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They Are Not Like Us Vol.1 – Buchi neri per la gioventù

Cosa sarebbe successo se nel lontano 1963 i giovani mutanti creati da Stan Lee e Jack Kirby non fossero stati accolti sotto l’ala protettrice ed educativa del Professor Charles Xavier, ma fossero stati indottrinati all’odio e puntati verso la vendetta e l’opposizione violenta al razzismo, a chi li discriminava, li odiava, per la loro diversità genetica? Se gli X-Men fossero stati un gruppo di criminali, assassini, resi ancora più pericolosi per via dei loro poteri innati?
Questo, a grandi linee e con un paragone basato su personaggi di un’altra casa editrice, è quello che cerca di sviluppare lo sceneggiatore Eric Stephenson nel suo They Are Not Like Us, serie a fumetti scritta per la Image Comics e pubblicata nel nostro Paese da Saldapress.

Una storia che ribalta la concezione del fumetto “super”, e ci fermiamo qua, sottraendo al filone narrativo classico tutto ciò che di “eroistico” possiede, mantenendone tuttavia l’ossatura e gli elementi prevalenti. Troviamo quindi dei giovani dotati, incompresi, segregati, e osteggiati per via della loro diversità, incapaci di essere accettati da una società di persone normali che li vede come dei freak, come delle aberrazioni che non possono trovare posto in un mondo ordinario. Vittime di soprusi, di drammi familiari, di sfruttamento e di violenza, fisica ma psicologica soprattutto, che vengono portati sull’orlo della crisi, vengono spinti al suicidio, al porre fine a queste sofferenze nel modo più semplice ma più difficile da attuare, ossia privarsi della vita. Stephenson associa, per tutti i protagonisti, all’infanzia e alla prima giovinezza, un periodo di incapacità di accettazione della propria diversità, in cui le ferite inflitte con veemenza da agenti esterni nella debole e fortemente manipolabile psiche umana, portino all’autodistruzione, alla destinazione della rabbia e del dolore contro sé stessi, ultimandosi eventualmente con il tentativo di suicidio.
Tuttavia, il rancore provato con il passare del tempo si accumula, e l’adolescenza e la maturità portano l’individuo ad una esternazione di tali sentimenti, di tali urgenze, verso l’origine di tali sofferenze.

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Ed è proprio qui che risiede la chiave di volta: la presenza di The Voice, un personaggio misterioso che interviene proprio per far compiere questo passo cruciale: guadagnare la totale indipendenza dal mondo intero, dando un taglio netto al proprio passato, lasciandosi alle spalle il dolore per dare sfogo completo al proprio essere, senza freni di alcun tipo. Una svolta radicale, che porta alla rimozione forzata dell’individuo dal contesto sociale in cui ha sempre vissuto, estraendosi completamente dalla possibilità di essere giudicati mediante strumenti e valori tipici della società stessa, sottraendosi all’applicazione di concetti come etica e morale, giusto e sbagliato. Svincolandosi completamente da qualunque tipo di ingabbiamento, di costrizione astratta o concreta che li vincola alla realtà. Liberi di fare ciò che si vuole, di prendere ciò che si vuole, di diventare ciò che si desidera senza rimorsi. O almeno così è come viene venduta la storia ai giovani protagonisti, che sebbene galvanizzati da questa entusiasmante possibilità, si accorgeranno presto che le cose non sono per niente così semplici, e che ciò che perderanno sarà insostenibile.

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Questo è infatti ciò che succede a Tabitha, una giovane ragazza telepate, da sempre considerata una pazza da dottori e dalla sua famiglia in primis, che viene avvicinata dopo il tentativo di suicidio da The Voice, e successivamente verrà introdotta ad un gruppo di dotati capitanati proprio dal misterioso leader. La proposta che le verrà fatta sarà allettante: realizzarsi completamente, imparare ad usare i suoi poteri e vivere liberamente, padrona di tutto ciò che desidera. Ma dovrà sacrificare completamente il suo passato in questo passaggio: uccidere la propria famiglia e i propri cari, per poter scomparire completamente dalla società e non essere mai più riconosciuta. Ma la giovane sin da subito non sarà così volenterosa di intraprendere questo passo, né tanto meno di aggregarsi ad un gruppo di persone violente, che agiscono sostanzialmente in base ai loro egoismi e al culto della loro persona. Cercherà quindi di opporsi a questa surreale situazione, ma lasciamo l’evoluzione di questa trama alla vostra lettura.

Sebbene il tema narrato non sia originalissimo – numerosi in letteratura i tentativi di decostruzione della figura del supereroe, che invece di prestarsi al “bene” utilizza il suo potere per i propri scopi personali – interessante risulta invece l’approccio al problema, l’addentrarsi nella questione e lo scervellarsi attorno ad una possibile soluzione. La violenza immotivata, o aggravata da futili motivi, il comportamento da vigilanti sanguinari, la cieca manifestazione di rabbia e il libero sfogo del proprio rancore, propinati da The Voice, ci vengono proposti dai personaggi stessi come mitigati o legittimati dal passato di abusi e discriminazione subito, eppure è lo stesso Stephenson a mostrarceli in un’ottica correttiva, che raddrizza la visione distorta di tali comportamenti mediante l’ottica non traviata di Tabitha, che sebbene abbia sofferto come gli altri, è consapevole di quanto erronea e spesso ipocrita sia la condotta di questi individui.

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Dal punto di vista artistico invece, i disegni di Simon Gane sono sostanzialmente realistici, dal character design vario, con una particolare attenzione per le micro-espressioni e la caratterizzazione fisiognomica dei personaggi. I colori di Jordie Bellaire sono come sempre azzeccatissimi, in totale armonia con il lavoro, e in questo caso definiti da campiture piatte, tenui e mai accese, seppur vagamente calde, a cui è sovrapposto un filtro sabbiato e bruciato, che da quel tocco vintage.

Un buon prodotto questo They Are Not Like Us, che vi terrà impegnati anche con riflessioni non banali, spesso approfondite dai dialoghi scritti da Stephenson, impreziosito dal layout e dal lettering sempre curato e attento di Fonografiks. Edizione Saldapress molto simile a Nowhere Man, sempre di Stephenson, che restituisce intatta la qualità dell’opera.

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