PROLOGO: L’Universo si estende all’infinito…

 

Il battito d’ali di una farfalla, in una data parte del mondo, può causare un uragano nell’emisfero opposto. Questa è la versione popolare molto semplificata della Teoria del Caos.

Nelle profondità del cosmo inesplorato dall’uomo, un essere di grande potenza e di altrettanta saggezza, avvertì per primo l’eco di quel battito. Si chiamava Norrin Radd, ma da tempo era il Silver Surfer. Tutto il suo essere era in sintonia col cosmo, che nel suo cuore era come un’immane macchina bene oliata, una macchina che, nonostante i suoi difetti, non cessava di meravigliare l’eterno pellegrino degli spazi siderali.

Oggi, il cuore di Silver Surfer pianse. Un grande evento si era consumato. Egli aveva visto morire tanti mondi vitali per mano del suo vecchio padrone, Galactus, ma raramente aveva dovuto assistere a una simile consunzione avvenuta non per soddisfare uno strano equilibrio cosmico, bensì per un puro atto di crudeltà.

E, per ora, non poteva farci niente. Era troppo tardi nel momento in cui aveva percepito l’evento…

 

In un remoto sistema solare periferico nella propria galassia a spirale, in una torre all’interno di una delle sue lune, non uno ma ben sei creature percepirono l’evento. Accadde in fretta, e la loro agonia, seppur breve, fu intensa. Era finita ancora prima che si rendessero conto della sua natura, ma su una cosa erano concordi…

“Morte,” disse la donna di nome Dragoluna. “Miliardi di individui, le loro menti hanno gridato e sono state spente come lampadine. Non ho mai sentito una cosa simile…” Si portò istintivamente una mano alla sua Gemma della Mente che brillava sulla sua fronte.

“Va bene,” disse Pip il Troll. “Qualcuno avrà pasticciato con una Nega-Bomba o non so che, ma…non capisco perché mi sia sentito come se mi avessero aperto e rimestato lo stomaco…” per una rara volta, decise che il sigaro cadutogli di bocca non era così invitante…

“Perché non si trattava ‘solo’ di un’arma,” disse il leader della Guardia dell’Infinito, l’uomo dalla pelle dorata, Adam Warlock. “Un potere spaventoso, vivo, usato in modo incosciente, che ha agito sul tessuto spaziotemporale a livelli difficili da immaginare. Le urla delle anime condannate sono giunte alla mia gemma, e il loro tormento echeggia ancora nella mia mente…Mi chiedo, piuttosto, perché tu non abbia percepito l’incombere di un simile fatto, Gamora.”

La donna dalla pelle verde, padrona della Gemma del Tempo, scosse la testa, frustrata. “Non so come spiegarlo. È successo e basta. Sono sicura che se potessi andare indietro fino a ricostruire l’intera catena di eventi, avrei visto solo una serie di eventi minori, potenzialità che in qualche modo non conducevano a questo.”

“Idem da parte mia,” disse un altro pelleverde. Questi, a differenza di Gamora, non era un alieno, ma un terrestre a cui un Dio aveva dato un potere già vasto, ma che ora la Gemma del Potere amplificava oltre ogni limite. Lui era Drax il Distruttore. “Una simile fonte di energia…e non l’ho percepita fino ad ora. È stato come un’atomica che ti scoppia in faccia. Credevo di impazzire…forse, Thanos..?”

“Devo escluderlo,” intervenne il sesto Guardiano, l’enigmatico e redivivo Modred il Mistico, custode della Gemma della Realtà. “Se Thanos avesse disposto di un simile strumento, lo avrebbe usato su di noi, senza lanciare un simile allarme…Adam, si tratta di un qualcosa che trascende le leggi di questa realtà, per questo nessuno di noi poteva percepirla. Siamo di fronte ad un qualcosa di unico.”

Warlock si voltò a guardare le stelle attraverso lo schermo. “Lo so. E dovremo scoprire cosa è stato, se non vogliamo che si ripeta.”

 

Da qualche parte nel cosmo, la giovane entità benevola di nome Epoch era giunta alle stesse conclusioni…Ma affrontare un simile problema sarebbe stato compito dei Protettori dell’Universo, e solo quando la corrente crisi[i] fosse stata risolta per prima…

 

Infine, ma non per ultimo, su un remoto mondo nella Galassia Kree, l’uomo di nome Genis-Vell, in arte Capitan Marvel, cadeva in ginocchio, i denti serrati per il feroce mal di testa che d’un tratto lo aveva attanagliato.

Poi, passò. Una vera fortuna che si trovasse da solo, in quel momento. Con tutti i problemi che doveva risolvere[ii], ci mancava solo di scervellarsi sul perché la Coscienza Cosmica avesse deciso di lanciargli un segnale talmente forte che temeva di avere avuto un ictus, o un qualche raffreddore cosmico…

Avrebbe dovuto provare quel ‘Tylenol’ di cui gli parlava Rick, sì.

 

 

MARVELIT presenta

di Valerio Pastore

Episodio 1 - VENTI DI GUERRA

 

 

Nel catalogo stellare terrestre, questo piccolo gruppo di galassie non ha un nome, ma una semplice sigla alfanumerica. L’osservatorio a raggi X XMM-Newton ha scoperto solo di recente questo gruppo; esso dista circa un miliardo di anni-luce dal Sistema Solare. L’evento sarà visibile ai nostri occhi solo fra un miliardo di anni; per allora, molte, molte cose saranno cambiate. Teoricamente, non c’è alcuna ragione per preoccuparsi di un fatto così distante da noi tanto nello spazio quanto nel tempo…

Tuttavia, nel cosmo, una potente e numerosa elite di creature può coprire facilmente una simile distanza. Sapere cosa stia succedendo, adesso, può essere molto importante, o potremmo non avere più alcun futuro…

 

Sicuramente, 10 miliardi di anime non avevano più un futuro. Ne’ loro, ne’ il loro mondo.

Al posto del pianeta di Technarchius c’era una nuova stella. La forza della deflagrazione era stata tale da vincere la velocità di fuga. Di fatto, chiunque stesse osservando quella pira funebre cosmica sapeva bene che, insieme a quel mondo, era finita un’era.

La piazza principale di Arcunia, la capitale del pianeta nonché del Regno Interstellare di Dariaan, era gremita. Il traffico si era fermato, non c’era spazio per muoversi se non a piedi, e con difficoltà.

Ma nessuno pensava di andarsene, per ora. Tutti erano lì, un’immane folla muta, immersa in un silenzio irreale, rumoroso, a guardare la tragedia sul televisore a quattro schermi, ognuno largo duecento metri ed alto cento. Quell’opera era stata voluta da un Re passato, per mostrare alle masse la gloria dei cerimoniali della Real Casa. Ora, stava mostrando l’anticamera di un incubo…

In quel momento, un numero incalcolabile di aziende stavano entrando in coma. Quantità ancora più grandi di soldi erano scomparse nel vuoto di un mercato orbo del suo maggiore referente. Strategie politiche basate sulla stabilità erano evaporate, lasciandosi dietro uno stato di anarchia. I DPEF di intere federazioni erano irrimediabilmente compromessi. La quieta sicurezza in un sistema di vita consolidato era appena stata sostituita dall’eterna paura nell’ignoto.

In una parola, caos.

Improvvisamente, la fine di Technarchius scomparve dagli schermi, sostituita dall’effetto neve. Migliaia di mormorii sorpresi si levarono dalla piazza, ma prima che lo sconcerto si trasformasse in panico puro, apparve una nuova immagine. Un fremito percorse la folla.

Si trattava di un umanoide. Era calvo, aveva la pelle completamente bianca, gli occhi rossi, e non aveva naso, il tratto caratteristico di ogni Garusiano. Una figura massiccia, che avrebbe potuto piegare una sbarra di ferro senza sforzo. Una figura che irradiava autocontrollo, potenza, e certezza. Un essere da temere anche in virtù dei colori che indossava, cioè un’uniforme viola, stivali neri, gambali e bracciali d’oro, e un mantello scarlatto sul lato interno e nero su quello esterno.

Era Lord Papal, Sommo Maestro della Chiesa dei Dodici Dei.

Il suo volto era una maschera severa, capace di trafiggerti attraverso lo schermo, di indagare nel tuo cuore e nella tua mente ad anni luce di distanza. Oggi, quella maschera era venata di tristezza.

“Piango con voi,” disse Papal, in piedi fra un podio d’avorio e la croce a otto punte della Chiesa. “Questo giorno è il più triste che la storia della Federazione Intergalattica di Bardon ricordi. Le conseguenze della perdita di Technarchius si faranno sentire tanto sui corrotti quanto sui molto più numerosi innocenti…” il suo tono di voce, cominciato con una mestizia sincera, stava gradatamente passando a note più aspre, in un crescendo misurato, ipnotico. “Ma proprio la dimensione di questa tragedia senza pari mi spinge oggi a parlarvi come un padre parla ai figli: con severità.

“Technarchius ci salvò da una terribile pestilenza, e grazie al loro intervento una nuova prosperità nacque dalle ceneri di una guerra che ci stava consumando tutti. Noi fummo riconoscenti, e persino la Santa Chiesa dovette abbassare lo sguardo sulla corruzione che iniziò a dilagare da quel momento.

“Abbiamo vissuto bene, il cibo non ci è mancato, siamo stati felici. Ma a quale prezzo?” Il suo grido esplose nella piazza, fra la platea affascinata. Li stava guidando, e le masse seguivano. “A che prezzo abbiamo speso questi anni? Approfittando della vostra…e nostra debolezza, Technarchius ha finito col monopolizzare il mercato, col concentrare le risorse…È diventato il cuore della nostra esistenza. Per di più, non sazi di questo monopolio, affamati di nuovi modi per guadagnare ricchezze mondane immeritate, questo mondo di peccatori cosa ha fatto? Si è gingillato con mezzi e soluzioni sempre più ‘innovative’, ha trasformato l’intelligenza dataci dai Dodici Dei in una parodia maligna dedita a conoscenze proibite! E il prezzo della loro follia lo avete appena visto, e quel che è peggio, dovrete pagarlo…Se resterete fedeli agli ideali di avidità che vi hanno guidato finora, ad una scienza senza anima!

“Noi della Chiesa non siamo esenti da colpe, ed è anche per questo che gli Dei non hanno sorriso benevolmente ai miei predecessori…Ma ora è finita! Aprite i vostri cuori a Loro che vi hanno dato ognuno un frammento di Sé, per farvi perfetti. La Chiesa non ospiterà più i mercanti, ma non potrà combattere da sola contro il buio che ora è sceso sulla civiltà. Niente sarà più come prima. Mostratevi pentiti, e provatevi degni di tale pentimento! Con la benedizione dei Dodici, voi potrete nutrire le vostre famiglie e aspirare a una vita migliore! Non esitate. Gli Dei hanno bisogno di voi. E voi di Loro!” L’immagine, a quel punto, scomparve. Tornò l’effetto neve, poi gli schermi si spensero.

La paura non era svanita dalla mente collettiva della folla. Purtroppo, adesso, aveva una direzione. E questo bene lo capiva

un uomo. Capelli corti e biondi, barba pure corta e bene curata, occhi grigi come l’acciaio. Una figura marziale, in perfetta forma fisica, elegante nella sua uniforme rossa e bianca, con la triplice stella di Comandante d’Armata del Regno. Era ben conscio degli sguardi ostili che qualcuno lanciò al suo indirizzo, mentre la folla si disperdeva. Non li poteva biasimare, in fondo: in un colpo solo, lui si era trasformato, ai loro occhi. Da paterno rappresentante di una forza nata per proteggere loro ed il loro benessere, era diventato un candidato a macellaio di popoli, un guerriero per il conflitto che tutti sapevano come inevitabile…

Udì qualcuno parlare di possibilità di stringere degli accordi con la Chiesa. La via della diplomazia. Presto, quelle voci avrebbero taciuto, soffocate dalla sete di sangue. Lord Papal, un buon oratore, aveva convenientemente trascurato il fatto che Technarchius, il ‘Terzo Polo’, era stato l’arbitro della plurimillenaria rivalità fra Corona e Chiesa. La Federazione di Bardon era nata proprio grazie al solerte lavoro dei popoli del mondo artificiale…

L’uomo guardò l’orologio. Imprecò mentalmente: inutile sperare di potere andare a casa e tornare in tempo…la sua licenza, di fatto, era stata revocata, sicuro come il fato. Avrebbe dovuto chiamare sua moglie dal QG, e sperare di trovare almeno una linea libera –in questo momento, ogni network di comunicazioni doveva essere a dir poco sovraccarico…

 

A dieci anni-luce di distanza dalla Capitale del Regno, nel mezzo della vasta Frontiera Neutrale di cui lo sfortunato Technarchius era stato la capitale, si trovava Taras, un mondo pacifico, un raro gioiello prevalentemente incontaminato. La civiltà era venuta dagli altri mondi di Bardon, ed era rappresentata dalle isole luminose che appena macchiavano i sette continenti.

 

Su una di queste isole, nel mezzo di una grande e fertile pianura,

una mano umana ripose il ricevitore accanto allo schermo. “Impossibile avere la linea. Dei…Non ho neppure avuto il tempo di salutarlo, quando è partito…” la donna scosse mestamente la testa. Non era una creatura ‘debole’, come provava la sua solida muscolatura, colorata da una sana abbronzatura che rendeva quasi bianchi i suoi lunghi capelli biondi. Marra Ljaran sapeva di avere sposato un militare di carriera. Quando aveva conosciuto Vanth, lui era lontano parecchi gradi da quello attuale, e lei era una studentella, assistente di un dispotico direttore del dipartimento di xenobiologia della loro università. A tutt’oggi, i loro amici si chiedevano cosa quei due avessero trovato l’uno nell’altra, ma era fuori discussione che si fosse trattato di sindrome da amore al primo sguardo.

Dopo una breve luna di miele, le loro strade si erano già separate in un matrimonio a lunghissima distanza intervallato dalle rispettive licenze. Vanth aveva scalato la gerarchia militare, lei quella scientifica, arrivando presto al ruolo di Coordinatrice Generale dei laboratori sul pianeta dove ora si trovava, Taras. Un posto di grande rilievo, il coronamento di una carriera sul campo: in nessun’altra parte della Federazione di Bardon o nei territori neutrali, infatti, la forma di vita dominante era nata in laboratorio ed aveva finito col costruire una propria civiltà autonoma…

“Non credo che Vanth apprezzerebbe la tua angoscia, milady,” disse una voce alle spalle di lei.

Marra si voltò, per incontrare lo sguardo imperscrutabile di un tipico esempio di nativo, un giovane felinoide antropomorfo. Pelliccia arancione media, gli occhi dalle pupille a fessura incorniciate di nero, e un set di vibrisse che l’ingegneria genetica non era riuscita ad eliminare. La creatura indossava una corta tunica tenuta legata solo da un’ampia cintura e un paio di stivali grezzi.

La donna prese un bicchiere e una bottiglia da un armadietto, ed andò a sedersi all’altro lato del tavolo dove stava la creatura. “Di questo ne sono sicura anch’io, Oedi. Ma una nuova guerra è cosa praticamente certa. La Chiesa, dalla fine del precedente conflitto, ha evitato di prendere posizioni, ma lo sanno tutti che era un’operazione di facciata, per tenere buoni i media e Technarchius. Fingendo di restare nei propri territori assegnati, prima ancora che Papal arrivasse alla somma carica, ha portato avanti una campagna insidiosa, creando e preparando innumerevoli ed influenti gruppi di dissidenti. La fine di Technarchius e la paura della gente daranno a Papal la spinta definitiva. Il Regno sarà prima mangiato dall’interno, e la Chiesa interverrà per ‘ristabilire l’ordine’. Se saremo fortunati, il sangue versato non sarà troppo, ma la nostra libertà…” si versò un bicchiere di vino -non aveva voglia di continuare in quelle elucubrazioni fin troppe volte espostegli dal marito e dal suo compianto direttore. Bevve il liquido d’un sorso, sotto lo sguardo avido di Oedi…Poi, realizzò la gaffe. “Scusami,” disse, alzandosi per rimettere a posto il corpo del reato -quel particolare tipo di alcolico, realizzato con frutti ed erbe tipiche di Taras era un nettare potente, per gli uomini-gatto, li mandava in visibilio con un sorso. Qualcuno di loro diceva di entrare in contatto con gli Dei stessi, ed iniziava a parlare lingue che mai aveva conosciuto o guariva spontaneamente dalle ferite leggere. Fatto stava, però, che dopo anni di ricerca, gli effetti del vino non erano stati studiati abbastanza; nel dubbio, era meglio che i Tarasiani bevessero il nettare proibito solo durante le feste religiose approvate dalla Chiesa…

Marra ridacchiò. Incuriosito, Oedi fliccò le orecchie, e solo quelle. La sua specie era stata creata senza la coda, ritenuta troppo scomoda per gli scopi originali dei geningegneri…

“Sono felice di vedere che questo oscuro momento non ha del tutto vinto il tuo buonumore,” disse una nuova voce, dalla porta.

Antipatie politiche o no, Marra era pur sempre nata e cresciuta nei territori ecclesiastici. A quella voce, ed anche per il rispetto che provava per il suo proprietario, quasi si irrigidì sull’attenti. “Reverendo Darklock,” disse.

Sulla porta stava un umano come lei, vestito di un abito aderente nero con cintura rossa. Era magro, senza un solo capello, e si muoveva sempre silenziosamente come un fantasma, anche quando, come ora, usava un lungo bastone nodoso per appoggiarsi; infatti, spesso, riusciva a prendere di sorpresa soprattutto i più giovani e presuntuosi Tarasiani. Ma nonostante le rughe severe sul suo volto, e una voce che amplificava tale severità, era anche un buon pezzo d’uomo. Era felicemente sposato, e prendeva i suoi voti con assoluta serietà. Era difficile credere che Syzygy Darklock facesse parte del ‘programma di indottrinamento’ delle masse al di fuori dei territori della Chiesa. Era un uomo abituato più a pensare in termini pragmatici che puramente moralistici…E, per questo, i pragmatici contadini Tarasiani lo rispettavano come fosse stato uno di loro.

Oedi si alzò per porgere subito una sedia al prete, che però, come al solito, rifiutò. Il suo giro mattutino era appena iniziato, e solo a sera si sarebbe permesso il lusso di mostrarsi stanco. Marra gli fece cenno di entrare. “Mi dispiace ammetterlo, Reverendo, ma era una risata amara. E i miei pensieri non erano esattamente pii…” in assenza di Vanth, lei aveva davvero bisogno di appoggiarsi a qualcuno, certi giorni. Oedi era il loro migliore amico, ma era troppo giovane; senza contare che i Tarasiani erano nati e cresciuti in uno splendido isolamento -i media ed i corrieri dei mercanti che venivano a comprare i loro prodotti erano il loro solo contatto con l’Universo fuori dal loro mondo, e non era certo sufficiente a farsi opinioni precise. Loro stessi lo sapevano, e non sembravano desiderosi di rompere la propria pace.

Syzygy disse, “Non hai ragione di vergognarti, figliola. È un dato di fatto, che la Chiesa non ha mai accettato veramente la fine della sua Grande Crociata. La pestilenza venne interpretata da molti come un segno del malvolere degli Dei, e solo per questo, non per le perdite per la malattia e la guerra, l’impresa fu fermata. Poi ci fu lo scisma, e quando questi fu risolto, la massima carica venne occupata da creature deboli. Fino a Papal. E ora…” sospirò. “Vuoi accompagnarmi per un’oretta, figliola? Ogni tanto, difendermi da questi vandali pelosi richiede più energie di quante io non abbia.”

Oedi soffiò in scherzosa indignazione. Marra ridacchiò, questa volta di genuino buonumore, e seguì il prete di fuori.

 

“Non ho ancora ricevuto una convocazione da Sua Santità, ma non ne ho bisogno per sapere cosa mi aspetta. Presto, dovrò prendere una decisione, e fare l’impossibile per scremare gli infedeli dai fedeli, e preparare il terreno per l’arrivo delle truppe papali, prima che arrivino quelle reali.

“I Dodici Dei rappresentano ognuno un aspetto della nostra esistenza sia fisica che spirituale. Le mie preghiere mattutine sono incentrate nell’interpretazione del loro umore, acciocché sappia cosa mi attenda durante il giorno.” La voce di Syzygy si adombrò. “Questa mattina, per la prima volta nella mia vita, ho percepito un grande squilibrio nella loro cerchia. Si sono spostati verso l’oscurità, ed essa adombrerà anche i cuori dei loro fedeli. Non ho dubbi, sarà guerra.”

Marra, fino a quel momento, aveva disperatamente sperato di sbagliarsi, di essere solo stata troppo apprensiva a causa della vastità del fenomeno. La Federazione aveva resistito per così tanto tempo, ormai, che tutti contavano sulla diplomazia per la ricerca di una soluzione al vuoto improvviso creatosi…Ora, invece, le parole di Darklock le tolsero il fiato dai polmoni. Vanth…

I due si fermarono sulla sommità della collina. Da lì, potevano abbracciare le dolci linee dei campi fertili diligentemente lottizzati. I felini Tarasiani erano tante formiche laboriose, intente a trasformare i loro sforzi in frutti per i mondi lontani. Syzygy continuò, “Temo molto per queste creature, mia cara. Esse sono un miracolo, la prova che nessuna manipolazione genetica può vincere sulla bontà innata della vita. Certo, la vita stessa, selvaggia, è competizione, ma è anche tendenza al miglioramento. Questi nostri fratelli furono creati per scopi impuri, per la guerra, selezionati per uccidere, e invece loro amano. Tale è il loro amore, da sapere fare fruttificare un mondo con le sole loro mani, con un’abilità che gli altri trovano solo con l’ausilio delle macchine.”

Amen, pensò Marra. I felini erano pacifici. Il loro potenziale fisico era effettivamente quello di guerrieri specializzati, ma non uno solo di loro si era dimostrato capace di levare gli artigli contro un altro essere vivente…Se non fosse stato per la loro grande intelligenza, e per l’intervento del Maestro che precedette Papal, l’esperimento sarebbe stato dichiarato fallito, e un’occasione irripetibile sarebbe andata sprecata.

Marra rabbrividì. La Chiesa avrebbe difeso Taras? Sì, questo mondo produceva buon cibo, ed in misura abbondante, ma sarebbe bastato? Se non altro, questo mondo non occupava una posizione strategica; la Corona non aveva ragione, per l’immediato futuro, di arrivare fin qui… “Reverendo?”

“Hm?”

“Cosa ne sarà di coloro che…non vorranno seguire il richiamo della Chiesa?”

Darklock non rispose. Il suo volto era una maschera impassibile, e per qualche ragione, Marra ne fu più spaventata che da un’ammissione esplicita…

 

Spostiamoci ora nello spazio e nel tempo, in prossimità del punto dove una catastrofe inimmaginabile sta per avvenire.

 

‘Non ti preoccupare, c’è sempre una supernova che esplode da qualche parte dell’Universo!’

Questo curioso motto era stato forgiato da un anonimo contrabbandiere spaziale, riguardo alla necessità tutt’altro che rara di improvvisare una rotta in un quadrante sconosciuto o poco trafficato. Il pericolo era sempre in agguato, in una forma o nell’altra, perciò era inutile chiedersi cosa ci fosse in serbo per te, quando importava essenzialmente portare a termine la corsa in un modo o nell’altro.

La creatura di nome Skeevo incarnava perfettamente quel motto. Skeevo era un Villariano: tarchiato, capelli neri e lisci, pelle viola, orecchie a punta, quattro dita per mano ma che valevano per sei quando si trattava di scassinare o borseggiare. Contrabbandiere figlio e nipote di contrabbandieri, Skeevo aveva un solo difetto, che gli aveva guadagnato il nomignolo che aveva indelebilmente sostituito il suo vero nome: non era esattamente un cuor di leone. Anzi, più lontano si trovava da qualunque guaio, più gli andava bene…A meno di trovarsi in una situazione talmente tranquilla e favorevole da metterlo completamente a suo agio.

Nella sua gilda, Skeevo apparteneva alla più infima categoria: il fattorino. La merce che ora stava trasportando, a bordo di una navetta che per giunta non era di sua proprietà, gli era stata affidata da uno dei più potenti organizzatori criminali di quell’angolo di galassia. Si trattava di merce preziosa, e questa era la sola cosa che gli era stata detta in merito, oltre ad una precisa minaccia di una morte molto, molto lenta, se avesse scazzato quell’incarico.

Skeevo aveva preso talmente a cuore quella promessa, che si era rimboccato le maniche, aveva predisposto la rotta a balzi più sicura che la ‘sua’ carretta potesse fare…ed aveva messo su un buon pezzo di musica trash. Si era infilato una cuffia con videoproiettore incorporato, e davanti ai occhi non c’erano che videoclip alquanto spinti contornati dalla musica. Per spezzare ulteriormente la noia di un viaggio di un viaggio di 30 anni luce, si era anche preparato una pipa di cristallo carica con della roba non esattamente legale, ed ora stava tirando delle gran boccate con un’espressione beata. Al resto ci pensava il pilota automatico…

La sirena ululò dalla consolle. Distrattamente, Skeevo allungò una mano a predisporre il ritorno al continuum. Il tunnel di luce tornò ad essere il familiare, noioso panorama stellare. E dire che c’è gente che brama un simile mortorio…Ahh, ecco quella che si dice una vera oasi! Il commento andò a beneficio del pianeta che appariva come un gioiello nella sua visuale. Era lontano, ma era anche così bello, un mondo senza niente altro che acciaio, cemento e polimeri vari. Una struttura interamente artificiale, fino al nucleo. Skeevo soffiò un bacio a quel mondo. “Technarchius, mecca dei migliori portafogli della Federazione, terreno di caccia per chiunque insegua l’opportunità della propria vita. Ti sposerei, bellezza.” Pronunciò l’ultima frase con un po’ di tristezza. Il suo desiderio non sarebbe stato ricambiato, purtroppo, per parecchio tempo…Solo i Migliori, Quelli con una Testa Così, potevano mettere piede in quel paradiso; lui, al massimo, sarebbe stato usato come strofinaccio, e poi*?*

Improvvisamente, gli scansori della nave presero ad andare fuori scala! Codardo o meno, Skeevo ne aveva fatta, di esperienza, e sapeva come reagire in fretta. La nave avrebbe registrato ed incamerato i dati, per trasformarli in conoscenza per il futuro della Gilda. Lui doveva prepararsi a lasciare quel quadrante molto, molto in fretta!

Il problema era che il driver iperspaziale doveva raffreddarsi, prima. Non poteva uscire dal continuum senza rischiare di fare davvero una brutta fine!

La radio di bordo prese a gracchiare. Skeevo accennò un’imprecazione, prima di accorgersi che l’’interferenza’ aveva davvero una strana cadenza…come se qualcuno stesse tentando di comunicare qualcosa su una linea molto disturbata. Lanciando alternativamente occhiate alla consolle e al pianeta, Skeevo si chiese come mai i suoi strumenti segnalassero una minaccia che non c’era! Sullo schermo radar non c’era niente, lui non vedeva niente -10/10, prego, mica balle!- e…

Erano passati tre minuti dal suo ingresso nel continuum. In quel momento, Technarchius esplose.

Skeevo urlò! Era stato colto completamente di sorpresa, e così i sistemi automatizzati di bordo. La luce della morte di un mondo era tale da superare la polarizzazione dei vetri senza il minimo problema. Skeevo fu temporaneamente accecato da quella luce. “Cazzo! Cazzocazzo!” imprecando con ogni epiteto da lui conosciuto, Skeevo decise che il rischio andava corso e basta: digitò la sequenza automatica di lancio nell’iperspazio, un salto breve, giusto per evitare quella certa brutta fine…

 

Il tessuto spaziotemporale si distorse intorno alla navetta, ed essa scomparve un attimo prima dell’arrivo dell’onda di energia in cui Technarchius era stato trasformato.

 

A bordo, Skeevo giaceva immobile sulla sua poltrona, svenuto.

E gli strumenti di bordo avevano smesso di gracchiare allarmi.



[i] Sulle pagine di QUASAR

[ii] Piuttosto che elencarli, vi invito alla lettura di CAPITAN MARVEL