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Grandi Eventi Marvel - X-Men: Inferno, recensione: Il destino di Madelyne Pryor

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C’era una volta la Marvel degli anni ’80, un decennio fondamentale per la storia del fumetto che la Casa delle idee cavalcò da grande protagonista, proponendo cicli di storie indimenticabili realizzate da giganti del settore. Era la Marvel di Jim Shooter, il dispotico editor-in-chief che governò la casa editrice con pugno di ferro guadagnandosi l’odio eterno di tanti autori al suo servizio. Era il periodo d’oro, tra gli altri, del Daredevil di Frank Miller, dei Fantastici Quattro di John Byrne, del Thor di Walt Simonson e, soprattutto, degli X-Men di Chris Claremont.

Tra tutte le straordinarie invenzioni partorite dalla fervida immaginazione della coppia Stan Lee - Jack Kirby negli anni ’60, la saga degli X-Men era quella che aveva incontrato minor successo, un esito negativo dovuto principalmente al fatto che i due autori, oberati di lavoro e pressati dalle scadenze, avevano dovuto lasciare la serie dopo il primo anno e mezzo di vita per concentrarsi su altre testate come Fantastic Four e The Mighty Thor. Nel 1975 la Marvel prova un rilancio degli Uomini X col mitico Giant Size X-Men 1, e il resto è storia. La prima storia del nuovo gruppo viene scritta da Len Wein, ma già da quella successiva il posto al timone della serie, ribattezzata dopo pochi numeri Uncanny X-Men, viene preso dal suo giovane assistente, Chris Claremont. È l’inizio di una gestione che durerà ben sedici anni, che si rivelerà ben presto il più grande successo commerciale nella storia della Marvel e che ancora oggi è considerata, per ambizione e realizzazione, uno dei vertici qualitativi della narrazione seriale a fumetti americana.
Claremont realizza una versione aggiornata del feuilleton ottocentesco, tessendo un arazzo di trame e sottotrame lanciate nell’ombra per poi esplodere a distanza di decine di numeri, introducendo elementi da soap opera come amori impossibili e sofferti, tradimenti, intrighi, morti e resurrezioni. Il tutto unito ad una prosa qualitativamente eccelsa e ad una capacità straordinaria nel conferire spessore e tridimensionalità a degli eroi di carta.

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Nei primi anni della sua run, lo scrittore mise Jean Grey al centro della narrazione e la rese il cuore pulsante della squadra, costruendole intorno il grande affresco della Saga di Fenice Nera. Di ritorno dalla prima missione nello spazio della nuova squadra, Jean venne infatti posseduta da un’entità cosmica denominata appunto “Fenice”, che aggiunse capacità semidivine ai suoi già notevoli poteri di telepate e di telecineta. Corrotta da un potere sempre più incontrollabile, dal quale era stata trasformata nella malvagia Fenice Nera, Jean viene messa sotto accusa dall Impero Galattico Shi’ar per avere volontariamente disintegrato un intero sistema solare, causando milioni di vittime. Gli X-Men accorrono in suo aiuto, fronteggiando in un duello sulla luna la Guardia Imperiale Shi’ar. I lettori, intanto, affrontavano un dilemma morale: come tifare per un personaggio tanto amato ormai corrotto e perduto, capace di sterminare una galassia?

Nel memorabile finale della saga Jean, in un ultimo barlume di lucidità, decide di mettere fine alla sua vita per salvare l’universo, tra la disperazione dei suoi compagni e di Ciclope in particolare. Dopo aver sepolto quel che restava di Jean, Scott Summers decide di lasciare il gruppo e partire. Durante il suo peregrinare, conosce una donna che somiglia incredibilmente a Jean, Madelyne Pryor, e se ne innamora. I due si sposano ed hanno un figlio, Nathan Christopher. I piani di Claremont per la coppia vennero compromessi quando, pochi anni dopo, John Byrne rivelò in un numero di Fantastic Four che Jean Grey era viva e vegeta e che la Fenice si era sostituita a lei di ritorno da quella missione nello spazio, proteggendola in un bozzolo in fondo al fiume Hudson scoperto per caso da Vendicatori e Fantastici Quattro. Non era stata quindi la donna a morire sulla luna, ma un suo doppio. A nulla valsero le proteste di un adirato Claremont presso la dirigenza Marvel, che vedeva nel ritorno di Jean Grey la possibilità di una riunione dei cinque X-Men originali a cui dedicare uno spin-off della vendutissima serie mutante principale. La serie si fece, ovviamente, e venne chiamata X-Factor. Nel primo numero Scott, venuto a conoscenza del fatto che Jean era ancora viva, lasciava moglie e figlio per riunirsi con lei. Un gesto non propriamente elegante. Come se non bastasse, la povera Madelyne venne attaccata dai Marauders, nemici degli X-Men al soldo del malvagio genetista Sinistro, misteriosamente interessato a Nathan Christopher, che ordinò il rapimento del bambino. Salvata da un intervento degli X-Men, e rimasta ormai sola, Madelyne si unì a questi ultimi e andò a vivere con loro nell’outback australiano, in un periodo in cui la squadra era creduta morta e si era rifugiata all’insaputa di tutti in Australia.

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È in questo momento della saga degli X-Men che si svolge Inferno, cross-over uscito tra il 1988 e il 1989 che coinvolgeva le testate mutanti Uncanny X-Men, X-Factor e New Mutants, la collana dedicata agli studenti più giovani dello Xavier Institute che Claremont aveva tenuto a battesimo nel 1983, prima di cederne le redini a Louise Simonson a metà del decennio. La Marvel ha ormai abbandonato ogni remora circa una sovraesposizione eccessiva dei pupilli di Xavier e ne vuole sfruttare l’incredibile successo con un aumento delle proposte e eventi che coinvolgano l’intera linea, a partire da Il Massacro Mutante del 1986. È l’inizio di uno sfruttamento massiccio del brand “X”, che Claremont deve accettare suo malgrado, approfittandone per chiudere alcune delle numerose trame in sospeso. Con Inferno, in particolare, lo scrittore chiude il cerchio intorno alla travagliata figura di Madelyne Pryor, sottotrama che X-Chris aveva lanciato addirittura 8 anni prima in una vignetta marginale di Avengers Annual 10, in cui appariva una bambina dallo stesso nome. Nome che, per ammissione dello stesso Claremont è un omaggio al capolavoro hitckcockiano La donna che visse due volte , elemento che la dice lunga sulla relazione tra Madelyne e Jean Grey.

In Inferno scopriamo infatti che Maddie non è altri che il clone di Jean, creata in laboratorio da Sinistro per i suoi loschi scopi. Ossessionato da sempre dalla linea genetica dei Summers, il folle genetista intendeva creare il mutante perfetto grazie all’unione tra Scott e Maddie visto che Jean, morta sulla luna, non era più disponibile. Così, ad un’inconsapevole Madelyne erano stati forniti parte della personalità e dei sentimenti di Jean, spingendola tra le braccia di Scott. Ma non tutto era andato secondo i piani di Sinistro, perché presso la donna aveva trovato casa anche un residuo del potere della Fenice. Come se non bastasse, Maddie viene anche avvicinata da N’Astirh, un demone del Limbo che sta progettando l’invasione dell’isola di Manhattan. I due stringono un patto, e il demone trasforma la donna nella potente Regina dei Goblin. Dotata di un potere quasi assoluto e gonfia di rancore, la donna giura vendetta contro Sinistro per averla manipolata e contro Scott per averla abbandonata, scatenando letteralmente l’Inferno sulla Terra. Solo l’intervento combinato di X-Men, X-Factor e Nuovi Mutanti salverà la situazione.

Riletto oggi, Inferno denuncia sicuramente i trent’anni passati dalla sua uscita, soprattutto per un eccesso di verbosità e un uso delle didascalie ormai superato nel fumetto contemporaneo. Succedono più cose in questo cross-over che in intere annate della maggioranza delle collane odierne, dominate da uno stile “decompresso” che serve soprattutto a raccoglierne i cicli in bei volumi autoconclusivi da vendere nelle librerie. Al contrario, però, si resta ancora affascinati dalle trame ad orologio di Claremont e di come tutto riesca a convergere in un incastro attentamente pianificato e ragionato. Da questo punto di vista, sono gli episodi di Uncanny X-Men a farla da padrone nell’economia del volume, mentre le storie di X-Factor e Nuovi Mutanti scritte da Louise Simonson forniscono un contributo decisamente ancillare ai piani di “X-Chris”. Le vicende di Sunspot, Cannonball e compagnia, in particolare, risultano di difficile comprensione senza aver letto le storie precedenti, e portano a compimento la trama della possessione demoniaca di Illyana Rasputin, Magik, la sorellina di Colosso, diventata la Reggente del Limbo dopo averne spodestato il precedente sovrano, Belasco.

Le pagine di Uncanny, al contrario, sorprendono ancora oggi per la ricchezza delle trame e per lo spessore che Claremont sapeva conferire ai personaggi, accompagnandoli per mano in un processo di crescita durato sedici anni. Il team di questo periodo, poi, era uno dei più azzeccati dell’intera storia della squadra: ai veterani Wolverine, Colosso, Tempesta e Rogue si accompagnavano Havok, il complessato fratello di Ciclope che aveva da poco iniziato una travagliata relazione con Madelyne, l’affascinante profugo extra-dimensionale Longshot, Dazzler, la cantante capace di tramutare la propria voce in colpi di luce e Psylocke, l’elegante telepate sorella di Capitan Bretagna che da li a poco avrebbe affrontato una traumatica trasformazione nella mortale e affascinante guerriera che conosciamo oggi. È qui che assistiamo alla reunion, dopo una lunga diaspora, tra gli X-Men creduti morti e i loro compagni di X-Factor, che poco tempo dopo rientreranno nel team nell’atto conclusivo della lunga gestione claremontiana. Il tutto illustrato da un Marc Silvestri in grande spolvero, capace di tradurre in immagini di forte impatto l’intreccio immaginato dallo scrittore. Il disegnatore dà il meglio di sé soprattutto nel disegnare eroine di una bellezza impossibile, sinuose ed affascinanti, eguagliato in questo solamente dal suo amico e successore sulle pagine di Uncanny, Jim Lee. Sulle pagine di X-Factor, il contributo grafico di Walter Simonson non è all’altezza delle vette raggiunte dall’artista pochi anni prima col suo leggendario ciclo di Thor, penalizzato dalle pesanti chine di Al Milgrom; in New Mutants, il tratto cartoonesco di Brett Blevins appare fuori luogo e avulso dal contesto generale, con i suoi Nuovi Mutanti ritratti come ragazzini dai grandi occhioni. Ma a breve arriverà Rob Liefeld, che avvierà il processo di trasformazione della testata in X-Force.

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Prima di abbandonare la grande saga mutante da lui ideata e condotta per più di cinque lustri, Claremont si toglierà lo sfizio di scrivere un ciclo di X-Factor, la testata di cui aveva cercato di impedire la nascita, per risolvere la sottotrama legata a Nathan Christopher Summers, il figlio di Scott e Maddie. Il bimbo verrà infettato dal virus tecno-organico dal malvagio Apocalisse e ad un disperato Ciclope non resterà che inviarlo nel futuro per cercare una cura. Il bambino tornerà nel nostro tempo adulto, nei panni del risoluto guerriero di nome Cable (presto al cinema in Deadpool 2 con le fattezze di Josh Brolin).

Raccolto da Panini Comics in un bel brossurato della linea Grandi Eventi Marvel, Inferno è un capitolo dell’epopea claremontiana consigliato tanto ai lettori della vecchia guardia tanto ai neofiti che, partendo da qui, avranno magari la curiosità di scoprire l’intera run mutante dello scrittore. Recupero che ci sentiamo di raccomandare vivamente, per poter vivere appieno l’opera di un tessitore di trame che ha giocato fino in fondo tutte le carte a lui concesse dalla serialità, come nessuno né prima né dopo di lui.

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Chris Claremont scriverà una storia per il matrimonio di Kitty Pride e Colosso

  • Pubblicato in News

Kitty Pride e Colosso si sposeranno il prossimo giugno su X-Men: Gold #30. Per l'occasione uscirà un albo dal titolo X-Men Wedding Special #1 che vedrà collaborare anche lo sceneggiatore storico dei mutanti Chris Claremont.

L'albo presenterà anche storie scritte da Marc Guggenheim e Kelly Thompson per le matite di Greg Land, Marika Cresta e altri.

Di seguito potete vedere la cover disegnata da J. Scott Campbell.

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Chris Claremont incolpa Hollywood per il declino degli X-Men

  • Pubblicato in Screen

Chris Claremont non ha bisogno di presentazioni per chi ha un minimo di conoscenza del fumetto supereroistico made in Marvel, soprattutto se si parla delle testate mutanti su cui l'autore ha lavorato per più di 15 anni, realizzando saghe leggendarie come quella della Fenice Nera e Giorni di un futuro passato con John Byrne, sollevando il franchise dal fallimento. Ma sappiamo anche che gli X-Men sono notevolmente calati nelle vendite e anche nella qualità delle storie dagli anni '90 ad oggi, con alti e bassi che però hanno indelebilmente segnato le testate inerenti, lasciando sempre più spazio ai rivali Inumani.

Per questo declino, Claremont incolpa Hollywood, ai "microfoni" di Bleeging Cool. Colpa della 20th Century Fox e del suo franchise cinematografico sui mutanti. Ecco cosa ha da dire l'autore sulla questione.

"Questo non c'entra niente con le vendite dei fumetti, ma ha tutto a che vedere con il fatto che i diritti cinematografici siano posseduti da una compagnia rivale. Vi garantisco che se dieci anni fa, quando la Marvel venne avvicinata dalla Disney, i diritti dei film degli X-Men fossero stati nelle mani dei Marvel Studios e non della Fox, gli X-Men sarebbero ancora adesso uno dei titoli di punta. La ragione dell'enfasi su altri titoli è dovuta al fatto che Marvel/Disney controlli diritti di film secondari, mentre i diritti per i Fantastic Four e gli  X-Men sono in mano della Fox che non ha interesse nel fumetto".

"Quindi credo che l'attitudine della compagnia sia: “perché dovremmo fare qualcosa per promuovere un titolo che darebbe beneficio ad una compagnia rivale quando possiamo mettere le stesse energie ed entusiasmo per concentrarci sulle nostre proprietà? E da qui l'ascesa degli Inumani come nuovi sostituti dei mutanti".

Parlando invece di un possibile ritorno in auge del franchise, ecco cosa pensa Claremont.

"Non è una questione di promozione, è solo una questione di possesso. Se ad un certo punto la Fox decidesse che gli X-Men non sono più vantaggiosi da un punto di vista economico, sono sicuro che faranno un accordo con Disney. Ma credo anche che l'accordo che vorranno fare sarà fuori dall'ordinario e troppo dispendioso, al che Disney o Marvel potrebbero limitarsi a mandarli a quel paese, dicendo che 'amiamo gli X-Men ma non ci faremo del male per riaverli perché abbiamo tutte le altre proprietà che vanno molto meglio. Se volete fare un accordo ragionevole bene, altrimenti andate a quel paese'.
Queste cose andrebbero chieste a [Marvel Editor-in-Chief] Axel [Alonso] e alla Marvel, la mia opinione a questo punto vale tanto quanto quella di qualunque fan".

Si tratta solo di speculazioni, sebbene provengano da uno degli autori che in passato ha forgiato di più la proprietà degli X-Men. Eppure, non è la prima volta che emergono questo tipo di considerazioni e finora Marvel si è sempre distaccata da queste considerazioni. Ricordiamo anche che ci sarà un nuovo reboot per i mutanti, previsto per la primavera del 2017, con il titolo ResurrXion. Inoltre va considerato anche che anche se le cose stessero in questo modo, la Fox non è di certo intenzionata a cedere i diritti ora che con Deadpool ha trovato la gallina dalle uova d'oro e con gli X-Men abbia invece ottenuto ottimi incassi.

(Via Collider)

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Marvel Omnibus: Power Man & Iron Fist

Gli anni ’70 vengono ricordati come una decade di grande vitalità e sperimentazione nella storia della Marvel. Dopo essere esplosa come fenomeno di costume nel decennio precedente, è in questi anni che la casa editrice di Park Avenue South consolida la sua posizione predominante sul mercato, aggiungendo al suo già nutrito parco testate nuovi titoli che cavalcano lo spirito del tempo. Sempre attenta a nuove mode e tendenze, la Marvel attraversa gli impetuosi anni ’70 come un riff di chitarra selvaggio, lanciando nuove proposte che riflettono gli stimoli della cultura popolare dell’epoca. I film horror della Hammer Films riscuotevano successo? Ecco arrivare sugli scaffali delle fumetterie Tomb Of Dracula e Werewolf By Night. Shaft e Foxy Brown erano gli alfieri della blaxploitation? Ecco arrivare l’eroe di Harlem, Luke Cage, Power Man. E se il successo dei film con Bruce Lee e del telefilm Kung Fu con David Carradine aveva fatto esplodere nel paese la moda delle arti marziali, la Marvel rispondeva con Shang-Chi, Master of Kung Fu e Iron Fist, The Living Weapon.

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Le testate di Luke Cage, Hero for Hire, e di Iron Fist in particolare conoscono un buon successo di vendite fino alla seconda metà degli anni ’70, grazie alla qualità dei team creativi che vi si alternano e per le atmosfere inusuali rispetto alle altre collane Marvel del periodo. Le storie di Cage, ambientate tra bassifondi e gang di strada, vengono realizzate da autori come Archie Goodwin, George Tuska, Steve Englehart, Don McGregor e Billy Graham, con un design del personaggio curato nientemeno che da John Romita Sr.; le vicende di Danny Rand, alias Pugno d’Acciaio, sospese tra New York e la mistica città di K’un-Lun, debuttano grazie alle firme prestigiose di Roy Thomas e Gil Kane, prima di essere affidate ad una coppia che di li a poco farà la storia del fumetto americano grazie ad un epocale ciclo di Uncanny X-Men, Chris Claremont e John Byrne. Ma sul finire del decennio sia il genere blaxploitation che quello delle arti marziali cominciano a segnare il passo, cominciando un rapido declino. Il primo a farne le spese è Iron Fist, la cui testata viene chiusa nonostante l’ottimo ciclo di Claremont & Byrne; nel momento in cui anche le vendite della serie di Cage, ribattezzato nel frattempo Power Man, cominciano a scricchiolare, la Marvel tenta una mossa a sorpresa nel tentativo di salvarla dal dimenticatoio. I numeri 48 e 49 vengono eccezionalmente affidati proprio alla premiata ditta Claremont & Byrne, che ne approfittano per affiancare all’Eroe Nero quel Pugno d’Acciaio orfano ormai di una serie personale. Dal numero 50 la testata cambia nome in Power Man & Iron Fist, e la scommessa di abbinare due eroi in declino per tentare un disperato rilancio viene subito vinta, dando vita ad una serie ancora oggi considerata di culto, tanto da meritare di essere ospitata nella linea Marvel Omnibus di Panini Comics.

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Il volume si apre con le storie sopra citate, a firma Claremont & Byrne, che servono a far incontrare per la prima volta i due personaggi: il pretesto è il rapimento di Misty Knight, compagna di Iron Fist, da parte di un Cage tenuto in scacco dal bieco Bushmaster, che minaccia altrimenti di fare uccidere le due persone più care della sua vita, la fidanzata Claire Temple e l’amico Professor Burnstein. Dopo un’inevitabile scontro, i due eroi si uniranno per sconfiggere il losco criminale. Iron Fist, nella sua identità civile di Danny Rand, fornirà inoltre a Cage l’assistenza del suo scaltro legale, Jeryn Hogarth, per essere scagionato da un’ingiusta accusa di omicidio che lo perseguitava fin dalla sua prima apparizione. È l’inizio di una imprevedibile e profonda amicizia, che porterà due eroi e due uomini molto diversi tra loro a diventare soci nell’agenzia Eroi in vendita.

Dieci anni prima che lo sceneggiatore Shane Black e il regista Richard Donner ci presentassero con gli agenti Riggs e Murtaugh di Arma Letale l’esempio più riuscito di buddy movie, Luke Cage e Danny Rand erano già li a calcare le strade. Come brillantemente sottolineato da Aurelio Pausini nell’introduzione al volume, fu illuminata la scelta di abbinare due personaggi apparentemente agli antipodi, ma accomunati in realtà da un passato doloroso. Il ricco ereditiere Danny Rand poteva condurre la sua crociata contro il crimine nei panni di Iron Fist senza alcuna preoccupazione di carattere economico ma aveva visto perire i genitori da piccolo nella spedizione verso la città incantata di K’un-Lun; Luke Cage poteva farsi strada nella vita grazie alla sua forza ma portava il peso di un’infanzia difficile nel ghetto e l’onta di una ingiusta carcerazione. Danny imparerà a conoscere grazie a Luke la dignità del lavoro e le difficoltà della vita delle persone normali; al contrario l’irruento Cage imparerà da Danny l’importanza della disciplina. Amicizia, rispetto, valori, esempio: argomenti importanti per un semplice fumetto di supereroi.
Anche se dobbiamo a Chris Claremont la felice intuizione di aver messo in società Power Man e Iron Fist, è a Mary Jo Duffy, efficace scrittrice ed editor dimenticata della Marvel degli anni ’70 e ’80 che va il plauso per aver confezionato, nei tre anni della sua gestione, una serie scanzonata ma attenta alla caratterizzazione dei personaggi, dove azione e ironia vanno di pari passo con un riuscito approfondimento psicologico, pur con tutte le ingenuità dell’epoca.

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Il comparto grafico del volume è nobilitato dalla presenza di John Byrne che da sola ne giustifica l’acquisto. Le pagine dell’artista canadese blandiscono la pupilla del lettore oggi come ieri, grazie ad un dinamismo e una composizione della tavola che sono pura espressione del Marvel Style di quegli anni. Dopo un lieve calo dovuto alla presenza di un Mike Zeck ancora agli inizi della carriera e a un non troppo ispirato Lee Elias, la qualità dei disegni si risolleva grazie a Trevor Von Eeden e al sicuro mestiere di Kerry Gammill, ottimo artigiano ormai dimenticato.

Marvel Omnibus: Power Man & Iron Fist è una piacevole lettura estiva, consigliata sia per nuovi lettori impazienti di conoscere i protagonisti dei prossimi due serial Marvel/Netflix, sia per vecchi lettori desiderosi di fare una passeggiata sul viale dei ricordi della Marvel che fu.

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