delle creature, il cui peculiare sistema nervoso era suddiviso in più centri, in modo tale da farli muovere anche senza la testa.

Doc Urus era stato addestrato per essere un medico, e per quanto bonaccione potesse essere, era ancora un pezzo d’orso capace di colpire molto, molto duro. La sua spessa pelliccia e il grasso naturale lo proteggevano da morsi che già, per il solo numero, avrebbero inflitto seri danni ai Cavalieri. Ma neppure lui era invincibile, e presto lo sciame lo ebbe sommerso!

Raska era la più vicina a lui, ma non osò sprecare fiato in inutili urla o pianti. Non era il momento.

Ogni Cavaliere era stato addestrato a combattere con una sola mano, ma nei corsi non era contemplata l’opzione di un carico vivente nell’incavo del braccio. E doveva per giunta tenerlo fermo, o il bambino si sarebbe trovato con una bella collezione di ematomi!

Erano stati presi di sorpresa come degli idioti, vero…ma perché il Popolo-Sciame doveva addirittura usare la magia per questo attacco? Cosa c’entrava quel povero bambino?

Domande futili, inutili, nel momento stesso in cui lo sciame, approfittando di un varco nelle sue difese, lo sommerse…



[i] Capo Pattuglia

[ii] Cioè i futuri Scarlet e Quicksilver