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X-Men: Giorni di un futuro passato: recensione

xmen-giorni-di-un-locandinaChe X-Men: Giorni di un futuro passato potesse essere un buon film era quotato al ribasso presso immaginari botteghini di settore. Troppi, infatti, gli elementi che facevano presagire la buona riuscita del progetto: cast stellare (praticamente tutti, o quasi, i personaggi apparsi finora nel franchise), il ritorno di Bryan Singer (regista dei primi 2 X-Men), una sceneggiatura vista e rivista in maniera maniacale da Simon Kinberg (oramai vero demiurgo dell’universo Marvel Comics della 20th Century Fox), la libera ispirazione ad una delle saghe a fumetti più apprezzate degli Uomini X e, infine, un copioso budget messo a disposizione dagli Studios (è il film con il più alto costo di produzione di sempre per la Fox).

X-Men: Giorni di un futuro passato si apre mostrandoci un mondo distopico e terrificante di un prossimo futuro: i mutanti sono oramai segregati in veri e propri campi di concentramento, marchiati a fuoco e condannati senza possibilità di scampo. In queste prigioni sono confinati anche gli esseri umani “collaborazionisti” della causa mutante o coloro i quali in grado di generare mutanti in futuro, alla Minority Report, per intenderci.
Il controllo e lo "smaltimento dei rifiuti" è affidato a Sentinelle di ultima generazione, esseri tecnorganici in grado di adattarsi ad ogni potere mutante, assorbendolo e creando le giuste contromisure.
La Resistenza è rappresentata dai pochi X-Men rimasti in circolazione (Professor X, Magneto, Wolverine, Tempesta, Uomo Ghiaccio, Kitty Pryde/Shadowcat, Sunspot, Alfiere, Colosso, Warpath e Blink): i mutanti non in cattività sono oramai costretti a nascondersi nei recessi più impensabili, in attesa dell’inevitabile sconfitta. L’unico rimedio trovato per rimandare il più possibile l’inevitabile consiste nel mandare indietro in un passato prossimo Alfiere, grazie ai poteri di Kitty, ogni qual volta le Sentinelle sventano i piani degli X-Men, così da far prendere al futuro una piega diversa, cambiando le variabili ed evitando la sconfitta.

Partendo da questo presupposto, gli X-Men decidono di spedire Wolverine nel 1973, anno della svolta, in senso negativo: fu allora che si verificò l’omicidio di Bolivar Trask, ideatore del programma anti-mutante delle Sentinelle, a mettere in moto la terribile sequenza di eventi destinata a portare, nel futuro, alla decimazione della specie. Wolverine viene scelto come unica possibilità di salvezza proprio grazie ai suoi poteri di rigenerazione, che consentirebbero alla sua mente, sulla carta, di non venire devastata dal processo.

Giunto nel passato, Logan dovrà riunire Charles Xavier e Erik Lehnsherr dopo circa un decennio dal dissidio verificatosi in X-Men: L’inizio. Solo la comunione di intenti fra i due leader mutanti, con la collaborazione di uno sparuto e stravagante gruppo di alleati, potrà contrastare i folli piani di Trask.
Cambiare qualcosa nel passato però, si sa, può portare a conseguenze inimmaginabili, a causa di quel fenomeno conosciuto come “effetto farfalla”. La missione di Wolverine sarà resa ancora più complessa dal fatto che il Professor X è oramai un individuo totalmente disilluso e incapace di disporre dei suoi poteri, mente Magneto è segregato in un carcere di massima sicurezza situato sotto il Pentagono.

La trama del film è, come visto, molto complessa, poiché si snoda fra passato e futuro, oltre che fra molti personaggi: tenendo conto che la parte principale del film si svolge negli anni ’70, la pellicola si dimostra abbastanza equilibrata sotto l’aspetto cronologico, anche grazie alla presenza di precisi e sapienti riferimenti alla storia passata, i quali rendono il contesto quanto più verosimile possibile.
Il lavoro di Kinberg alla sceneggiatura e di Singer alla regia è buono e privo di errori da “matita blu”. Il film è estremamente godibile nei suoi 131 minuti di durata, pur subendo una fase di stanca fra il secondo e il terzo atto, rallentamento che si percepisce senza difficoltà, ma parzialmente funzionale alla messa in moto degli eventi conclusivi della storia.

Contando i due film “standalone” dedicati a Wolverine, X-Men: Giorni di un futuro passato è il settimo capitolo di un franchise cinematografico con già 14 anni di vita: non deve essere stata dunque una passeggiata per i creatori doversi raccapezzare fra tantissimi eventi e personaggi da tenere in considerazione, senza perdere il fuoco sul rendere il film attuale e interessante, dandogli anche la funzione di ponte per i prossimi lungometraggi mutanti (la Fox ne ha almeno altri 5 ufficialmente in programma, a partire da X-Men: Apocalypse, in arrivo nel 2016).

Preso “in blocco”, X-Men: Giorni di un futuro passato è un gran bel film: storia avvincente, effetti speciali notevoli, attori talentuosi e piacenti, non manca niente.
Volendosi addentrare in un’analisi più accurata e approfondita è impossibile, però, poter ignorare alcuni aspetti piuttosto raffazzonati e diversi “nonsense” in termini di continuity con i capitoli precedenti.
Procediamo con ordine: come già detto, Wolverine torna indietro nel tempo grazie ai poteri di Kitty Pryde, che, ricordiamo, è in grado di rendere intangibile se stessa e persone e/o oggetti con i quali entra in contatto. A questo si aggiunge la possibilità di far viaggiare persone nel tempo: ma il "come" non viene spiegato, lasciando spiazzato lo spettatore nel provare a darsi una spiegazione. Si tratta di una mutazione secondaria? Più probabilmente, rendendo intangibile la mente di un soggetto, permette a questa di muoversi anche nel tempo oltre che nello spazio.

Inoltre, alla fine di X-Men: Conflitto finale, terzo capito della saga (diretto da Brett Ratner), il Professor X era caduto in battaglia, polverizzato da Fenice Nera, mentre Magneto aveva perso per sempre i poteri a causa di un apposito siero. In questo nuovo capitolo, sorprendentemente, ritroviamo i due vivi, vegeti e nel pieno delle loro facoltà (cosa già vista nella scena post-credits di Wolverine- L’immortale, per dovere di cronaca).
Proprio al termine del secondo capitolo dedicato alla storia di Logan, questi perdeva l’adamantio che rivestiva le sue ossa, oltre a dargli i celeberrimi artigli metallici (al posto di quelli ossei). In X-Men: Giorni di un futuro passato, Wolverine torna, però, ad avere ossa e artigli indistruttibili. Anche qui, come?

Questi sono i tre strafalcioni più evidenti, fra molti. A dire il vero ce lo si aspettava, poiché anche gli addetti ai lavori avevano chiesto ai fan di essere indulgenti con eventuali “errori”, male necessario per costruire una storia coesa e avvincente. E in effetti, se non si eccede in pignoleria, il risultato è comunque apprezzabile, anche grazie alla distinta caratterizzazione dei personaggi e dalla bravura degli attori che li interpretano, i quali si dimostrano sempre più padroni del ruolo che ricoprono oramai da tempo, chi più chi meno.

La parte del leone la fanno sicuramente James McAvoy e Michael Fassbender, nei panni delle versioni “giovani” di Charles Xavier ed Erik Lehnsherr, fagocitando le interpretazioni dei veterani Patrick Stewart e Ian McKellen, nei panni delle loro versioni più “stagionate” (anche se questi ultimi sono penalizzati dall’avere una parte con un minutaggio nettamente inferiore).
Hugh Jackman oramai è Wolverine, tanto che non si sa più dove inizi il personaggio e finisca l’attore, dato che questa è la sua settima esperienza nei panni di Logan: sarà davvero difficile per la Fox riuscire a sostituirlo quando questi dovrà abbandonare il ruolo per motivi anagrafici.
La grande espressività di Jennifer Lawrence viene purtroppo penalizzata dal pesante trucco necessario per interpretare Raven a.k.a. Mystica, ma, in ogni caso, la giovane attrice premio Oscar svolge discretamente il suo lavoro. Unica vera delusione fra i personaggi è proprio il villain principale, Bolivar Trask, interpretato da Peter Dinklage, vero e proprio idolo delle masse grazie alla sua interpretazione del nano Tyrion nel serial di successo Game of Thrones: la caratterizzazione del personaggio è piuttosto superficiale e abbozzata, e Dinklage non riesce ad incidere con le sue indubbie capacità recitative. Lo spettatore si trova di fronte a un nemico davvero poco minaccioso, ma anzi piuttosto piatto e alle volte persino passivo.

Menzione a parte per la vera (e inaspettata) sorpresa del film: Quicksilver, interpretato da Evan Peters. Il personaggio sul quale nessuno avrebbe scommesso aprioristicamente, a causa soprattutto di un look piuttosto bizzarro, risulta dotato, a posteriori, di grande carisma e simpatia, qualità principali di una caratterizzazione a tutto tondo. Quicksilver è protagonista di quella che è sicuramente la scena più avvincente e originale del film, nella quale il suddetto deve permettere l’evasione di Magneto dal carcere, utilizzando la sua super velocità: le scelte di Singer in questa occasione, sia dal punto di vista tecnico che stilistico, sono davvero eccezionali. Non fatichiamo a supporre che questa scena diverrà un cult fra gli appassionati.

A proposito di scene, quella posta al termine dei titoli di coda è una vera e propria chicca, per quanto breve: viene infatti presentato, per la prima volta, il prossimo temibile avversario degli Uomini X.

A conti fatti dunque, X-Men: Giorni di un futuro passato è un film che ha più pregi che difetti. Questi ultimi sono sì evidenti, ma probabilmente necessari a correggere qualche “abuso” passato, al fine di poter infondere nuova linfa vitale a un brand immortale e di successo, che conta milioni di fan in tutto il mondo. Lunga vita, quindi, agli X-Men.

Interpretato da James McAvoy, Michael Fassbender, Hugh Jackman, Jennifer Lawrence, Nicholas Hoult, Ian McKellen, Patrick Stewart, Peter Dinklage, Evan Peters, Ellen Page, Shawn Ashmore, Halle Berry, Omar Sy, Daniel Cudmore, Josh Helman, Bingbing Fan, Adan Canto, Booboo Stewart, Lucas Till, Evan Jonigkeit, Gregg Lowe, Anna Paquin, Kelsey Grammer, Famke Janssen e James Marsden, X-Men: Giorni di un futuro passato, scritto da Simon Kinberg, vede alla regia Bryan Singer ed è nelle sale dal 22 maggio 2014.

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