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Historica: Eagle: L’aquila americana, recensione: Paura e delirio a Berlino?

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Con Eagle: l’aquila americana di Wallace per i disegni di Julien Camp, la serie Historica di Mondadori si arricchisce con uno dei racconti di guerra più particolari e insoliti degli ultimi anni. Senza renderci conto di dove vuole condurci nella narrazione, lo sceneggiatore ci accompagna all’interno di una storia famigliare segnata dall’ostinazione del capofamiglia, eroe della Prima Guerra Mondiale. Un’ostinazione per il successo a tutti i costi, scevro da ogni impedimento etico e morale. Una figura ambigua e odiosa, che sarà perno della formazione del nostro protagonista, ma solo fino ad un certo punto. Si, perché Wallace intreccia questa vicenda come la più classica storia di conflitto morale e famigliare sullo sfondo della ormai prossima Seconda Guerra Mondiale, e lo fa fa per lungo tempo con testi tesi e serrati. La sensazione è di una storia che, almeno nella parte iniziale, sembra l'incipit di una serie lunga o, scusate una certa cattiveria, di una soap-opera. L'impressione è che Wallace ci abbia perduto lungo il percorso, sensazione che in certa misura si percepisce anche più avanti, forse per una eccessiva complessità delle vicende narrate. Ma è proprio quando la lettura si sta facendo sospetta, nel senso di non riuscire a capire cosa l’autore voglia raccontare, che la situazione precipita. Letteralmente.

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Quello che sembra un classico escamotage narrativo, trito e ritrito, si trasforma in una discesa agli inferi. Una situazione - che non possiamo spoilerare - alla "Louis Stevenson" si apre sugli orrori della guerra ormai esplosa, un gioco diabolico di “scambi” quasi Hitchcockiano, e la domanda è su chi o cosa - o per chi - si è eroe o mostro. A quel punto, Wallance ti ha catturato, nonostante un paio di situazioni ridondanti nel finale e che risultano forse fuori luogo nel contesto storico scelto. Si, perché questa storia sembra una macchina con due motori: da una parte l’ottima ricostruzione storica, la drammaticità del periodo e di quello che succedeva, dall’altra una vicenda dai risvolti strani, inattesi e insoliti. Una cavalcata a tratti incerta per la mole di eventi e informazioni che vengono spinte quasi con forza e che, alla fine, non servono molto per ciò che si vuole raccontare, se non per il puro piacere dell’avventura. Anche l’uso che l’autore fa, in modo spesso troppo disinvolto, di personaggi storici importanti, dà la sensazione che si sia lasciato trascinare da un certo entusiasmo spettacolarizzato, usandoli come veri e propri co-protagonisti o finendo spesso per infilarli quali semplice comparse del tutto inutili all’economia della storia.

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Riguardo a Camp, i suoi disegni sono molto precisi e, là dove Wallace non carica di eccessive informazioni, spesso spettacolari e ispirati, con un sapiente e consapevole uso dei colori, un uso delle volte squisitamente e magnificamente teatrale. Peccato che, proprio come per la narrazione, anche il suo tratto in alcuni frangenti è discontinuo. C’è la sensazione che abbia sofferto dell’eccessiva quantità di eventi e situazioni che appesantiscono non solo la storia ma la tavola. Vignette. spesso troppo piccole, per campi inutilmente troppo carichi.
A farne le spese, specialmente nella prima parte, è proprio la lettura perché, come detto in precedenza, ci si sente sballottati da eventi che non sembrano condurci a niente. Ma che ci conducono invece, anche se non nella maniera più riuscita, proprio dentro James.

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Difficile dire se ambientare questa storia durante il Secondo Conflitto Mondiale fosse veramente necessario, sia dal punto di vista narrativo che per l’autore. Non che non si possa usare l’evento storico come sfondo a una storia di fantasia, sia chiaro, in fondo la maggior parte di questi racconti sono inventati altrimenti saremmo di fronte ad un testo di storia o a un documentario.
Quello che lascia un po’ incerti è l’eccessiva aderenza storica là dove in realtà non era necessario e interessava poco. L’uso di personaggi storici in modo gratuito e, nel complesso, una certa fatica a focalizzare ciò che si voleva raccontare. Nonostante questo, l’opera ti cattura e ha una sua personalissima originalità, una cosa che oggi ha quasi del miracoloso.
Una storia lunga e complessa, dunque, che rischia di scontentare i puristi del racconto storico, ma che bisogna sforzarsi di leggere come l’avventura che vuole essere e non priva di un notevole valore simbolico.
Insomma, un’opera da consigliare perché è un viaggio, lungo, strano, affascinante, delle volte stancante, sicuramente originale.
Un viaggio che consigliamo anche a voi.

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