@4.4.07

Il segreto di Pulcinella

Ma lo sapevate che Bartolo Pellegrino è un mafioso? Ma va'? E dire che tutti nella fedele destra e nella buonista sinistra trapanese raramente ne hanno messo in discussione l'integrità! E intanto stamattina, appena ho messo piede in redazione, una bella notiza fa cominciare bene la giornata:

Il leader di Nuova Sicilia arrestato per mafia
Bartolo Pellegrino in manette
Gestiva gli appalti per la mafia
Stamattina l'operazione ha coinvolto anche alcuni imprenditori, già accusati in passato di collusioni con cosa nostra, e il capomafia Francesco Pace. Pellegrino è stato accusato anche di prendere accordi con la mafia per candidare uomini vicini all'organizzazione criminale. Arrestato anche Francesco Nasca, che come responsabile della gestione dei beni confiscati a cosa nostra, li "pilotava" tentando di restituirli ai boss. Le indagini proseguono, e coinvolgono altri uomini politici e professionisti già raggiunti da avvisi di garanzia

Arresti eclatanti a Trapani questa mattina. In manette il politico Bartolo Pellegrino, leader e fondatore del movimento Nuova Sicilia ed ex vicepresidente della Regione, Francesco Nasca, attualmente direttore dell’Agenzia del demanio, ed alcuni imprenditori locali. Gli ordini di custodia cautelare sono stati eseguiti nell’ambito dell’inchiesta “Mafia e appalti”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo e condotta dalla Squadra mobile di Trapani. I provvedimenti sono stati emessi su richiesta dei sostituti procuratori Gaetano Paci e Andrea Tarondo.
L'indagine, condotta grazie anche all’uso di intercettazioni ambientali, va a toccare uomini del capomafia trapanese Francesco Pace e del super boss Matteo Messina Denaro. A Pace è stato notificato un provvedimento cautelare in carcere all’interno della stessa inchiesta. Per favorire i potenti mafiosi, gli arrestati avrebbero pilotato appalti e assegnazioni persino di beni confiscati alla mafia stessa.

Le accuse al politico. Per Pellegrino, 73 anni, ex socialista, l’accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. Secondo gli investigatori, inoltre, il politico avrebbe concordato con i boss l'individuazione di possibili candidati a elezioni politiche, ma anche l'aggiudicazione di gare d'appalto, come quella per i lavori della funivia Trapani-Erice.
Per gli inquirenti, Pellegrino avrebbe inoltre fornito un supporto costante e sistematico a favore degli interessi della mafia nell’edilizia, facendo “mercimonio delle proprie funzioni di assessore”, riferendosi al periodo in cui era assessore regionale al Territorio e Ambiente. In particolare, l'ex vice-presidente della regione avrebbe accettato una somma di denaro da parte del boss Francesco Pace, da Antonino Birrittella (imprenditore arrestato per mafia due anni fa, ex presidente del Trapani Calcio e adesso collaboratore di giustizia) e dall'imprenditore Vito Agugliaro. L'affare riguardava un ampio programma edilizio della società Mediterranea Costruzioni (cui Augugliaro era interessato) che si doveva attuare nel quartiere Villa Rosina a Trapani. Il progetto prevedeva la costruzione di 600 appartamenti e la cui realizzazione sarebbe stata garantita da Pellegrino, che avrebbe richiesto 500 euro per appartamento. Lo stesso ultimo piano regolatore, che ha trasformato il territorio in edificabile, è stato fortemente appoggiato dal leader di Nuova Sicilia.
Gli inquirenti avrebbero accertato rapporti continui e reiterati tra Pellegrino e mafiosi locali tra cui Filippo Coppola, Francesco Bica e Francesco Orlando, questo ultimo già segretario particolare del politico.
Pellegrino aveva recentemente ufficializzato la lista per le elezioni amministrative della città, che avrebbe visto unite Nuova Sicilia e la Nuova DC di Rotondi. Aveva espresso “appoggio incondizionato al sindaco Fazio”, ma non al candidato del centrodestra nel comune di Erice, Ignazio Sanges, ritenuto “non un buon sindaco”.

Gli imprenditori arrestati. L'indagine condotta dalla Squadra mobile di Trapani ha messo in luce uno spaccato dettagliato del controllo mafioso sia nel sistema imprenditoriale che in quello amministrativo del capoluogo, attuato essenzialmente attraverso la capillare riscossione del pizzo imposto agli imprenditori aggiudicatari di gare di appalto pubbliche.
Anche l’imprenditore quarantaseienne Vito Mannina figura tra gli arrestati, insieme a Michele Martines, di 37 anni, e Mario Sucamele, di 52. A Mannina sono stati sequestrati beni per un valore complessivo di dieci milioni di euro dalla polizia di Stato. Il provvedimento è stato emesso dal gip Antonella Consiglio e riguarda quote sociali, impianti industriali di calcestruzzo e beni aziendali delle società “Mannina Vito Srl”, la “Calcestruzzi e Asfalti Mannina Srl” e la "Asfalti Sicilia Srl", tutte con sede a Valderice. Mannina già nel novembre del 2005 ha ricevuto un avviso di garanzia sempre con l’accusa di associazione mafiosa, insieme a Pace e Birittella.

Come i beni confiscati ritornavano ai boss. Secondo gli inquirenti questi ultimi avrebbero chiesto a Francesco Nasca di mettere in liquidazione ad un prezzo inferiore al suo valore o di affidarla in gestione ad un privato la Calcestruzzi Ericina confiscata al boss Vincenzo Virga. Nasca a quel tempo era responsabile del servizio preposto alla gestione ed alla destinazione dei beni confiscati alle organizzazioni mafiose. Pilotando i beni confiscati alla mafia, riusciva a “rigirarli” nuovamente ai boss o a uomini a loro vicini. Come è il caso di Mannina, che (approfittando anche del rallentamento di procedure aministrative predisposto da Nasca) avrebbe acquistato a basso prezzo proprio la Calcestruzzi Ericina, aggiungendola alle sue numerose imprese edili. La vicenda era stata segnalata alla polizia dall'ex prefetto di Trapani, Fulvio Sodano, che è stato poi trasferito sotto un coro di polemiche.

Proseguono le indagini. Da quanto si apprende, sono ancora in corso indagini che coinvolgono imprenditori e funzionari pubblici ritenuti responsabili di vari episodi di corruzione e turbativa di appalti pubblici. Vi sono anche altri politici che risultano indagati dai pm della Dda di Palermo. L'inchiesta coinvolge anche professionisti trapanesi nei confronti dei quali sono state emessi vari avvisi di garanzia.

Marco Rizzo (4 aprile 2007)

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@24.1.07

Mauro Rostagno, caso chiuso?



No, chiuso dalla Magistratura, forse, se il gup Deciderà l'archiviazione. Intanto oggi ho scritto due pezzi sulla vicenda, pubblicati su Ateneo, la testata dove faccio praticantato. Ma ci tengo a pubblicarli qui, a casa mia, dove resteranno ad imperitura memoria.
Alla vicenda sono molto legato emotivamente.
Ho ancora impressa una scritta su un muro del centro, rimasta lì dall'88 fino a pochi anni fa: "Mauro è vivo". Per i trapanesi, quel giornalista di Lotta Continua, polentone e barbuto, che vestiva di bianco e viveva insieme ai tossici, sembrava troppo fuori dagli schemi. Ma le cose che diceva erano autentiche e scomode, senza guardare in faccia a nessuno e senza mai inginocchiarsi. Nella Trapani dei Virga, dei Messina Denaro e dei D'Alì, di ieri e di oggi, non si parla più di Rostagno, tutti si sono dimenticati di lui, e sopratutto, di quello che diceva. Quella scritta è stata cancellata, e nessuno se ne è accorto.



Rischio archiviazione per le indagini
sulla natura mafiosa del delitto


Sarà rinviata a data da destinarsi l’udienza, prevista per domani, dove il gup del Tribunale di Palermo deciderà se accantonare o meno il filone di indagine sulla natura mafiosa del delitto Rostagno. I termini sono scaduti, e la Procura Antimafia aveva chiesto al giudice Maria Pino di mandarla in archivio: alcuni degli elementi acquisiti durante le indagini non sono sufficienti per un processo. Il rinvio è dovuto alla richiesta dell’avvocato della famiglia Rostagno, che ha chiesto il rinvio per studiare meglio le carte.

Tra gli indagati ci sono Vincenzo Virga, capomafia di Trapani, l’imprenditore Puccio Bulgarella e Francesco Messina Denaro, padre del boss Matteo, patriarca della mafia nel trapanese morto da latitante nel 1998.
Nel 1988 Mauro Rostagno era stato ucciso con sei colpi di fucile nella contrada Lenzi, nei pressi della comunità di recupero di tossicodipendenti che aveva contribuito a fondare. Non è mai stato chiaro se i mandanti sono da riferire a vendette interne alla comunità, al suo passato come fondatore di Lotta Continua o alle sue scoperte nell’ambito della lotta alla mafia, condotta come giornalista dai microfoni dell’ormai scomparsa rete locale Rtc. L’indagine della Procura Antimafia dovrebbe fare luce proprio su quest’ultimo aspetto dell’omicidio, avvalorato da alcune dichiarazioni di pentiti, che, secondo il sostituto procuratore Antonio Ingroia, “sono contraddittorie e quindi non considerabili per le indagini”.



Caso Rostagno, parla il pm Ingroia
"Quelle cassette scomparse
potrebbero raccontarci la verità"


L’indagine della procura Antimafia sulla pista mafiosa dell’omicidio Rostagno è a un bivio. È stata rimandata a data da destinarsi l’udienza del giudice dell’udienza preliminare, prevista inizialmente per domani, che avrebbe dovuto valutare l’archiviazione del caso. “Il giudice – afferma Antonio Ingoia, che come sostituto procuratore ha seguito l’indagine della procura antimafia – potrebbe archiviare o disporre il processo, ma potrebbe anche proporre un altro termine per la scadenza delle indagini”. Secondo il Pm, "L’archiviazione non precluderebbe l’apertura del caso, mentre un’assoluzione per gli imputati farebbe perdere la speranza per qualsiasi riapertura."

La Procura ha affermato che gli elementi raccolti durante le indagini non bastano per un processo. Tra questi ci sono anche le dichiarazioni di pentiti come Siino (“Mi sono mosso per salvarlo, non volevo si facesse troppo rumore”), Brusca (“Fu Riina a dirmi che eravamo stati noi”) e Francesco Milazzo (“Da Virga mi venne l’ordine di staccare la luce a Lenzi all’ora del delitto”)?

“Gli elementi raccolti non sono bastevoli. Per quanto riguarda le dichiarazioni dei pentiti, c’è un collaboratore di giustizia, ad esempio, che dice che Virga non ne sapeva nulla. Anzi, a suo dire Virga era rimasto contrariato dalla vicenda perché avrebbe attirato le attenzioni su Trapani”.

E riguardo gli altri elementi?

“La perizia balistica fatta all’epoca dalla procura di Trapani aveva rivelato che a sparare non furono dei professionisti. Questo avvallerebbe la pista interna alla Saman ipotizzata da alcuni, ma a cui personalmente non ho mai creduto”.

Si è molto discusso su alcuni elementi misteriosamente spariti che potrebbero essere utili per le indagini, come alcune videocassette da cui Rostagno non si separava mai e di altre custodite nella sede di Rtc. Crede che il ritrovamento potrebbe rappresentare una svolta?

“Certamente. Se quelle cassette venissero mai trovate, si potrebbe verificare se davvero contengono riprese di carichi di armi destinati alla Somalia in partenza da un aeroporto vicino Trapani, come affermano alcuni. Ma se quelle videocassette non sono mai state ritrovate, c’era qualcuno che aveva fretta di farle sparire. E non ci spieghiamo come mai i cancelli di Rtc fossero aperti, permettendo a chiunque di entrare. Dubito che oggi, a tanti anni di distanza, quelle videocassette siano ancora in circolazione”.

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@1.12.06

Spudoratamente

Ieri sul Giornale di Sicilia, nella pagina dei necrologi, è apparso un memoriale in latino per un eccellente defunto: Francesco Messina Denaro. In vita era dipendente del Sen. D'Ali, nonché il padre di Matteo Messina Denaro. Come sia stato possibile che quel necrologio fosse stato pubblicato, senza risvegliare nessun sospetto, è incomprensibile (e inconcepibile). Vi lascio ad un pezzo più preciso scritto dal collega Andrea Cottone.
"E' tempo di nascere e di morire"
I Messina Denaro ricordano il padre
L'iscrizione, in latino, è parzialmente tratta da un passo della Bibbia. Francesco Messina Denaro morì il 30 novembre 1998 da latitante. Il sostituto procuratore della Repubblica Antonio Ingroia commenta: "Questa è la migliore risposta a chi pensa che i mafiosi siano pecorai che stanno rinchiusi in tuguri fra ricotta e cicoria"

“E’ tempo di nascere ed è tempo di morire ma vola soltanto colui che vuole e il tuo volo è stato per sempre sublime”. Questo il significato dell'iscrizione in latino pubblicata fra i necrologi del Giornale di Sicilia di oggi. Niente di ché se non fosse che il destinatario del nobile pensiero è Francesco Messina Denaro, padre di Matteo, considerato il nuovo reggente di Cosa Nostra assieme a Salvatore Lo Piccolo.

Il necrologio è uscito in occasione dell’anniversario della scomparsa di Francesco Messina Denaro, morto latitante il 30 novembre 1998. Anche lui uomo di mafia, trafficante di droga, alla sua morte aveva lasciato il “posto” al figlio Matteo. Anche in quella data uscì un necrologio nel Giornale di Sicilia, fatto pubblicare dalla moglie “Lorenza Santangelo, dai figli Matteo, Salvatore, Rosalia, Giovanna, Bice e Patrizia, i generi, le nuore e i nipoti tutti”.

Un messaggio che quasi sembra stonare con le tipiche prassi della famiglia Denaro. Il pentito Gioacchino La Barbera ha infatti raccontato come Matteo Messina Denaro sia "considerato un killer spietato, che non si è fatto scrupoli neanche nell’uccidere una donna incinta, Antonella Bonomo, fidanzata del boss di Alcamo Vincenzo Milazzo, caduto anche lui nell’agguato".

Il sostituto procuratore della Repubblica, Antonio Ingroia, spiega ad Ateneonline, “questa iscrizione in latino, con parole così solenni, è la migliore risposta a chi pensa che i mafiosi siano pecorai che stanno rinchiusi in tuguri fra ricotta e cicoria”.

“Immagino che gli uffici di Polizia – conclude il procuratore Ingroia – avranno cognizione della cosa e staranno provvedendo a verificare”.

L’iscrizione contiene nella prima parte "spatium est ad nascendum et spatium est ad morendum" un passo tratto dalla Bibbia, dal terzo capitolo delle Ecclesiaste, nel più classico degli stili di Cosa Nostra. Sorge così il dubbio che dentro questo necrologio non ci sia qualche messaggio criptato in stile Provenzano. Speriamo che non saremo costretti a leggere quello di Matteo, ovvero, che non muoia anche lui latitante.

Andrea Cottone (30 nov 2006)
Link qui.

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@28.11.06

La riscoperta dell'acqua calda

Quel bravo giornalista avido di minacce e di gomme bucate di Marco Rizzo, non l'aveva mica nascosto, andando a recuperare anche i resoconti della Commissione Parlamentare Antimafia di Nichi Vendola. Vi ricordate? Della serie "scopriamo l'acqua calda".
Qualche giorno fa, approfitta di un'ansa col rapporto della Dia per scrivere, fuori dalla nicchia del suo blog, un pezzo "ufficiale" (ovviamente limato da chi di dovere...).
"Insospettabili" proteggono il boss
Messina Denaro controlla il Trapanese

Matteo Messina Denaro, il boss che ama le belle donne e le macchine costose, tiene il polso fermo sui quattro mandamenti di Trapani, Alcamo, Mazara e Castelvetrano. Secondo il rapporto della Direzione investigativa antimafia, resta una grossa infiltrazione mafiosa nell'amministrazione

Trapani nelle mani della mafia, per la precisione in quelle sporche di sangue di Matteo Messina Denaro. Secondo un rapporto della Direzione investigativa antimafia sull’azione di Cosa nostra nel trapanese, il boss "è protetto da insospettabili" secondo i quali favorire la criminalità organizzata "è un comportamento dovuto". A Trapani come negli altri mandamenti della provincia (Castelvetrano, Alcamo e Mazara), la mafia “continua a mantenere un penetrante controllo nel territorio e a riscuotere consensi tra l’opinione pubblica”. Questo “nonostante la pesante azione repressiva dello Stato ha disarticolato gli organigrammi interni delle cosche”, si legge nella relazione. La Dia sottolinea che permangono forti infiltrazioni mafiose nelle amministrazioni della provincia.

Messina Denaro, latitante da 13 anni, ha creato intorno a sé un alone di mistero. Il suo amore per le belle donne, le auto di grossa cilindrata e i videogames, ha fornito a questo assassino un'aura che ricorda il giovane boss Michael Corleone interpretato da Al Pacino ne "Il Padrino". Soprannominato "Diabolik" per la sua passione per il personaggio dei fumetti, ha seguito le orme di Vincenzo Virga dopo la sua cattura, diventando leader delle cosche del trapanese. Adesso contende a Salvatore Lo Piccolo il ruolo di erede di Bernardo Provenzano, che nei "pizzini" lo chiamava "nipote". Messina Denaro è noto anche per efferatezze degne di una fiction, come impiccagioni, soggiorni in ville esotiche e sepolture di cadaveri scomodi nel cemento. Il livello di profondità del controllo del giovane boss sul trapanese era stato sottolineato già nel 1998 in un’inchiesta della Commissione parlamentare antimafia curata dall’allora vicepresidente Nichi Vendola.
Link qui.

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@11.6.06

No a Nosferatu

Ehi trapanesi, siete andati già a votare?



PS: divertente notare che se si cerca "Antonio D'Alì" su Google Immagini, il terzo risultato è la foto di Matteo Messina Denaro sul sito del Ministero dell'Interno! :O

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@19.4.06

Messina Denaro & D'Alì: A Love Story



Questa è la volta buona che mi arrestano. O che mi trovo una testa di capretto nella vasca da bagno... altro che minacce telefoniche.
Comunque.
Il mondo pare stia scoprendo solo adesso l'esistenza di Matteo Messina Denaro, detto 'U Siccu, boss incontrastato di cosa nostra a Trapani e provincia (con base a Castelvetrano), latitante pluriricercato e possibile erede di Provenzano. Potete trovare maggiori informazioni sul pluriomicida stragista e signore della droga qui e qui.
Un'altro nome che gira molto in città, ma con una smorfia che ricorderebbe un sorriso, se non fosse per la lingua felpata che spunta tra i denti dei miei concittadini, è quella del barone Senatore Antonio D'Alì, già sottosegretario agli interni, uomo forte di Forza Italia e vincitore dell'ultima competizione elettorale qui a Trapani con risultati da plebiscito iracheno (di cui vi ho già parlato in passato).
Peccato che si sappia poco, e che si parli ancora meno, dei legami tra questi due signori, sebbene persino una firma nota come quella di Marco Travaglio abbia scritto in proposito. Proviamo a fare un po' di storia, aiutandomi con quanto trovato mesi fa su Internet, quanto so, e quanto ho letto. Leggendo di seguito verrà anche a voi il terrore che un D'Alì al sottosegretariato degli Interni potesse avere accesso a determinati dossier.
C'era una volta Antonio D'Alì senior: proprietario terriero, padrone delle saline tra Trapani e Marsala (e simbolo della provincia), proprietario della Banca Sicula e suo amministratore delegato finchè (guarda un po' i casi della vita) non spunta il suo nome nelle liste dei Piduisti di Lucio Gelli (le stesse dove si trovavano Berlusconi e Costanzo, giusto per dirne un paio) ed è costretto a dimettersi nel 1983. All’inizio degli anni Novanta la Banca Sicula fu acquistata e incorporata dalla Banca Commerciale Italiana. Entra quindi nel consiglio di amministrazione il prof. Giacomo D’Alì, figlio di Antonio sr e cugino di Antonio jr, il protagonista della nostra storia. c'è da dire che tempo prima la Banca Sicula era stata oggetto di un allarmato rapporto di un commissario di polizia, Calogero Germanà, (che avrebbe in seguito subito un attentato da parte di Leoluca Bagarella e oggi è dirigente della Dia a Roma), dove si ipotizzava che l’istituto di credito fosse uno strumento di riciclaggio di Cosa nostra. Nel rapporto si sottolineava il fatto che come presidente del collegio dei sindaci della banca fosse stato chiamato Giuseppe Provenzano, futuro deputato di FI e presidente della Regione non imparentato con l'ex superlatitante, ma commercialista della sua famiglia.
Passando al legame tra la famiglia D’Alì e i Messina Denaro si avverto un certo déjà vu che ricorda la vicenda dello stalliere Mangano. Alcuni membri della famiglia mafiosa hanno infatti lavorato come campieri nei terreni dei D'Alì. Francesco Messina Denaro, il vecchio capomafia di Trapani, fu per una vita fattore dei D’Alì, prima di passare la mano come boss e come "campiere" al figlio Matteo Messina Denaro.
A riprova dei rapporti tra la famiglia D’Alì e il boss, l'allora vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia Nichi Vendola nel 1998 esibì i documenti che provano il pagamento a Matteo Messina Denaro, ufficialmente "agricoltore", di 4 milioni (!) ricevuti nel 1991 dall’Inps come indennità di disoccupazione. A pagargli i contributi era Pietro D’Alì, fratello di Antonio jr. E a proposito di fratelli, anche il fratello di Matteo Messina Denaro, Salvatore, ha lavorato per i D’Alì: è stato funzionario della Banca Sicula e poi, nel 1991, è passato alla Commerciale. Nel 1998 è stato arrestato per mafia. C’è un’altra vicenda in cui le strade dei D’Alì si incrociano con quelle dei boss di Cosa nostra. Francesco Geraci era un gioielliere di Castelvetrano e sopratutto uno dei prestanome di Totò Riina, come sappiamo vecchio "socio" di Messina Denaro. Ha raccontato, in un interrogatorio: "Nel 1992 Matteo Messina Denaro mi ha chiesto di acquistare dai D’Alì un terreno per 300 milioni da regalare a Riina". Si tratta della tenuta di Contrada Zangara, a Castelvetrano. I firmatari del contratto sono Francesco Geraci il gioielliere e Antonio D’Alì il futuro senatore. "Io sono intervenuto solo al momento della firma", racconta Geraci. "Dopo la stipula andai spesso alla Banca Sicula e mi feci restituire i 300 milioni". Quel terreno, poi, nel 1997 è stato confiscato in quanto considerato parte dei beni di Riina.
I D’Alì hanno sempre ribattuto su tutto. Francesco Messina Denaro, dicono, fu assunto dal nonno di Antonio junior, l’ingegnere Giacomo D’Alì, classe 1888, quando "si era ben lontani dall’evidenziarsi di fenomeni che rivelassero la instaurazione di un’economia criminale". Matteo Messina Denaro era "alle dipendenze come salariato agricolo", "fino a quando non si scoprì chi fosse". Il passaggio della tenuta di Zangara dai D’Alì a Riina è "una vicenda svoltasi all’insaputa del venditore" (questa, poi, è assurda).
Non vi sto a raccontare tutte le vicende della storia più recente riguardanti la sarabanda di arresti e indagini su sindaci, consiglieri, ingegneri e imprenditori legati al Senatore, o le allucinanti ripercussioni della Coppa America e del giro di appalti furbetti che c'è intorno. Quelle sono altre storie, e Messina Denaro e il suo presunto rapporto con D'Alì non c'entra.
O forse no?

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@11.4.06

Un voto in meno per Totò Cuffaro

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@24.3.06

La Repubblica di Calo'



Chi si ricorda di Calogero Mannino? I più attenti si ricorderanno dell'uomo politico colluso con la mafia, i più aggiornati sapranno che è il candidato numero 2 nelle liste dell'UDC in Sicilia, dietro Toto' Cuffaro (che l'ha definito "un maestro").
Ebbene si, nella Repubblica delle Banane post-Berlusconiana, dove una ventina di "onorevoli" dalla fedina penale poco onorevole siedono in Parlamento, è possibile il ritorno in pompa magna di una vecchia volpe della politica siciliana. E poco importa se nella sua lista Calo' si trovi tra Cuffaro e un magistrato. In fondo la cosa importante è che se dovesse salire (e non ne ho dubbi, non lo si mette secondo per fare numero) eviterebbe il processo in data 21 aprile. Un processo che neppure la legge sull'inappellabilità votata anche per lui dai compagni di merende può evitargli. Quella legge infatti, potrebbe permettergli di sfuggire al nuovo appello disposto dalla Cassazione (dice, "per difetto di motivazione") dopo la sua assoluzione in primo grado. Stiamo parlando della legge Pecorella. Lo stesso Pecorella avvocato di Berlusconi e presidente della Commissione Giustizia.
E chi rimprovera questi disonorevoli? Il loro vecchio compare Massimo Grillo, che uscito dall'UDC, adesso appoggia la Borsellino. Rimorsi di coscienza, improvvisa nitidezza della vista, o semplicemente paura di perdere?

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@4.2.06

Vasa-vasa

L'altro ieri sono stato ad una conferenza di Rita Borsellino. Per chi non lo sapesse, la sorella di Paolo Borsellino è il candidato del centro sinistra per le prossime elezioni regionali, contro Totò Cuffaro. E guardando questa donna bassina, dai capelli grigi, il volto scavato dal dolore e dalle esperienze, ma gli occhi vivi di chi ha la forza di guardare avanti con orgoglio, pensavo alle differenze tra lei e Toto' "Vasa-vasa", e di come incarnino le due anime della Sicilia. Rita Borsellino era nella sanità... aveva una piccola farmacia. Dopo l'omicidio del fratello, a testa alta ha intrapreso un viaggio lunghissimo per tutta la Sicilia (e buona parte dell'Italia) con Libera, la Carovana a Antimafia, ed altre associazioni per far conoscere la natura violenta, distruttiva, criminosa della mafia.
Anche Cuffaro è nella sanità, anche se non esercita più. Democristiano di razza, sua moglie lavorava per un laboratorio di analisi poi comprato da Michele Ajello, il boss di Bagheria. Il suo delfino Mimmo Miceli si vedeva spesso con Giuseppe Guttadauro, boss di Brancaccio e mandate dell'omicidio di Padre Puglisi, per sistemare gli organici dei piani alti delle cliniche e gestire i candidati del centrodestra. Nella clinica di Ajello, favorita dai finanziamenti della Regione, si curavano i superlatitanti Provenzano e Messina Danaro (quest'ultimo è il boss di Trapani). Il braccio destro di Toto', Cintola, assessore al bilancio della Regione Sicilia, pare fosse il riferimento politico di Brusca, uno dei più spietati assassini della mafia, secondo quanto dice la pentita Giusy Vitale, boss di Partinico (paese d'origine di Cintola). E in questi reticoli (di cui vi accenno solo una versione for dummies) ci sono in mezzo marescialli della GdF e Carabinieri che ostacolano le indagini e le intercettazioni...

Sono quelle cose che si sanno ma non si dicono; le intercettazioni ambientali e telefoniche, le indagini giudiziarie e dei giornalisti aspettano le conferme (o le smentite) della magistratura, mentre fioccano gli avvisi di garanzia e si aprono le bocche dei pentiti.
Vista così, da fuori, la situazione parrebbe portare ad un epilogo prevedibile. Purtroppo, mi spiace dirlo, la vittoria elettorale di Rita Borsellino non è così certa come potrebbe essere in qualsiasi altro posto del mondo. Perchè c'è la sua Sicilia, quella appassionata, quella che sfila, quella orgogliosa della propria storia e aperta alla modernità, che combatte e lavora per la propria dignità. E poi c'è quella di Vasa-vasa, quella delle convivenze e delle connivenze, quella dei "pizzini", quella dei "santini", quella del bigottismo, quella del racket, quella che scrive "W la mafia" sui muri.
E temo sempre di più che da quella parte ci sia la maggioranza dei siciliani.

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  dal 23/12/2004
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